Storia degli Italiani, vol. 13 (di 15)
Part 16
Miollis ebbe l’ordine di assumere anche il governo civile; ma Pio proibì d’obbedire ad altri decreti che ai suoi, nè di festeggiare in chiesa le nuove inaugurazioni; il popolo serbò contegno e, malgrado le suggestioni, s’astenne da’ tripudj carnevaleschi, e solennizzò l’anniversario della coronazione del pontefice.
Da tutto ciò contrasti, bandi, deportazioni; e annicchiati i ribaldi negli impieghi che i migliori faceansi coscienza di accettare. Man mano che uno fosse dal papa nominato governatore di Roma, era côlto e mandato in lontane fortezze: un’attivissima polizia vigilava tutti gli atti, gli scritti, le manifestazioni: e tale e tanta era la servitù (come se ne dolse Pio nella sua allocuzione), che tutto quello che potrebbe ricusarsi di fare spontaneamente era estorto dalla violenza e dalle armi. Intanto Napoleone sopprime i conventi, staggisce i beni ecclesiastici che ascendeano a 250 milioni, cento dei quali assegna al debito romano e alle spese del culto, il resto incamera. Temendo resistenza, manda un diecimila uomini di rinforzo a Miollis, e dice: — Grazie alla pace, ho tempo e truppe disponibili, e bisogna profittarne per terminare gli affari in pendente. Fra due mesi tratterò col papa, e poichè il resistere è impossibile, bisognerà che s’accomodi; e accettare i cambiamenti da me recati allo Stato e alla Chiesa».
L’eccesso della persecuzione diede al pontefice una fermezza che non era del suo carattere; vedendo il mondo prostrarsi al violento, rivolgea l’anima al cielo e gli occhi alla posterità, e — Se bisognerà rinunziare alla tiara, vedano almeno gli avvenire che non n’eramo indegni». E soggiungeva: — Il mio predecessore nei giorni prosperi avea l’impeto d’un leone, e morì come un agnello; io vissi come un agnello, ma saprò difendermi e morire da leone». E all’imperatore scriveva cambiasse consigli, tornasse ai sentimenti primitivi: — Sovvengavi che Dio è re sopra i re; che non eccettuerà nessuno, che non risparmierà qual si sia grandezza; si mostrerà e presto in forma terribile, e i forti saranno giudicati con rigore».
Qual fu la risposta? Miollis chiude in Castel Sant’Angelo le guardie nobili; e tra per frode e per forza penetra nel palazzo del papa per arrestarne il segretario Pacca. Pio se ne querela con Napoleone, e Napoleone per risposta da Vienna, ove risedeva come vincitore, proferisce l’unione degli Stati papali all’impero francese (1809 17 maggio), donati, diceva egli, da Carlo Magno «nostro augusto predecessore» come feudo, senza che Roma cessasse di far parte del suo impero; adesso ripigliarsi quel dono, e separare di nuovo la croce dalla spada[124]: i papi alla loro esaltazione giurino non intraprendere nulla contro le quattro proposizioni gallicane, che sono dichiarate comuni a tutte le chiese cattoliche dell’impero; godranno due milioni di rendita in beni immuni; imperiali sieno le spese del sacro Collegio e della propaganda: ma questi e la dateria e gli archivj delle missioni e tutto passino a Parigi, dove con milioni si prepara un nuovo Vaticano.
Al paro dei re di Prussia, di Russia, d’Inghilterra, voleva essere capo della religione e farla servire alla sua politica; sentiva che un papa collocato a Parigi gli darebbe efficacia sulla Spagna, sull’Italia, sulla Confederazione Renana e la Polonia; missioni in America e in Asia diffonderebbero la gloria e il potere della Francia; i concilj di Parigi rappresenterebbero la cristianità.
Pio fece affiggere una bolla, dove, esposti gli attentati di Napoleone contro l’autorità spirituale e temporale dal concordato in poi, colpiva di scomunica chiunque, dopo l’invasione di Roma, avesse operato contro l’immunità ecclesiastica e i diritti della santa Sede; egli non avrebbe cessato di pregare per il loro ravvedimento. Napoleone, ferito con armi che non erano di ferro, sentì il dispetto del prepotente a cui nulla più resisteva; e mentre ai vescovi intimava inni per le sue vittorie, prova evidente della protezione del Dio degli eserciti, inveiva contro questo tentativo della debolezza e della pazzia per ispargere turbolenze nell’impero.
