Storia degli Italiani, vol. 09 (di 15)

Part 6

Chapter 63,677 wordsPublic domain

L’esercito francese, che non avea trovato veruna opposizione in quei condottieri italiani così vantati per tattica e valore, nessuna nei popoli cui toglieva i proprj principi e l’indipendenza, concepì smisurata presunzione di sè e vilipendio de’ nostri, sicchè nè stima, nè riguardo mostrava a nemici od amici. Carlo, abbandonatosi a giostre ed amori, non approvvigionò le fortezze, non ammanì vittovaglie; intanto disgustava i nobili col mozzare le giurisdizioni feudali; e per contentare i suoi, che chiedeano tutte le cariche, tutti i titoli, i feudi, i governi, esso li toglieva ai legittimi possessori, di qualunque colore fossero. I fautori antichi degli Angioini aveano sperato premj della diuturna fedeltà; i fautori nuovi li speravano del pronto disertare dagli Aragonesi: ma gli uni e gli altri si trovavano sconosciuti dal re e da’ suoi, ignorati i loro meriti e le sofferte pene; e dopo stentato nelle anticamere, a gran fatica otteneano una parola dal frivolo ed inetto Carlo. Tutti dunque del pari soffrivano, spogli, vilipesi coll’insolenza dell’indisputata vittoria, mentre i conquistatori, snervati dalle lascivie e satolli d’oro, agognavano di restituirsi in patria a narrar le imprese; cosa che a quella nazione importa quanto il compirle.

Tornava dunque il pensiero a Ferdinando II, cui non si aveano delitti a rinfacciare; tutti lo rimpiangeano, molti insorsero a favor di lui, che s’arrischiò anche a qualche sbarco. D’ogni parte intanto giungeano male nuove al quartier generale, e Carlo potè chiarirsi che invasione non disputata non è conquista, e che la conquista non si assoda se non col possesso.

Ferdinando, ricoverato in Sicilia, mandò per soccorsi a Ferdinando il Cattolico, dimenticandosi delle costui pretensioni sul Regno; e quegli volentieri intrometteasi sperandone guadagno, e temendo le antiche ragioni degli Angioini sulla Sicilia. Massimiliano imperatore lagnavasi che Carlo avesse leso le ragioni imperiali col calarsi in Italia senza suo consenso. Toscana era tutta in subuglio contro Firenze, la quale però dal Savonarola era mantenuta in devozione di Carlo. Il resto d’Italia avversava i Francesi dacchè temette volessero qui piantarsi. Lodovico il Moro, soddisfatto della sua ambizione, non tardò adombrarsi e dei diritti che sopra il Milanese metteva in campo il duca d’Orléans qual discendente da Valentina Visconti, e sì dell’aura acquistata presso Carlo dal Trivulzio, condottiere milanese suo gran nemico, e da’ fuorusciti genovesi.

Venezia, che prima non avea voluto credere alla calata de’ Francesi[50], poi s’andava persuadendo che non persisterebbero, come li vide vincitori, si fe centro agli scontenti (1495), negoziò lega tra loro per la conservazione reciproca degli Stati e la difesa d’Italia, senza dimenticare il solito titolo della guerra coi Turchi: e stipendiò quanti erano condottieri in Italia. Lo storico Commines, il quale, erede della politica di Luigi XI, vegliava da Venezia sulle storditaggini del re di Francia, l’avvertì delle mene veneziane; ma a che buono, se colui era sbalordito dai proprj trionfi? Papa Alessandro non andò guari a pentirsi del favore usatogli, e gli dava parole invece della investitura del Reame, dove la bandiera aragonese si rialzava. Sin la Francia, per quanto allucinata dalla gloria che fu sempre il suo idolo e il suo malanno, sgradiva una spedizione che, per interessi privati, compromettea di fuori le forze, di dentro il riposo.

Carlo dunque pensò ritornarsene (20 maggio), lasciando vicerè Gilberto di Montpensier, e comandanti alle piazze; col che smembrato l’esercito, rendeva a questo impossibile la tutela del regno, a sè perigliosa la ritirata. Traversato Roma senza osar punire la perfidia d’Alessandro, nè impedire che i suoi soldati malmenassero il territorio, entrò sul Fiorentino, che trovò in armi, e frà Girolamo, che gliel avea conservato fedele, con franchezza gli rinfacciò la sua perfidia ai giuramenti prestati sugli altari, la negligenza nel riformar la Chiesa, gli eccessi del suo esercito; e poichè avea fallito alla missione datagli dall’alto, il minacciò del flagello celeste. La morte del Delfino, accaduta fra pochi giorni, crebbe al frate la reputazione di profeta.

