Storia degli Italiani, vol. 13 (di 15)

Part 21

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Realmente la libertà, come altrove, così in Italia era antica, e nuovo il despotismo, giacchè solo la rivoluzione francese annichilò que’ privilegi municipali e provinciali che sono la forma del diritto prima che diventi comune[155]. I principi accettarono la restaurazione in quanto ripristinava la loro potestà, non in quanto rifletteva ai popoli; e così si fecero rivoluzionarj sia calpestando gli antichi diritti storici de’ sudditi, e con ciò traendo questi a chiederne di nuovi e radicali, sia accettando i doni della vittoria, cioè consacrando la forza, e riducendo il diritto al fatto, la ragione alla riuscita.

Tutti quegli ordigni gli aveva introdotti Napoleone, e ne ritrasse odio e debolezza; i succeduti faceano altrettanto, ascrivendone ad esso la colpa. Ma il popolo diceva: — Siam servi come prima, paghiamo quanto allora, diamo ancora i nostri figli a marcire nelle guarnigioni o su terre straniere, e non ci restano tampoco il fragor della gloria, il compenso delle apparenze». Le divise militari, l’apparato teatrale delle magistrature, le rassegne, le pompe lasciarono il barbaglio dopo cessate le fitte; e poichè il passaggio dalla vita militare alla civile è naturalmente prosastico, que’ Governi positivi, misurati, paterni sentivano di meschinità a fronte della preceduta carnevalesca splendidezza, della rapidità di eseguire o almeno comandare tante opere pubbliche, incompatibile con amministrazioni ponderate e massaje. Impiegati tolto di posto o sminuiti di grado e di potenza, arrangiavano continue lodi del passato; speculatori cui erano mancate le occasioni d’improvvisi guadagni, moltiplicate in tempi turbinosi; militari avvezzi a rapidamente acquistar gradi e sperarne di sempre maggiori, e che coll’occasione d’uccidere e farsi uccidere vedeansi tolta quella di diventar generali, e che, tutti fede nell’onnipotenza delle armi, si persuadevano che un pugno di veterani d’Austerlitz o di Catalogna basterebbe a sgominare un esercito di costoro che parean nani a confronto del gigante di Marengo e di Jena, ridestavano il culto di Napoleone, inneggiato non per i beni che recò o rappresentò, ma per izza ai dominanti nuovi, che ne proscriveano i ritratti e il nome.

Perocchè Napoleone, mentre in Francia per tiranno, fuori passava per liberale, avendo diffuso qui alla cheta ciò che per la furia erasi guasto colà, ed operato assai più che i principi del secolo precedente, non limitandosi a riforme amministrative, e dando statuti e leggi fondamentali ch’erano una scuola politica iniziatrice. Il regno d’Italia e quegli altri alla francese erano costati sangue e tesori e servitù, ma in effetto aveano surrogato codici metodici e brevi alla farragine di decreti e di pratiche, risultanti da molti secoli e da eterogenee dominazioni; la procedura semplificata ed evidente sottraeva ai lacciuoli de’ mozzorecchi e alle ambagi dei legulej; l’inestricabile varietà dei tributi erasi ristretta in pochi e chiari; pubblici il debito e le ipoteche; garantiti con queste e coll’intavolazione le proprietà e i contratti; distinta la potestà civile dalla militare, l’amministrativa dalla giudiziale; sistemati i municipj, parificato il diritto di tutti in faccia alla legge. Questi erano benefizj effettivi; e quantunque già fossero qui predisposti e in parte attuati, se ne ascriveva il merito a que’ Governi. Ora molti de’ principi ristabiliti credettero vantaggio del popolo il derogarli, per tornare ai vecchi di cui era cessata la ragione, cioè l’abitudine; e coll’astiare il passato più che affidar nell’avvenire, favorirono l’inclinazione ingenita nei popoli di rimpianger l’ordine caduto per raffaccio del presente.

