Storia degli Italiani, vol. 13 (di 15)
Part 22
Da questo tronco erano usciti moltissimi rami; dei _Protettori repubblicani_, degli _Adelfi_, della _Spilla nera_, e via là. Più franca l’_Ausonia_, giurava formare una repubblica italiana, divisa in ventuno Stati, ciascuno dei quali manderebbe un deputato all’assemblea sovrana, di cui uno ogni anno farebbe posto ad un altro; assemblee provinciali nominerebbero le corti di cassazione, i consigli di dipartimento, distretto e cantone, il capo della guardia nazionale, l’arcivescovo, i superiori dei seminarj e licei; il potere esecutivo affidavasi a un re del mare e un della terra, eletti per ventun anno dalla assemblea sovrana, senza distinzioni ereditarie; imposta progressiva a proporzione dell’agiatezza, il più povero pagando un settimo di sua rendita, il più ricco sei settimi; il papa sarebbe pregato a divenire patriarca della repubblica, risarcendolo dei possessi temporali toltigli; il Collegio de’ cardinali non risiederebbe nella repubblica, e se eleggesse un nuovo papa, questo dovrebbe trasferire altrove la sua sede; conservati i soli frati Mendicanti, ma libero l’uscirne chi vuole, e non vi si ascriva alcuno se non abbia servito come militare.
In questo segretume tramestavano sempre i Buonaparte, e Luciano ebbe il grado supremo di Gran Luce. Nel 1817 giovandosi della fame e d’una malattia del papa, si tentò una sollevazione in Macerata col proposito di ridurre tutta Italia sotto il consolato di un Cesare Gallo d’Osimo; ma scoperti, e processati da monsignor Pacca, tredici capi ebbero condanna di morte, e grazia dal papa. Anche l’imperatore d’Austria ne processò alquanti del Polesine, e tredici condannò a morte, commutata in carcere.
Le società segrete variavano natura o forma secondo i paesi: e parvero loro opera le turbolenze scoppiate in molte parti; in Inghilterra una congiura per trucidare i ministri; in Germania l’assassinio del comico Kotzebue per mano dello studente Sand; in Francia quello del duca di Berry, presunto erede della Corona, pel coltello di Louvel; in Russia la rivolta d’un reggimento; e quella che ebbe maggiori conseguenze, l’insurrezione della Grecia contro i Turchi, nella quale si trattava di compiere l’antico voto dell’Europa col riscattare i Cristiani dal giogo musulmano. Molti Greci venivano a studiare nelle Università di Padova e Pavia, fra cui Coletti e Capodistria; molti adottarono la nostra lingua, come Foscolo, Mario Pieri, Petrettini, Mustoxidi; e fin dai tempi napoleonici erasi formata in Italia una eteria o società per ricostruire l’impero greco; lusingata di promesse dall’imperatore, avea disposto armi per tentare dalle Jonie uno sbarco che le popolazioni seconderebbero; ma la caduta del regno d’Italia sparse ogni cosa al vento. Dappoi fidando nella Russia, fu ritessuta un’eteria, frutto della quale fu la sollevazione della Grecia. Benchè fosse la croce che lottava contro la mezzaluna, la civiltà cristiana contro la barbarie musulmana, le Potenze sfavorirono quel tentativo, sol perchè avea aspetto di rivolta o sentore di liberalismo: l’Austria facea vituperarlo ne’ suoi giornali, e tenne prigionieri i capi di quella che potè cogliere.
La Carboneria era stata trapiantata in Francia, massime dal fiorentino Buonarroti, già apostolo di Babœuf, e vi abbracciò studenti, negozianti, soldati. Gli ambiziosi e gl’inquieti che vi trescavano, ammantavansi coi nomi di La Fayette, di Dupont de l’Eure, di più onorevoli; asserivano loro corrispondenti principali Napoleone e Luigi Buonaparte figli del re d’Olanda; e intendeansi soprattutto coi vecchi e coi nuovi militari. Ma se i cospiratori convenivano nel concetto di distruggere ciò che sussisteva, non bene risolveano che cosa sostituirvi; e chi era fido alla repubblica, chi mirava al figlio di Napoleone, chi a Luigi Filippo d’Orléans. Si stabilì a Parigi un comitato, che fomentasse le rivoluzioni dappertutto e principalmente in Ispagna e in Italia, fantasticando una lega latina da opporre alla lega nordica, per ridurre l’Europa ad un assetto differente da quello impostole dai trattati del 1815.