Carlo sgomentato sviò da Firenze, volgendo sovra Pisa; e invece di accelerar la marcia prima che i suoi nemici si accozzassero, si badò nelle varie città per goder le feste e le dimostrazioni. L’interesse che vi presero i suoi gl’impedì di rivendere a Firenze la libertà di Pisa e Siena, che a queste avea già venduta; ma senza conciliare la franchezza delle une colle promesse fatte all’altra, uscì di Toscana. I contadini non mancavano di portare viveri, ma i Francesi tremavano non fossero attossicati; e qualche Svizzero che, bevi e ribevi, moriva d’intemperanza, diceasi vittima dei veleni italiani[51]. Faticosamente traversarono le montagne del Pontremoli colle artiglierie; ma quando speravano svallare da quelle angustie nell’ubertosa Lombardia, i confederati italiani numerosi intercisero la via a Fornovo, fra colline divise dal Taro, che dalle montagne del Genovesato piove nel Po.

Massimiliano imperatore avea promesso moltissime truppe, e non ne mandò che un pugno. Lodovico il Moro si era impegnato di soldare Austriaci e Svevi, poi all’uopo scarseggiò di denaro. Ma i Veneziani raccolsero grosso stuolo di cavalleria dalmata ed epirota; altri signori, e massime i Sanseverino, condussero corpi; onde, fra le contraddittorie relazioni, sembra che l’esercito sommasse a quarantamila uomini, comandato da Francesco Gonzaga, marchese di Mantova. Su costui s’allargano le cronache, descrivendone le abilità cavalleresche del correre, cavalcare, ferir giostre e torneamenti, cacciare il cinghiale; sommo dilettante di cani e di cavalli che a gran prezzo traeva da lontanissimo; benchè giovane allora di venticinque anni, era in fama d’uno dei migliori capitani. I Francesi, inferiori di numero e spossati dalla marcia, chiesero di poter passare pagando le vittovaglie; i nostri ricusarono, onde fu forza venire a giornata.

Parve sì stringente il pericolo, che nove guerrieri (6 luglio) si vestirono come il re, per eludere i colpi ad esso diretti; ed egli si votò a san Dionigi e a san Martino. Ingaggiata la battaglia con furore più che con arte, e presto rotte le lancie, si venne agli stocchi e alle mazze ferrate; i cavalli medesimi si combatteano con spintoni e morsi e calci: ma con cavalli più deboli e armi più pesanti de’ Francesi, i nostri colpiti cascavano a terra, e non potendo più rialzarsi, quivi dai valletti erano ammazzati; la fanteria nostrale non reggeva al peso degli Svizzeri e alla furia francese; quando poi il Trivulzio abbandonò le ricche salmerie all’ingordigia degli Stradioti, su quelle si gettarono, e dietro a loro i fanti, e tutto andò in iscompiglio, lasciando i Francesi prendere la rivincita. Un combattimento, che alcuno dice durato dalle quindici ore fin all’una di notte, e alcuno solo due ore, anzi meno[52], e di cui è incerta ogni particolarità, fin il numero de’ combattenti, riuscì sanguinosissimo, non dando i Francesi quartiere perchè non poteano menarsi dietro i prigioni, anzi affrettandosi a sventrarli nell’idea che avessero inghiottito l’oro per sottrarlo alla rapacità.

Carlo portava sempre indosso un prezioso reliquiario contenente particelle del legno della santa Croce, del velo della beata Vergine, della veste del Salvatore, della spugna, della lancia: per assicurarlo l’aveva affidato al suo cameriere; ma cadde in mano de’ Veneziani, come anche un libriccino devoto, su cui aveva manoscritta un’orazione. Il duca di Milano sul luogo del conflitto fece erigere una cappella: il marchese di Mantova nella sua città la chiesa di Santa Maria della Vittoria con un quadro del Mantegna. «A Bologna è sta fatto fuoghi, sonà campane, e fatto gran cridori a honor de San Marco per el successo del Taro. In Venezia è sta fatto procession, come anche a Milan e Fiorenza, per ringraziar Dio de tanto don... È sta trattà in consegio dei X di far un monastier de frati Osservanti a Fornovo, e de intitolar la giesa Santa Maria della Vittoria, con cinquecento ducati de intrada... I Francesi che xè morti è quattromila. È sta dà tagia a la persona del re trentamila ducati morto, e a chi ’l dà vivo in man dei Provedidori e del duca de Milan, trentamila ducati e do castelli»[53].