Ma anche chiuso nel Quirinale, il papa facea paura, e il generale Radet nottetempo lo sorprende (1809 6 luglio), e tra gendarmi lo scorta fino alla Certosa di Firenze. La granduchessa Elisa, che non n’era avvisata nè sapea come comportarsi, pregò di menarlo oltre. Anche a Torino il principe Borghese ignorava come trattare questo prigioniero che dava tanti pensieri a’ regnanti, e che fu trasportato oltre il Cenisio, poi retrocedendo a Savona, quivi fu deposto, secondo gli ordini del padrone. L’esecuzione de’ quali era stata affidata a Murat, nuovo re di Napoli, il quale, nel predominio della forza fantasticando la signoria di tutta Italia o almeno della meridionale, vuolsi istigasse Napoleone a trarre in Francia Pio VII, sperandone occasione di arraffare alcuna provincia.
Ma la tiara vilipesa divenne più veneranda, e se i re erano a tale sbigottimento che niuno protestò, mentre tutto il mondo erasi commosso alla prigionia di Clemente VII[125], il popolo ne fu scosso; nell’aspro tragitto, Pio potè serenarsi degli omaggi resigli da tutte le plebi; e se la folla devota per lo più s’accontentava di riceverne benedizioni e d’offrirgli rinfreschi, non mancava chi, con un gesto risoluto accennando i gendarmi, gli domandasse, — Vuole? dica!» ma il mansuetissimo non facea che ripetere, — Coraggio e pregate, figliuoli miei».
Le violenze hanno sì pessima natura che, cominciate, forza è spingerle all’estremo. Pio a Savona è trattato non altrimenti che un vulgare prigioniero, assegnatigli tre franchi al giorno, segregato da’ suoi consiglieri, frugate le lettere e ogni cosa che a lui vada, e cinto di sempre più spie e guardie, sotto pretesto che gl’Inglesi pensassero rapirlo. Egli, acconciato nella resistenza passiva, ricusa le comodità e il lusso offertigli; ad ogni interpellazione risponde «Rendetemi la libertà»; nega istituire i vescovi nominati dal persecutore, talchè le chiese rimangono vedove, per quanto Napoleone cacci in carcere i vicarj generali che si dichiarano non autorizzati a conferire l’istituzione ai nominati da lui; altri vescovi incarcera o relega perchè ricusano il giuramento d’osservare le libertà gallicane, e sopprime diciassette diocesi romane e tutte le abazie.
Eppure Napoleone avea bisogno del papa affinchè proferisse il suo divorzio da Giuseppina, e così la seconda donna non fosse una concubina, nè spurio il futuro erede. Alle nozze di Maria Luigia (1809 aprile) tredici cardinali non vollero intervenire, perchè non erasi sul divorzio interpellata la santa Sede; onde Napoleone vietò loro di portare le insegne cardinalizie, ne confiscò i beni, e li relegò in varie città; ed erano nominati cardinali neri, a differenza dei dodici rossi che v’intervennero[126].
Al vacante arcivescovado di Parigi è nominato il cardinale Maury, vescovo di Montefiascone ligio a Napoleone; e viene radunato quel capitolo per discutere se si possa confidargli l’amministrazione della diocesi senza l’istituzione pontifizia. I più stanno pel sì, allegando le libertà gallicane e che la giurisdizione mai non muore: alcuno crede indispensabile l’autorizzazione papale, e brevi in tal senso circolano, malgrado i divieti e le persecuzioni della polizia. Per provvedervi e per fiaccare la resistenza del pontefice, Napoleone sottiglia di spedienti; fa da tutti i vescovi e capitoli dell’impero rispondere alla dichiarazione del capitolo di Parigi; e quelli d’Italia, indettati dal vicerè, scendono ancor più basso, asserendo che il corpo dei vescovi _in attività_ rappresenta la Chiesa[127], che qualunque istituzione romana è affatto estranea alla gerarchia ecclesiastica nel governo della Chiesa, che l’istituzione canonica e la professione di fede e obbedienza sono restrizioni messe tardi dai pontefici alla podestà vescovile, ch’è d’origine divina.