I sovrani alleati, accortisi dell’ampliarsi del liberalismo e dell’operosità delle società secrete, si congregarono ad Aquisgrana (1818), e rinserrarono la loro unione non più coi soli intenti evangelici della Santa Alleanza, ma collo scopo espresso d’impedire i Governi costituzionali, e di reprimere ogni rivoluzione. Allora si tolse a perseguitare non solo gli atti, ma l’opinione, la quale in tali casi trasformasi in sentimento, e il sentimento elevandosi all’entusiasmo, si propaga, offusca il raziocinio, fa ammirare i perseguitati, aborrire chiunque resista, tremare gl’indifferenti, e gli stessi avversarj piegarsi al vento che spira o alla paura. Allora prendono coraggio que’ ribaldi, che di proposito inimicano al popolo il sovrano, fomentando i sospetti; per rendersi necessarj fingono cospirazioni ove non sono che aspirazioni; e inducono il bisogno di castigare l’opinione o il desiderio di premiare la delazione, di rimuovere dai posti i meritevoli, di cercare dalle carceri o dalla gendarmeria una sicurezza che più non s’ha nella docile benevolenza. Il poliziotto che riferì formicolare il paese di Giacobini e Carbonari, è impegnato a mostrarsi veritiero col fiutare e origliare e moltiplicare processi; nei quali l’accusa essendo d’opinione, è quasi impossibile scagionarsi; se non si trova da condannare, se ne imputano la furberia degli accusati, il talento, le relazioni loro.
Con siffatte arti cercavasi e combattevasi la libertà; e frutto immediato n’era uno scontento indeterminato, quel mal umore che è proprio di persone dotate d’intelligenza e non di genio. E certamente la libertà nobilita l’individuo come la nazione: ma bisogna esserne degni e usarla convenientemente; ed al fanciullo non ancora provvisto di ragione, o al mentecatto che la perdè, o al vizioso che ne abusa, legalmente vien tolta. Ora fra l’autorità che, non conoscendo misura, precipita al despotismo, e la libertà che, rifiutando ogni freno, degenera in licenza, se ponete unicamente la forza per comprimere o per abbattere, arriverete o all’eccesso dell’assolutezza che giustifica le rivoluzioni, o all’abuso delle rivoluzioni che scusa l’assolutezza. Le costituzioni, che erano l’espressione del liberalismo d’allora, eliminavano dalla scienza politica la morale, sistemando il mondo con pure combinazioni d’interessi, nessun uffizio nei rapporti politici riservando alla sincerità, all’onoratezza, tutto riducendo allo spiarsi reciproco e soperchiarsi dei due poteri, contrastantisi anzichè cooperanti, fino a dire che il re non deve governare, cioè la monarchia riducendo ad istituzione meccanica e giuridica, non già organica ed etica. Così destituiti di fondamenti sodi, qual meraviglia se dal 1789 al 1830 ben cencinquantadue costituzioni si pubblicarono?
Perchè cessi d’essere necessaria la coazione, il freno dev’essere morale; nè altro migliore v’avrebbe che la religione, la quale insegna a chinarsi all’autorità e insieme l’autorità raffrena. Or la religione avea sofferto tali scosse vuoi nel fondo vuoi nell’esterna attuazione, che tempo, longanimità, prudenza voleasi per rimetterla ne’ cuori, non meno che nell’ordine civile. Intanto, quasi una protesta contro il passato, Pio VII annuendo «alle pressanti suppliche d’arcivescovi, vescovi e personaggi altissimi», ripristinò i Gesuiti (1814) che, per volontà di altri altissimi, un suo predecessore aveva aboliti, e che rinascevano gravati dei rancori dell’antica società, non della sua sapienza e robustezza.
