Storia degli Italiani, vol. 13 (di 15)

Part 18

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Il 21 agosto erano cominciate le ostilità, ove molte vite preziose furono scialacquate con avvicendati successi: ma dopo l’infelice esito delle grandi battaglie, visto che l’Italia poteva essere minacciata verso il Tirolo, Eugenio si ridusse dall’Isonzo alla Piave, poi all’Adige; si fortificò in Verona, d’onde sortito, tanto per imitare la paterna prodigalità di sangue, sorprese il nemico (1813 15 9bre) a Caldiero, e lo respinse sull’Alpone; ma non potè seguitare la vittoria per tema che i Tedeschi scendendo dal Tirolo, non sollevassero le popolazioni. Tutta la speranza consisteva nell’esercito. Verdier e Palombini custodivano Peschiera e il ponte di Mozambano; Grenier e Zucchi Mantova con Eugenio[135], la guardia reale e la divisione Rougier; Quesnel il ponte di Goito; Freyssinet, Borghetto e Volta mantovana; la cavalleria di Mermet volteggiava tra Cereto e Guidizzolo. Ma il nemico s’avanza; Mayer blocca Mantova; Sommariva, Peschiera; Bellegarde con settantamila Austriaci entrato in Verona, e stabiliti gli avamposti a Pozzuolo, solo per riguardi politici non invade la Lombardia, e corre a Bologna ad affiatarsi con Murat. Eugenio, desideroso d’acquistare con fatti guerreschi l’affezione dei soldati, rinnovò sperimenti d’arme a Roverbella, a Borghetto, a Guastalla, a Parma, massime dopochè gli si furono aggiunti i veterani, reduci di Spagna: ma si sentì costretto a ricoverare dietro al Mincio[136].

Nugent avea messo il blocco a Venezia, comandata da Seras con undicimila soldati; i censessantamila abitanti non prendeano parte alla difesa, e cercavano distrarsi e divertirsi, indifferenti all’esito[137]; in carnevale si vollero e teatri e maschere; e quando Seras vietò di uscire dopo mezzanotte senza lume, folleggiarono uomini e donne girando con fiaccole e lampioni a forme e colori variati; con uva passa faceasi un tristo vinetto; l’acqua scarseggiava; pagossi fin sei lire una libbra di carne, trenta un cappone, cinquanta un tacchino, e quarantaquattromila poveri erano mantenuti dal pubblico; poi tra i militari scoppiò il tifo, che si comunicò ai borghesi, mal arrivati se tardava la liberazione.

Il blocco continentale e la guerra incessante aveano scosso gl’interessi privati: nel 1813 molti grossi fallimenti avvennero non solo a Venezia, ma a Milano, singolarmente quel della casa Bignami; locchè sminuì la confidenza, e fe serrare le borse, togliendo così molti spedienti al tesoro. I patimenti faceano le popolazioni più ardite a manifestare la noja della dominazione straniera; quell’obbedire forzato cessava col cessar della forza; i magazzini erano vuoti d’arme e di vestiti; l’imposta si incassava difficilmente; i soldati delle provincie occupate disertavano; nelle intatte, i coscritti rifuggivano ai monti in grosse squadriglie vivendo di ruba e le città formicolavano di accattoni, che a titolo di poveri coscritti, voleano denari per amore o per forza; fin Milano, così vantaggiata dall’essere capitale, soffocava l’entusiasmo stipendiato sotto all’universale scoraggiamento, e rinvalidava l’indestruttibile desiderio dell’unità e dell’indipendenza. Della prima ci lusingò Napoleone col nome di regno d’Italia, poi ben presto aggregò tanta parte della penisola all’impero francese, sancì la separazione del Napoletano, nè tampoco tentò ridurre la penisola a tre Stati soli, i due regni e il patrimonio pontifizio, confederati fra loro, senz’interesse d’offendere altri, e dalle altrui offese garantiti per la gelosia d’Austria e Francia.

