Storia degli Italiani, vol. 13 (di 15)

Part 15

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Bentinck, generale inglese e liberale, interpostosi invano, ne informò il suo Governo; dando sospetto che Carolina, divenuta zia di Napoleone per la moglie, pensasse avvicinarsi a questo, cacciar gl’Inglesi dall’isola, e aprirla ai Francesi; onde il Governo inglese ordinogli d’occupar militarmente l’isola per mettervi la tranquillità. Bentinck, che odiava Carolina, lo eseguì con durezza (1811); e Ferdinando non potendo resistere alle domande di lui, si ritirò, destinando vicario il figlio Francesco. Questi revocò i baroni sbanditi, mutò i ministri, convocò un Parlamento, da cui fu compilata una costituzione. Era foggiata sul modello inglese: non si potessero far leggi o mettere tasse che dal Parlamento, composto di 61 pari spirituali e 124 laici, e di 154 deputati de’ Comuni, eletti per quattro anni con certe condizioni di censo; indipendente il regno, quand’anche il re ricuperasse la terraferma; non censura; abolita la feudalità e le angherie[113]. Con ciò e coll’assumere il comando militare, Bentinck conservava la pace in Sicilia; e quel Governo libero, quantunque snobilitato dall’ingerenza forestiera, tolse l’onnipotenza delle spie, la baldanza dei sicarj. Gl’Inglesi spendevano profusamente; commercio faceasi vivissimo, come emporio al contrabbando di tutto il Mediterraneo; molti paesi in prima sottoposti alle bandite, fruttarono riccamente; cessavano infiniti legami della proprietà e servigi di persona.

Intanto che la Sicilia godeva questa superficiale prosperità, la terraferma era sommossa da sêtte, varie di ordinamento e di scopo, quali intente a rintegrare Ferdinando, quali a fargli cedere anche la Sicilia mediante un compenso, quali all’assoluta indipendenza d’Italia. Fra questi ultimi furono i Carbonari.

Derivavano essi dai Franchimuratori, e di questi adottarono alcuni riti e la gerarchia; non si limitarono però come loro alla beneficenza e a godimenti, ma tolsero per iscopo l’indipendenza nazionale e il Governo rappresentativo.

Il principe di Moliterno, antico repubblicano, suggeriva agl’Inglesi, che unico modo di prevalere a Francia era il dichiarare l’unità e l’indipendenza d’Italia. E non ascoltato appunto perchè repubblicante, si pose in Calabria a capo d’un’antica banda, diffondendo le stesse idee, secondato anche dalla regina e al tempo stesso ascoltato dai Carbonari; de’ quali alcuni s’acconciarono alle lusinghe della Corte che prometteva una costituzione; altri, fedeli a un simbolo più puro, stabilirono una repubblichetta a Catanzaro sotto un Capobianco. La polizia illusa favorì la setta; per quanto il conte Dandolo dal regno d’Italia la denunziasse a Murat come minacciosa ai troni: onde quella si propagò per la sua sistemazione mirabilmente diffusiva, e per la più mirabile arte de’ Napoletani a conservare il secreto; ed abbracciando anche il resto della penisola, divenne stromento di future mutazioni.

I patrioti studiarono usufruttare la mal dissimulata ambizione di Murat, il quale porse orecchio alle loro insinuazioni, ma le tenne in petto finchè Napoleone potente: pure lasciava intendere che potrebbe aver bisogno della loro cooperazione, che solo quel despoto impedivagli di rendere nazionale e indipendente il suo Governo.

CAPITOLO CLXXXI.

Ostilità col papa.

Buonaparte aveva mostrato rispetto per l’islam in Egitto, e chiesto favore appo i Musulmani col vantarsi d’avere distrutto il papa; poi, quel desso che veniva intitolato la rivoluzione fatta uomo, a dispetto de’ pensatori, de’ forti, de’ consiglieri, ricostituì non solo il cattolicismo col concordato, ma la supremazia pontifizia col richiedere da essa la consacrazione. Ve lo induceva il desiderio di opporre una legittimità alle riscosse de’ Realisti, d’unire in sè i diritti della rivoluzione e quei del sacro crisma, e di disporre de’ fulmini della Chiesa contro i re che meditava osteggiare. Ma ciò ch’egli avea preso per semplice formalità, parve altrimenti al buon senso pubblico, il quale non si limita a tirare da una premessa le sole conseguenze che i potenti vorrebbero.

