Storia degli Italiani, vol. 13 (di 15)

Part 19

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Tra i discordi prevalgono gl’intriganti. Il senato, corpo senza volontà nè virtù, in secreto deliberò di deputare Guicciardi e Castiglioni agli Alleati cercando l’indipendenza. Uscì sentore dell’adunanza, se ne ignorava la decisione, e temendo si fosse cercato re Eugenio, si fa correre un epigramma — Re no chi vicerè Italia spogliò e disprezzò»; e un epigramma a Milano può sempre moltissimo; si grida, si protesta; una petizione firmata da Confalonieri, Luigi Porro, Ciani, Verri, Bossi, Trivulzio e cencinquant’altri domanda l’indipendenza come Spagna e Germania. Nuovo perditempo quando l’importanza consisteva nel pronto e uniforme risolvere; intanto la bordaglia, che sente rotte le catene ed è istigata da’ suoi adulatori, infuria sotto al palazzo del senato, ed esige che richiami la deputazione e convochi i collegi elettorali, rappresentanza nazionale; applaudisce e insulta ai senatori man mano che arrivano; v’entra anche, e dopo rotte le effigie napoleoniche e i segni dell’antico potere, corre alla casa del Prina ministro delle finanze, e coltolo lo trascina brutalmente per le strade fin a morte (20 aprile). La guardia civica messa in piedi salvò la città dai soliti eccessi d’una plebe, cui eransi lasciati gustare il sangue e il saccheggio.

Così fu disonorevole quell’assassinio, così sciagurate le conseguenze, che ciascun partito volle riversarlo sopra l’avverso; consueto refrigerio delle colpe irreparabili. Villa, prefetto della polizia, che iniziò processi contro i tumultuanti, fu congedato. Possibile che Luvini, ministro di polizia ignorasse la trama? diceano non volle prevenirla perchè muratiano, come non volle reprimerla Pino che messo a capo delle milizie, blandiva la plebe, e ne accettava gli evviva sin come re. Confalonieri ed altri redenti poi dal martirio, certamente comparvero tra le prime file, e poterono scusarsi non iscolparsi. Altri vollero al solito vedervi l’oro austriaco, e anche oggi si asserisce che un conte Ghislieri avesse celatamente coi partigiani dell’Austria spinto a quell’assassinio.

Napoleone andandosene di Francia aveva detto: — Addio terra de’ prodi; qualche _traditor_ di meno, e saresti ancora la regina delle nazioni»; spiegazione vulgare, e fu la stessa che la plebe diede allo sfasciamento del regno d’Italia; ma certo i partigiani nocquero quanto i traditori. Quell’amministrazione ardita, prodigiosa, sprezzatrice d’ogni ostacolo, non avea fondato alcuna istituzione che da se stessa si reggesse, nulla che potesse sopravvivere alla volontà creatrice; era una meccanica dotta, sotto cui si cancellavano la ragione, la sorte dei popoli, la dignità umana, sempre svilita dal giogo straniero. Come un decreto l’avea costituito, così un decreto sciolse il senato; convocati i collegi elettorali, s’istituì una reggenza provvisoria, la quale rabbonacciò promettendo «dimandare quel ch’è il primo bene e la principale sorgente della felicità d’uno Stato»; vale a dire si abbattè il sicuro e regolato per avventurarsi in cieche eventualità, e fare che nè amici nè nemici potessero e dovessero tener conto di un regno che da dieci anni sussisteva. Entrata la consueta febbre degl’indirizzi, tre deputazioni si misero in corso, una dal senato, una dall’esercito, una dai collegi elettorali; moltiplicità che convincea gli Alleati come non avrebbero a lottare con una volontà nazionale risoluta; sicchè col pretesto di reprimere il tumulto, essi passano il Mincio ch’era il confine stipulato, ed occupano Milano. Allora il bel modo, le gazzette, i libelli a sputacchiare caduti quelli che dianzi aveano incensati; chiamar malefico, orco, senacheribbo, anche codardo colui, del quale fin allora aveano leccato la spada insanguinata; tacciare i ministri d’aver rubato, massimamente Prina e Fontanelli; mentre l’unica loro colpa era l’essersi creduti ministri del re, anzichè del regno; e Luigi Giovio, gran napoleonista, aprendo i collegi elettorali dicea: — Possano le Alpi, le une sopra le altre ammassate, separarci per sempre da quella nazione, che sempre portò l’infortunio e la desolazione nella patria nostra».