L’arbitrario mescolamento di nazioni, fatto dal congresso di Vienna, riuscì a vantaggio della tolleranza, ponendo il papa in corrispondenza colla Russia, coll’Olanda, con altri eretici o scismatici, dai quali otteneva miglioramenti pe’ loro sudditi cattolici. Ma fra i cattolici gran fatica gli costò il combinare coll’inveterata disciplina le nuove pretensioni giansenistiche e filosofiche dei principi che, mentre avrebbero dovuto consolidare il dogma dell’autorità, lo scassinavano coll’ingelosirsi del papa[160]; vantavano come libertà l’abbattere qualche ostacolo che i privilegi clericali mettessero all’onnipotenza amministrativa; il proibirne o sorvegliarne l’istruzione, le adunanze, le comunicazioni col capo supremo; il sottoporre a revisione le encicliche de’ vescovi, le nomine de’ parroci, i brevi di Roma.
Fin il piissimo Vittorio Emanuele, spinto da consiglieri zelanti l’indipendenza della civile dall’ecclesiastica giurisdizione, voleva assettar a sua voglia le diocesi, e in quelle di fresco acquistate del Genovesato operare non altrimenti che nelle antiche; poter dare il consenso alla nomina de’ cardinali delle altre Corti, e averne un suo; ricusava come anticaglie l’invio che Roma facea delle fasce pei principi neonati, dello stocco benedetto, della rosa d’oro; non voleva ripristinare la nunziatura; muovea lagni che l’Austria condiscendesse troppo col papa, quasi per averlo stromento alle sue ambizioni. Il cardinale Consalvi ministro di Pio VII, avendo conosciuto le Corti e la sventura, inclinava ad annuire fin dove fosse compatibile colla dignità, sebbene lo disapprovassero gli zelanti; e disfacendo il concordato di Buonaparte, ne stipulò un nuovo col Piemonte, circoscrivendo altrimenti le diocesi, sotto i metropoliti di Torino, Genova, Ciamberì, Vercelli; alla Corte risederebbe un nunzio di primo grado, il quale non ne partirà che decorato dalla porpora. Poi in quel regno furono chiamati i Gesuiti a educare la gioventù; a Pinerolo s’istituirono gli Oblati della Beata Vergine, preti secolari, con voto speciale d’obbedienza al pontefice; altrove i Sacerdoti della Carità del Rosmini; oltre gli Ordini antichi.
L’Austria, fedele alle tradizioni giuseppine, non solo nella Lombardia nominava i vescovi ed esercitava poteri già competenti a Roma, ma lo voleva anche nei nuovi acquisti di Ragusi e Venezia; del che ottenne poi privilegio dal papa (1817).
Allorchè Ferdinando assunse il titolo di _re del regno delle Due Sicilie_, il papa fece riserva degli antichi suoi diritti, ma il re non gli riconobbe altra supremazia se non di capo della Chiesa. L’omaggio della chinea che nel 1806 aveva egli giurato prestare, adesso negò come uno di que’ pesi feudali che nei recenti trattati s’erano aboliti; donde una disputa, esacerbata da molte scritture e dall’avere il papa ricusato cedere per denaro Benevento e Pontecorvo, reciproco ingombro. Finalmente Consalvi e il ministro Medici in Terracina (1818) convennero fosse conceduto al re di nominare alle sedi del suo regno, da cenquarantasette ridotte a novantadue; non s’inquieterebbero i possessori di beni ecclesiastici; gl’invenduti sarebbero divisi fra i ripristinati conventi, senza guardare di chi fossero prima; i corpi religiosi dipenderanno da proprj generali; i vescovi, liberi nel pastorale ministero a norma dei canoni, potranno convocare sinodi, visitare le soglie degli apostoli, pubblicare istruzioni su materie ecclesiastiche, intimar preghiere pubbliche o altre pie pratiche; al loro fôro le cause ecclesiastiche, le matrimoniali, e la censura dottrinale sui libri che s’introducono; la santa Sede sopra le rendite de’ vescovadi si riservava dodicimila ducati l’anno, da disporre a favore di proprj sudditi. Restava in arbitrio di ciascuno l’appellare al papa; ma il re dichiarò, con questo non derogavansi i privilegi del tribunale della monarchia di Sicilia. Non erasi stipulata veruna immunità personale per gli ecclesiastici; ma nel 1834 fu convenuto che i vescovi potessero esaminare i processi di quelli condannati a morte, prima di disacrarli.