Col concordato egli pubblicò articoli organici che in parte lo derogavano intaccando la libertà della Chiesa[114]. Il papa in concistoro si dolse di questa intrusione di sorpresa, e dal nunzio Caprara fece presentare una protesta contro gli obblighi che in essi imponevansi al pontefice, fin di giurare nella sua consacrazione che non attenterebbe alle libertà gallicane. I partigiani e ministri dell’imperatore erano tutti alunni della enciclopedia e della rivoluzione; due de’ più creduti, Fouché e Talleyrand, erano preti apostati, perciò ostili alla Chiesa, onde si compiacquero di usare col papa un linguaggio burbanzoso. Suggerivasi a Napoleone di tenerlo per forza a Parigi, quivi accentrando l’unità religiosa, e riducendo secolare il patrimonio di San Pietro: e avutone sentore, Pio VII lasciò intendere d’avere già tutto disposto per abdicare, sicchè non si troverebbero in mano che il povero frate Barnaba.

Roma dunque esultò allorchè, dopo ritardi se non violenti però inospitali, Pio fu lasciato partire, e l’accolse con solennità cordiale. Dolente di non avere nulla ottenuto di quanto riprometteasi da quella sua gita, a’ compagni di viaggio il papa raccomandò discrezione; ma fin questo silenzio era un’accusa contro l’imperatore. Nuovo dolore cagionò al pontefice l’essersi nel Codice ammesso il divorzio, e fatte pari tutte le religioni, fin l’ebraica: delle novità ecclesiastiche introdotte nel regno d’Italia lagnossi con lettere confidenziali, dolci, ma insistenti: e Napoleone rispondeva vantando come donato tutto ciò che non toglieva alle chiese, ai capitoli, ai vescovi nostri; e — Non ho io forse posto fine ai disordini, e dato torto ai filosofi che credevano inutili le istituzioni religiose? Dappertutto ebbi ringraziamenti e lodi; molti trovavano anzi ch’io faceva troppo pel clero: or come invece Roma me ne disgrada? Avrei, è vero, negl’innovamenti dovuto concertarmi colla santa Sede; ma questa va troppo a rilento, nè la sua politica più s’affà col secolo; e mentr’essa avrebbe tardato due o tre anni a mettere sesto alle cose religiose d’Italia, io le racconciai detto fatto».

Poteasi non prendere ombra d’un’ambizione che non conoscea limiti? al primo istituire del regno d’Italia non v’aveva egli soppressi i conventi, scemate le parrocchie, prefinito il numero de’ seminaristi? non aveva egli in Germania sovvertito l’edifizio cattolico coll’abbattere i principati ecclesiastici, e spartire i popoli senza riguardo alla religione? non circondava d’esploratori il Vaticano e i cardinali?[115] Le preghiere dunque del sacerdote mal potevano alzarsi a favore del guerriero, se anche la prudenza ratteneva dal contrariarlo.

Il papa, mansueto, e sollecito soprattutto di conservare la religione, blandiva all’imperatore; il Consalvi ministro di Stato ricusava di prendere parte nelle coalizioni ostili alla Francia, sebbene spintovi dal sacro Collegio: ma allo scoppiare delle ostilità con Napoli tutta Romagna fu sossopra; Vanni, Navarro, l’ex-frate Benigetti a capo di bande ricomparvero nelle montagne limitrofe al reame, eccitando la popolazione alle armi; in Roma si formarono due comitati che corrispondevano coi nemici di Francia ed occhieggiavasi ogni occasione di palesare odio a questa.

Ancona era sulla via di comunicazione fra il regno d’Italia e il napoletano, rimpetto a Corfù dove s’annidavano i nemici; avea fortificazioni cascanti, e custodita appena da 676 uomini e 58 cannoni. L’imperatore ordinò al papa di metterla in buona difesa, ma il sacro Collegio rispondea ciò repugnare alla sua neutralità; ond’egli comandò a Gouvion Saint-Cyr (1805 6 9bre) di occuparla per sorpresa. Il papa ne protesta coll’imperatore; questo, ebro della vittoria d’Austerlitz, gli risponde come a vecchio inetto: — Egli è buono a svolgere tesi teologiche, non gl’intrighi che lo circondano; ho occupato Ancona qual protettore della santa Sede; la spada mia, come quella de’ miei predecessori della seconda e della terza razza, è la vera salvaguardia della Chiesa; rimandi pure il mio ambasciadore, e riceva invece quel dell’Inghilterra o il califfo di Costantinopoli; giudice sarà Iddio»[116].