Gl’Italiani cantavano dunque vittoria, ma la cantarono anche i Francesi: e certo i nostri non conseguirono quel che voleano, cioè d’impedire la ritirata, benchè doppj di numero degli avversarj; non mostrarono nè quella tattica per cui erano rinomati, nè quell’accordo che solo può accertar la vittoria; non seppero attaccare quando l’avanguardia era ancora isolata, nè inseguire quando il disordine era compito. L’Italia non avea mai fatto sforzo più potente a sua tutela; e fu l’ultima volta che le armi sue confederate si trovassero a respingere gli stranieri: ma se a Legnano dalla vittoria era saldata l’indipendenza, a Fornovo fu perduta.

A Carlo parve avere buon patto del potere più che di passo e senza suon di trombe seguitare la marcia traverso a paese nemico, e nel bollore dell’estate, dove i Francesi soffersero ogni sorta privazioni, pur ridendo e spassandosi. Altra porzione dell’esercito, che condotta da Luigi d’Orléans era discesa sulla Lombardia per rinfrancare il re, si trovò assediata alla gagliarda in Novara[54] dai Milanesi, e avendo sperperato i viveri colla solita spensieratezza, pativa gli estremi della fame, sinchè Carlo, non potendo allargarla coll’armi, il fece per patti, cedendo quella città allo Sforza. Sopraggiunsero fra ciò gli Svizzeri, e non soli cinquemila quanti Carlo n’avea chiesti, ma ventimila, e fanciulli e donne del pari sarebbero venuti, se non si fossero poste guardie a frenarli; tanto gli inuzzoliva la pinguedine lombarda.

Intanto si moltiplicavano e incrociavano le trattative: ma il re godeva in Chieri l’amore di Anna Solera; la nobiltà francese, trascendente nelle vittorie e insofferente delle traversìe, ripeteva esser imprudenza l’esporre il re a nuovo pericolo; e invece di rinnovare con quel poderosissimo rinforzo le ostilità, vollero fosser rimandati gli Svizzeri, che delusi della speranza di bottinare, si gettarono sul campo francese. Carlo, ch’e’ voleano arrestare come sicurtà delle paghe, a fatica si salvò fuggendo, e promettendo mezzo milione di franchi a questi amici, più molesti dei nemici. Un corpo di Francesi ch’egli avea lasciato in Asti sotto il Trivulzio per tenere aperto quel varco, ben presto disertò.

Restava la guarnigione a Napoli: levandola avrebbe abbandonato alle vendette quei che l’aveano favorito; lasciandola, la sacrificava irreparabilmente. Di fatto Ferdinando II ricomparve, con nuovi eccidj ricuperando le varie città; e Mori e Greci a gara coi Francesi uccideano e saccomannavano; il popolo trucidava a furore e sventrava i Francesi; le masnade di assassini che il Governo tollerava sperando se ne formassero buoni soldati, davano fieramente addosso a chiunque si sbandasse. Fabrizio e Prospero Colonna, con larghissimi doni guadagnati da Carlo VIII, lo abbandonarono dacchè più nulla ebbero a sperarne; Alfonso d’Avalos, marchese di Pescara, allora appunto ucciso a tradimento, Gonsalvo di Cordova il gran capitano di Spagna, e principalmente la peste, difficoltavano ogni di più la situazione de’ Francesi, sol dagli Orsini sostenuti. I due eserciti, in estrema penuria di denaro ed esauste le fonti ordinarie, si presentano nei piani di Puglia per riscuotere ciascuno la gabella che le greggie pagavano per pascolare, e in poche ore trucidano seicentomila capi di bestiame minuto, ducentomila di grosso. Non minore carnificina faceasi d’uomini. I migrati insistevano perchè Carlo mandasse ajuti a quel pugno di prodi che sosteneva l’onor di Francia; ed egli in fatti ordinò un robustissimo armamento, e parea sulle mosse, quando disse voler prima andare a raccomandarsi a san Dionigi in Parigi e a san Martino in Tours; e rivalicò le Alpi (22 8bre).