La reggenza provvisoria cercò popolarità coll’abrogare le istituzioni che più offendevano; rimandò a casa i nuovi coscritti, chiese dalle Potenze i prigionieri di guerra; abolì il blocco continentale, il registro, le corti speciali, le caccie riservate; attenuò i dazj e le regalìe; e soldati che rimpatriavano vivi, coscritti refrattarj che uscivano dai boschi, prigionieri di Stato o per contravvenzione finanziaria che rientravano nella società, pareano preludj d’un secol d’oro; si gavazzavano i soliti carnevali sulle ruine, anzichè pensare alla ricostruzione. Quella reggenza non avea fatta la rivoluzione nè la intese; ed insufficiente ad ore piene di tanto dubbio avvenire, credette suo unico uffizio il trasmettere il paese senza trambusti da un padrone all’altro[141]; ai deputati dell’esercito di Mantova, venuti ad offrirsi alla patria, il generale Pino rispondeva: — Fate torto alle alte Potenze col dubitare non vogliano l’indipendenza italiana; bisogna fidarsi interamente alla loro probità». Sempre gli stessi inganni, le stesse lusinghe, fin le parole stesse!

Beauharnais, vedendo perduta la sua partita fra il popolo e sperando ancora dai re, per dispetto rende a Bellegarde Mantova 1814 23 aprile e l’esercito che non era suo ma dell’Italia; e con molte ricchezze traversato il paese non senza pericolo, massime nel Tirolo indignato della perfida fucilazione di Hoffer, passa a Parigi a trescar anch’egli sul tavoliere dove si biscazzavano le sorti del mondo e le nostre.

Quando nel 1805 si ordì la terza coalizione fra i nemici di Francia, nelle combinazioni preparate dalla Russia pel caso di vittoria era che si costituisse pei reali di Savoja un regno subalpino, composto del Piemonte, con Genova, la Lombardia ed il Veneto; Savoja colla Valtellina e co’ Grigioni formerebbe un cantone svizzero; una federazione di cui il papa sarebbe grancancelliere, unirebbe il regno col pontefice, colle Due Sicilie, col regno d’Etruria e coi piccoli Stati di Lucca, Ragusi, Malta, isole Jonie, alternandone l’egemonia fra i re del Piemonte e delle Due Sicilie. Questi concetti poteano effettuarsi adesso, quando in nome della nazionalità e delle istituzioni liberali si erano mossi gli Alleati; ed Alessandro, graziosa personificazione del regio liberalismo, inclinava a metter Eugenio a capo d’un regno indipendente; gli ambasciatori esteri fomentavano le aspirazioni nazionali nei nostri, e ai deputati della reggenza provvisoria[142] quel d’Inghilterra diceva: — Vuolsi avere idee e sentimenti liberi; manifestateli, e la grande mia nazione vi proteggerà». Ma allorchè essi inviati presentaronsi a Francesco I d’Austria, questo rispose: — Lor signori sapranno che la Lombardia m’era già assicurata nel trattato di Chatillon; non v’è dunque a disputare d’indipendenza italica nè di costituzione; Milano dovrà decadere, cessando d’esser capitale; mia cura sarà che decada lentamente: del resto so non convenire all’Italia le leggi austriache; chiamerò a Vienna gl’Italiani più illuminati d’ogni classe per formolare l’ordinamento del paese». Era un accertare che non poteasi più sperare se non nella clemenza d’un vincitore; ch’era sfuggita un’altra di quelle occasioni, che, non così rare come cianciano i poltroni, Iddio manda a questa bella parte d’Italia, e ch’essa scialacqua.