Fidato in tale docilità, l’imperatore intima un concilio di tutti i prelati dell’impero e della confederazione Renana, per rimovere le difficoltà nate in grembo della Chiesa. In quella parata di nuovo genere egli imitava Costantino e Carlo Magno; e davanti alla commissione preparatoria discuteva coi prelati sull’autorità temporale del papa, egli che sapea di tutto; e se l’ottagenario abate Emery, con argomento _ad hominem_, gli mostrava che Bossuet stesso avea dichiarato necessario quel dominio, egli rispondea: — Ciò poteva essere vero quando l’Europa riconoscendo diversi signori, non era decente che il papa fosse sottoposto ad uno in particolare. Ma ora che tutt’Europa non conosce altro signore che me?»
All’assemblea si proposero questi punti: «Il papa può, per ragioni temporali, ricusare d’intervenire agli affari spirituali? — Non sarebbe dicevole che il concistoro del papa fosse composto di prelati di tutte le nazioni? — Se il Governo francese non violò il concordato, può il papa arbitrariamente ricusare l’istituzione ai vescovi nominati, e rovinare la religione in Francia come la ruinò in Germania, ove da dieci anni non c’è vescovo? — Una bolla di scomunica fu affissa e diffusa clandestinamente: come prevenire che i papi non si rechino ad eccessi tanto repugnanti alla carità cristiana e all’indipendenza dei troni?»
Ma ai vescovi, prima di tali quistioni, se ne affacciava un’altra: aveano essi il diritto di adunarsi senza permissione del pontefice? Se individualmente mostraronsi aderenti al capitolo di Parigi e docili al Ciro che avea riedificato Gerusalemme, non osarono considerarsi come assemblea religiosa là dove mancava Pietro; elusero le quistioni, teneano segreta corrispondenza con Savona, e spedirono al papa la loro sommissione: sicchè l’imperatore affrettossi a sciogliere il concilio.
Come alle brutali minaccie, così alle insidiose proposizioni di lui, Pio resisteva, e — Lasciatemi morire degno dei mali che ho sofferto». Napoleone s’irrita, lo bistratta, i suoi fedeli fa frugare dalla polizia, o costringe a dimettersi o getta nelle prigioni.
Perocchè egli, erede della rivoluzione il cui vanto più bello era stato l’abolire le lettere di sigillo e distruggere la Bastiglia, otto prigioni di Stato avea stabilite, e senza processo, per mero decreto vi mandava i suoi avversarj: vescovi e preti, traversate le città ammanettati, empivano il forte di Fenestrelle[128], ove, se cercavano un breviario, riceveano un volume di Voltaire. Poi al papa fu intimato «divieto di comunicare con veruna chiesa o suddito dell’impero, sotto pena di disobbedienza dalla parte sua e dalla loro; cessi d’esser organo della Chiesa colui che predica la ribellione, e la cui anima è tutta fiele; e poichè nulla può tornargli il senno, vedrà che l’imperatore è potente quanto basti per fare quel che altri suoi predecessori, e deporre un papa».
Un giorno Pio VII è secretamente chiuso a chiave in una carrozza, con abiti mutati; e senza permettergli d’uscirne giorno nè notte, è portato di là del Cenisio, mentre a Savona si continua a fingere che sia presente. Sentendosi malato e incerto dell’avvenire, volle ricevere il viatico, e dispose di tutto come in articolo di morte, riperdonò ai persecutori; pure giunse a Fontainebleau, e in quel palazzo fu detenuto a voglia di chi tutto poteva, e finchè questo non cessò di tutto potere. Ma colà pure ripeteva: «Coraggio e preghiera. Coraggio e pazienza. Può darsi che i nostri peccati ci rendano indegni di rivedere Roma, ma i nostri successori recupereranno tutti gli Stati che loro appartengono».