I Francesi non soccorsi dovettero capitolare, e si ridussero a Baja aspettando l’imbarco: ma prima che questo arrivasse, i morbi li sterminarono. Il Trivulzio da Asti minacciava Genova, poi desistette, dissero guadagnato dai denari del Moro, ma piuttosto trattovi dalla propria instabilità, sagrificando i suoi partigiani. Infine Carlo conchiuse col re di Spagna una tregua (1496 13 luglio), nella quale furono comprese le potenze italiane.

CAPITOLO CXXIX.

Conseguenze della spedizione di Carlo VIII. Fine del Savonarola e di Lodovico il Moro.

Un re che capitana il proprio esercito, alletta i popoli e la storia, anche quando sfortunato; e fra i conquistatori vien noverato Carlo VIII per un’impresa assunta con puerile vanità, inescusabile nello scopo, menata alla pazzesca, detestando nelle guise, riuscita per accidente, impossibile a conservarsi. Non portò altro frutto che di logorare uomini e ricchezze; nè per l’Italia fu una sventura di quelle che istruiscono e ritemprano un popolo, come quelle del Barbarossa e del 1848; pose in mostra soltanto inabilità contro inabilità, piccoli spedienti, partiti irragionevoli spesso, ingenerosi sempre, intrighi di diplomazia, complicazione d’alleanze tutte doppie e perfide; ogni potentato invocò il Turco, perfino il papa; le discordie giunsero all’estrema esacerbazione, e per isfogarle si ricorse ai forestieri, i quali più avidi tesero lo sguardo su noi, perchè sicuri di appoggio, onde furano inoculati all’Italia germi di guerre, non meno funesti che il morbo diffuso dall’esercito del piccolo re.

Sbrattatolo da’ Francesi, Ferdinando rassettava il regno (1496), quando morì di ventinove anni, prima di perdere l’amore dei sudditi; eppure avanti morire ordinò fosse decollato il vescovo di Teano, e per tema che il comando restasse ineseguito, volle vederne il teschio. Gli succedeva lo zio Federico II, quarto re in tre anni, che colla moderazione e l’indulgenza cercò sopire le gelosie e gli sdegni, e riguadagnarsi gli Angioini.

In Firenze, dopo espulsi i Medici, la balìa voleva chiamare al dominio i cugini di quelli, discendenti da Lorenzo fratello di Cosmo il Vecchio; ma alla democrazia anelavano i più, e principalmente il Savonarola, il quale non avea cessato di predicare contro i tiranni, e minacciare il peggior flagello, la dominazione di stranieri. Il verificarsi delle sventure da lui vaticinate aggiunse credito a lui ed alla parte dei Piagnoni o Frateschi; persone di tutti i colori accorsero in Firenze, e minacciavano lo sterminio dei Medici; sicchè per prima cosa bisognava calmare. E il frate vi riuscì; poi intento ad associar religione, morale, libertà, introdusse un governo popolare sì, ma sul modello di Venezia, ammirata come capolavoro delle costituzioni[55], mettendo limite alla podestà fin là incondizionata della Signoria.

Dio regna in cielo, Cristo in Firenze; i Signori sono gli angeli che fanno il bene, gli Otto di guardia sono gli angeli che impediscono il male; e così via con idee mistiche vestendo riforme, in verità meschine quando non anche improvvide. Per risanguare le finanze ciascuno contribuirebbe un decimo della sua sostanza immobile. E poichè della libertà faceasi strada alla riforma morale, ai ribaldi costumi fece guerra con provvedimenti esagerati; contro la sodomia e il giuoco sfrenato invocando le domestiche delazioni[56]; le cortigiane si esporrebbero a suon di trombe; a chi giuoca cinquanta ducati, si mandasse a dire che il Comune n’abbisogna mille, e li desse; ai bestemmiatori si forasse la lingua; si chiudessero le botteghe in festa, eccetto le farmacie; i debitori potessero la domenica uscire senza pericolo per udir messa e predica.

Dal concetto primitivo derivavano eccessive conseguenze. Se il Governo è modellato a esempio del cielo, lo sparlarne sarà empietà; i decreti son ordini divini, comunicati per mezzo profetico, dunque indisputabili; il messo di Dio s’intrigherà delle minime cose, portando lo spionaggio e la discordia nelle famiglie, donde dissapori e malevolenze, mentre la guerra al lusso uccideva l’industria, vita di Firenze.