Il papa sommessamente allegava il candore del suo carattere, la mitezza de’ suoi consigli, le prove d’affetto mostrategli; lo felicitava delle sue vittorie; ma poichè queste gli aveano dato il Veneto, compisse le speranze lasciate di restituire le Legazioni; intanto rendesse Ancona al primitivo stato pacifico; conchiudeva, «se gli toccasse, dopo tante altre, anche la sventura di perdere la benevolenza di lui, il sacerdote di Cristo che ha la verità nel cuore e sulle labbra, sopporterebbe con rassegnazione e senza paura, della tribolazione stessa confortandosi colla costanza».

Ma nei concetti del conquistatore più non restava luogo a prudenza o moderazione, e risoluto d’involgere anche le credenze e il culto nel suo despotismo amministrativo, più non poteva arrestarsi sulla curva che parea sollevarlo al vertice e il portava all’abisso. Facea mantenere dallo Stato Pontifizio le sue truppe che lo attraversavano (1806), e che in quattro mesi valsero 1,300,000 scudi; occupò i principati di Benevento e Pontecorvo attribuendoli in feudo a Bernadotte e a Talleyrand, senza pur informarne il papa, che n’era il padrone; occupò le città del litorale per attuarvi il blocco; dal cardinale Fesch, violento e irascibile che più volte aveva oltraggiato il pontefice[117], faceva esigere che fossero cacciati i Russi, gl’Inglesi, gli Svedesi, i Sardi, e chiusi i porti ai nemici di Francia; sbraveggiava il nunzio e il Consalvi che si dimise dal ministero; minacciava fare del papa come Carlo V di Clemente VII. E come? un vecchio inerme sarebbe d’ostacolo al giovane balioso? che monta la gratitudine? che il rispetto alla vecchiaja ed alla virtù? che la santità del carattere o le affezioni del popolo? Lo sbalzare di seggio un regnante, da cui testè egli avea chiesta la consacrazione, farebbe impressione sinistra; la Chiesa potrebbe ferire ancora di maledizioni la fronte che testè avea consacrato; per ciuffare un piccolo territorio, per sottomettere il più debole e inoffensivo de’ principi, Napoleone rischia di vedere scandolezzate le coscienze cattoliche, impugnato il dogma dell’autorità, ch’egli avea tanto faticato a ripristinare: che importa? a tutto prevalga l’implacabile intolleranza d’ogni volontà reluttante alla sua. Pio continui ad essere papa, ma non impacci i disegni del guerriero; nè Roma neghi all’imperatore quell’obbedienza che gli rendono Milano, Venezia, Firenze, Napoli. — Tutta Italia sarà sottoposta a’ miei ordini (scrissegli soldatescamente). Di Roma voi siete il sovrano, ma l’imperatore ne sono io; i miei nemici devon essere nemici vostri. Le lentezze di Roma a dare le dispense e ad approvare i miei vescovi, sono insopportabili: io non posso trascinare per un anno ciò che dee farsi in quindici giorni».

Un papa politico avrebbe potuto simulare e dissimulare, cercar tempo al tempo, condiscendere in qualche parte per ottenere il tutto: ma Pio VII era un buon prete, altamente compreso della divina autorità del pontificato, fedelissimo a quella morale che non patteggia colla menzogna, e al dovere di tramandare intatta l’autorità datagli in deposito. Consultò il sacro Collegio; e i cardinali, già da un pezzo persuasi che, o piegasse o resistesse, Roma sarebbe travolta nel vortice, opinarono pel partito che almeno mostrava dignità; si negasse l’alleanza colla Francia, poichè questa condurrebbe a guerra con tutta cristianità, provocherebbe Inglesi e Russi a perseguitare i cattolici loro sudditi, repugnerebbe all’affezione che il pontefice deve a tutti i credenti.