Napoleone, al primo tornare di Russia, era corso a Fontainebleau, e a Pio VII, vecchio, infermo, non cinto che da cardinali ligi all’imperatore, timoroso per la Chiesa quant’era intrepido per se medesimo, strappò la firma d’un concordato, in cui rinunziava al dominio temporale, e se tardasse sei mesi l’istituzione ai vescovi nominati, autorizzava a darla il metropolita o il vescovo anziano. Napoleone ne esultò come d’un trionfo, e aperse le carceri ai cardinali. Ma il rinunziare all’istituzione de’ vescovi importava ben più che il ceder Roma, poichè toglieva al pontefice il diritto di escludere i prevaricanti e servili: onde Pio VII, «pieno di pentimento e di rimorso»[143], divulgò una protesta contro quest’atto di sua debolezza. Ne infuriò Napoleone, ed espulse di nuovo o imprigionò i cardinali: ma quando si vide perduto, ordinò che Pio fosse riportato a Savona. Caduto lui, il nuovo Governo di Francia ordinava la liberazione del papa, il quale allora s’avviò a’ suoi Stati in trionfo. Murat, che li occupava militarmente, mandò insinuargli di non avventurarsi in paesi troppo lieti d’essersi sottratti alla dominazione pretina: ma egli procedette, e accolto dappertutto festosissimamente, si fermò a Cesena sua patria, ove fece accordo che il re tenesse le Marche promessegli dagli Alleati, restituisse Roma, l’Umbria, la Campagna, Pesaro, Fano, Urbino.

L’entrar di Pio in Roma fu una delle più affettuose solennità, e gli faceano corteggio i detronati reali di Spagna, di Sardegna, di Parma, cardinali intrepidi e vacillanti, e truppe austriache e napoletane. Le potenze convenivano di considerare il pontefice come non mai stato in guerra, nè quindi conchiuso il trattato di Tolentino; restituivangli i pristini Stati, neppur escludendo i disgiunti possessi di Benevento e Pontecorvo; bensì la Francia si tenne Avignone e il contado Venesino, e l’Austria il Polesine di Rovigo, e, malgrado le proteste del pontefice, il diritto di guarnigione a Ferrara e Comacchio, che privava lo Stato papale d’una linea militare e della padronanza del Po.

Quanto al Napoletano, si propose di restituirlo ai Borboni di Sicilia; ma vuolsi che Alessandro rispondesse, or che si trattava di popoli, non potersi rendere lo scettro a re carnefice; e che Carolina se ne accorasse tanto da morire improvviso. Veramente l’Austria amava restasse a Murat, nemico naturale de’ nuovi padroni della Francia, della quale era sempre gelosa; le altre potenze a vicenda desideravano in Italia chi tenesse in bilico l’Austria: ma caduto Napoleone, Murat era un’anomalia; l’Inghilterra volea mantener la parola data ai Borboni di rimetterli nel regno, e il ministro Castlereagh sottigliava a mostrare che Murat avesse fallito agli obblighi, e trattato coll’imperatore. Murat confidava nelle promesse degli Alleati, fin quando non si udì intimare di ceder le Marche al papa. Mostrò egli farlo di buona grazia e per amor della pace generale; ma vedendo a che s’avviassero, e il re siciliano chiedere intero il regno avito, egli fece armi e rannodò intrighi, diede ascolto a Paolina, a Girolamo, al cardinale Buonaparte venuti dall’Elba nel suo paese, e credendo ostinati contro di lui i Borboni ristabiliti in Francia, domanda all’Austria di dargli il passo con ottantamila uomini per combatterli; onde quelli mettono un grosso esercito nel Delfinato.

Erasi intanto raccolto a Vienna, tra feste e gajezza d’arti e gioja di piaceri, un congresso per rassettare l’Europa[144]; e coll’escluderne le piccole potenze, chiarivasi di voler rimpastarla a senno delle grandi. Quelle dunque si lamentavano, queste venivano a rissa nel dividersi le prede inaspettate; e prevedeasi una rottura.

