Storia degli Italiani, vol. 13 (di 15)
Part 17
Il Governo polacco, lusingato da Napoleone colla speranza dell’indipendenza, confortava i nostri a liberare un paese tanto simile al loro, e come il loro sbranato dalla prepotenza; nel tempo medesimo i Russi ritirandosi lasciavano proclami, dove eccitavano gl’Italiani a disertare dal loro tiranno. Però ai nostri non vennero meno la fedeltà nè il coraggio, benchè Napoleone non gli onorasse neppure di una rivista, nè quasi di menzione ne’ bullettini; benchè Eugenio rammentasse troppo che non era italiano, e non dissimulando la diffidenza, in un alterco 28 giugno si lasciasse fuggire, — Non temo nè le vostre spade nè i vostri stili».
Re Gioachino entrò primiero sul territorio russo, prese Vilna; e avanti, avanti. Ma le marcie diventavano sempre più faticose; i nemici si ritiravano distruggendo viveri e case; i Cosacchi scorrazzavano continuamente sui fianchi, uccidendo chi tardasse o si sperdesse. Stracchi morti si arrivava talvolta in una situazione, piantavasi il campo; chi si gettava al sonno, chi a preparare il cibo; ma ecco batter l’appello di levarsi e partire. Gli spossati che bisognassero d’un riposo, gli arditi che sviavansi a foraggiare, cadeano in man de’ nemici: il cattivo vivere, la pessima acqua moltiplicava le malattie, talchè sformavasi la bella disciplina.
Pure s’andava innanzi vincendo: il Boristene, dove le aquile romane arrestarono il volo, lo passarono primi i nostri, ma ausiliarj e servi: a Smolensko, prima città russa, si ebbe alfine una battaglia (17 agosto), dove entrambe le parti cantarono vittoria; ma i nostri entrarono sulle ruine della città.
I veliti e granatieri italiani decisero della giornata di Borodino sulla Moskowa (7 7bre), contrastata da 132,000 Russi con 587 cannoni: ma i soliti canti non esultavano dopo una vittoria che costava ventottomila vite: poi non si avea pane, non vedeasi riposo, nè potea sperarsi se non in Mosca. Napoleone, che credeva consistere la vittoria nella presa delle capitali, prometteva colà riposo nella svernata e abbondanza. A quella si spinsero dunque fra inenarrabili patimenti. Ma perchè niun tumulto di viventi attorno a quella città? perchè non viene incontro nè un amico nè un nemico? è insidia? è frode? No: la città fu abbandonata; non restano che pochi miserabili; e Napoleone, uso entrare fra le acclamazioni a Vienna, a Madrid, passa in silenzio per le vie della Sionne russa, e assidesi nel Kremlin (14 7bre), santuario e reggia dei czar.
Il primo giorno cominciano a scoppiare incendj, creduti accidentali; ma eccoli riprodursi, crescere; invano faticano i soldati per ispegnerli; sui loro passi più non aveano che carboni ardenti. Era uno di que’ sagrifizj che imporre può soltanto immenso amor di patria o immenso dispotismo: tutta in fiamme la città e i magazzini e le armerie, l’esercito dovette accampare alla serena, vincitore attorno una città divampante. Per le campagne allagate dalle pioggie con quadri e mobili alimentavansi i fuochi, intorno a cui coricavansi uffiziali e gregarj, laceri, bruciacchiati, fangosi, ma sdrajati sopra scialli di cachemire, pelliccie di Siberia, stoffe di Persia, fra una profusione di posate, piatti, coppe di argento: qui il velite era trasformato in un cosacco, il cacciatore in un pope, là il milanese vestiva da baskiro, il savojardo da taurico, il romano da cinese; e toccavano ghitarre, flauti, violini, pianoforti superbi, per distrarsi da un immenso disastro, che non voleasi ancor confessare.
La nostra divisione Delzons fu spedita un tratto oltre Mosca, e fu quella che spinse più avanti le armi napoleoniche: ma Alessandro, benchè avesse il vincitore nel cuore del paese, non rispondeva a proposte di pace, fermo come i Romani contro Pirro; onde Napoleone non potè più che pensare alla ritirata. Già la divisione Pino di quattordicimila fanti e mille cavalli, era ridotta a quattromila combattenti; uccisi da dissenteria e da stenti; soli duemila in battaglia. Partivano da Mosca (19 8bre) novantamila fanti e quindicimila cavalieri, cinquecentosessantanove cannoni, duemila settanta carriaggi e fucine, abbandonando i feriti, e cominciando la più funesta ritirata che si ricordi.