Disperati d’ottenere da lui quest’unità dopo che il sentimento se n’era avvivato nella comunanza dei campi e dei pericoli, e nell’aggregazione a Governi o a vessilli stranieri, prepararono con società secrete, siccome quella dei Raggi a Bologna e de’ Carbonari nelle Calabrie; e parve porgervi buon destro il sinistrare di Napoleone. Al quale il ministro di polizia Fouchè da Roma scriveva il novembre 1813: — Qui, come in tutt’Italia, la parola d’indipendenza ha una virtù magica; sotto la sua bandiera militano certi interessi diversi, ma tutti vogliono un Governo locale; ciascuno si duole d’essere obbligato andare a Parigi per riclami della minima importanza. Un Governo così distante non presenta che pesi senza compenso. Coscrizione, imposte, vessazioni, privazioni, sacrifizj (dicono i Romani) ecco quel che conosciamo del Governo francese; nessun commercio nè interno, nè esterno; i nostri prodotti mancano d’esito, e il poco che vien di fuori costa un occhio».

Ed Eugenio a Napoleone da Verona (25 gennajo 1814): — Io non nascondo a V. M. che in Italia molti uffiziali, e più ancora la truppa si lasciano sedurre dall’allettativa che il nemico adopera, _l’indipendenza d’Italia_. M’è forza dire che, dacchè l’esercito di V. M. l’avrà abbandonata, l’Italia sarà perduta per assai lungo tempo».

Qual sarebbe il principe o l’uomo che alzerebbe la bandiera dell’italiana indipendenza? Si tentò in prima Eugenio; ed egli, esitando fra l’ambizione e il tradimento, non mostrò quella risolutezza che decida dei gran casi. Da Spreziano, ai 29 ottobre 1813, dirigeva a Napoleone un ragguaglio dello spirito pubblico: — Devo rendere giustizia agl’Italiani, che in generale non diedero accesso alle insinuazioni degli emissarj dell’Austria. Non la dominazione austriaca ribramano essi, non repugnano al Governo di V. M., ma una specie d’apatia, di non me n’importa, di abbandono irreflessivo gli ha presi: ognuno si chiude in un egoismo, di cui non vede il pericolo. Quelli che, posti a capo della società dalla fortuna e dagl’impieghi, dovrebbero dar l’esempio, non ne danno alcuno... Fa dolore che la sola attività rimasta agli spiriti sembri oggi esercitarsi in giudizj erronei sul presente, e vane congetture sull’avvenire. Ben più ho a dolermi, o sire, quando sento mescolare il mio nome a progetti, a combinazioni, a speranze del pari assurde e ripugnanti al mio cuore.... Lo dirò colla forza che mi dà l’indignazione; non per me mi sgomento, giacchè V. M. conosce il mio attaccamento e il mio onore: ma come non gemerei vedendo un tal pretesto dar ardire ai mali intenzionati, e accrescere l’inquietudine dei buoni, che fra tante funeste oscillazioni ben presto non sapranno su qual base appoggiar la loro debolezza».

Più opportuno agli speranti parve Murat; egli buon soldato, egli con un esercito alla francese, eppure dal francese staccato. Già reluttando alla aspreggiante supremazia di Napoleone, avea tardato a pagargli il milione annuo che quegli erasi riservato, e il frutto di quattro grandi feudi della Romagna, tenendosi offeso del veder questa data in titolo al principe ereditario. Passando per Milano e per Bologna non avea dissimulato che voleva ormai badare alla felicità de’ suoi popoli e alla sua indipendenza, e che aprirebbe i porti agl’Inglesi. Dei favori compartiti a Beauharnais prendeva gelosia; e gliela fomentava Napoleone sì in lettere private, sì nel suo giornale, facendo vilipendere l’uno, l’altro esaltare. Murat per dispetto decretò che soli Napoletani entrassero negl’impieghi civili e militari, e rimbrottato severamente, rispondeva: — Mille volte ribramo i tempi quando, semplice uffiziale, avevo de’ superiori, non un padrone. Fatto re, tiranneggiato da voi, dominato in famiglia, ho sentito bisogno d’indipendenza, massime che voi m’immolate a Beauharnais, più gradito perchè mutamente servile, e perchè gajamente annunziò al senato di Francia il ripudio di sua madre. Non posso al popolo mio negare col commercio qualche ristoro ai gravissimi danni della guerra marittima». Solo la moglie, correndo da Napoli a Parigi, aveva potuto impedire una rottura tra il fratello e il marito, il quale cominciò a dare ascolto a quelli che lo istigavano divenire spada dell’italica indipendenza. Quando poi ai geli settentrionali si fu avvizzita quella gloria ch’era sbocciata ai nostri Soli, i liberali se gli fecero attorno con maggior istanza: essere opportuna l’ora, vuota d’eserciti l’Italia, indecise le sue sorti; i popoli disgustati degli antichi e del nuovo dominio; gli alleati, intesi a dar libertà al mondo, non si brigherebbero dell’Italia, purchè la vedessero pronunziarsi contro Napoleone; gli antichi ostacoli a riunirla essere omai scomparsi quando le provincie aggregate alla Francia se ne staccavano per forza delle cose, e tutt’il resto fremeva di spirito nazionale; sorgesse dunque, levasse il grido a cui tutti risponderebbero; co’ suoi quarantamila uomini salisse incontrastato fino al Po, ivi si congiungesse coll’esercito d’Italia, formandone uno superiore a quello di cui potessero disporre Austria e Francia[138].