Buonaparte sta in orecchio dall’isola d’Elba, che avea ritenuta in sovranità, e dove era giunto con Letizia e Paolina, cinquecento soldati della guardia, e marescialli e generali. I Francesi, sempre insofferenti di quel che hanno per desiderare quel che non hanno più, poco tardarono a trovare tutti i torti ai Borboni, e singolarmente i soldati che vedeansi tolti a quella febbre d’azione, a quell’anelito di gloria, di promozioni. La ostentata devozione, i revocati emblemi di nobiltà rincrudivano le dimenticate repugnanze religiose e aristocratiche; e a Napoleone, dianzi detestato, restituivansi l’aureola della gloria e la missione di liberatore. Ortensia a Parigi diffondeva l’ammirazione di lui sotto il nome di libertà; Paolina correva a suscitarne il culto fra gli Italiani, che trovandosi ancora sbranati e ridotti al nulla, ricorrono al ripiego dei fiacchi, la cospirazione, massime i soldati. Alcuni facendosi (come si usa nelle congiure) espressione del voto nazionale, si rivolgono a Napoleone rammentandogli le sue prime vittorie in Italia e le speranze di rigenerazione che questa pose in lui e che porrebbe ancora nella sua stella, la quale dall’Italia potrà illuminare di nuovo il mondo: offrivangli perciò il braccio, purchè egli non pensasse a conquiste e accettasse una costituzione, che rendesse l’Italia una e indipendente; Napoleone imperatore de’ Romani e re d’Italia, inviolabile, residente a Roma, con venti milioni di lista civile, dividerà il potere legislativo con un Senato e con una Camera di rappresentanti triennali, radunati alternamente a Roma, Milano, Napoli, eletti secondo il censo ed incompatibili con impieghi amovibili; liberi i culti e la stampa; proibita ogni ampliazione di territorio o l’intervenire negli affari degli altri popoli; responsali i ministri, inamovibili i giudici; guardia nazionale, giurati, nobiltà nuova e senza privilegi; pubblicità delle Camere e de’ tribunali.

Napoleone non esitò ad accettare; ma d’altra parte Murat, divenuto ingordo di tutta l’Italia da che si vedeva disputato fin il brano rimastogli, accoglieva (1815) quanti veterani ricusavano servire ai principi rimessi, spediva il Maghella suo ministro di polizia a chiedere e promettere appoggio ai Carbonari, che molto diffusi a Milano, a Bologna, ad Alessandria, nella terraferma veneta, si diedero mano coi vecchi soldati del regno italico, fidenti nelle vittorie come chi le sconfitte attribuisce soltanto a tradimenti. Il papa si accorgeva di trovarsi fra due nemici l’uno più scoperto, l’altro più pericoloso; ma in confidenza facea voti per l’Italia, professando di temere Murat, ma non amare gli Austriaci. A Francia, Russia, Prussia, non dispiaceva che l’Austria venisse inquietata nel possesso dell’Italia che ormai artigliava; l’Austria invece e i Borboni di Sicilia speravano trarne pretesto a spossessare Murat. Probabilmente è una delle troppo solite dicerie, che Talleyrand, mutatosi in ministro dei Borboni, e che voleali rimessi anche a Napoli, mettesse nella congiura un suo fidato, dal quale saputa ogni particolarità, la rivelasse all’Austria. Il fatto che Fontanelli, destinato attor primo della mossa, esitò; così il Lechi; e Bellegarde, luogotenente austriaco in Lombardia, arrestò i cospiratori[145].

In quello stante (1 marzo) Napoleone, fidato nelle trame e nella propria stella, sbarca dall’Elba in Provenza; i battaglioni spediti a rincacciarlo s’arruolano con esso, con esso quell’esercito raccolto nel Delfinato; il vessillo tricolore ridesta l’entusiasmo de’ primi suoi lampi; «l’aquila di campanile in campanile» fino a Parigi. Napoleone, entratovi 20 marzo in voce di difendere l’indipendenza e felicità della Francia, subito scioglie le Camere, abolisce la nobiltà, convoca un’assemblea nazionale per istabilire i limiti del potere: ma la maschera democratica non si attagliava al suo viso imperatorio.

Murat tosto gli scrisse che vedea giunto il tempo di «riparare i suoi torti, e mostrargli la sua devozione»; e Napoleone gli rispose si allestisse d’armi, ma attendesse gli ordini, e nulla avventurasse contro l’Austria, colla quale era in trattati. Anche il Colletta, allora consigliere di Stato, dissuadeva Gioachino dalla guerra; l’unione di tutta l’Italia essere sogno d’un pugno di teste calde; il grosso della nazione sentirsi stanco di venticinque anni di guerra, e desideroso unicamente della propria conservazione, disingannato dai paroloni simpatici, usati troppo e slealmente; nè potersene sperare la cooperazione se non procurando beni stabili, e spiegando forze rassicuranti. L’esercito napoletano si crederà mai più forte dell’austriaco? il gabinetto reale più influente che il congresso di Vienna? Gl’Italiani calcoleranno, e non vorranno partecipare a una causa disgraziata. Quand’anche fossero veri i trionfi di Napoleone, egli penerebbe tanto a ordinare in casa, tanto a difendersi sul Reno e nel Belgio, che non potrebbe far mente alla frontiera d’Italia: anche vincendo, non troverebbesi tanto in vantaggio da dettar patti agli Alleati. Un movimento contemporaneo a quel di Napoleone parrebbe agl’Italiani un accordo, e perciò offenderebbe il loro idolo, l’indipendenza.