— Ora comincia la nostra guerra», dissero i Russi, e presa l’offensiva, molestarono i nostri fianchi senza mai affrontarci. Alcuni che il bottino fatto a Mosca desideravano conservare, scostavansi dall’esercito e trovavano la morte. Alcuni, discendendo una traversa, uno scenderello, lo seguivano sperando incontrarvi un villaggio, un ricovero; ma sorpresi dagli abitanti o dai Cosacchi erano uccisi e lasciati perire sul gelato terreno. Fortunato chi le ricche spoglie di Mosca può cambiare con un tozzo! Pure una volta si potè combattere a Malojaroslavetz (24 8bre); battaglia che Rapp ascrive all’esercito d’Italia: sir Roberto Wilson inglese, che combatteva da avventuriero dovunque vedesse libertà da sostenere, ammirava questi eroi italiani, che in numero di 16,000 aveano respinto 80,000 nemici: il russo Buturlin, di quella giornata dà tutto l’onore alla guardia del vicerè. E sarebbe stata decisiva se esso vicerè lasciava da Pino movere la guardia reale, ch’e’ tenne invece a spettacolo sotto i tiri del cannone. Perocchè Eugenio, prode soldato più che capitano, eccedeva nelle riserve, e spedendo le truppe a spizzico lasciava questi piccoli rinforzi distruggere senza risultato. Anche a Wiasma il valore degl’italiani liberò il corpo di Davoust stato tagliato fuori.
Già non combatteasi più per la vittoria, ma pel minore disastro: pure una speranza sopravvivea, l’avvicinarsi a Smolensko, ove riposo, caldo, viveri, la fine de’ patimenti. Ma giuntivi (13 9bre), odono che il corpo di Victor, che ivi credeano acquartierato con 30,000 uomini, erasi diretto contro Witgenstein, dopo consumate le provvigioni della città. Bisognò dunque uscir pure di qui; e i feriti che venivano abbandonati, dal giaciglio de’ loro dolori ghermivansi alle ginocchia de’ partenti, carponavansi dietro al camerata finchè li vedessero, e additavano i Cosacchi di cui cadrebbero preda e strazio: per la patria, per l’amante, pei padri supplicando di non lasciarli quivi al nemico e alle fiamme, almeno chiedeano una fucilata.
E intanto continuavasi a non trovare che villaggi arsi, che magazzini consumati; tutta la forza morale occorreva per sostenere la fisica: eppure ogni tratto erano costretti combattere un nemico forte e irritato. Se poteasi rinvenire una bracciata di combustibile, se rimanesse qualche capanna cui metter fuoco, vi si affollavano ingordamente, attaccavano la pentola, conservata preziosissima più che le gemme e gli argenti; e coceasi un poco di carne di cavallo sulla brace, un pugno di farina di segala salata colla polvere: ma a mezzo del rancio ecco si ode l’urrà de’ Cosacchi; onde pigliansi quei brani di carne, e così sanguinenti si divorano fuggendo.
Quattrocento miglia erano segnate da cadaveri d’uomini e cavalli, da feriti abbandonati, da cassoni di polvere fatti saltare, da vetture a pezzi, quando si arrivò al fiume Beresina (28 9bre). L’esercito italiano assottigliato, fu spinto da Napoleone come avanguardia; e sul ponte improvvisato affollaronsi i soldati, confusi, disordinati, gettando gli altri nel fiume chi avesse ancor forza di urtare, i sopraggiunti calpestando i caduti, i carri rovesciandosi sulla folla, nella comune pressa di sottrarsi ai Russi, che arrivavano ben provvisti, ben pasciuti, avvezzi al clima, e coll’entusiasmo di chi salva la patria. E questi giunsero allorchè sol parte dell’esercito era tragittato, ma per salvar l’imperatore si mise fuoco al ponte. De’ miseri rimasti sulla sinistra, chi bestemmiava, chi gemeva, chi s’agitava convulsamente, chi lanciavasi nel fiume bilanciandosi sui massi di ghiaccio, chi nelle fiamme del ponte per sottrarsi a una prigionia che equivaleva alla morte; molte migliaja caddero in man dei Cosacchi, che colle picche li spinsero verso l’esercito russo.
