Storia degli Italiani, vol. 13 (di 15)

Part 23

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Solo a chi giudica gli uomini e le dottrine da ciò che ne cianciano la piazza e i giornali sapran di strano questi accordi fra i liberali e i teocratici. Dei quali un altro campione fu Carlo Luigi Haller da Berna, che da protestante resosi nostro, nella _Restaurazione della scienza politica_ (1824) combattè accannito il filosofismo e la rivoluzione, condannando i pubblicisti vantati e i re riformatori, fra cui Maria Teresa, Giuseppe II, Leopoldo granduca; e traverso ai secoli indagava con vasta erudizione e arguta logica i semi delle idee liberali, ripudiando gli acquisti di cui si gloria la moderna civiltà. E poichè l’eguaglianza politica viene dall’eguaglianza civile, patrocinava la nobiltà come prodotto della natura, i privilegi come effetto della naturale giustizia; mentre pareagli tirannia l’uniforme generalità delle leggi. Dalla natura (egli insegna) nascono gli Stati, ed ella assegna il comando al potente, al debole l’obbedienza, e porge i mezzi per far rispettare la legge come per impedire gli abusi degl’imperanti. Gli Stati primeggiano quanto più poderosi e liberi, e quanto più indipendente il governante, sia un uomo o un corpo. Il diritto de’ principi deriva dal diritto di proprietà; nè vi ebbe contratto sociale, bensì una moltitudine di convenzioni particolari, spontanee, varie, non per alienare la libertà individuale, ma per conservarla più pacificamente che si può; onde non deve esservi sovranità e indipendenza del popolo, ma sovranità di quello che per potenza e ricchezza è indipendente; non potestà delegata, ma diritto personale del principe; non mandati e statuti, ma doveri di giustizia e d’amore; non governo delle cose pubbliche, ma amministrazione de’ proprj affari; e le leggi non venire dal basso ma dall’alto, siccome in una famiglia, cui in fatto somiglia lo Stato, se non che non ha un potere superiore. Ma anche de’ sudditi il diritto è inviolabile; il principe non può intaccarne la libertà e gli averi, nè essi devono pagare imposte senza consentirle, non servire in guerra di principe; e quando esso li tiranneggi, possono non solo emigrare, ma resistere armata mano.

Ancor più di De Maistre era letto il visconte Bonald perchè meno profondo; il quale la religione faceva politica, uffiziale, principesca, mentre il Savojardo proclamava l’intima unione della Chiesa coll’ordine privato e pubblico, con tutto l’insieme del cuore e dell’ingegno umano, senza riguardo a politica locale o nazionale.

A queste idee non mancarono fautori anche in Italia, e le propugnarono in iscritto il Cavedoni, Monaldo Leopardi, il principe di Canosa; ma il vulgo che le dottrine personifica, volle incarnarle in una setta che intitolò de’ Sanfedisti, e dei Concistoriali, che doveva sostenere i monarchi e i sacerdoti, come la Carboneria propugnava le costituzioni e il pensare indipendente. Diceasi diffusa per tutta Italia con diverse sembianze: e come avviene ne’ partiti, non v’è stranezza che non se ne sia raccontata, nè ancora il tempo vi portò luce. Credeasene istitutore esso De Maistre, e affigliati il duca di Modena, il duca del Genevese, altri principi e prelati, nell’intento di congiungere costituzionalmente Italia tutta sotto la supremazia del pontefice[164]. E fu allora che prima nacque codesto concetto di Neo-Guelfi, deriso dai Liberali come stupida resurrezione d’idee quatriduane, ma venticinque anni più tardi ridesto come unica speranza d’Italia da buoni pensatori e da caldi oratori, ai quali un tratto parve che gli eventi dessero ragione.