Questi ed altri concordati essendo parziali, non toglieano le varietà disciplinari; in molti paesi restava colpa pe’ dignitarj ecclesiastici il comunicare direttamente con Roma; in nessuno si ripristinarono intere le immunità reali, personali e locali; nè illimitato il diritto d’acquisto delle manimorte; la più parte delle prelature restò di nomina, o almeno di proposizione governativa; erano sorvegliati i possessi ecclesiastici, voluto l’_exequatur_ ai decreti di Roma. La Chiesa perdette inoltre gli Ordini militari, e que’ feudi che erano di rinforzo al potere ecclesiastico, mentre al civile recavano debolezza i feudi laici; e nella sola Germania le erano state tolte duemila leghe quadrate di dominio con tre milioni di sudditi. Il clero, sentendosi indebolito dalla Rivoluzione, s’appoggiò sui re, ai quali sin allora facea contrappeso; e i re quando videro ampliarsi il liberalismo, oltre i modi giuridici e le chiassate dei giornali e i freni alla stampa, ricorsero alle repressioni morali, e da Pio VII fecero condannare le società secrete (_Ecclesiam a J. C_), imputandole d’insinuare l’indifferenza col «lasciare che ciascuno foggi a voglia una religione, pur affettando rispetto e mirabile preferenza per la cattolica, e per la persona e la dottrina di Gesù Cristo, che chiamano rettore e gran maestro della società».
I principi mostravansi ombrosi d’un’autorità affatto morale, nel tempo stesso che sentivano il bisogno di instaurarla. Quando Leone XII proclamò il giubileo, da gran tempo impedito, la bolla fu mal gradita da essi; in Francia non si permise di pubblicarla; l’Austria ne accettò le disposizioni solo in quanto fossero compatibili colle leggi e cogl’interessi dello Stato[161]. Al qual giubileo vennero a Roma da quattrocentomila pellegrini; a novantaseimila diede tridua ospitalità l’arciconfraternita della Santissima Trinità, de’ quali però ventimila sudditi pontifizj, quarantacinquemila del Napoletano, giacchè ai lontani mancava o lo stimolo della fede o la licenza de’ superiori.
Dei misfatti della Rivoluzione, accagionandosi le dottrine che la precedettero, ed una filosofia che vuole dedurre tutto dalla ragione e secondo la ragione, se ne eressero altre che possiam dire della controrivoluzione, opponendo alla sovranità del popolo la _legittimità_, ossia il potere costituito sovra la propria autorità; al patto sociale, l’unità primitiva dello Stato; la costituzione organica di elementi naturali, alla democrazia astratta e ai meccanici statuti; la conservazione tradizionale, alla smania innovatrice. Insomma ricercavano ciò che si deve mantenere del passato, mentre la rivoluzione proclamava ciò che dell’avvenire può desiderarsi; e poichè invece d’un astratto concetto, guardavano a ciò che fu, alla storia specialmente della propria nazione, assumevano colore distinto secondo i paesi, migliori qualora lo spirito della storia nazionale riproducessero senz’alterarlo con concetti personali. Questa scuola ebbe anch’essa adepti e apostoli, e superiore a tutti Giuseppe De Maistre da Ciamberì (1753-1821), sul quale è dovere di trattenerci, non tanto come savojardo, che come la più elevata espressione del ritorno del mondo verso le idee religiose e patriarcali.