Murat non osò fidare nei popoli, e tenne pratiche con Bentinck, generalissimo delle armi inglesi in Sicilia; ma poichè questo esigeva ch’e’ cedesse il regno e accettasse compensi, egli si volse ancora verso Napoleone, e andò a combattere per lui in Germania, il suo scettro affidando alla moglie, disposta a immolarlo al fratello.

Al precipitare degli avvenimenti, re Ferdinando cercò ripigliare il governo della Sicilia; ma Bentinck, il quale vi operava da padrone, lo fece circondare di truppe, e separò da lui Carolina ispiratrice sua, la quale dovè recarsi a Vienna. Il vicario convocò il Parlamento siciliano, che eletto sotto gl’influssi forestieri sempre corruttori, molto discusse, poco conchiuse, e rivelò le insane gelosie dei Pari coi Comuni, le ire dei democratici contro i costituzionali. Da una cronaca che stampavano si dissero Cronici questi ultimi, e Anticronici i realisti puri; fazioni che si palleggiavano libelli e ingiurie, e nulla traevano a riva; sicchè il vicario sciolse il Parlamento, e Bentinck conservò la tranquillità colla forza.

I Carbonari napoletani spasimavano d’una costituzione: ma Murat napoleonescamente ne abborriva; sicchè i Carbonari, vedendo che, per interposto inglese, l’aveano ottenuta i Siciliani, legarono intelligenza con questi e col Bentinck, il quale assicurava l’avrebbero se fossero ripristinati i Borboni. N’ebbe sentore Murat, e proscrisse i Carbonari, raddoppiò di vigilanza, spedì in Calabria il formidabile generale Manhés, che usò violenze come ancora si trattasse di masnadieri: per basso tradimento ebbe preso e ucciso Campobianco, fattosi capo d’una repubblica a Cosenza. Così, mentre perdeva il prestigio della vittoria, perdeva anche l’opinione di bontà.

Gioachino combatteva ancora alla testa degl’imperiali quando diede ascolto agli alleati che gridavano, — A chi vuol tradire Napoleone noi assicureremo i possessi», e che conobbero come egli potrebbe fare utilissima diversione alla Francia. Quando, dopo la rotta di Lipsia, egli fu tornato nel suo regno, il ministero inglese ordinò a Bentinck di sospendere le ostilità «contro la persona che occupava il trono di Napoli»; e per quanto paresse ignobile il patteggiare con uno che volevasi guardare soltanto come un capobande, Inghilterra ed Austria se gli allearono (1814 gennajo), promettendo egli portar contro Francia trentamila uomini, e non fare accordi se non insieme con loro: esse di rimpatto lo conserverebbero re del napoletano, accresciuto con brani dello Stato romano per quattrocentomila abitanti. Subito riapresi il commercio, e rifluisce il denaro nel Reame: ma gli Inglesi pretendeano per garanzia Ischia, Procida, Capri e tutta la marina napoletana, e tenere venticinquemila uomini a combattere co’ suoi. Queste precauzioni doveano aprire gli occhi a Murat; e Fouché, spedito per tenerlo ben edificato, gli ripetea, — Voi fatto re da Napoleone, non resterete re senza di lui; dietro di voi guardate la famiglia borbonica, che da niun altro che da Napoleone può essere frenata». Gioachino or da una parte pendeva, ora dall’altra, come gli uomini non fatti alle grandi risoluzioni; alfine mosse l’esercito, dando al generale Pignatelli Strongoli speciale incarico di disporre gli uffiziali e i patrioti a sostenere l’indipendenza italiana. Se, deliberato a salvare il suo creatore, si fosse unito ad Eugenio sull’Adige, poteva ricacciare gli Austriaci nell’Illiria, spingersi sul Reno alle spalle dei nemici di Francia, e difilare sopra Vienna; ma essendosi fermato coll’Austria, costrinse Eugenio non solo dall’Adige a ritirarsi sul Mincio, ma a mettere truppe sulla destra del Po per custodire Parma e il passaggio del fiume a Piacenza. L’esercito napoletano occupò Ancona, Roma, Firenze, Lucca quasi senza ferir colpo, giacchè i Francesi si raccoglievano nelle fortezze: e la Toscana, dispettando il suo Napoleonide, acclamava Francesco I e Ferdinando; nelle Romagne alzavasi la bandiera italiana.

