Storia degli Italiani, vol. 09 (di 15)

Part 5

Chapter 53,664 wordsPublic domain

Come discendente da Carlo d’Angiò, egli vantava pretensioni alla corona d’Oriente e a quella di Napoli[39]; e Lodovico il Moro ne palpeggiò l’ambizione, confortandolo a conquistare il Reame, per farsene scala a Costantinopoli; smorbare l’Europa dai Turchi; ristabilire l’impero Orientale: quanto gloriosa, tanto facile essere l’impresa; per Genova, posta sotto l’alto dominio della Francia, e l’immediato degli Sforza, e per la Lombardia egli stesso gli darebbe sicuro varco, egli uomini, egli denaro, egli credito; il papa lo favorirebbe per vendicarsi degli Aragonesi; i negozianti fiorentini si terrebbero colla Francia, loro banco principale; Venezia sarebbe propizia, e nol foss’anche, dalla Turchia trovavasi abbastanza occupata. I Sanseverino ed altri baroni di Napoli, ricoverati in Francia, spendevano la solita moneta de’ fuorusciti, promesse e incitamenti: qual più bello esordio alla crociata contro i Turchi, che il conquistare un regno che la casa di Francia aveva anticamente strappato ai Saracini, e di cui era stata investita ventiquattro volte da dodici papi e due da concilj generali?[40] La nobiltà francese fu sempre avida d’imprese e speranzosa d’acquisti: Anna di Beaujeu, sorella di Carlo, desiderava ch’e’ partisse onde rimanere reggente dispotica; spargevansi profezie, che Carlo conquisterebbe non solo l’impero di Costantino, ma il regno di Davide. Eco estremo del medioevo, risonante in un secolo che il dimenticava, nol rinnegava.

Carlo dunque fece armi, mandò tentare i popoli e speculare i luoghi, e, — Andiamo dove ci invitano la gloria della guerra, la disunione dei popoli e gli ajuti degli amici». Ma il denaro egli avea logoro prima in comprare pace dall’Austria e dall’Inghilterra, poi in giostre e feste di cui era appassionato; tanto che esitò se tirar avanti. Spinto però da ambiziosi o corrotti confidenti, altro ne procacciò a ingenti usure, cinquantamila ducati da Milano, centomila dai Sauli di Genova.

Gl’Italiani, da lunga mano abituati a considerare i Francesi come liberatori, non v’era male da cui non si sperassero guariti per questo re cavalleresco, che giovane e nuovo, abbandonava trono, agi, delizie per amor nostro: Gian Galeazzo s’imprometteva d’essere sottratto all’oppressione dello zio; i Fiorentini di riscuotersi dalla dominazione de’ Medici; Alessandro VI di dare stato alla sua casa; i Veneziani di umiliare gli Aragonesi; i Napoletani di sbrattarsi dai forestieri. Ma i savj, che non isperano beni eventuali da mali certi, pigliavano sgomento, anche senza le profezie del Savonarola, e i portenti e le congiunzioni d’astri che atterrivano il vulgo non meno che gli scienziati.

All’avvicinare del pericolo non s’addormentò re Ferdinando, quantunque tenuto a bada dall’ambidestro Lodovico, e trasse dalla sua papa Alessandro col concedere al figlio di lui le ambite nozze colla Sancia figlia d’Alfonso di Calabria; e col braccio di questo prode intendeva assalire la Lombardia per impedirle d’unirsi ai Francesi; ma fra i preparativi morì (1494 25 gen.), e gli succedeva Alfonso II, con pingue erario, esercito e flotta fiorenti, reputazione di valore e della perfidia e crudeltà necessarie a prosperare. Sulle prime la sostenne eccitando i principi a difendere l’indipendenza italiana, e munito il paese per terra e per mare, potè disperdere i primi tentativi di Francia verso il Genovesato; e spediva un esercito verso Lombardia, capitanato da due delle migliori spade, l’Orsini conte di Pitigliano e Gian Giacomo Trivulzio.