Mentre abolivasi il buono, conservavasi il peggio. In quello stato violento e di guerra, i principi aveano dismesso i primitivi comporti paterni, a fronte di nemici che bisognava combattere, di popoli che aveano esultato ai loro disastri. La lebbra napoleonica degli eserciti numerosi non guariva perchè non se n’erano tolte le cause; e si continuò a sagrificarvi la quiete, gli affetti, la moralità, le famiglie: in conseguenza bisognò mantenere le imposizioni come in tempo di guerra rotta, eppure deteriorare le finanze, acciocchè la forza armata desse ai Governi il sentimento di poter ogni cosa senza far mente alle inclinazioni o ai bisogni de’ popoli.

Ma l’operosità, distolta dalla gloria militare, avea preso un indirizzo nuovo, occupandosi di trattati, di miglioramenti, di lotte parlamentari, e insieme dell’industria e del credito pubblico, di statistica e politica; e tornossi a ragionare di diritti e libertà. Gli Stati prima della rivoluzione poggiavano sul privilegio e la gerarchia delle classi, e sull’unione di queste tra loro in modo, che il clero, la nobiltà, le maestranze delle arti, le municipalità, protette da concessioni o da consuetudini, impedivano ai Governi d’essere assoluti, e sminuzzavano fra moltissimi corpi l’azione amministrativa. Altrettanta disuguaglianza sussisteva nei beni, alcuni legati indeclinabilmente in manimorte, altri tenuti a certe servitù di livelli e prestazioni, altri ristretti in fedecommessi, godibili non alienabili, che dovevano trasmettersi intatti di generazione in generazione.

Camminando nel solco avito, gli uomini compivano per usanza un’infinità di atti, e veneravano tradizionalmente l’autorità, non tanto rassegnandosi, quanto neppure riflettendo al peso di essa: e le abitudini di dipendenza da una parte, di patronato dall’altra tutelavano la società che aveva l’arbitrio per massima, la libertà per effetto. La rivoluzione richiamò in disputa tutti i principj, tutte le autorità, fin la paterna; e stabilì la naturale indipendenza dell’uomo, che abbandonato agli impulsi della propria natura, userà tutte le sue forze a procacciarsi il maggior numero di sensazioni piacevoli, il che si chiama felicità. A tal uopo egli si elegge dei governanti, e si rassegna ad essere governato: ma se coloro riescano d’impaccio all’incremento di tal sua felicità, egli potrà abbatterli; potrà surrogarsi ad essi quando ne invidii la quantità maggiore di sensazioni gradevoli.

Come ciascuno fu dichiarato uguale all’altro in diritti, pretese esserlo in fatti, sicchè parvero legale ingiustizia le disuguaglianze inerenti alla convivenza; e ciascuno si arrancò a salire, ad acquistare, nessuno più rassegnandosi a quel che prima si chiamava il proprio stato. Ma il livellamento è un fatto puramente materiale, manchevole delle prime condizioni di cuore e di mente; ed ora che non v’è più classi ma soltanto posizioni, sempre sono incerte, sempre minacciate; ciascuno, per mantenersi nella sua o per migliorarla, cerca arricchire; quell’arricchire che altre volte era il piacere di alcuni, ora è fatto passione di tutti.

Lo svincolo dei possessi agevolò i trapassi, crebbe la cura di migliorarli; e i latifondi, testè abbandonati alla patriarcale negligenza di corporazioni e luoghi pii, furono sminuzzati fra particolari, che s’industriarono a trarne il maggior frutto possibile. Così crebbe la ricchezza, e per essa l’industria, e con esse il desiderio de’ godimenti materiali; tanto più che, revocata in dubbio la vita avvenire, non si accettarono i mali di questa come un’espiazione; e posta per iscopo della vita la felicità, la si volle goder alla presta, fin rinnegando il primo ministro di Dio, il tempo.