Combattuto nelle prime guerre del Piemonte, egli andò a Pietroburgo ambasciatore del suo re, al quale conservò fede anche dopo scoronato. Venuto da paese che diede alla Francia insigni scrittori[162], la sdulcinata lingua rinvigorì facendola parlare d’altro che di passioni, di materia, di tornaconto, con uno stile fatto pittoresco dalla collera, dagli ardimenti del genio, da animatissima convinzione; e definiva lo stile l’alleanza del sentimento col gusto. Il problema fondamentale della filosofia spiega egli col supporre una primitiva rivelazione della parola, e delle idee con essa, offuscata poi dal peccato originale. Il governo visibile della Provvidenza, l’esistenza del male, l’origine divina dell’autorità regia, l’origine regia di tutti i privilegi nazionali, l’universale fiducia delle nazioni nell’efficacia de’ sacrifizj cruenti per redimere i delitti, dispone egli con logica irrefrenabile in un sistema teosofico, dove son pareggiati i dogmi della rivelazione cogli acquisti della semplice ragione naturale, e ridotta la scienza a fede. Assimila il mondo a un immenso altare, dove ogni cosa dev’essere immolata in perpetua espiazione del male causato dalla libertà dell’uomo. Che altro rivela la storia se non fra i selvaggi l’abbrutimento, fra i civili la strage continua? Anche il giusto n’è vittima, perchè nella stabilita solidarietà egli sconta pel colpevole, e perchè altrimenti occorrerebbe un miracolo ad eccettuarlo, e conseguirebbe quaggiù la sua mercede. E con forza di sentimento e fantasia mostrando dappertutto la mano di Dio e l’ordine provvidenziale, considera la storia terrena come un regno di Dio immediato e visibile: e per rimbalzo contro lo spirito rivoluzionario corre più in là del medioevo, fondando sulla sanzione di Dio non solo l’autorità suprema, ma anche la interna condizione sociale e il segregamento delle classi. Di Dio son opera i re, gli Stati, le costituzioni; e quando l’uomo presume stabilirli da sè, necessariamente s’appiglia al peggio, e fa non fabbriche ma ruine. La razza umana è così perversa, che vuolsi gagliardamente infrenarla. Tra le costituzioni quella che Dio vuole è la monarchia ereditaria. Necessario elemento di questa è la nobiltà, e Dio stesso la scevera dalle altre classi, e discerne le schiatte. Difendersi contro l’arbitrio e l’ingiustizia, garantirsi un governo legale che promova la felicità de’ sudditi, è ben giusto: ma «il credere a promesse di re è un mettersi a dormire sull’ale d’un mulino». Chi li reprimerà e correggerà? Le bajonette, le tribune, le parodie della sovranità popolare? barriere inefficaci! Elevare la plebe sopra i re è un sovvertire la logica; il contrappeso del potere dev’essere in alto, non in basso. Il papa che nel medioevo tutelava i popoli e fulminava i tiranni, deve anche adesso francheggiare la giustizia e la libertà; a lui si curvino l’intelligenza e le spade, la libertà e i despoti. Alla corruzione dello stato morale provveda l’infallibilità della Chiesa, fondata sulla supremazia del romano pontefice; supremazia estesa anche ai vescovi ed ai concilj in modo, che nè esso decida senza i vescovi, nè i vescovi senza di lui.
Con ciò tornava in armonia il sistema papale coll’episcopale, e bersagliò le dottrine giansenistiche e le gallicane, formando della Chiesa una monarchia temperata, giacchè il papa è sovrano, ma son necessarj altri elementi a compirne la potestà; onde, surrogate la pace e l’armonia all’antagonismo, può con tutte le sue forze combattere la filosofia irreligiosa e impolitica. La logica il porta fino all’apoteosi dell’Inquisizione, fin alla sistematica crudeltà; per le quali teorie lo esecrano coloro stessi, che poi ne’ tempi e nella necessità trovano giustificazioni al Comitato di salute pubblica che le avea messe in pratica. E mentendo dissero, e avvezzarono i cialtroni a ripetere epigrammaticamente, ch’egli santificasse il carnefice perchè disse che, nelle società frenate soltanto dalla pena, il carnefice è il gran sacerdote che procura l’espiazione, come le pesti, come la guerra, come gli animali viventi di distruzione. Perocchè, come la vendetta, così egli fa riversibili la preghiera e l’espiazione; donde i sacrifizj antichi, i supplizj, la redenzione divina.