La discordia di questi due capi impedì quella celerità, che nelle guerre è tutto; e intanto re Carlo, meglio preparatosi, passava le Alpi (agosto) con tremila seicento uomini d’armi, seicento arcieri bretoni, altrettanti balestrieri francesi, ottomila fanti leggieri guasconi coll’archibugio, altrettanti alabardieri svizzeri, in grossi battaglioni quadrati da mille ciascuno. I baroni e i feudatarj non erano obbligati a servire il re fuori paese; onde non seguivano quasi che capitani venturieri, con una schiuma di tutte le provincie dal mar Picardo al Guascone, scampaforche e per infamia bollati le spalle e mozzi le orecchie, che coprivano con cappelli e barba lunghissima[41]: nuovo genere di guerra, d’armi, di fierezza; nuova irruzione barbarica sopra l’Italia, già tanto civile; ove diventarono la prima fanteria d’Europa, ed ove ammirando le splendide città e le arti e le lettere de’ popoli che trucidavano, insiem col bottino dovevano asportarne l’amor del bello.

Era la prima volta che un grande esercito civile tentasse una grande impresa, con artiglieria mobile, con corpi speciali, alla personale prodezza del cavaliere surrogando l’eroismo della disciplina e la fedeltà alla bandiera. E subito apparve l’inferiorità delle ordinanze militari italiane, sì per essere le armi mestiere di privati anzichè pubblico provvedimento, sì per consistere in cavalleria pesante e macchine incomodissime, invece di buona fanteria e di maneggevole artiglieria; tanto che difficilmente si prendeano le fortezze, e in lunghissimo trascinavansi le guerre. Finchè combatterono Italiani con Italiani, tutti pativano degli eguali difetti; ma ora, invece delle bombarde trascinate da bovi, che a lunghi intervalli lanciavano pietre contro le mura, si trovavano a fronte un furore di cenquaranta cannoni grossi e mille ducento da montagna, portati a spalla o tratti da cavalli, e che, uno senza aspettar l’altro, avventavano globi di ferro, irreparabili dalle fortezze antiche. Nè più si manovrava di squadroni succedentisi un all’altro come in torneo; ma le truppe, con meraviglia e scandalo de’ nostri, pensavano ad ammazzare davvero, e non solo gli uomini, ma fin anco i cavalli; e un macello fu reputata la battaglia di Rapallo, ove perirono cento combattenti.

Con tante bocche da fuoco ben si saprebbe trovare da vivere in paese pingue: del resto Commines, che con un misto di malizia e di buon senso raccontò l’impresa di cui fa parte, dice che «l’esercito difettava di ogni cosa; il re, ancora col guscio in testa, debole di corpo e testardo, non aveva allato nè savie persone, nè buoni capi, nè denaro; non tende o padiglioni, e cominciavasi la marcia d’inverno; ond’è a confessare che questo viaggio fu condotto da Dio andata e ritorno; chè del resto il senso de’ condottieri non vi servì».

Sarebbe bastata la più piccola difesa alle Alpi per impedirlo: ma il Piemonte stava sotto un fanciullo in una tutela disputata; e Bianca di Monferrato, tutrice di Carlo II di Savoja, e Maria Paleologo figlia di Stefano despoto di Servia, tutrice di Guglielmo di Monferrato, fecero aprir le fortezze. Così Carlo giunse ad Asti, città francese perchè soggetta al duca d’Orléans. A Torino la duchessa gli venne incontro a capo delle sue damigelle «ornate sì bene che non v’era che dire», e gli prestò le proprie gioje, ch’e’ mise in pegno per dodicimila ducati: la città, oltre spettacoli nei quali sui crocevia rappresentavansi le imprese di Carlo Magno, gli offerse un cavallo, cui _per cortesia_ egli pose nome Savoja e sempre il montò in quella spedizione, e sull’esempio d’Alessandro volle che il suo giornalista ne facesse ripetuta menzione.

A Pavia giaceva infermo e prigioniero Gian Galeazzo; e sua moglie Isabella d’Aragona, sdegnata di quella schiavitù ove sin del cibo pativa difetto, e del vedersi soperchiata da Beatrice d’Este moglie del Moro (1494), avea fatto ogni possibile per rincorare il pusillanime marito: ma questi non sapea tacere le pratiche ch’essa ordiva per liberarlo. Non rimanea dunque che gettarsi alla pietà di Carlo, suo cugino[42]; ma questo era stato prevenuto dal Moro, e «presentato di molte formosissime matrone milanesi, con alcune delle quali pigliò amoroso piacere» (CORIO); e forse di conseguenza ammalò di vajuolo: poi esso Moro l’accompagnò dall’un all’altro de’ palazzi che i ricchi milanesi teneano su tutta la via, «e in su la campagna gli fece vedere ammazzare alcuni porci cignali, di che molto abbonda il paese, sì che il re ne prese gran diletto» (CAGNOLA.). Giunto a Pavia, Carlo visitò il duca, il quale, esinanito di corpo e di spirito, si contentò di raccomandargli la moglie e il figliuolo: ma Isabella gettossegli ai piedi, rivelando le oppressioni sofferte, e supplicandolo a non assalire suo padre, che in nulla avealo offeso. Carlo ne fu tocco un istante perchè era bella; ma rispose: — L’impresa è già a tal punto che la mia gloria non mi permette di dare indietro».