Dopo quel passaggio quasi più non rimase aspetto di ordinanza militare, non disciplina o servizio; appena qualche bajonetta luccicava tra le file; rozzi cenci e pelli avvolte ai piedi dopo mancate le scarpe, faceano più faticose le marcie: camuffati in grosse pelliccie, al capo acconciature strane, barba lunga, irti i capelli, gote scarne, occhi incavati, sozzi di polvere, di fango, di fumo, appena i più intrinseci conoscevansi l’un l’altro; procedeano con feroce serietà o riso convulsivo; trascinavansi dietro i magri cavalli, non più abili a portare il signor loro, e che sprovvisti d’ogni cibo, rosicchiavano le scorze degli alberi, pestavano il gelo per trovarvi sotto qualche bever d’acqua; poi non ferrati a ghiaccio, ad ogni mutar di passo scivolavano, sicchè sfiniti, cadeano, e a pressa a pressa se ne levava il cuojo per vestirsene, per tuffar le mani e i piedi nelle viscere ancor palpitanti, per divorarne qualche brano.
Col dicembre cominciò la neve a grandi falde; e ventata negli occhi, confusi cielo e terra, cancellate le strade, più non sapeasi ove s’andasse, erravasi per le sconfinate campagne, cadeasi ne’ pantani. Il vento toglieva il respiro; l’umidità penetrava ne’ laceri vestimenti; spenzolavano ghiacciuoli dalla barba e da’ mustacchi; i fucili cascavano dalle mani intirizzite; pareva il sangue fosse tutto salito al viso livido e gonfio. Era necessario un moto continuo, poichè fermarsi equivaleva a morire; gelavano le orecchie, il naso, le mani; prima perdeasi la vista, poi l’udito, poi la conoscenza, infine la potenza di moversi; un sasso, un tronco bastava a far cascare; e l’uomo più non sentiasi forza o volontà di rialzarsi, fissava quel che stavagli intorno con guardatura incantata degli occhi rossi, da cui spesso il sangue trasudava; ben tosto la neve lo sepelliva, e un piccolo rialzo accennava che ivi giaceva un prode.
Dopo il 6 dicembre il freddo crebbe sino a venti gradi; molecole ghiacciate volteggiavano per l’aria, cadevano uccelli gelati, il terreno era una superficie di cristallo; e il solenne silenzio dell’inverno non era interrotto pei nostri che dallo strepito de’ passi, dallo sgretolar della neve, dal lento cigolar delle ruote, dai gemiti de’ moribondi, cui volta a volta rispondeva il terribile urrà de’ Cosacchi. Alla fratellanza di giovani e di militari sottentra allora l’egoismo della conservazione; non più distinzione di gradi o di fortuna; non pensare più che alla salvezza propria; rubavansi a gara e disputavansi fin colla sciabola un seccherello di pane, un pugno di farina, una bracciata di legna o di paglia; vedeano cadersi a’ piedi il camerata, e non gli davano nè una mano nè una lacrima; l’amico passando presso l’amico ferito non mostrava conoscerlo per non dividere con lui l’esigua prebenda o un bicchier d’acqua, o sentirsi pregato d’ucciderlo; se alcuno cadeva, prima che fosse stecchito gli altri strappavangli le vesti per intiepidire se stessi. La convinzione che nulla potea toglierli a quell’infelicità, annichilava il vigore necessario per sostenervisi; molti cadevano in delirio, e già ciechi, sordi, cancrenati, dallo spasimo si morsicavano le mani e le braccia; aveano gli occhi pieni di lacrime che non potevano sgorgare; senza verun male, ma di pura inanizione molti cadevano nel cammino, e i seguenti gli accavalciavano senza badarvi. La notte sdrajavansi a piè delle betulle e dei pini o sotto i carri, il cavaliere colla briglia al braccio, il fante col sacco in ispalla, cumulati a guisa di mandre; s’abbracciavano un l’altro per tenersi caldi; la mattina trovavansi stretti ad un cadavere, e l’abbandonavano senza compiangerlo. Alcuni avvicinandosi improvvidamente al fuoco, n’aveano incancrenite spasmodicamente le membra; altri neppur sentendo l’impressione della fiamma, rimanevano bruciati; o addormentandosi in qualche casolare, vi erano soffogati dall’incendio, per la loro imprevidenza suscitato. Insomma ad ogni bivacco rimaneva un circolo di cadaveri.