In fatto Murat aveva un esercito ch’era appena un quinto dell’austriaco; e la nazione, scossa da partiti, era restìa a nuovi patimenti dopo esausta di sangue e di denaro. Per vero, se egli si fosse trincerato minaccioso fra gli Abruzzi, bastava a tenere in soggezione gli Austriaci: ma ascoltando di quei consigli che s’intitolano magnanimi se riescono, manda una colonna comandata da Giuseppe Lechi sopra Roma, donde il papa fugge; egli con l’altra invade le Marche, e, pur continuando proteste agli Alleati, affronta gli Austriaci in Pesaro, e da Rimini proclama: — Italiani, la Provvidenza vi chiama infine ad essere una nazione indipendente; dall’Alpi allo stretto di Scilla odasi un grido solo, _Indipendenza d’Italia!_ Questo primo diritto e bene di ogni popolo, a qual diritto gli stranieri intendono torvelo? a qual titolo signoreggiano essi le più belle contrade, si appropriano le vostre ricchezze, vi strappano i figli per servire, languire, morir lontano dalle tombe degli avi? Adunque invano natura alzò per voi le barriere delle Alpi? vi cinse invano di barriere più insormontabili ancora, la differenza dei linguaggi e dei costumi, l’invincibile antipatia de’ caratteri? No, no; via ogni dominio straniero; mari e monti inaccessibili siano i limiti vostri; non aspirate mai ad oltrepassarli, ma respingete lo straniero che gli ha violati. Ottantamila Italiani degli Stati di Napoli, comandati dal loro re, marciano giurando non domandar riposo se non dopo la liberazione d’Italia. Italiani delle altre contrade, secondate il magnanimo disegno; torni all’arme deposte chi le usò; vi si addestri la gioventù inesperta: chi ha cuore e ingegno ripeta una libera voce, e parli in nome della patria ad ogni petto veramente italiano; tutta si spieghi ed in tutte le forme l’energia nazionale. Oggi si deciderà se l’Italia deve esser libera, o piegare ancora per secoli la fronte umiliata al servaggio. Lacera ancora ed insanguinata, essa eccita tante avidità straniere. Gli uomini illuminati d’ogni contrada, le nazioni degne d’un governo liberale, i sovrani d’alto carattere godranno della vostra impresa, applaudiranno al vostro trionfo. Stringetevi saldamente, ed un governo di vostra scelta, una rappresentanza veramente nazionale, una costituzione degna del secolo e di voi, vi garantiscono la libertà, tostochè il vostro coraggio vi avrà garantita l’indipendenza».

Noi riportiamo questi passi per coloro che credono tali idee e tali parole zampillassero primamente nel 1848. Ma la proclamazione dell’indipendenza non aveva aspetto che d’un ordigno da guerra; i più la udivano indifferenti: i sommovitori prometteano immensi ajuti a lui che millantava immensi soldati. Ingannavansi reciprocamente, poichè in realtà egli contava trentaquattromila trecento uomini, con cinquemila cavalli e cinque bocche da fuoco; ma cerniti alla peggio dai trivj e dalle prigioni: ufficiali straboccavano, ma quali di libero, quali di servile sentimento, quali affigliati alla Carboneria, quali persecutori di quella, tutti poco riverenti al re, tutti gelosi de’ Francesi, de’ quali erano rimasti nove generali, tredici colonnelli e Millet capo dello stato maggiore. Gli Austriaci, oltre aver arrestati i suoi aderenti in Lombardia, gli opponeano cinquantamila fanti, tremila cavalli, e sessantaquattro pezzi d’artiglieria: che se fremeasi, cantavasi, correasi ad esibir consigli al re e vantarsi d’aver cospirato per chiedergli onori ed impieghi, se a Bologna il cavaliere Pellegrino Rossi abbattè le ripristinate insegne pontifizie, pochissimi afferravano le armi, non cinquecento uomini gli si arrolarono in tutte le Marche, e stentavansi i viveri all’esercito liberatore. Gli Austriaci, guidati da Frimont, si raccolsero dietro al Po e al Panáro: e Murat pensava tragittare ad Occhiobello per dar mano a’ Lombardi e Veneziani, che sperava insorgessero; ma ecco lettere di sua moglie il richiamano nel reame, minacciato dagl’Inglesi.