Lo Stato Pontifizio, ridotto a 800,000 abitanti, fu diviso nei due dipartimenti del Tevere e del Trasimeno; si nominò un senato di cinquanta cittadini, ma non seppero mai a qual uso, nè mai si radunarono, nè la promessa costituzione comparve mai, tutto regolando la consulta, composta di Miollis, Saliceti, Degerando, Janet francesi, e del piemontese Dal Pozzo. Roma, benchè dichiarata seconda città dell’Impero, e desse titolo regio al principe ereditario, decadde. Il Governo decretò si potesse usare nei tribunali e negli atti anche la lingua italiana; anzi si facessero annui concorsi onde premiare gli scritti «più capaci di mantenere essa lingua nella sua purità; un istituto di beneficenza, e un milione per abbellimenti, si fecero dissotterrare antichi edifizj, massime l’anfiteatro Flavio, i contorni del Foro Romano e il Foro Trajano; si posero giardini pubblici sul monte Celio e sul Pincio; si favorì la manifattura de’ musaici per copiare i quadri napoleonici; si divisò l’asciugamento delle paludi Pontine.
Erano scarsi compensi alla vedovanza del Vaticano, e al vedere tanti vescovi, canonici, parroci, deportati o rinchiusi per non avere voluto giurare fedeltà a un sovrano che non credeano legittimo. Il Canova, che lungamente ricusò d’immortalare «quello che avea tradito la sua patria, poi vendutala all’Austria», per insinuazione del papa che temea corrucciare il Grande, si recò a Parigi onde ritrarlo, e della confidenza artistica si valse per cantargli molte verità, e come Roma giacesse al fondo della miseria dopo perduto il principale alimento della sua vita. In fatto il debito (_luoghi di monte_) elevato a 50 milioni di scudi, spariva in gran parte perchè abolironsi le Opere Pie, che n’erano le principali creditrici; il resto fu liquidato a due quinti del valore originario. La popolazione di Roma che, fino al 1796, era stata di 165 mila anime, e per la prima invasione francese erasi ridotta a 135 mila, adesso venne a sole 113 mila[129]. I moltissimi poveri, al cui alimento provvedeano le istituzioni religiose, costarono 5 milioni di franchi in quattro anni. Al 3 giugno 1811 festeggiossi la nascita del re di Roma, ma il pontefice vietò di prendervi parte, nè gli ecclesiastici prestavano il giuramento all’usurpatore, onde 500 furono deportati; e i monaci cacciati dai chiostri ricusavano fin la pensione di cui avrebbero dovuto vivere. Al papa spossessato mandavansi sempre offerte e omaggi, e durava con esso un’attiva corrispondenza, che l’occulatezza della Polizia non riuscì mai ad interrompere. «La resistenza di questi pretocoli fu veramente meravigliosa: fu la sola resistenza italiana del tempo». Queste parole sono di Cesare Balbo, che giovinetto affatto, servì di segretario alla consulta, e se ne dolse sempre.
Confessano anche i Francesi che il più deplorabile errore di Napoleone fu l’ostilità col papa; Francia n’era vergognosa; Italia fremeva in silenzio, e si inchinava al prigioniero. Invano Napoleone fece pubblicare un catechismo che fosse unico per tutto l’impero, dove l’obbedire a lui e il servirlo nel civile e nel militare veniva posto fra i comandamenti di Dio: le coscienze restavano turbate, i preti vacillavano nell’eseguire gli ordini dello scomunicato, la plebe rabbrividiva e pensava.
Di tutto ciò cresceva il malcontento della popolazione, «la cui esistenza, sotto il papa, era stata dolce e tranquilla, più che brillante, e il cui carattere piegavasi facilmente al Governo de’ suoi principi»[130]; e sotto alle feste chiassose, agli sfolgoranti circoli della Corte e de’ ministeri, a’ festini, alle mascherate, ricantateci ancora tuttodì dai gaudenti di quel tempo, sentivasi un fremito silenzioso e iracondo, guardavasi donde verrebbe il sassolino che abbatterebbe la statua di bronzo, e la splendida cometa apparsa nel 1811 parve il preludio straordinario della caduta dell’uomo straordinario.
Ma a lui, nell’apogeo di sua grandezza, dovevano incutere spavento maggiore le grida di patria e d’indipendenza che rintronavano d’ogni parte: tradì la libertà, e in nome di questa insorgeano i popoli e perfino i re: tradì la religione, e la voce di questa dalle coscienze doveva risonare nelle volontà, ed attestare solennemente che la forza non è tutto, e che un Governo deve soccombere quando immorale.
CAPITOLO CLXXXII.