Adunque mancanza di principj fissi e universalmente accettati, smania di possessi, di godimenti, di miglioramento materiale, obbedienza violenta alla forza piuttosto che alla legge, erano i nuovi spiriti sociali. Internamente non rimanevano più istituzioni tutrici storiche, non corpi rappresentativi, ma quell’eguaglianza che lascia libertà agli arbitrj: i nobili, mero apparato, non formavano un corpo, difesa e limite al trono, alla cui ombra crescevano; i preti non s’affezionavano a un potere che guardavali con gelosia; i borghesi non poteano rivoltarsi che immediatamente contro il principe; i popoli non s’adagiavano nella quiete, perchè d’un nuovo cambiamento erano lusingati dai tanti che già aveano veduti. Cresceva dunque il desiderio d’una intervenzione attiva ed efficace del Governo nel proprio paese. Non lo ignoravano i principi, i quali della rivoluzione aveano conosciuta la potenza a segno, di valersi dei dogmi e degli stromenti di essa per abbattere colui che l’aveva infrenata. E avrebbero presunto di rimetter il mondo qual era prima di essa? Le idee morali erano svanite tra quella serie d’astuzie, d’abusi della forza, di perfidie; era crollata la reciproca confidenza, che è la più difficile a restaurarsi; i re non erano più i padri d’una gran famiglia, ma conquistatori e capi d’eserciti; alle loro corone era venuta meno fin la consacrazione della durata, dacchè per capriccio o per forza erano state tolte, divise, restituite; dacchè essi medesimi voleano riconoscerle soltanto dalla vittoria, che è un fatto non un diritto; tutti si erano prosternati a un soldato per conservarsele; prosternati al popolo per ricuperarle, senza dignità nè buona fede; il congresso medesimo avea conculcato il diritto de’ popoli, ma insieme sconosciuto quello de’ principi, mutandoli, barattandoli. Intanto i Governi neppur possedeano il vigore d’un assolutismo confessato, ond’erano costretti a turpe discordanza fra quel che promettevano e quel che lasciavano fare; e come i poteri egoisti, credeano assai il guadagnar tempo.

Quindi i principi si lamentavano di non trovare più que’ sudditi docili del Settecento; i popoli si dicevano traditi nelle promesse, delusi nell’aspettazione; Governo e governati non procedeano più di conserva ma gli uni attenti a comprimere, gli altri a rialzarsi, e intanto fremere, denigrare, disapprovare. Cessato di credere alla moralità de’ governati, diveniva necessaria la repressione: cessato di credere alla moralità de’ governanti, diveniva necessario un patto, un freno. Si trovò strano che pochi forti dessero assetto a tutt’Europa, ed uno in ciascun paese facesse le leggi, disponesse delle entrate a vantaggio proprio, non dei più: e vagheggiavasi un meglio che pareva più bello quanto meno era determinato. Alcuni principi fuor d’Italia aveano adempiuto le promesse concedendo una costituzione ai loro popoli; costituzione non fondata sulla storia, come la inglese; neppur patto bilaterale fra il regnante e i sudditi, ma donata da essi principi, i quali del passo medesimo poteano ritoglierla. Le più avanzate fra quelle costituzioni portavano l’eguaglianza di tutti in faccia alla legge, libertà della parola e della stampa, più o meno partecipazione de’ rappresentanti del popolo a far le leggi e ad assettare le imposte, inamovibilità de’ giudici, responsalità dei ministri. Tale l’avea ottenuta la Francia; e messa come è nel centro dell’Europa, e mirata come il tipo della civiltà, e con una lingua a nessuno ignota, traeva l’attenzione sulle quistioni costituzionali che alla sua tribuna pareva si agitassero in nome di tutto il mondo; e di colà erompeva quella pubblicità che altrove teneasi repressa.