Conoscendosi tradito, perdette il coraggio e lo tolse a’ suoi; ritirandosi a rotta, presso Macerata (2 maggio) cadeva prigioniero col suo stato maggiore, se un battaglione di cerne delle Legazioni con vecchi uffiziali non gli aprivano il passo. Il generale Bianchi lo sconfigge a Tolentino; Nugent per la Toscana e per Terracina difila sopra il regno: onde proteggere la ritirata, Murat cimentasi ancora a Ceprano, ma colla peggio, e senza salmerie nè parco arriva a Napoli (19 maggio). Quivi procura amicarsi gli animi col dare la costituzione, ma troppo tardi; ogni sua domanda d’accomodamento è rejetta dagli Alleati; il comodoro inglese Campbell minaccia bombardare la capitale. Murat manda a rassegnar tutto, ma almeno nel trattato conchiuso in Casa Lanza garantisce il debito pubblico, le rendite dello Stato, la nuova nobiltà, i gradi, gli onori, le pensioni ai militari che passassero al nuovo re, e amnistia per tutti. Tumulti destatisi in Napoli fanno accelerare la chiamata degli Inglesi e degli Austriaci, che con molto sangue chetano la plebaglia.

Carolina Buonaparte, che virilmente erasi condotta in que’ rovesci, ottenne d’essere trasportata a Trieste coi figli, dopo sofferti gl’insulti della plebaglia. Gioachino con pochi fedeli e poco denaro andò fuggiasco, raccomandandosi al terzo, al quarto; dopo lungo ascondersi e romanzesco vagare approdò in Corsica, e rifiutando l’asilo offertogli come privato in Austria, raccolse un pugno di fidati per imitare lo sbarco di Napoleone, e ravvivare in Calabria contro i Borboni la guerra minuta ch’essi aveano alimentata contro di lui. Sgominati da fortuna di mare, egli con solo ventotto raggiunge terra a Pizzo, ed alza la bandiera; ma è preso, e da Napoli, che ad un tempo intese il pericolo e la salvezza, viene ordine: — Il generale Murat sarà tradotto avanti una commissione militare; non sarà concessa al condannato che mezz’ora per adempiere ai doveri della religione». Era dunque sentenziato prima che processato; ed egli non rispose agl’interrogatorj se non — Sono Gioachino re delle Due Sicilie; un re non può esser giudicato che da un altro re».

Aveva appena quarantott’anni, e sul punto di essere fucilato scrisse: — Carolina mia, l’ultima mia ora è battuta, fra pochi istanti non avrai più marito. Non dimenticarmi. La vita mia non fu contaminata da veruna ingiustizia. Addio, Achille mio! addio, mia Letizia! addio, mio Luciano! addio mia Luigia! mostratevi al mondo superiori alla sventura e degni di me. Vi lascio senza regno, senza beni, in mezzo a numerosi nemici: siate sempre uniti. Pensate cosa foste, e Dio vi benedirà. Non maledite la mia memoria. Quel che più m’accora è di morir lontano da’ miei figliuoli. Ricevete la mia benedizione paterna, il mio amplesso e le mie lacrime: nè mai vi cada di memoria il vostro povero padre».

È gemito d’uomo, quale non mai risuona nelle memorie di Napoleone: ed egli veramente apparve il più eroico fra i soldati di Napoleone, il solo cavalleresco. Intrepido in battaglia, fu povero ed irresoluto di consigli, e colpa in parte la sua presunzione, in parte le circostanze, ne trasse apparenza di menzognero: ma cuore mostrò; e il popolaccio, sparando contro lui, puniva in esso le colpe napoleoniche[146]. I suoi seguaci furono rimandati senza processo.

La morte di esso scioglieva da gravissimi imbarazzi l’Austria che avevagli promesso un aumento di territorio nelle Marche, e gli altri Alleati che aveano promesso un compenso a Ferdinando in Italia. Il quale allora ricuperava anche la terraferma; ma non che ottenere accrescimenti come gli altri principi tutti, fu scemato de’ Presidj di Toscana, di Piombino, e di parte dell’Isola d’Elba, posseduti da tre secoli, per darli al granduca austriaco[147].