Eppure non mancavano atti generosi: un coll’altro dividere l’ultima pagnotta e la biancheria; portar sulle spalle l’amico, il padrone; un vecchio trascinava sopra una slitta il figliuolo ferito e coi piedi gelati; una sposa recossi il marito a spallucce; uno ben coperto gettava la propra pelliccia sopra quel che gelava. Lucini velite, venuto cieco, da Pieroni e Tiraboschi fu accompagnato da Molodezno fino all’erta di Ponary, ove difendendolo furono uccisi. Altri consegnavano ai camerata la croce d’onore: un alfiere morendo sotterrò l’aquila ricevuta ad Austerlitz.
La nostra guardia d’onore era di cinque compagnie, tutte di nobili, serviti dalle ordinanze, destinati in origine alla persona del principe, e a scortarlo nelle cerimonie e ne’ viaggi. Nel 1809 aveano chiesto e ottenuto d’entrare nell’esercito attivo: vergognandosi di vedersi risparmiati, chiesero pericoli, incontraronli con onore, e produssero prodi uffiziali. Ora essi pure furono posti in marcia, anche perchè servissero a malleveria della tranquillità interna: e quelli di Piemonte e Toscana giunsero solo a Varsavia, come pure i loro veliti: ma quelli del regno d’Italia procedettero, ed obbligati a serenare e cercar lontano i foraggi, non avvezzi a servire a piedi, e portando stivali alla dragona, perivano miserabilmente.
La meta comune, la grande speranza era Vilna; e quando vi giunse (9 xbre) lo scheletro del grand’esercito, sulle porte urtandosi, premendosi, s’ammazzavano tra loro; ma ecco vedonsi chiudere le case, non trovano nulla di preparato; ond’essi, furibondi dalla fame, sfondano le porte; fan ogni oltraggio ai poveri abitanti; chi trova cibo e viveri, se ne satolla in modo che muore; alcuni svanite le speranze, non vollero più partire, immaginando non poter incontrar di peggio di quel che aveano sofferto; gli altri si rimisero in marcia verso Kowno, costernati al sentire che restassero ancora pericoli.
I Russi ingrandivano delle nostre ruine; ai cannoni da noi abbandonati per via aggiogavano i loro cavalli, e li spingevano contro i nostri; entrati in Vilna, a nome di patriotismo trucidarono i malati nello spedale di san Basilio. Due leghe da questa città ergesi la montagna di Ponary, tutta ghiaccio, e il sormontarla costò innumere vite. A Kowno, nuova speranza d’acquartierarsi, e nuovamente delusa; mancando ogni ordine, si diguazza nelle provvigioni, e ubbriachi gettandosi per terra sulla neve, non sorgono più. Il giorno dopo (13 xbre) si parte per Gumbinen, e le fiamme de’ magazzini di Kowno attestarono ai Russi che i nemici non erano più entro le loro frontiere. Essi pure quanto non soffrirono! ma Alessandro gl’invitava a tripudiare nel chiudersi d’un anno eternamente memorabile. Le loro campagne rifiorirono anche pe’ nostri cadaveri, le città rifabbricaronsi, sono cancellate affatto le traccie del guasto, e conservaronsi indipendenti; e diedero una gran lezione a chi deve riscattare o vuol conservare la patria.
Allora incontrammo i Prussiani: i quali alleati per forza e persuasi di dovere la loro schiavitù ai Francesi, gioivano in vedere così miserabile l’esercito, da vent’anni vincitore; e presto si arrolarono col nemico (1813). Dell’esercito italiano cinquemila soldati rimasero alla Beresina; e all’appello non risposero che ottomila ottocento. Passato il ponte di Brison, trovavansi ridotti a duemila seicento uomini; al fine della campagna, a Marienwerder il vicerè non contava più che centoventun uffiziali e cendodici tra bassi uffiziali e soldati; talchè in censessantacinque giorni eransi perduti ventiseimila trecento novantasette uomini, novemila cavalli, cinquant’otto cannoni, trecentonovantun cassoni, settecentodue carri di trasporto[133]; e non per la salvezza del proprio paese, nè tampoco per la sua gloria.