Pio dunque rispose, si terrebbe colpevole di codarda debolezza presso il mondo e presso l’avvenire se non desse la risposta comandatagli dal sentimento della giustizia, della verità, dell’innocenza, ed esponendo quel che prima e poi fu tante volte ripetuto, dicea, «Come principe temporale non dover intraprendere cosa che si opponesse a’ suoi doveri di capo della Chiesa, doveri a cui non sono legati gli altri sovrani: obbligandosi a una federazione guerresca, si nimicherebbe le nazioni contro cui dovesse osteggiare, e quindi sarebbe impedito nel libero esercizio della sua supremazia sopra tutti i fedeli del mondo; adunque padre comune de’ fedeli e insieme sovrano indipendente, terrebbe nelle contese umane neutrali il cuore e gli Stati suoi, aperti al potente non men che al debole; ministro di pace, non cesserebbe d’invocare il termine delle guerre desolatrici, e il ritorno della comune tranquillità». Carlo Magno trovò Roma già in mano de’ Papi, ne ampliò il dominio, ma nè lo fondò, nè pretese superiorità in quello: anzi in testamento impose a’ suoi figli espressamente di difendere tali dominj della Chiesa anche coll’armi, nè riservò loro alcun diritto di revocare i doni fatti da lui o da suo padre. Il possesso pacifico di XI secoli era «un titolo, che nessun altro sovrano potea vantare (1806 20 marzo). — Voi (soggiungeva), siete imperatore de’ Francesi, non di Roma; e se vi fosse un imperatore de’ Romani, sarebbe quel di Germania, titolo di dignità, che nè in realtà nè di figura scema l’indipendenza della santa Sede; dignità del resto sempre elettiva. I rimproveri che ci fate di trascurar le anime, ambire a vantaggi mondani e a vane prerogative, li riceviamo come un’umiliazione dalla mano dell’Altissimo. Nè voi vorrete spogliarvi di quella saviezza e previdenza, per la quale conosceste che la prosperità de’ Governi e la tranquillità dei popoli sono irreparabilmente annesse al bene della religione».

Sapendo però quanto Napoleone fosse pertinace, insinuò ai ministri di Russia, Inghilterra e Sardegna di non esporlo a maggiori cimenti, ed essi ritiraronsi; fece sapere a Fesch che, malgrado i doveri della neutralità, non s’impedirebbe che i Francesi occupassero Civitavecchia, la quale in fatto fu subito invasa. A tanto rassegnavasi Pio, sperando l’imperatore non esigerebbe s’avvilisse a sanzionare atti incompatibili colla dignità della tiara. Ma era appunto nella parte morale che Napoleone volea colpirlo; quanto alle forze fisiche, non avea di già veduto chinarsegli quelle di tutti i re? e a Fontaines diceva: — Insolenza di cotesti preti! si riserbano l’azione sugli spiriti, e pretendono lasciare a noi soltanto il corpo».

La lettera del papa volle dunque tenere come il sommo degli affronti, e cessò di trattar direttamente con esso[118]. Richiamato il cardinale Fesch, gli surrogò quell’Alquier, che a Napoli avea saputo spionar tanto, da offrirgli motivo di cacciarne i re, e che nei suoi ragguagli non parlava che della testardaggine del papa, degl’intrighi de’ cardinali, della folle speranza da questi oltremontani nutrita, che, se l’imperatore gli abbattesse, il suo successore li ripristinerebbe: e le istruzioni erangli date dal ministro Talleyrand, al quale ormai Napoleone lasciava l’incarico d’insultare al pontefice.

Cresceano motivi di querele le nuove prepotenze usate a Napoli, dove avendo Napoleone messo per re Giuseppe, Pio accampò le antiche pretensioni della santa Sede, offrendosi però a riconoscerlo tostochè anche l’imperatore riconosca la sovranità temporale e l’indipendenza della sede pontifizia. Al nuovo principato di Lucca e Piombino essendosi esteso il concordato del regno d’Italia, e apposti i suggelli alle proprietà delle corporazioni religiose, Pio ne mosse lamento col principe; e Napoleone si chiamò offeso, perchè, il decreto essendo venuto da Parigi, all’imperatore bisognava dirigere i reclami. Così manifestamente proclamava il vassallaggio degli altri regnanti.