Gioachino, tolta forza all’antico, non osava piantare un governo nuovo; pure da Bologna proclamava: — Fin quando credei Napoleone combattesse per la pace e felicità della Francia, feci della sua voglia la mia: vistolo in perpetua guerra, per amore de’ miei popoli me ne separo. Due bandiere sventolano in Europa: su l’una è scritto _religione, morale, giustizia, moderazione, legge, pace, felicità_; su l’altra _persecuzione, artifizj, violenza, tirannia, lagrime, costernazione in tutte le famiglie_. Scegliete». Ancor più francamente il suo generale Carascosa da Modena arringava gli abitanti dell’alta Italia: — Dopo secoli di divisione, di debolezza e d’occulte virtù, spunta per noi il desiderato giorno in cui, combattendo per gli stessi interessi, difendendo la stessa patria, non abbiamo che ad unirci intorno al magnanimo re, al primo capitano del secolo, per essere sicuri d’arrivare di vittoria in vittoria al placido e tranquillo possesso dell’unità e dell’indipendenza. Italiani! confondetevi nelle nostre file, abbandonate quelle de’ vostri oppressori, e non date all’Europa lo spettacolo lagrimevole d’Italiani del mezzogiorno combattenti con quelli d’oltre il Po, nel momento in cui un magnanimo li chiama ugualmente all’onore, alla gloria, alla felicità».

Quest’italianità fece mal suono a Bellegarde, comandante degli Austriaci in Italia, e intonò un proclama (5 febb.) nella chiave d’allora, ma di conclusione differente: — Italiani, di tutte le nazioni che l’ambizione di Napoleone curvò sotto il suo giogo, voi siete l’ultima per cui sonò l’ora della redenzione: vedete in noi i vostri liberatori; noi veniamo a proteggere i vostri legittimi diritti, e ristabilire ciò che la forza e la superbia abbatterono; vi chiamiamo alla difesa comune. Italia, come le altre nazioni, faccia prova di forza e di coraggio. È tempo che le Alpi s’inorgoglino di nuovo delle loro cime inaccessibili, e formino una barriera insormontabile: è tempo che quelle strade aperte per introdurre nel vostro paese la schiavitù, siano distrutte, nè più si vedano Brenni in Campidoglio». Ma seguendo, affrettavasi di ricordare le antiche e future divisioni; i Piemontesi, dalla natura e dal coraggio destinati primo schermo alla bella Italia, accorressero alla bandiera del loro re; i Toscani rivedrebbero ben tosto l’amato loro principe, e con lui le lettere, le arti, la felicità; ricomparirebbe l’antica Casa d’Este; la prima città del mondo cesserebbe di essere la seconda d’un impero straniero; volere i sovrani alleati voler ricostruire l’antico edifizio sociale sulle basi che aveano portato tanta felicità.

Gl’Italiani, abboccavano l’adulazione, non faceano riflesso al fondo; Gioachino sì: onde cresceangli le titubanze, manteneva carteggio con Eugenio, modificava le operazioni degli Austriaci, sbigottivasi di qualche avvisaglia ben succeduta a Napoleone in Francia, e del vedere gli alleati non volere far pubblico il trattato con lui conchiuso, anzi gl’Inglesi dalla Sicilia inviare una spedizione in Toscana senza dargliene contezza.