I Governi eransi data aria di mecenati coll’estendere gl’insegnamenti classici; aumentando la folla de’ saputi, che più presuntuosi nelle aspirazioni quanto meno atti all’opere, colla parola audace insieme e inesperta sovvertono le indisputabili verità, e tirano l’opinione in balìa di chi meno ha senno di guidarla[156]. Aperta che fu l’Italia, affluirono forestieri a venerarne le ruine, ammirarne il cielo, goder le bellezze che vi nascono dal bacio immortale dell’arte e della natura, diffondervi il denaro e insieme le idee. Memorabile fra questi fu la principessa di Galles, che menò pompa di libidini principalmente in Romagna e sul lago di Como, poi non voluta ricevere dal marito divenuto re d’Inghilterra, diede origine ad un processo scandaloso, dove i nostri accorreano a testimoniare in difesa di quell’indegna, o perchè pagati o perchè perseguitata. Il francese Beyle col nome di Stendhal, scettico e volteriano ancora, ma già piegato ai concetti romantici e fino al misticismo sentimentale, viaggiò l’Italia, panegirista di essa e della passione, legandosi col meglio della società e della letteratura, e carezzandovi l’amore delle novità. Lord Byron, l’Alcibiade britannico, che non soddisfatto della sua patria, ne esulò volontario, e invece delle assodate libertà di quella, fomentava le avventurose dei rivoluzionarj, venne coll’esempio a sparger gusti strani e falsi sentimenti di raffinato egoismo e voluttuosa misantropia fra i nostri giovani, e contaminare le nostre donne, finchè diede un nobile scopo alla sua vita andando a combattere per la risorta Grecia[157]. Questi e tanti altri ci metteano sott’occhio passioni, sentimenti, atti, lettere, che distoglievano più sempre dalle abitudini nazionali, e invogliavano delle innovazioni, dell’operosità.

Speciali malcontentezze aveva l’Italia. Chiamata all’unità dalla sua ben distinta postura e dalla religione che qui tiene suo centro, è tratta all’isolamento di ciascuna provincia dalla bellezza di tutte, dalla conformazione geografica, e dal non esservi predominato verun conquistatore, quanto i Franchi nelle Gallie, i Normanni in Inghilterra. Non che da ciò le derivasse pregiudizio, ebbe l’età più splendida quando ciascuna città ricca d’ubertà, di commercio, di dottrina, sentiva bastarle intelligenza, coraggio, mezzi di divenir capitale. La nazionalità fermavasi dunque alle frontiere di ciascun dominio: Genova non provava bisogno d’unirsi a Napoli; nulla chiedeva Milano a Firenze; le guerre da Venezia a Romagna, da Toscana a Sicilia non guardavansi come fratricide, nulla più di quelle tra Francia e Borgogna, tra Castiglia ed Aragona.

Ma come il pressojo connette materie scomposte, così rimpetto all’oppressione straniera l’Italia sentì d’esser una; lo sentì nella lingua, nelle arti, nella letteratura, supremamente nazionale già fin da Dante, e nella quale il nome di lei visse anche quando lo cancellavano le spade e la diplomazia. Tale sentimento però restringevasi nelle classi colte; e queste pure non facea repugnanti alla dominazione forestiera, contro la quale appena trovereste un lamento negli scrittori del secolo passato. Merito della natura dei Governi d’allora che, non ancora ossessi dal demone regolamentare, usavano riverenza alle forme storiche, e qualunque fosse il dominio, conservavansi nazionali, moltissima azione lasciando a’ rappresentanti de’ municipj e delle provincie; sicchè molti partecipavano in qualche porzione all’autorità, colla nobile compiacenza d’affaticarsi pel proprio paese.

Buonaparte proclamò non saremmo nè tedeschi nè francesi, ma italiani; poi ci divise, ci barattò, ci vendette; costituì un regno d’Italia, ma sconnettendone importanti porzioni, e col pomo della sciabola foggiandolo alla francese. Al cader suo, dagli Alleati che aveano trionfato in nome della libertà e dell’indipendenza, sperò vita l’Italia: ma essi la spartirono fra signori, quali antichi, quali nuovi, quali perfino a tempo, e tutti patriarcali. Il Governo intermedio aveva cassato le antiche rappresentanze tutorie, sicchè non rimase che l’assolutismo amministrativo, infelicità nuova. Le tante dogane impacciavano il commercio, e que’ cambj da cui i comodi e la ricchezza. Leggi discusse, giudizj pubblici e di gradi determinati, sicurezza del debito pubblico, moderazione d’imposte, franchezza del pensiero, pubblicità d’amministrazione, larghezza di censura, erano bisogni che il progresso facea sentire tanto più, quanto che se n’era già fatto il saggio. Ma ad ottenerli il maggior ostacolo pareva il Governo straniero, che a tutti gli altri sovrastava; e poichè l’Austria avea professato sosterrebbe i Governi patriarcali d’Italia, in essa concentravasi l’avversione dei liberali.