Pochi giorni appresso Gian Galeazzo moriva di _febbre attossicata_, come dice un cronista ripetendo le dicerie del popolo, che vuol vedere il delitto ove vede cagione di commetterlo; e Lodovico, a preghiera universale, preso lo Stato, cavalcò per Milano acclamato duca, e Isabella e i figliuoli tenne chiusi nel castello di Pavia. Indignati di tale perfidia, e sgomenti di questi principi italiani, destri a’ veleni non men che alle spade, i signori francesi esortavano Carlo a volgersi contro il Moro; ma egli preferì assalire gl’incolpevoli Aragonesi, e scese lungo l’Italia.

De’ Fiorentini i fuorusciti s’unirono al liberatore; altri, guardando ab antico la Francia come antemurale della parte guelfa, si lagnavano che Pietro Medici li trascinasse in una guerra repugnante ai sentimenti e agli interessi loro. Ma quando si cominciò a vedere le uccisioni e gl’incendj che coloro menavano, Pietro non osò resistere; e venuto a Carlo con imitazione affatto disopportuna di quanto avea fatto Lorenzo suo padre, ne impetrò pace, rassegnandogli Pisa, Livorno, Pietrasanta, Sarzana, altre piazze importanti, oltre ducentomila ducati (1494); contento di sbranare il dominio purchè sulla metà rimastagli potesse assidersi quieto. Traboccò lo sdegno de’ Fiorentini per queste arbitrarie codardie che rendevano inutile anche l’opposizione de’ Napoletani, e cacciarono a sassate quel vile mercadante (9 9bre) del proprio paese; e Pier Capponi, Francesco Valori, frà Savonarola, resuscitando l’entusiasmo patrio, fecero per la seconda volta dichiarare scaduti i Medici, e rinnovarono gli ordini repubblicani.

Della rivoluzione approfittarono (come troppo spesso avviene) i nemici di Firenze, e Pisa principalmente, che in ottantasette anni di tirannico dominio non avea deposte le ire e le speranze de’ vinti. Esultante di vedersi inondata di combattenti avversi a Firenze, nè riflettendo quant’è pericoloso fondare la propria libertà sovra stranieri che poi se ne vanno, diè di piglio alle armi, ruppe le insegne fiorentine, e al marzocco sostituì la statua del re liberatore[43]. Il re, onorato di splendidissime feste, a un ballo sedette fra le due più belle; le altre donne e fanciulle di concerto se gli gittarono alle ginocchia domandando che Pisa non ritornasse più sotto i Fiorentini, volendo esse piuttosto andare attorno a far guadagno del proprio corpo[44].

Entrato in Firenze (17 9bre) «in segno di vittoria armato egli e il suo cavallo, colla lancia sulla coscia» (GUICCIARDINI), Carlo pretese trattarla come conquista; i suoi non sapeano dissimulare la cupidigia di saccheggiare la più ricca città d’Italia, e alloggiatisi ne’ palazzi medicei, presero quanto di bello v’aveano radunato i padroni in quadri, gemme, libri.

Al cadere di Pietro, il Savonarola vi era rimasto la persona più notevole, e co’ suoi perseverava in orazioni e digiuni per placar Dio; poi come udì che Carlo tentava sovvertire il governo, andò al palazzo, ed essendosi quello alzato di sedere per fargli riverenza, secondo il costume dei re di Francia, egli trasse fuori il crocifisso, e presentatoglielo alla faccia, — Questo (disse) ha fatto il cielo e la terra; non onorar me, ma questo ch’è re dei re, e punisce gli empj, e farà rovinar te con tutto il tuo esercito se non desisti da tanta crudeltà. È volontà di Dio che tu parta da questa città senza farvi mutazione» (BURLAMACCHI).