Qual altro eroe potè inaffiare i proprj allori colle lacrime di 450,000 soldati, spenti, agonizzanti, prigionieri senza gloria e senza esaltamento?
In Italia, come in Francia e in Germania, la mesta taciturnità di tanti orbati, privi o scarsi di notizie cercanti sulle mappe quelle non più intese lontananze, e una speranza in qualche lettera o in qualche rara gazzetta, veniva addolcita dal ripetuto annunzio «che il nostro esercito era nel migliore stato, ed ottimo quel dell’imperatore e del vicerè», quando di colpo nel XXIX bullettino (1813 18 xbre) Napoleone annunzia il gigantesco subbisso; perchè gli uomini non n’avessero il vanto, lo attribuisce al freddo, e quasi insultando ai patimenti soggiunge: — Quelli cui natura non avea dato tempra robusta contro le vicende della fortuna, perdettero il gajo umore, e non pensarono che a disgrazie e catastrofi; quelli che essa creò superiori ad ogni evento, conservarono la vivacità e le maniere consuete, o videro nuova gloria nelle difficoltà da sormontarsi», e conchiudeva: — La salute di sua maestà non fu mai migliore».
Se ne consolino tanti padri, tante vedove e amanti! egli è sano: di 533,000 soldati che aveano passato il Niemen, 350,000 sono periti, 100,000 prigionieri; ma sua maestà è sana; e non ha una voce di compassione per gli estinti, non una consolazione pei sopravvissuti!
Sentendo la necessità di ritornare nel centro d’una macchina che solo per lui sta connessa e si muove, di comprimere le speranze eccitate dal suo disastro, e di preparare nuova carne ai cannoni, Napoleone fugge dai tanti che avea trascinati a perire, e cede a Murat il comando. La costui spada avea servito mirabilmente in quella campagna; ai Cosacchi ispirava uno spavento misto d’ammirazione, che esprimevano coll’urlare qualora lo vedessero in quello sfarzo scenico, tutt’oro e pennacchi, avanzarsi come un cavaliere antico per compiere prodigi di valore. Ardito però alla carica, nulla valeva a una ritirata; e poichè Napoleone non avea lasciato ordini, e, come avviene nel despotismo, tutto in lui riteneva, Murat si desola della responsabilità che gli pesa addosso, avvezzo a obbedire non sa comandare, inveisce contro Napoleone che mette in pericolo tutte le Corone napoleoniche, e non volendo che un re abbia a restar prigioniero, fugge anch’egli (17 genn.) senza aspettar ordini da Parigi, e da Posen vola a Napoli. Perchè sarebb’egli stato eroe più del suo padrone?
Invece di Ney, vero corifeo di quella ritirata, si conferì il supremo comando ad Eugenio, perchè regio. Ogni reggimento contava appena cinquanta o sessanta uomini, pure aveano tutte le bandiere e le aquile in mezzo a loro. Presto agli antichi rimasugli si unirono nuove reclute. Ma esercito non potea più dirsi; miserabili drappelli scomposti e assaliti incessantemente; e se i Polacchi e i Prussiani s’affrettavano a dar pane e pietose cure, poteva anche temersi cogliessero l’istante per farli tutti prigionieri.
Perocchè all’annunzio di quella ruina fu un’esultanza fra le nazioni, che di Napoleone non aveano provato che la tirannia. Anche nell’interno i disgustati antichi e nuovi s’alenano ne’ maneggi, sperando vendetta e preparandola: ma mentre la popolazione stanca di tanto sangue, di tante perdite, di tanti insulti alla nazionalità ed alle coscienze, si sfoga in allusioni e in pasquinate, Napoleone palesava la potenza della sua amministrazione. Perocchè, appena arrivato a Parigi, loda, rimprovera, rincalorisce le idee monarchiche, domanda nuovi sacrifizj senza voler ripagarli con concessioni ai popoli, ai quali i re hanno parlato di libertà. Non resta più artiglieria, non cavalleria, non denaro, non gioventù; eppure egli favella come nei giorni della grandezza, fa il quadro d’una prosperità che tutti sentono mendace, con attività implacabile chiama a servizio di terra gli artiglieri di mare, anticipa un’altra coscrizione, move il primo bando della guardia nazionale, toglie i fondi dei Comuni e gli obbliga a levare prestiti; dai prefetti, dai corpi dello Stato si fa mandare congratulazioni e offerte; tutto può, giacchè nulla lo rattiene, neppur la compassione.