Campagne di Spagna e di Russia. Caduta dei Napoleonidi.
Obbedito da 72 milioni di sudditi, temuto da tutti i re, guardato tra meraviglia e spavento da tutte le nazioni, con esercito impareggiabile, e co’ migliori generali formatisi nelle guerre della rivoluzione, con un tesoro non limitato da riguardi o da opposizione, con profondo disprezzo dei sentimenti di coloro che volea vincere, del sangue e dei beni di coloro con cui volea vincere, Napoleone non era disposto a tollerare la pace se non a patto che tutto procedesse a sua obbedienza. Non cessavano l’Inghilterra drizzargli incontro la potenza dell’oro e delle navi; Spagna la potenza del popolo; tutti sordamente l’inestinguibile desiderio dell’indipendenza, la riazione della dignità contro la violenza, dell’attività individuale contro il comando di reggersi e pensare e operare come Francia. Alessandro di Russia, che erasi un tratto invaghito di quella forza anormale, negò poi di sagrificarle i suoi popoli; onde Napoleone deliberò andar a ferirlo nel proprio paese, e come già s’era seduto nelle reggie di Madrid, di Dresda, di Berlino, di Vienna, così troneggiare in quelle di Mosca e Pietroburgo. Nol si potrà che con torrenti di sangue. Che importa? purchè s’arrivi a domare la barbara Moscovia e l’avara Albione, e dare la pace al mondo, cioè l’incontrastata servitù.
Il punto cui più mirava Napoleone nel regno d’Italia, come negli altri suoi paesi, era la coscrizione. La Cisalpina, appena creata, armò guardie nazionali e corpi regolari di giovani, che incideansi sul braccio _Repubblica o morte_; come accadde nelle subitanee scosse, s’improvvisarono sino dal principio prodi uffiziali, Lahoz, Fantuzzi, Pino, Teulié, Ballabio, Fontanelli, Rossignoli, Porro, Pittoni ed altri, che ben comparvero alle battaglie d’Arcole e Bassano, alla presa di Mantova, Faenza, Ancona, ed altre fazioni. Nel 1801 l’esercito cisalpino constava di 22,000 uomini: la repubblica italiana ne aggiunse 60,000 di riserva, comprò dalla francese i cannoni delle proprie piazze per quattro milioni, e prese a stipendio due mezze brigate e un reggimento di cavalleria leggiera polacca; ebbe due equipaggi da ponte, armeria a Mantova e Pizzighettone, mille seicento gendarmi, un reggimento di granatieri per guardia del Governo, oltre la guardia nazionale de’ cittadini dai diciotto ai sessant’anni. Nel 1803 una divisione sotto Teodoro Lechi campeggiò coi Francesi da Genova a Napoli; un’altra sotto Pino preparavasi a Boulogne per invadere l’Inghilterra; per la quale impresa noi avevamo offerto quattro milioni di lire milanesi onde costruire due fregate e dodici scialuppe cannoniere col nome dei dodici dipartimenti. Stabilito il regno, l’esercito fece di sè bella mostra all’imperatore nella spianata di Montechiaro; ed avendo i Borboni di Napoli accennato un movimento, Eugenio concesse ad ogni dipartimento l’onore di spedire da cinquecento a mille uomini, e un corpo di guardie nazionali, che accolse fra Modena e Bologna, gente inesperta e divelta alle case. Militare fu tutta l’intenzione del viaggio che Napoleone fece nel 1807, e postava corpi di riserva sul Po e sull’Adige, flottiglie in mare. Il Piemonte, incorporato all’impero, diede a questo i soldati suoi: Genova, fortificata come Alessandria, dovette assegnare tre milioni per la marina, aver arsenale da costruzione, e mantenere almeno due vascelli da settantaquattro, due fregate, quattro corvette.