Tutto ciò espose non con teoremi scientifici, ma con discorso conversevole, e con forza sì traboccante, da lasciare dubbio s’egli sia un sofista o un profeta: certo fu grande in mezzo a tanti mediocri. La rivoluzione, il filosofismo non ebbero mai più inesorabile avversario; e mentre quelli adulavano il secolo e l’uomo pure assassinandolo, egli lo sbeffeggia per salvarlo; le nubi da quelli accavallate squarcia colle saette; confuta col recriminare, colpisce coll’esagerare e coll’opporre all’affermazione affermazioni imperterrite. Quando più giganteggiava la Rivoluzione francese la conobbe effimera, nè possibile una grande repubblica, sovrattutto in Francia, perchè non uscita spontaneamente dalla nazione, dai costumi, dalle opinioni; schernì coloro che presumeano guidarla, mentre Dio solo la spingeva in modo d’espiare le colpe della Francia, dei re, della rivoluzione stessa. A Pietroburgo tutelò sempre i suoi re, e predisse la ruina del loro persecutore. Allorchè delle sorti italiane si disputava a Parigi, egli si oppose gagliardo all’ingrandir l’Austria col cedere l’alto Novarese: — Se ciò si fa, non resta più equilibrio, tutti i principi italiani essendo vassalli dell’Austria, che presto gli assorbirà. Il re di Sardegna è il primo minacciato, perchè da gran pezzo l’assoggettamento dell’Italia non ha nemico più costante di lui: la tempesta gittatasi sulla penisola, ivi non si fermerà, e dal mezzogiorno scaglierassi sul settentrione».
E vedendo quel traffico di popoli, — Povera Italia (esclamava), in qual abisso va a cadere! È la moneta con cui pagheranno altre compre. Eppure l’unione e separazione forzata delle nazioni non è soltanto un gran delitto, ma una grande assurdità. Facciasi qualunque sforzo per non essere condannati all’uffizio di satelliti»[163]. Non stancavasi d’insistere presso Nesselrode perchè fosse «data soddisfazione allo spirito italiano»; ma il ministro russo gli rispondeva, questo spirito italiano essere appunto il peggiore ostacolo a un buon assetto dell’Italia. Al Savojardo non restava dunque che lamentarsi all’imperatore Alessandro perchè non si tenesse conto delle nazioni e dei loro sentimenti, affetti, desiderj; che un segretario sopra la carta geografica sconnettesse paesi uniti per lingua, caratteri, abitudini; e gli uomini si contassero e dividessero per testa come gli armenti.
L’instaurazione del passato egli la voleva piuttosto nelle idee e compiuta; domandava che la Santa Alleanza annichilasse i fatti della Rivoluzione; non riconoscesse la compra de’ beni nazionali «latroneccio il più odioso che abbia deturpato la storia», ma fossero ritolti a quelli che gli avevan ottenuti a bassissimo prezzo, e già se n’erano rifatti a josa; non dovendo la compassione riservarsi soltanto a’ ribaldi, nè sol per questi invocare le sante leggi della proprietà. Altre volte scriveva al suo re: — Io propendo alla libertà di commercio per una ragione di teoria ed una di pratica; la prima è ch’io non credo possibile ad una nazione di comperare più che non vende; la seconda, ch’io non ho mai veduto un Governo mischiarsi direttamente del commercio dei grani e proibirne la tratta, senza produrre caro e fame. Lo stesso è di tutte le altre mercatanzie: proibite l’uscita del denaro, e scarseggerà; se il Governo lascerà fare, si farà sempre meglio di lui».