Delle costituzioni, la più liberale che siasi veduta fu quella che si diede la Spagna quando respingeva i napoleonici; quella Spagna che dicono infracidita dal cattolicismo come l’Italia. Ratificava essa l’antico diritto delle municipalità, a queste affidando la polizia, l’igiene, la tutela delle persone e delle proprietà, l’educazione e la carità pubblica, le strade e gli edifizj comunali, il dazio consumo, il preparare le ordinanze, che sarebbero sottomesse alle assemblee o cortes dalle deputazioni provinciali. Queste sono una specie di municipalità superiore, eletta dai consigli di città, con diritto di proporre le imposte comunali, chiamare l’attenzione superiore sugli abusi di finanza e sugli intacchi alla costituzione. La sovranità risiede nel popolo; distinte le tre podestà; il re fin nel sanzionare le leggi è subordinato alle assemblee, formate di deputati scelti a tre gradi dagli elettori di parrocchia, di distretto, di provincia; fin ai soldati rimane il diritto di esaminare lo statuto e la giurisdizione.

Ferdinando VII, recuperando il trono spagnuolo, prometteva conservare quella costituzione, poi la abolì (1820 marzo); ma l’esercito sollevatosi lo obbligò a proclamarla. Basta essere vissuto dieci anni per sapere quanto nelle opinioni e negli avvenimenti convenga ascrivere all’imitazione: debolezza della natura umana, che alcuni s’ingegnano di nobilitare col supporre che le circostanze medesime maturino il medesimo seme contemporaneamente in diverse contrade. Allora dunque dappertutto scoppiano rivoluzioni militari e costituzionali, nè tardò a venire la volta dell’Italia.

Ferdinando che già era IV in Napoli e III in Sicilia (1815), e allora s’intitolò I del regno delle Due Sicilie, rimesso in questo dalle armi straniere, prometteva un governo stabile, saggio, religioso; il popolo sarà sovrano, e il principe depositario delle leggi che detterà la più energica e la più desiderabile delle costituzioni». Oltre che nazionale, egli non trovavasi legato all’Austria per parentele o riversibilità, nè per vicinanza; pure strinse alleanza con essa a reciproca difesa, obbligandosi darle venticinquemila uomini in caso di guerra, e non introdurre nel governo innovamenti che discordassero dal sistema adottato dall’Austria nelle sue provincie d’Italia.

In vent’anni di tante rivoluzioni, nell’avvicendarsi di vincitori e vinti, il paese avea fatto miserabile tesoro di rancori e vendette; pure Ferdinando non veniva anelando sangue come l’altra volta, ma aborriva ciò che appartenesse al decennio, fino a non camminare nelle strade aperte da’ Francesi; considerava come occupazione militare un regno sì lungo, come ribellione ogni atto di quella; aboliva le cose, o almeno i nomi. Divise il regno continentale in quindici provincie, organandone l’amministrazione di provincia, di distretto, di municipio; l’accademia già Ercolanense poi Reale trasformò in Borbonica, con tre sezioni di archeologia, di scienze, di belle arti; fece trattati coi Barbareschi, coll’Inghilterra, la Francia, la Spagna. Nuovi codici a cura del Tommasi ministro, poco mutarono del francese quanto al commercio e alla procedura; il civile tornava indissolubile il matrimonio, e ingagliardiva l’autorità paterna; nel penale si tolsero la pena del marchio e le confische, ma anche i giurati, facendo giudici del processo i giudici dell’accusa; s’introdussero i delitti di lesa maestà divina, e quattro gradazioni nella pena di morte, secondo che il reo mandasi al patibolo vestito di giallo o di nero, calzato o scalzo: pure tutti i cittadini restavano sottoposti alle leggi medesime, alle medesime taglie. Di titoli abbondava la nobiltà, ma non portavano privilegi; nè degli antichi bracci e seggi sussisteva più che la memoria; onde il re operava affatto indipendente co’ suoi ministri. L’esercito fissò in sessantamila uomini sotto all’irlandese Nugent, generale al servizio dell’Austria: non guardò a spesa nel fabbricare il tempio votivo di San Francesco di Paola, nè il teatro di San Carlo, e ventiquattromila ducati l’anno spendeva in limosine e in arricchir chiese: sistemò gli archivj, e stabilì che delle carte e diplomi si pubblicasse un catalogo, e sopra le memorie raccolte dalla giunta diplomatica si tessesse una storia del regno. Oltre il debito pubblico, pesavano i ventisei milioni di franchi dovuti all’Austria, e i cinque al principe Eugenio; ma vendendo le proprietà dello Stato e de’ pubblici stabilimenti, e obbligando questi a ricevere iscrizioni di rendite sul gran libro, legava l’avvenire di essi alle finanze dello Stato; e poichè il ministro Medici ebbe cura che puntualissimi si facessero i pagamenti, rinacque la fiducia.