Stupì il mondo al vederlo rialzarsi (aprile) di tratto contro tutt’Europa (1813), e rinnovando i prodigi della Convenzione, comparire in Germania, ripigliare l’offensiva con coscritti, e spiegare la sua grande strategia. Avesse avuto a combattere solo contro eserciti, vinceva ancora, benchè l’Austria avesse ritorte contro di lui (15 agosto) le duecento mila bajonette che aveagli date in sussidio, avrebbe egli ancora potuto conservare la barriera al Reno che la Rivoluzione aveva conquistata; a Lützen (maggio), a Wurtchen, a Bautzen la vittoria gli sorride di nuovo; ma dietro agli eserciti rugge la voce de’ popoli germanici, che ebbero anche quel che mancò agl’Italiani, poeti nazionali in Körner, Arndt, Schenkendorf, e la libertà esultò sotto i vessilli dei re, in quella che gli stranieri intitolarono _battaglia delle nazioni_. Napoleone, vinto a Lipsia (16-18 8bre), ridomanda sangue per supplire al secondo esercito distrutto; intima l’insurrezione generale; prefetti e podestà armino chiunque appena lo può; il minimo ostacolo abbiasi per fellonia: ma allora apparve che neppure in guerra la forza è tutto. Finchè aveva significato difesa dell’indipendenza e grandezza nazionale, la Francia erasi rassegnata all’interminabile guerra e vinse: quando la vide a mutare in conquista, cioè immolamento delle nazioni all’ambizione d’un solo, più non secondò il genio, e proruppe in desiderio accesissimo di venire a un fine. Napoleone perdea la sua legittimità perdendo la sua fortuna; sconnetteasi quell’edifizio, tenuto solo dalla vittoria; i re, i duchi improvvisati ch’egli avea sparpagliato sui troni, antipatici ai popoli, deboli come dipendenti, devoti solo per necessità, rubano e fuggono; Illiria e Tirolo si scuotono; Italia freme d’indipendenza; Murat da Napoli, Elisa da Firenze patteggiano coi nemici; ultima la Svizzera si unisce agli alleati.
Anche al regno italico sempre nuovo sangue e oro domandava Napoleone, senza mostrarne quel conto che avrebbe convertito in adoratori coloro che erangli servi. Eugenio, appena uscito di Russia, spietatamente scriveva al ministro della guerra, dei ventisettemila combattenti solo ducentotre rimanergliene (così credeva); si facesse coscrizione per surrogare i morti; nè una parola di lode lasciava cadere su questi; nè una ragione o un pretesto adduceva per indurre a nuovi sagrifizj un regno che pur doveva figurare come indipendente[134]. Poi da Napoleone fu spedito a Milano perchè tutto riducesse ad armi, allestisse ottantamila uomini sì del regno, sì de’ dipartimenti italiani aggregati alla Francia, traesse armi dagli arsenali. Eugenio emette cedole; chiede prestiti, pone in moto le guardie della città e della polizia; ma non giunge a compiere neppure i quadri di 50,000 soldati, tra francesi e italiani, mal in arnese e in armi, e troppo giovani e inesercitati; mentre si vantava come un esercito fortissimo, e vi si faceano figurare ancora i reggimenti distrutti in Russia sotto il comando di Grenier, Verdier e Pino, li pose nell’Illiria e nel Friuli per tenere in rispetto l’Austria che s’era rinforzata sulla Sava, e per impedire i due valichi di Lubiana e della Ponteba. Da Gradisca l’11 ottobre 1813, mostrato come ci venissero a minacciare gli antichi padroni, proclamava: «Italia! Italia! questo sacro nome che in antico creò tanti prodigi, sia oggi il nostro grido di convegno: a questo nome i giovani si levino, accorrano in folla a formare alla patria un secondo baluardo, innanzi al quale il nemico non oserà presentarsi. È invincibile il prode che combatte pei focolari, per la famiglia sua, per la gloria e l’indipendenza del suo paese. Sia il nemico costretto allontanarsi, e noi possiamo dire, confidenti al nostro sovrano: Sire, siamo degni di ricevere da voi una patria: abbiamo saputo difenderla».