Tra i Piagnoni primeggiavano Pierfrancesco Valori e Paolantonio Soderini, mentre Guidantonio Vespucci menava gli oligarchi, che avvezzi al buon tempo, a comandi e magistrati, e volendo conservarli, si chiamavano Compagnacci o Arrabbiati pel gridar che faceano contro la versatilità e impudenza della plebe. I Palleschi o Bigi, fautori de’ Medici o piuttosto nemici del riformare i costumi, s’accostavano qualche fiata ai Piagnoni, sol perchè avversi alla balìa.

La qual balìa era stata rinnovata al modo antico, cioè dal popolo convocato in piazza. Nessuna espressione più illusoria dell’approvazione popolare che il voto universale; e il popolo fiorentino, gelosissimo di quest’omaggio alla sua sovranità, non avea mai fatto che approvare le rivoluzioni compite, e conferire la balìa, cioè potere assoluto di riformar la repubblica. Venti _accoppiatori_ furono destinati a _tener le borse_, cioè a fare essi soli l’elezione; sicchè in questi pochi restringevasi l’autorità: eppure dissentendo fra loro, sparpagliavano i voti sopra moltissimi candidati, a scapito dell’opinione. Savonarola, che li fulminava come una nuova tirannide, e voleva le elezioni fossero restituite al popolo che meglio sa i meriti di ciascuno, fece vincere che entrassero nel consiglio generale tutti quelli, di cui il padre, l’avo e il bisavo avessero goduto la cittadinanza; i magistrati fossero eletti da questo consiglio, non dalla sorte nè da pochi oligarchi. Allora, pubblicando che rendeva per la prima volta veramente popolari le elezioni, bandì piena amnistia, serbando così illibato il suo trionfo.

Fu opera del frate se i Fiorentini non presero parte cogli altri Italiani nel cacciare Carlo VIII, il quale però, senza riguardo per essi, manipolava con Pietro de’ Medici. Costui non seppe cogliere il destro di rientrare in Firenze all’ombra del re; dappoi lo tentò, invano: due volte coll’ajuto di condottieri romagnuoli e d’interne intelligenze. Di queste imputati, Bernardo del Nero gonfaloniere ed altri potenti e creduti cittadini furono condannati a morte (1497 1 agosto). Secondo la legge emanata dal Savonarola, essi appellarono al gran consiglio: ma ben vedendo ch’era quistione di Stato più che di giustizia, e che l’assolverli equivaleva a condannare il reggimento d’allora, gli esagerati urlando fecero ricusare l’appello, e non lasciarono la sala del consiglio finchè la sentenza non fu eseguita.

Tristo al partito liberale il giorno ch’è costretto violare le proprie ordinanze e rinnegare le proclamate libertà! I Piagnoni scaddero di grazia: — Il Savonarola (gridavasi dagli Arrabbiati) è un intrigante, le cui passioni dissonano dalle parole, giacchè dopo proclamata l’amnistia non impedì il costoro supplizio; un insensato, che annunziò come inviato da Dio questo Carlo VIII; è donnajuolo, ambizioso, instabile; il coraggio, la pietà sua dov’erano nella peste d’or ora, quand’egli e i suoi frati si chiusero nel convento?»

Nuovi odj accumulavasi frà Girolamo coll’inveire contro la scandalosa famiglia del pontefice, dove un fratello uccideva l’altro per gelosia della comune sorella, dove la bagascia del gran prete figurava nelle funzioni di palazzo e di chiesa: ed Alessandro VI, dopo ammonitolo ripetutamente, gli attaccò processo d’eresia, e interdisse il predicare. Il frate protestò, e: — La santità vostra si degni indicarmi qual cosa io deva rivocare di quanto ho scritto o detto, e volenterissimo il farò»[57]; poi non solo disobbedisce, ma allega una decisione di papa Pelagio, che, quando la scomunica sia ingiusta, non importi cercarne l’assoluzione[58]; e celebra in pubblico, e ripiglia il predicare, più ascoltato come suole chi è perseguitato.