È noto come, dopo che dalla peste nel XIV secolo fu spopolato un estesissimo paese di Puglia, i re se l’appropriarono col nome di Tavoliere, lasciando che, col pagamento d’una _fida_, vi pascolassero alla libera gli armenti sotto la guardia di pastori, nomadi e quasi selvaggi, senza legami di casa o di famiglia, e obbedienti a capi proprj, anzichè al Governo. Tra siffatti nella rivoluzione del 1799 eransi reclutate le bande assassine, poi molte parti se ne diedero a censo; infine il dominio francese emancipò il Tavoliere, sicchè rendeva cinquecentomila ducati, distribuito fra piccoli possessori, i quali per interesse divenivano fautori di quel Governo. Ferdinando lo restituì a possesso comune, talchè una quantità di spropriati ne concepirono malevolenza.

Il re, quando stava ricoverato in Sicilia, domandò forti sussidj a quel Parlamento per recuperare la terraferma; e perchè i baroni glieli stiticarono, egli, loro malgrado, vendette i beni comunali, e gravò di tasse i contratti. Il Parlamento protestò, e il re incarcerò i capi; ma gl’Inglesi l’obbligarono a dare una costituzione (1812), secondo la quale, la rappresentanza nazionale divideasi fra due Camere, che poteano pregare il re a proporre una legge, cui esse non aveano che a discutere; il re, inviolabile, potea sciogliere il Parlamento, i cui atti non valeano senza la sanzione di lui; responsali i ministri, piena libertà civile e di stampa e d’opinioni, inamovibili i giudici. La legge elettorale favoriva ai minuti possidenti; dalla rappresentanza restavano esclusi i funzionarj pubblici, eccetto i ministri; largo l’ordinamento comunale.

Rinforzatosi nel 1815, il re s’invoglia a recuperare intera la potestà e uniformar l’isola al continente. Gl’Inglesi più non aveano interesse a favorirvi la libertà; all’Austria sgradiva quest’esempio di Governo rappresentativo, sicchè la costituzione siciliana fu abolita (1818 agosto), allegando che il re non l’avesse giurata. Ed era così; ma avea spedito a giurarla in suo nome il figlio duca di Calabria, vicario del regno. Istanze e proteste non valsero; carceri ed esiglj punirono i reluttanti[165]; solo rimase scritto che le cariche non si darebbero che a Siciliani, le cause dei Siciliani si deciderebbero nell’isola, le taglie sarebbero fissate in 1,847,687 onze, non potendo accrescerle _senza il consenso del Parlamento_.

Questo dunque sussisteva di diritto; e Guglielmo A’ Court, succeduto al Bentinck come ambasciatore d’Inghilterra, congratulavasi d’avere con quella parola assicurato la rappresentanza siciliana; Castlereagh felicitava il re d’aver sì bene composte le cose: ma erano parole, senza modo di darvi sostanza. L’amministrazione della Sicilia fu uniformata a quella di qua del Faro, dividendola non più in tre, ma in sette valli, di cui erano capi Palermo, Messina, Catania, Girgenti, Siracusa, Trapani, Caltanisetta; abolita la feudalità, accomunatovi il codice napoletano. Era certo un gran miglioramento, ma guasto per avventura dai modi: cessato lo spendio ingente dell’esercito inglese e quel della nobiltà che voleva emulare la Corte, il denaro parve scomparire: se alcuni signori andarono a brigar favori a Napoli, altri sequestraronsi in dispettosa astinenza: e l’invidia contro la nuova capitale prorompea in quell’ultimo ristoro del parlar male sempre e di tutto, e d’ogni danno recar la colpa alla tolta indipendenza.