Si aggiunsero fortuite disgrazie; e a Napoli, oltre l’incendio del gran teatro, la peste s’introdusse nella terra di Bari: la carestia desolò tutta la penisola il 1816 e 17, sicchè dagli Appennini calavano i poveri a torme, a guisa di zingari vagando di terra in terra, e rubando o accattando, or in cupo silenzio, or con grida minacciose: e fin nella pingue Lombardia le radici e le erbe erano pascolo disputato. I Governi vi opposero provvedimenti dispotici insieme ed insulsi, che aggravavano il male[158]; lo temperava la carità, operosissima: ma il tristo nutrimento predispose i corpi a un contagio di petecchie che moltissimi uccise: la Toscana perdette innumere vite, mentre della fame si imputavano furiosamente i fornaj. Intanto i medici o credendole asteniche con Brown, o steniche con Rasori, applicavano a quelle malattie rimedj opposti; e tutte in favor proprio allegavano le statistiche, le quali forse non provano se non l’impotenza dell’uomo contro questi flagelli, di cui non è insolito che i popoli dieno colpa al Governo, e dicano anche qui, — Oh al tempo de’ Francesi! — Oh sotto l’altro Governo!»

Di tutti questi elementi formossi quel che fu nominato liberalismo. Che sovrano sia il popolo, in modo che la generalità rimanga sempre autorità suprema, e i magistrati esercitino i poteri soltanto per trasmissione fattane loro dal popolo, il quale può anche privarneli, e a cui sono sempre obbligati a render conto; che tale massa collettiva eserciti il potere supremo realmente e direttamente, nel che consiste la _democrazia_; che il cittadino nell’uso della propria libertà non sia limitato da riflessi al ben pubblico, alla costumatezza, alla fede, ma soltanto dalla libertà altrui, sicchè non v’abbia restrizioni nello spartimento dei beni, nell’esercizio de’ mestieri, nel domicilio, nella predicazione, negli atti comunque scandalosi, nel che consiste la _libertà_; che in tutte le relazioni pubbliche nessuna diversità di diritti nasca dalle condizioni reali, cioè dai possessi, nè dalle professionali o dal ceto e dalla corporazione, nel che consiste l’_uguaglianza_; che le istituzioni riconosciute ragionevoli dalla maggiorità vengano tosto attuate, senza riflesso a condizioni storiche o morali nè a diritti acquisiti, nel che consiste il _trionfo della ragione_; infine che, abolita la religione dello Stato, non si badi a professione di fede, a culto, a sanzione di atti civili; sono questi postulati che la Rivoluzione erasi proposto di ridurre ad atto, e sono i medesimi che il liberalismo caldeggiava. Ma poi, o per illogica transazione o per forza, rispettava le autorità esistenti, le naturali condizioni della vita e gl’interessi materiali; e se alcuni vagheggiavano l’America, prosperante senza re nè nobili nè clero, i più accontentavansi di sollecitare lo sviluppo delle condizioni sociali com’erano. Ne veniva una specie di dottrinale compromesso tra la verità e la menzogna, il quale bisogna ben distinguere dalla vera libertà, che porterebbe il massimo del potere privato col minimo del governativo, il più ampio uso delle facoltà individuali coll’esercizio del diritto universale. La perpetua tutela, l’accettare i magistrati invece di sceglierli, la volontà sottomessa a irragionati comandi, la niuna garanzia dei diritti, l’autorità incondizionata possono conciliarsi colla materiale felicità; non colla dignità d’uomo che ha bisogno d’aver fiducia nel proprio diritto e sicurezza contro l’abusata potestà e contro vessazioni arbitrarie, di poter ritenere o spendere a modo suo il frutto del suo lavoro, di partecipare alle ordinanze dalle quali penderà il suo ben essere, insomma d’un governo intelligente e probo.