Napoleone vedea tutto e se n’arrovellava, ma non potea più nè impunemente insultarlo nè punirlo. E a Murat si erano rannodati quei che nel regno d’Italia covavano rancori contro Eugenio, pretessendo l’indipendenza e l’unità italiana; e principali Giacomo Luvini capo della polizia, e i generali Giuseppe Lechi e Pino, il quale, avverso a Montanelli ministro della guerra, e per sospetti tolto dal governo di Bologna, ritiratosi a viver privato in Milano aspettava gli avvenimenti. Ma nè costoro, godeano opinione nel popolo, nè la godea Murat, sì pel carattere personale, sì perchè francese.

Intanto il generale austriaco Nugent, più non avendo a combattere Francesi in Istria, da Trieste venne a Ferrara per assalire Venezia, e dal Po si stendea sino a Faenza, trescando nelle Legazioni, e da Ravenna intonava agl’Italiani: — Abbastanza soffriste un giogo insopportabile. È del vostro interesse il farvi strada colle armi al risorgimento, e vi sarete protetti ed assistiti. Fatti indipendenti, in breve sarà invidiabile la sorte vostra, ed ammirata la vostra situazione». L’Inghilterra che avea sorpreso Lucca, ordina a Bentinck d’avvicinarsi al Genovesato, e incoraggiare i movimenti che vi prevedeva: ed egli, sbarcato con quindicimila uomini a Livorno, difila per la Riviera drappellando sugli stendardi _libertà e indipendenza italiana_[139]. Insomma Tedeschi e Inglesi, Murat e Beauharnais promettono le cose più diverse e le meno attendibili agl’Italiani, che in quella sospensione affannosa non sapevano a chi credere, nè credeano abbastanza in se stessi; onde abbandonandosi alla decisione dell’armi, perdettero quel preziosissimo momento. Fin allora non si era pensato che a ridurre la Francia entro i confini del Reno; ma i re, di colpo rifatti dalle perdite d’un decennio, ripigliano l’ambizione di nuovi acquisti: Pozzodiborgo, uno dei tanti Côrsi che portavano a stipendio altrui o il valore o il talento, e che serviva alla Russia con un odio da compatrioto contro Napoleone, persuadendo a marciare sopra Parigi «decise delle sorti del mondo», e potè vantarsi, — Non son io che l’uccisi, ma gli gettai l’ultima palata di terra». Alessandro smaniava d’entrare a Parigi a capo della sua guardia imperiale, «giusta retribuzione delle calamità inflitte a Mosca, Vienna, Madrid, Berlino, Lisbona dal desolatore d’Europa», e farvi mostra di clemenza, a contrasto colla desolazione della sua città santa.

Or dove sono i tanti acquisti che avea fatti la Rivoluzione? dove quella magnifica Francia? dove quell’esercito che essa avea commesso a Napoleone affinchè assicurasse la pace? Tutto egli ha consumato, e due milioni censettantremila coscritti; e in diciotto mesi indietreggiò di settecento leghe. Ciò solo si ricorda, e il pensiero represso, il commercio estinto, la libertà conculcata, la Francia affidatagli nel colmo della prosperità, ed ora calpesta dai cavalli ungheresi e cosacchi, e l’onda della Senna bevuta dai Baskiri. Pure Napoleone si terrà per vinto finchè la bandiera tricolore a Venezia, Genova, Mantova, Alessandria? Osi uno dei suoi gran colpi; passi le Alpi con cencinquantamila uomini e rinnovi il duello sui campi che gli hanno dato la prima gloria, e che se non altro gli assicureranno condizioni onorevoli.

In fatti è a capo d’un rinnovato esercito, ma sentesi abbandonato dai popoli. Risoluto all’estremo, ordina ad Eugenio che getti guarnigioni in Mantova, Alessandria, Genova, pel Cenisio raggiunga Augereau in Savoja, a Lione si metta capo delle truppe, assalga Bubna, salvi la Francia. Meglio per lui se obbediva! ma anche senza supporlo preso alle blandizie degli Alleati[140], il buon esito d’alcune avvisaglie diede ad Eugenio speranza di poter ancora sostenersi in un regno che gli era promesso o lusingato.