Nè i sudditi di Terraferma s’adagiavano alla ripristinata condizione, i servi di Murat guardavano con disprezzo i servi di Ferdinando, e questi quelli con isdegno; a molti furono ritolti i doni di Gioachino; si ridestarono liti già risolte, si concessero favori contro la legge, mentre contro i patti di Casa Lanza si degradò qualche uffiziale: si esacerbavano nell’esercito le gelosie fra i così detti Siciliani, improvvidamente distinti con medaglia, e i Muratisti, ne’ quali sopravviveano l’entusiasrno della gloria e il sentimento dell’indipendenza italiana; la coscrizione rinnovata aumentò i briganti, mal frenati da un rigore insolito fin nel decennio[166].

Crescevano dunque i malcontenti e le trame, e la Carboneria nel 1819 contava seicenquarantaduemila adepti: anche persone d’alta levatura, sgomentate dall’impotenza del Governo o desiderose di prepararsi una nicchia nelle novità che ormai vedeano sovrastare, le diedero il proprio nome, aggiungendo la forza morale a quella del numero; e sperando che con istituzioni fisse si sottrarrebbe il paese alle rivoluzioni, che in breve tempo l’aveano sovvertito sì spesso, e due volte sottoposto a giogo straniero. Il re, ascoltando solo ad uomini del passato, non volle condiscendere in nulla; e il principe di Canosa, ministro di polizia, credette bell’artifizio l’opporre ai Carbonari la società segreta de’ Calderari, cospiranti coi famosi Sanfedisti a sostenere il potere dispotico: ma poichè i suoi eccedeano fino ad assassinj, egli fu congedato con lauti doni, e i Carbonari parvero tutori della vita e della proprietà[167].

Allora cominciarono nel Regno (1820) le persecuzioni contro di questi, ma le prigioni si tramutavano in vendite; ben presto ai moti di Spagna si scuote anche il nostro paese, parendo che la somiglianza d’indole e l’antica comunanza di dominio chiedessero conformità d’innovazioni: gli applausi dati da tutta Europa a Riego e Quiroga, generali voltatisi contro il proprio re, lentano la disciplina degli eserciti, e fanno parer facile una rivoluzione militare. Era la prima volta che si vedesse un esercito insorgere per la libertà, e l’assolutismo parve ferito nel cuore dacchè contro lui si torceva l’unico suo sostegno: i ministri che fin allora aveano inneggiata la felicità de’ sudditi e riso della setta, allora ne ravvisano l’importanza (1820); diffidano de’ buoni soldati, e col sospetto gli esacerbano; conoscono inetti quelli in cui confidano, ma non osano nè secondare i desiderj, nè comprimerli chiamando i Tedeschi. Fra tali esitanze la setta procede; a Nola e ad Avellino (2 luglio), istigati dal tenente Morelli e dal prete Minichini, alcuni soldati e Carbonari gridano, _Viva Dio, il re e la costituzione_, e senza violenze nè sperpero, ma tra gl’inni e i bicchieri e le danze tutto l’esercito diserta dalla bandiera regia; e il re, «vedendo il voto generale, di piena sua volontà promette dare la costituzione fra otto giorni, e intanto nomina vicario il duca di Calabria» (7 luglio).

Come la Spagna avea preferito quella del 1812, solo perchè riconosciuta dalle Potenze, così ai Napoletani sarebbe stata a scegliere la carta siciliana, già sanzionata dall’Inghilterra, e che avrebbe prevenuto ogni dissenso coll’isola sorella: ma ai liberali parve assurdo un Parlamento fondato sull’aristocrazia, e per seguire la moda proclamarono la costituzione di Spagna, sebbene non se n’avesse tampoco una copia per ristamparla. Allora applausi e feste alla follia; Guglielmo Pepe, gridato generale dell’esercito insorto, entra in città trionfante coi colori carbonari, rosso, nero, turchino, seguito da migliaja di settarj stranissimamente divisati e condotti dal Minichini; sfilato sotto il palazzo, si presenta al re, che gli dice: — Hai reso un gran servigio alla nazione e a me; adopra l’autorità suprema per compiere l’opera santa dell’unione del re col popolo: avrei dato la costituzione anche prima, se l’avessi creduta utile e desiderata; ringrazio Dio d’avere serbato alla mia vecchiezza di fare un tanto bene al mio regno». Con solennità cittadina e religiosa Ferdinando giura la costituzione (13 lugl.), e dopo la formola scritta aggiunge spontaneo: — Dio onnipotente, il cui occhio legge ne’ cuori e nell’avvenire, se presto questo giuramento di mala fede, o se debbo violarlo, lanciate sulla mia testa i fulmini della vostra vendetta».