Ma i soldati per Napoleone non figuravano che da macchine da guerra; loro danno se non erano di bronzo come i cannoni. La coscrizione, sempre gravosa a popolo non avvezzo, andò via via ingrossando; ed acciocchè le classi elevate non se ne sottraessero, nei veliti della guardia non s’ammettevano supplenti, e per ogni soldato dovevano le famiglie 200 lire l’anno; un reggimento di dragoni della guardia, due compagnie d’artiglieria a piedi, una di leggera, una di marinaj, oltre l’antico reggimento di granatieri. Le guardie d’onore erano principalmente destinate alla pompa regia, ciascuno provvisto dalle famiglie con 1200 lire. Ben presto avemmo corpo del genio e della marina, armerie nelle Marche e nelle Legazioni, fonderie a Brescia e Pavia, e collegi per gli orfani, spedali e ricoveri per gl’invalidi. Pei disastri del 1809 trentasettemila uomini, cinquemila cento cavalli dell’esercito nostro trovaronsi ridotti a 20,000 uomini e ottocento cavalli.
Scoppiata la famosa guerra di Spagna, vi fu mandato Giuseppe Lechi con un nerbo di 2963 uomini, poi una divisione di 13,280 col general Pino: poi un’altra con Severoli, e quattro reggimenti napoletani. Ma di 30,183 soldati che vi passarono dal regno d’Italia, ne uscirono appena 8858; 1800 de’ 10,000 Napoletani.
L’antico valore rinasceva alle scuole, alle bandiere, ai guiderdoni promessi o sperati. Ma i nostri non campeggiavano che sotto marescialli forestieri; e i loro nomi figuravano appena in seconda fila; mentre riportavano le imprecazioni dei popoli cui andavano a porre il giogo[131]. — È necessario armarsi per divenir nazione; qual vanto il partecipare ai vanti d’un genio immortale!» così ci ripetevano: ma per quanto sia comune l’entusiasmo per quel macello che s’intitola gloria militare, archi e trofei mal coprivano i tanti sepolcri; l’esercito non guardavasi più con meraviglia ma con compassione, dacchè parea certa morte il marciar là dove sì pochi ritornavano; e il buon senso avvertiva che i nostri giovani, rapiti in sempre maggior numero e sempre più giovane età, non militavano pel bene della patria, ma per ambizioni estranee ad essa; soffrendo e morendo non poteano acclamar la libertà nè tampoco la gloria, ma soltanto _Viva Napoleone_; nell’inneggiar le vittorie domandavasi qual causa buona avesse vantaggiato, e conchiudevasi che il miglior governo sia quello ch’è più parco del sangue e dell’avere de’ cittadini, e che meno n’impaccia l’industria e l’azione. Molti dunque sotterfuggivano alla dura legge[132], buttandosi armati al bosco o alla montagna: anzi il valore italiano mostrossi meglio, perchè indipendente, nelle riscosse contro la dominazione forestiera a Verona, a Salò, in Valsabbia, a Napoli, ad Arezzo, al Bisagno, a Civitavecchia, ad Orvieto, in Piemonte, negli Abruzzi, nelle Calabrie.
Il regno trovavasi in arme 75,000 uomini, due divisioni in Ispagna, quattro in Dalmazia e in Italia; allorchè sonò di nuovo l’intimazione di guerra (1812), non sapeasi per dove nè contro chi, ma bisognava far soldati e marciare, marciare tutti. Fu sistemata nell’impero e nel nostro una guardia nazionale, iscrivendovi anche la gioventù che la sorte aveva campato dalla leva, e divisa in tre bandi, dai venti ai ventisei nel primo, dai ventisei ai quaranta nel secondo, nel retrobando quei dai quaranta ai sessanta: gran riserva di sangue per quando sarebbesi esausto quel di cinquecentomila soldati. L’esercito italiano, comandato da Eugenio vicerè, prese nome di quarto corpo della grand’armata, la quale ne avea dieci; e formavanlo due divisioni francesi, parte della guardia reale italiana sotto Lechi bresciano, una divisione sotto Pino e una brigata di cavalleggieri sotto Villata milanesi. Re Gioachino, che aveva in piedi cinquantamila Napoletani, guidava la riserva della cavalleria.
Il 18 febbrajo 1812, dopo scarnovalato nelle varie città, trentamila Italiani si mossero gaj, speranzosi, disciplinati, confidenti nel capo e in sè: e giunti a Kalwary di Polonia (1812 29 giugno), conobbero ch’erasi intimata guerra contro la Russia. Passato il Niemen a cinquecento leghe dalla patria (1 luglio), fra meteore spaventose e diluvj di pioggie e faticosissimi bivacchi, sfavillavano di ambizione, di cortesie, di fidanza.