Con più positivo accorgimento la Signoria erasi circondata di condottieri; ogni signore avea dalla campagna chiamato i suoi villani; e Pier Capponi, al quale Carlo esibì una capitolazione ove intendeva tener Firenze come conquista, e ritrarne ingente somma, buttò via quel foglio; e Carlo avendogli detto — Faremo dar fiato alle nostre trombe», e’ gli rispose quel famoso motto: — E noi toccheremo le nostre campane». Il re voltò la cosa in celia, dicendo: — Ah Capponi, Capponi, voi siete un tristo cappone». I Francesi, che cogli arditi si placano, vollero persuadersi che tal sicurezza derivasse da grandi forze, e d’altra parte comprendevano che in città popolatissima e fra palazzi così massicci era follìa volere tener testa a un popolo sollevato; onde scesero a patti ragionevoli, lasciando a Firenze la libertà e i privilegi che godeva in Francia, le fortezze occupate, il dominio su Pisa, e ricevendo un sussidio per la guerra di Napoli. Senza dunque la rinvoluta politica de’ Medici si potè ottenere un accordo assai franco, come che velato da umili parole.

Carlo proseguì verso Romagna. Alessandro VI avea mosso ogni pietra per impedirlo, fin minacciando scomuniche, alle quali Carlo rispose avere fatto voto a san Pietro, e doverlo compire anche a costo della vita. Il papa, rivoltosi a mezzi migliori, tornò in buona coi Napoletani, ricevendone presidio; autorizzò Ferdinando di Spagna a valersi contro Francia delle decime ecclesiastiche accordate a danno de’ Musulmani; a Bajazet II granturco annunziò i disegni di Carlo contro la Turchia, invocandone la buona amicizia, e che gli mandasse subito quarantamila zecchini, e tenesse in soggezione i Veneziani perchè non aiutassero Francia.

Ma i signori battaglieri di Romagna, dopo avere corrotta l’Italia colle ambizioni proprie, la rovinavano vendendosi alle altrui; e sempre in armi e in fazioni, occupavano piazze forti fin in vista di Roma. Or dunque i Malatesta, i Riario, i Manfredi, i Bentivoglio, i Baglioni, gli Sforza trattarono ciascuno di per sè; Colonna e Orsini si chiarirono per Francia, dandole tutto il patrimonio di San Pietro; i Napoletani fuggirono; a Roma il popolaccio gridava — Pace, pace»; e gli avversarj di papa Alessandro, principalmente il cardinale Giuliano della Rovere, che non gli perdonò mai d’essergli prevalso nel comperare la tiara, fortificatosi in Ostia, esercitava nimicizia, ed esortava Carlo a convocare un concilio e deporre l’indegno pontefice. Ma questo giunse a propiziarselo, promettendo separare la propria dalla causa del Napoletano, dando cappelli rossi ai favoriti di esso, aprendogli castel Sant’Angelo, lasciandogli ostaggio suo figlio Cesare, proclamando indulgenza plenaria all’esercito invasore.

Dei due figli lasciati da Maometto II granturco (Cap. CXVIII, _in fine_), Bajazet riuscì a cingersi la bifida spada del Profeta, vincendo il fratello Zizim o Gem, che fuggì di terra in terra e da ultimo al granmaestro di Rodi. Molti potentati il chiesero, come opportuno ad una guerra contro il Turco; alfine l’ebbe il papa, cui Bajazet mandò magnifici regali, tra’ quali la lancia di Longino[45], e preghiera di ben conservare suo fratello, assegnandogli perciò quarantamila ducati annui. A Carlo importava d’avere quest’altro pretesto di guerra contro il granturco; e Alessandro non potendo ricusare, gliel consegnava, ma vollero dire l’avesse in prevenzione avvelenato, giacchè pochi giorni dopo morì.

Roma restò salva dal saccheggio (31 xbre): e con una curiosità sbigottita vide entrare quell’esercito, così diverso dai consueti[46]. Carlo, indugiatovisi un mese, fortificato con tutta l’artiglieria nel palazzo di Venezia, dove battè moneta col titolo d’imperatore, fondò la chiesa della Trinità dei Monti, fece fustigare, affogare, mozzare orecchi, impiccare «per attestato che aveva alta, media e bassa giustizia a Roma non altrimenti che a Parigi», e lasciò che i suoi rubacchiassero e lascivissero; poi sollecitato dai baroni, sfilò in due corpi verso Napoli, passando per Siena, «dove fecero cose disoneste e brutte; e bisognava che avessero quel che desideravano, giusto o ingiusto»[47].