Fare una rivoluzione in Italia è tanto facile, quanto difficile il sistemarla. Subito irrompono i mali umori; alcuni non intendono la libertà che alla giacobina; altri vogliano scomporre il paese in una federazione di provincie; chi domanda la legge agraria quale gliel’aveano spiegata in collegio; i soldati muratiani pretendono i primi onori; quelli del campo di Monforte non soffrono essere posposti; tutti voleano essere Carbonari quando ciò portava sicurezza e gradi, e settantacinque vendite si eressero nella sola capitale, di cui una contava ventottomila cugini; tutti i militari v’erano ascritti, con gradi che pretendeano conservare nell’esercito; molta gente onesta per far quello che faceano tutti; molte donne col nome di giardiniere; e accusando, investigando, promettendo impacciavano il Governo, che non poteva abbattere le scale per le quali era montato. Così tutto scomponeasi, nulla s’instaurava; disordinavasi e Governo ed esercito e pubblica sicurezza, e si diffondeano reciproci sospetti.

In Sicilia i Carbonari poche fila aveano, per quanto il pisano improvvisatore Sestini vi fosse andato ad annodarne; odiavasi tutto ciò che fosse napoletano, talchè nell’insurrezione di Napoli non si vide che un’occasione d’emanciparsi, e alle solennità della santa Rosalia in Palermo (15 luglio) si proclamava Dio, il re, costituzione e indipendenza da Napoli, ai tre colori unendo il giallo dell’isola; intanto si abbattono gli uffizj del bollo, del catasto, del registro, delle ipoteche, di tutto ciò ch’era venuto da Napoli; si saccheggia, s’insulta; ai soldati si tolgono i forti e le armi, e trenta sono uccisi, quattrocento feriti, sessantasei cittadini feriti e cinquantatre morti, fra cui il principe Catolica capo della guardia civica, poi i principi di Paternò e d’Aci, non meno del Tortorici console de’ pescatori; liberati prigionieri e galeotti; l’anarchia gavazza fra quella mescolanza di scarcerati, contadini, marinaj, _bonache_ come là dicono i mascalzoni; gl’impiegati fuggono, ogni onest’uomo si trincera in casa e nell’arcivescovado[168], e la giunta provvisoria, in balìa della ciurma armata, delle vendite, de’ consoli d’arte, di frate Vaglica, non trovavasi nè denaro nè forza nè senno. Intanto i nobili vogliono la costituzione siciliana; i settarj la napolitana; onde ai valli di Palermo e Girgenti s’oppongono in arme gli altri e la memore Siracusa e la ricca Messina, e ne nasce guerra non solo civile ma domestica, come ogniqualvolta la piazza equivale al palazzo; dappertutto capi violenti raccolgono bande feroci; Caltanisetta, assalita dai Palermitani e con molto sangue presa e mandata a macello e vituperio, sgomenta le piccole città, inviperisce le maggiori; tutta l’isola è infetta di sangue; i Palermitani mandano a Napoli a chiedere l’indipendenza e re distinto, e avuto il niego gridano _Indipendenza o morte_, e aggiungono ai quattro colori un nastro con quelle parole e col teschio.

Napoli, uditi quegli orrori colle esagerazioni dei fuggiaschi, grida morte ai Siciliani; si vuole cacciarli d’impiego, tenere ostaggi quanti se ne colgono; a un atto non men giuridico che quello de’ Napoletani, si dà il titolo di ribellione, e mandasi un esercito col generale Florestano Pepe per mettere l’isola all’obbedienza. Come al solito, fu attribuita alla Corte la ribellione della Sicilia; averla fomentata per contraffare alla napoletana, ora volerla rendere irreconciliabile colle armi. I rivoltosi, da Pepe ridotti in Palermo, dove pure fra loro si trucidavano, patteggiano (1820 3 8bre), assicurati d’un Parlamento distinto: ma il Governo napoletano dichiara viltà questo cedere a fronte di poca bordaglia colpevole, e concedere a città vinta quanto avea chiesto ancora intatta: Messina se ne duole, i Napoletani ne urlano, il Parlamento cassa la capitolazione pur lodando Pepe, il quale le lodi e la decorazione repudiò, e viene spedito Pietro Colletta a frenar col rigore, cioè ad esacerbare.