Intanto il concordato medesimo si attuava nel Veneto, nominando i vescovi senza sentire il papa[119], il quale protestò non darebbe loro l’istituzione canonica se non andassero a riceverla a Roma, e dopo conchiuso un concordato speciale per quel paese. Napoleone esclamò alla ribellione (aprile); trovò insultante che il papa, nel mettere nuove imposte ai sudditi, n’avesse accagionato le spese delle truppe francesi; e sorpassando ogni uso civile, volle gli fossero mostrati i conti delle entrate e spese dello Stato Pontifizio[120]; pretendeva inoltre se ne cacciassero il console di Sicilia, alcuni antichi capibanda che s’appiattavano a Roma, e Luciano fratello disgustato dell’imperatore; si sciogliesse il matrimonio di Girolamo, altro suo fratello, che dovea cangiare la moglie plebea in qualche principessa. Pio VII si rinchiuse in una resistenza passiva; prevedeva le persecuzioni, ma sperava gioverebbero ad assodare le vacillanti credenze, e si dispose a soffrire con dignità, allestendo il tutto pel caso che i cardinali dovessero essere rapiti o violentati; mentre fra il popolo circolava preghiere onde placar la collera del Signore, e sviare i flagelli della nuova persecuzione.

Altre guerre sopirono il litigio: ma vincitore a Friedland, dettata la pace a Tilsitt, avuta la Toscana, Napoleone stabilisce dare un calcio anche a questo vecchiardo, che teneasi in piedi quando si prosternavano tanti re, e ad Eugenio da Dresda scrive (1807 22 luglio) inveendo contro l’orgoglio del papa; solo da profonda ignoranza del secolo poter nascere il ridicolo pensiero di denunziarlo alla cristianità come nemico: — E che? pensa costui colla scomunica far cascare l’arma di pugno ai soldati? mettere lo stiletto in mano de’ popoli? Lo faccia, ed io separerò i miei popoli da Roma; la mia polizia impedirà il circolare di que’ misteriosi scritti. Intanto non voglio che i miei vescovi d’Italia vadano a Roma a succhiare massime di rivolta contro il loro sovrano. Certo il papa si pentirà di non aver aderito alle mie proposizioni. E forse non è lontano il giorno ch’io nol riconoscerò più se non come vescovo di Roma, e adunerò un concilio per fare senza di esso. Quai sono i diritti della tiara? umiliarsi e pregare».

Ancora negoziavasi, e già Napoleone facea versare nelle sue casse le entrate riscosse nelle provincie romane; destinava un governatore francese in quelle di Ancona, Macerata, Fermo, Urbino; incorporava le truppe pontifizie nelle francesi; puniva come felloni i governatori e comandanti di piazza che tardassero obbedirgli; traeva al museo imperiale la galleria del principe Borghese, compensandolo lautamente ma con grave scontentezza del popolo e del Governo[121]. Supponendo la resistenza del pontefice derivasse dai cardinali, fece intimargli ne nominasse ventiquattro nuovi sudditi dell’imperatore: il che (se anche non è vero che volesse portare alla tiara suo zio) violava non solo la costituzione ecclesiastica, ma quella libertà che ha ogni principe ed ogni privato di scegliersi i proprj consiglieri.

Chiese inoltre conferisse pieni poteri ad alcuno per definire tutti i punti in contestazione; e Pio s’indusse a darli a Lorenzo Litta milanese, uno de’ più illustri e pratici cardinali, che ad alti natali e squisita cortesia univa irremovibile fede e costumi austeri[122]. Stando nunzio in Polonia al tempo della rivoluzione del 1794, aveva egli sottratto qualche vescovo al patibolo; assistette alla coronazione di Paolo czar, e attese a migliorare la condizione de’ cattolici sudditi; più tardi e dopo lunghi patimenti fu vicario generale a Roma. Di lui Napoleone ebbe paura, e ricusò riceverlo; così fece col Pacca; e pretese monsignor di Bayane, francese già vecchio e sordo: ma neppure questo poteva accedere a così esorbitanti pretensioni, le quali convalidavansi col minacciare che ogni ritardo si avrebbe per un disprezzo della forza, e a misura de’ minuti crescerebbero le domande.

In fatto l’imperatore, mettendovi una stizza puntigliosa, professava non volere più frati perchè non ce n’era al tempo degli apostoli, bensì soldati per difendersi dagl’infedeli e dagli eretici; il papa s’assoggetti alla federazione italiana; se no, appellerà ad un concilio, e occuperà lo Stato della Chiesa, necessario per assicurare alla Francia quell’Italia, che egli (dimenticandosi de’ sovrani che v’avea collocati) considerava come parte integrante dell’impero.