Anche l’esercito napoletano avea preteso vincere le dubbiezze di Murat col deliberare sui modi della guerra; e diciassette generali, fra cui Colletta e i due Pepe sottoscrissero un indirizzo per ottenerla; i Carbonari già tengono Calabria e Abruzzo, e proclamano la costituzione, onde il re è costretto prometterla; intanto introduce riforme, allevia i dazj, abolisce la coscrizione. Sbigottito poi da alcune vittorie francesi, rinnova proposte ad Eugenio di spartirsi l’Italia e offrire la loro alleanza a Napoleone; ed Eugenio lo tiene a bada affinchè resti inattivo, lascia che dal regno italico riceva e viveri e soldi, poi ne rivela le ambagi agli Alleati; ond’egli, per cancellare il sospetto, opera più sbrigato ed efficace, chiarisce guerra alla Francia, ma dopo udita la catastrofe di Napoleone. Perocchè il senato raccoltosi a Parigi, decreta decaduti Napoleone e la sua famiglia; e gli alleati pronunziano non tratteranno più con questo, ed entrano in Parigi fra gli applausi 2 aprile; mentre a Napoleone si va a cercar l’abdicazione in quel palazzo di Fontainebleau, ove testè egli teneva prigioniero Pio VII. Ed egli «pel bene della Francia e la pace del mondo» abdica (11 aprile), riservandosi la sovranità dell’isola d’Elba e due milioni di rendita per sè; per Maria Luigia il ducato di Parma e Piacenza; ad Eugenio uno stabilimento fuori di Francia; dei popoli neppur parola; e l’ultimo suo saluto non è alla nazione, bensì all’esercito.

Ridotto, come scriveano gli Alleati, «a quella degradazione che sì bene avea meritata, abbandonato da tutti i suoi, non potendo ispirar più che la pietà dovuta dai cristiani agl’infelici», ritirandosi verso l’isola d’Elba fu costretto stravestirsi per isfuggire all’indignazione del popolo. E si sarà lamentato di quell’ingratitudine che a piene mani avea seminata.

Allora Eugenio a Schiarino Rizzino presso Mantova (16 aprile) patteggiò un armistizio con Bellegarde, sicchè venticinquemila Francesi con quaranta bocche d’artiglieria comandati da Grenier ritornassero in Francia; le truppe italiane conserverebbero la linea del Mincio e del Po, finchè del regno fosse deciso; Venezia, Palmanova, Osopo, Legnago si consegnassero agli Austriaci. Eugenio, congedando quelle truppe francesi parlò da re: dover rimanersi in mezzo ad un popolo generoso, buono, fedele, che gli affidava una felicità la quale era stata e sarebbe lo scopo di tutta la sua vita; volendo così illudere gli Alleati col farsi credere voluto dal popolo, illudere il popolo col parere predestinato dagli Alleati.

Per verità, appoggiato dal re di Baviera suo suocero e dall’imperatrice Giuseppina sua madre, avea molti fondamenti di speranze, e brogliava per ottenere indirizzi dai reggimenti italiani, e perchè il senato italico lo cercasse re. Questa idea sorrideva a molti, perchè la sospirata indipendenza si otterrebbe con solo mutar il capo, senza quei cambiamenti che tornano sempre di noja, di spesa, di titubanza. Ma troppe avversioni aveva eccitate Napoleone, troppe Eugenio stesso colle maniere soldatesche, col conculcare le piccole ambizioni e i sentimenti, colle indiscrete galanterie, col condiscendere a indegni favoriti. Fin nell’esercito, unica rappresentanza della nazione, unico fondamento ragionevole delle speranze, Eugenio era contrariato da molti uffiziali, fra’ quali e fra i cospiratori otteneva preferenza Murat, miglior soldato, già re, ed alleato coi vincitori. Nobili, preti, e il grosso della popolazione propendeano per l’Austria, rimpiangendola, come sempre si suole i governi caduti; sicchè anche allora ai partiti mancava quel senso supremo d’intelletto politico, il saper sottomettere gl’interessi, le idee, le passioni particolari alle comuni, non badare a ciò che ciascuno preferirebbe, ma a ciò che vogliono tutti; anzi l’uno tacciava l’altro di vile, di traditore, di venduto allo straniero. Ben è degno di riflessione, che, in uno stato di cose qual tuttodì ci viene citato con ammirazione, nessuno si trovò a sostenerlo; e quelle migliaja d’impiegati senza convinzioni, plaudenti finchè trattavasi di ciancie e di feste, s’acquetavano nella persuasione che anche sotto nuovi padroni sarebbero cancellieri, secretarj, consiglieri.