Di tal passo, alla consuetudine e alla fede perdute surrogavansi negli animi l’opinione e l’individualità, cioè il vacillamento e l’egoismo; l’assoluta eguaglianza portava alla sovranità del popolo, e per conseguenza alla preponderanza del numero, il che riesce ancora alla superiorità della forza e alla perpetua mobilità; un’immedicabile scontentezza del presente, qualunque esso sia; un attribuire merito alla opposizione ragionevole o no, dissolvente o restauratrice; un credere all’onnipotenza della parola, scritta o declamata, e che con essa e con decreti si possa cambiare il mondo, nulla riguardando alla storia nè alle idee e alle abitudini del popolo; un volere che certe dottrine di pochi, e per lo più negative, vagliano come dogmi, e siano accettate anche dal popolo che non le intende, e per cui non hanno importanza. Come tutti i partiti, questo considerava traditore il pensante che conservasse l’indipendenza morale, e degradava il popolo facendogli maledire o adorare feticci, a volontà degli ambiziosi e de’ viziati, invece di adoprarsi nel surrogare la riflessione alla passione.

Da Napoleone aveano imparato i re a ledere i possedimenti privati con imposte e contribuzioni illimitate, e il possedimento più sacro, la nazionalità: i liberali ne appresero a non calcolar mai la possibilità, proporsi un fine senza misurarlo ai mezzi, e scordarsi che, nella lotta delle idee contro le cose era soccombuto anche il gigante. Molti erano fior del paese, generosi e d’integra fede: ma come accade, vi si aggregavano i malcontenti di diverso merito e colore; que’ nobili e quel clero che aveano sognato recuperare i vecchi privilegi, e svogliavansi di Governi che gli aveano ripristinati soltanto per sè; que’ letterati cui tardava l’occasione di metter in piazza le proprie abilità; quei tanti che, sentendosi capacità od ambizione per governare, non si vedevano adoperati[159].

Le società secrete, durante l’Impero, avevano ritemprato il sentimento nazionale contro l’invasione delle idee e della dominazione forestiera; conservato la memoria e il desiderio di quella libertà che lo stivale ferrato conculcava. I re n’avevano profittato contro i loro nemici: ma le perseguitarono, dacchè, cangiando non direzione ma oggetto, si rannodavano contro le nuove oppressioni.

I Carbonari, costituitisi nelle montagne calabresi dominando Murat, si attenevano in gran parte ai riti massonici; se non che in questi proponevansi la vendetta dell’ucciso Iram e i godimenti d’un deismo confacente colla filosofia del secolo passato, mentre la forza melanconica dei Carbonari assumeva di vendicare la morte di Cristo, e ristabilirne il regno. Vi si aggregarono anche magistrati e lo stesso re dopo che ruminò l’indipendenza: e l’esercito di lui nell’ultima incursione lasciò numerose _vendite_ nelle Legazioni, donde si diffusero alla Lombardia, e massime a Bologna, Milano, Alessandria. Nel costoro ordinamento, una vendita particolare non comprende più di venti _buoni cugini_, in relazione fra sè ma isolati dalle altre vendite: i deputati di venti parziali vendite ne formano una centrale, che per via d’un deputato comunica coll’alta vendita; e questa per un emissario riceve gli ordini dalla vendita suprema e da un comitato d’azione. Tale gerarchia favorisce il segreto, la diffusione, i ritrovi, senza togliere l’unità. Nulla scrivere ma partecipare a voce, riconoscersi per mezzo di carte tagliate e delle parole _speranza_ e _fede_, alternare le sillabe _ca-ri-tà_, stringendosi la mano fare col pollice il _c_ e la _n_, erano i segnali e il regolamento, il rivelare i quali ai _pagani_ o lo spergiurare punivansi di morte, inflitta di fatto ad alcuni avversarj o disertori. Dovea ciascuno procacciarsi un fucile e venticinque cartuccie; versare alla cassa comune una lira per mese, e cinque all’ammissione; giurare di «far trionfare i dogmi di libertà, d’eguaglianza, d’odio alla tirannia; e se non fosse possibile senza combattere, combattere fino alla morte».