Gl’impiegati che venivano a portare tali minaccie a cotesto ambizioso, sommovitore di popoli, istigatore del regicidio, non trovavano che un vecchietto, tutto pace, tutto rassegnazione, disposto a qualunque sacrifizio fuorchè a buttare la tiara nel fango imperiale; che ripetea quel sacrosanto _Non possumus_: non poter prescindere dai canoni; e del male che venisse piangerebbe di cuore, ma si sentirebbe scarco di colpa.

Pure, in procinto di rompere del tutto con quel prepotente, Pio si sgomentò dei danni che poteano derivarne alla cristianità, e si rassegnò a soscrivere alla federazione italiana, e mostrarsi ostile all’Inghilterra, purchè rimanessero intatte le quistioni religiose. Anche Bayane e Caprara credettero che, concedendo tutto, placherebbero Napoleone; e formularono un amplissimo trattato, ove Roma si sgiojellava delle sue migliori prerogative. Ma ecco notizia che l’imperatore (1807 29 7bre), per non avere interruzione fra il _suo_ regno d’Italia e il _suo_ regno di Napoli, manda a occupare le Marche; ordine che convincea come quelle intimazioni fossero fatte unicamente per ispingere agli estremi il papa, e coll’aspettato rifiuto giustificare la violenza.

L’occupazione delle provincie privava delle migliori entrate molti prelati e la santa Sede; e Pio VII, vilipeso come principe, come pontefice, come uomo, d’accordo col sacro Collegio repudiò il trattato di Parigi (1808), lesivo alla indipendenza, alla dignità, a’ diritti spirituali del papa, e ritirò ogni potere al Bayane. L’imperatore non desiderava che questo, e ordinò al generale Miollis occupasse Roma «per punire quella Corte insensata e cieca», e per «abituare il popolo romano a vivere colle truppe francesi e alla loro polizia, in modo che la Corte papale cessasse d’esistere insensibilmente»[123]. Vi si unì la frode, notificando a Pio dovere truppe passare al regno di Napoli, ma non toccherebbero Roma; e continuando le proteste insieme cogli scherni ai preti e al papa, vi entrarono. Pio si rassegnò, solo protestando contro l’occupazione, ed esortando i sudditi a imitarlo. Vicario in terra del Dio della pace, che col divino esempio insegna mansuetudine e pazienza, non dubita che i suoi amatissimi sudditi metteranno ogni studio a conservare la quiete e la tranquillità com’egli esorta e ordina espresso, e rispetteranno gl’individui d’una nazione da cui nel suo viaggio ricevè tanti segni d’affetto. Da quel momento si considerò come prigioniero nel Quirinale, più non uscendo alle passeggiate o alle devozioni consuete, e ricusò di più trattare finchè armi straniere durassero in Roma.

Noi conosciamo questo Miollis semiletterato, il quale avendo espresso voto contrario al consolato a vita, erasi nimicato Napoleone, e dappoi attese a riconciliarselo colla più cieca obbedienza. Si fa dunque stromento contro il papa, e sorpreso Castel Sant’Angelo col pretesto d’una sommossa de’ Transteverini, puntate le artiglierie contro il Quirinale, fa arrestare chi gli spiace; s’ingelosisce fino de’ pochi battaglioni romani che servivano a tenere la quiete, e gl’incorpora ne’ francesi, congratulandoli che non avrebbero più a ricevere comandi da preti e donne, bensì da altri soldati, capaci di condurli al fuoco: alcuni uffiziali che ricusarono, furono mandati in fortezza a Mantova.

Per iscomporre il sacro Collegio che Napoleone non avea potuto corrompere, ordinò che tutti i cardinali non oriondi di Roma tornassero alle patrie loro, benchè alcuni vi stessero da trent’anni, e come cardinali più non appartenessero ad alcun sovrano particolare, bensì al papa cui aveano professato sudditanza. Bisognarono soldati per portare via i cardinali napoletani, poi i genovesi, i milanesi, i veneti, i toscani, i parmigiani, indi i vescovi, persino il Casoni segretario di Stato. Così fu sfasciata l’amministrazione, e Pio VII si trovò isolato di consigli e come principe e come pontefice.