Fra tali scogli navigava il Governo costituzionale mentre si facevano le elezioni del Parlamento[169], aprendo il quale (20 8bre) nella chiesa dello Spirito Santo, il re dichiara «considerar la nazione come una famiglia, di cui conosceva i bisogni e desiderava soddisfare i voti». Ma il Parlamento, nel bisogno di secondare gl’impulsi esterni, spinge a novità incondite, disputa se fosse costituto o costituente, muta i nomi delle provincie coi classici, e trovasi eliso dall’assemblea generale della Carboneria, composta dei deputati delle vendite provinciali, più gagliarda del Governo stesso, il quale dovè più volte invocarla per levar milizie, rivocare congedati, arrestare disertori, esigere tributi. Terzo potere sorgeva la guardia nazionale, massime da che vi fu posto a capo Guglielmo Pepe.

In dicerie e in decasillabi applaudivasi a una rivoluzione senza sangue nè sturbi, ove concordi popolo e re, ove questo non fece che estendere la propria famiglia: ma la setta vincitrice impaccia, decreta infamia o lodi, molesta per alti passati e per opinioni, unica libertà concede il pensare e parlare com’essa, unica legge il proprio senno. Quei tanti che sparnazzano coraggio finchè il pericolo è remoto, vantavano formato un terribile esercito, disposte fortezze insuperabili, coraggio spartano: ma realmente gli uffiziali, esposti agli attacchi delle congreghe settarie, indignavansi e rompeano la spada: Pasquale Borelli, direttore della Polizia, non osando reprimere, fingeva secondare; e intanto spargeva terrore di congiure e d’assassinj per ottenere lode d’averli scoperti e prevenuti: e i trionfi e le baruffe distraevano dall’avvisare al crescente pericolo[170].

Ciascun ministro presentò al Parlamento un ragguaglio, donde raccogliamo la statistica di quel tempo. La popolazione sommava a 5,034,000; nati in otto anni 1,872,000, di cui soli 280,000 vaccinati; 15,000 i trovatelli, di cui nove decimi perivano nei primi giorni dell’esposizione. A’ luoghi pii nelle provincie soccorreva l’assegno annuo di 1,080,000 ducati; 438,000 ai ricoveri di malati e poveri della città, fra cui 5100 erano mantenuti nell’Albergo dei poveri: 560,000 ducati destinavansi all’istruzione pubblica, 80,000 al teatro di San Carlo, ove una coppia di ballerini costò 14,000 ducati. L’introito dell’erario valutavasi 19,580,000 ducati, in cui la Sicilia figurava per soli 2,190,000 assegnatile come quarta parte delle spese di diplomazia, guerra, marina; chè pel resto teneva conti distinti. Il debito, consolidato nel 1815 in annui ducati 940,000, or ascendeva a 1,420,000; il debito vitalizio a 1,382,000. Dal 1683 in poi la zecca avea coniato 25,000,000 di ducati in oro, 69,741,000 in argento, 320,000 persone traevano sussistenza direttamente dal mare, sul quale era necessario tenere una forza per respingere i Barbareschi, che in altri tempi aveano ridotte deserte le coste, e in conseguenza ingorgati i fiumi e peggiorata l’aria. Si aveano di qua dal Faro 3127 bastimenti da traffico, 1047 barche da pesca; di là 438, con 1431 legni da traffico; e il crescente commercio marittimo porterebbe a decuplicarli. Di 242 navi da guerra non erano atte al servizio che un vascello, due fregate, una corvetta, tre pacchetti con settantatre legni minori. L’esercito di 40,000 uomini sentivasi la necessità di crescerlo e rifornirlo.