Citato a Roma, temendo per la sua vita, nega andarvi; e poichè è della natura umana l’esagerare nel puntiglio delle quistioni, sostiene in predica il papa poter fallare o perchè mal informato, o perchè operi contro coscienza; poi via via incalorendosi, se già avea detto che non è vero successore di san Pietro chi non ne imita i costumi, cerca sia convocato un concilio e deposto Alessandro; ne scrive ai re di Spagna, di Francia, d’Ungheria, d’Inghilterra, a Lodovico Moro, che, per ingraziarsi il papa, manda a questo la lettera.

Alessandro non uscì dalle vie della moderazione[59]; consultò quattordici teologi domenicani; lasciogli sempre aperto il pentimento; nel breve ai frati dell’Annunziata lo chiamava _excommunicatum et de hæresi suspectum_, ma non eretico; esortava la Signoria che «facesse qualche segno di resistere al predicare qualche tempo, e che in qualche modo si umiliasse frà Girolamo a chiedere l’assoluzione, la quale quando seguisse, non gliela dinegherebbe mai, e poi il predicare»[60]. Non ascoltato, intimò nuova scomunica, ordinando alla Signoria d’imporgli silenzio se non volea vedere occupate di fuori le sostanze de’ Fiorentini, e interdetto il territorio proprio.

Ne mostrano scandalo i frati d’altri Ordini, e gli Agostiniani lo anatemizzano: ne pigliano baldanza i Compagnacci, ed ora ipocritamente non vogliono aver affare con lui scomunicato e figliuolo di perdizione, ora collo spurgarsi e stropicciare piedi e grugnire ne accompagnano i sermoni; o gli fan trovare il pulpito fetido di brutture o covertato colla pelle d’un asino; o a mezza la predica sollevano in alto il tronco delle limosine, e lasciandolo cadere con gran fracasso scompigliano l’udienza. Quand’egli fece una processione «con i fanciulli tutti con una crocellina piccola di legno rossa in mano, passando sul ponte di Santa Trinita, li dileggiavano, e tolsero la croce rossa di mano, e rotta alcuna e gittata in Arno: nientedimeno detti fanciulli non feciono quistione, ma seguirono la processione; e fu cosa meravigliosa che avessino più cervello i fanciulli che i grandi: e bene Iddio dimostrò che era con loro, e cogli Arrabbiati il diavolo, da poi avevano in odio la Croce di Cristo» (CAMBI).

La plebe pretende sempre miracoli da’ suoi idoli; e anche Carlo VIII, plebe di re, aveva detto beffardamente al Savonarola: — Fatemi un miracoluccio». Ora Francesco da Puglia, frate minore, sfidò il Savonarola (1498) a provare la verità delle sue predicazioni col giudizio di Dio: — Entri con me nel fuoco, e chi resterà illeso sia creduto. Perirò forse, ma col vantaggio di meco distruggere un eresiarca, che tante anime trarrebbe a perdizione».

Il papa ringraziò i Francescani d’un sacrifizio, di cui la memoria non cadrebbe in eterno: il vulgo inuzzolì di tale spettacolo: gli accorti previdero che il Savonarola non accetterebbe, onde essi n’avrebbero il destro di trattarlo di vile, od esporlo alle baje. In fatto il Savonarola declinò l’empia prova; mentre insistevano gli avversarj per coprirlo di confusione, gli entusiasti nella persuasione della riuscita, e tutti i Domenicani, e molti laici e monache e donne e fanciulli si esibivano a sostenere il cimento del fuoco in sua vece[61]. Fu dunque forza aderirvi, e frà Domenico Buonvicino di Pescia, suo discepolo prediletto, se l’assunse per sostenere che, 1º la Chiesa di Dio ha bisogno d’essere rinnovata; 2º essa verrà percossa; 3º dopo i flagelli, Firenze e la Chiesa saranno rinnovate e prospereranno; 4º gl’infedeli si convertiranno a Cristo; 5º queste cose avverranno ai nostri tempi; 6º la scomunica portata contro frà Girolamo è nulla; nè peccano quei che non ne tengono conto.

Nacque un interminabile disputare sulle forme (1498 7 aprile): finalmente allestita la pira e tutto, frà Girolamo pretese che il suo campione v’entrasse con l’ostia consacrata. Lo negarono risolutamente i Francescani: si cominciò a dire ch’egli era un fatucchiero, e portava vesti incantate: la giornata consumossi dal sì al no, e a sera un acquazzone disperse la folla, che era accorsa da tutto il territorio, avida di spettacolo, d’emozioni, di miracoli.