È consueto tacciare di codardi i Napoletani nel difendere la casa propria: ma vaglia il vero, qual ragione aveano di esporsi onde sostenere un dominio che disamavano, e tanto più dopo le esazioni necessarie in que’ frangenti? Se non bastava il perfido trucidamento dei baroni, Ferdinando avea preso ombra fin d’un pio romito, san Francesco di Paola, e gli diè colpa di fondar conventi senza il regio assenso, e d’altre siffatte importanze de’ tiranni fiacchi; forse indignato perchè il santo, già in voce di profeta per avere indovinato la presa di Costantinopoli e l’assalto di Otranto, ripeteva grandissime sciagure sovrastare al regno. In tali conflitti, il popolo suol mettersi coll’inerme, anche quando avvocati e giornalisti parteggiano pel più forte. «E perchè si diceva Carlo esser santo uomo e di bonissima coscienza e giusto, e ancora perchè il re napoletano si portava male co’ suoi popoli, tutte le terre, città e castella correvano alla ubbidienza del re di Francia, e portavano le chiavi... e non aspettavano che sua maestà fosse presso a quelle da venticinque o trenta miglia; e il giorno non poteva resistere di dare udienza agli ambasciadori e mandati dalle comunità; e non bisognava combattere città e castella con spada e lancia, chè le genti ne cacciavano fuori la gente del re napoletano... e a quei passi dove si stimava che badassero più mesi per voler passare, non ristettero niente; anzi, quanto potevano camminare, tanto acquistavano al giorno; se mille miglia avessero camminato, tanto acquistavano di paese».

Tanta fiacchezza nel cedere non campava dai disastri del resistere; poichè i Francesi nelle piazze di frontiera sterminavano intere popolazioni, e sfogavano i brutali istinti fin negli spedali. Ne restava sbattuto il coraggio de’ nostri, come se un assassino entri col pugnale in mezzo ad un diverbio di famiglia; onde «nè virtù, nè animo, nè consiglio, non cupidità di onore, non potenza, non fede mostrando» (GUICCIARDINI), fuggivano. Alfonso II, che pure aveva acquistato nome di prode nel ricuperare Otranto e nella guerra di Lombardia, e che il tesoro raccolto da suo padre aveva impinguato con una tassa straordinaria, in quel precipizio delle cose sue, straziato dai rimorsi, e parendogli che ogni cosa gli gridasse Francia, Francia, e che l’ombra paterna gl’intronasse dovere le commesse crudeltà aver castigo irreparabile, abdicò, e portando seco trecentomila ducati, rifuggì fra i monaci di Màzara in Sicilia (1495), e presto morì. Suo figlio Ferdinando, che s’era opposto al primo calar de’ Francesi, fu allora salutato re; e immune dell’esecrazione popolare, anzi lodato per umanità e coraggio, sperava far fronte alla tempesta. Si attestò alle gole di San Germano: ma vedendosi circuito da tradimenti, le truppe sfiduciate, popolo e nobiltà insorgere a favor di Francia, e a questa disertare il capitano Trivulzio, e gli Orsini fuggire o capitolare, e la plebe di Napoli buttarsi al saccheggiar le stalle e il palazzo regio, sciolse i suoi dal giuramento, e riparò ad Ischia (21 febb.), esclamando col Salmista: — Se il Signore non custodisce la città, invano faticano quei che la guardano».

Carlo, più fortunato di Cesare, venne e vinse prima di vedere i nemici; e, come diceva Alessandro VI, cogli sproni di legno, e col gesso per segnare gli alloggi, cinque mesi dopo mosso di Francia, entrò in Napoli. «Vi fu ricevuto con festeggiamento incredibile, concorrendo ogni sesso, ogni età, ogni condizione, ogni qualità, ogni fazione d’uomini, come se fosse stato padre e fondatore di quella città» (GIANNONE); i meglio beneficati dalla casa d’Aragona più abbondarono in applausi; e il letterato Giovian Pontano nel coronamento recitò un’arringa, non solo adulatrice di Carlo, ma codardamente ingiuriosa agli Aragonesi di cui era creatura.

Il paludamento imperiale e il pomo d’oro che portava nell’entrata, attestavano che Costantinopoli era sul disegno di Carlo. Da Otranto sbarcherebbe nell’alta Albania; Schiavoni, Albanesi, Greci gli tenderebbero la mano; l’arcivescovo di Durazzo avea già fatto côlta d’armi e di gente; cinquemila in Tessaglia non aspettavano che il segnale. Ma i Veneziani tenevano il sultano informato e de’ preparativi del nemico e delle trame dei sudditi, che furono tuffate nel sangue. Di peggiori danni erano causa i comporti de’ Francesi. Fin allora le due nazioni non s’erano conosciute che dal lato peggiore; e i nostri consideravano i Francesi come una gente nordica, digiuna d’ogni civiltà, quale l’avevano veduta calarsi coi Normanni dapprima, poi con Carlo d’Angiò, e ultimamente cogli Armagnacci, baldanzosa nell’uso delle armi, stretta al sistema feudale, ligia ai rei, rapace, lasciva.

I Francesi in fatto non aveano più la rettitudine istintiva dell’infanzia e non ancora il senno dell’età matura, ma cieca avidità di piaceri e distruzione; riverivano negl’Italiani la precoce civiltà, la classica letteratura e il primato religioso, ma in tutto ritrovavano di che beffare o sprezzare; nell’urbanità vedeano raffinamento d’astuzia, duplicità, perfidia, corruttela; pedanteria nell’erudizione, avidità e intrigo nella curia di Roma: al vulgo eran parse magia le magnificenze che dalla corte di Gian Galeazzo avea portate in Francia Valentina Visconti; di qua vedea giungere gli astrologi, altra specie di stregoni; di qua gli usuraj e i finanzieri, la cui abilità faceali considerare come sanguisughe del popolo.

Ed ecco repente i Francesi si trovano a spadroneggiare in questo paese incantato, dove le case hanno i vestiboli popolati di statue, e dentro stoffe, cristalli, cantine e cucina lautamente provviste, tappeti di Fiandra, più sale che camere, più spazio che alloggi, e terrazze aeree, e al lusso unita l’economia campestre in quelle viti che s’attaccano ai colonnati, in quelle api che fanno il mele entro le volute joniche, in quelle pecore e vacche che passano sotto ai portici. Vogliosi d’esercitarvi la cupidità non solo, ma il dispetto che i forti covano contro gl’intelligenti, s’assisero brutalmente nelle città arricchite dal commercio e dalle arti, e tutto manomisero; per soldarli si dovettero sottrarre capitali alle fabbriche, all’insegnamento; le rendite del ginnasio romano furono confiscate a quest’uso; la scuola e la stamperia di Aldo Manuzio andò dispersa.

D’altra parte le delizie italiane inebbriavano, e da Napoli Carlo VIII scriveva a Pietro di Bourbon suo cognato: — Deh che bei giardini qui ho! affedidio non vi mancano che Adamo ed Eva per crederlo il paradiso terrestre, tanto son belli e ricolmi d’ogni buona e singolar cosa. Inoltre vi ho trovato i migliori pittori, e ad essi voi commetterete di fare le più belle soffitte che sia possibile, e non saranno soffitte di Baux, di Lyon e d’altri luoghi di Francia, che non s’accostano in nulla per beltà e ricchezza a questi di qua; ed io li menerò con me per farne ad Amboise». E il cardinale Briçonnet alla regina Anna di Bretagna: — Vorrei che vostra maestà avesse veduta questa città, e le belle cose che vi sono; un vero paradiso terrestre. Il re, per sua bontà, ha voluto mostrarmi tutto quando arrivai a Firenze, dentro e fuori, e vi assicuro ch’è incredibile la vaghezza di questi luoghi, appropriati ad ogni sorta di piaceri mondani... Il re ve ne conterà, e vi ecciterà desiderio di venir a vedere»[48].

Queste delizie erano stimolo a lascivia; la galanteria leggera e vivace dei Francesi solleticava la sensualità meridionale; e le poesie loro di quel tempo son piene d’allusioni alle buone venture di que’ soldati presso le donne lombarde e pugliesi, alla gelosia de’ mariti, al dispetto delle dame parigine[49].