Storia degli Italiani, vol. 09 (di 15)
Part 4
«Se tu vai a questi prelati cerimoniosi, essi hanno le migliori paroline che tu udissi mai; se ti conduoli con esso loro dello stato della Chiesa presente, subito e’ dicono: Padre, voi dite il vero, non si può più vivere se Dio non ci ripara. Ma dentro poi hanno la malizia, e dicono: Facciamo le feste e le solennità di Dio feste e solennità del diavolo; introduciamo queste coll’autorità nostra, col nostro esempio, acciocchè cessino e manchino le feste di Dio, e sieno onorate le feste del diavolo. E dicono l’uno coll’altro: Che credi tu di questa nostra fede? che opinione n’hai tu? Risponde quell’altro: Tu mi sembri un pazzo; è un sogno, è cosa da femminucce e da frati. Hai tu mai visto miracoli? Questi frati tutto ’l dì minacciano e dicono: E’ verrà, e’ sarà; e tutto ’l dì ci tolgono il capo con questo loro profetizzare. Vedi che non sono venute le cose che predisse colui. Dio non manda più profeti, e non parla cogli uomini; s’è dimenticato de’ fatti nostri, e però gli è meglio che la vada così e che governiamo la Chiesa come abbiam cominciato. Che fai tu dunque, Signore? perche dormi tu? Levati su, vieni a liberare la Chiesa tua delle mani de’ diavoli, delle mani de’ tiranni, delle mani de’ cattivi prelati: non vedi tu che la è piena d’animali, piena di leoni, orsi e lupi, che l’hanno tutta guasta? non vedi tu la nostra tribolazione? ti se’ dimenticato della tua Chiesa, non l’hai tu cara? ell’è pure la sposa tua! non la conosci tu? è quella medesima, per la quale discendesti nel ventre di Maria, per la quale patisti tanti obbrobrj, per la quale volesti versare il sangue in croce. Vieni, e punisci questi cattivi, confondili, umiliali, acciocchè noi più quietamente ti possiamo servire»[30].
Poco divario corre certo da questa alla voce di Lutero; tanto più se fosse a credere ch’egli «scrisse ai principi cristiani come la Chiesa andava in rovina, che però dovessin fare che ragunasse un concilio, nel quale voleva provare la Chiesa di Dio esser senza capo, e che chi vi sedeva non era vero pontefice, nè degno di quel grado, nè anco cristiano». E mentre i Tiepidi persistevano a contrariare i Piagnoni, e cuculiare il frate riformatore, alcuni di quelli che guastano il bene coll’esagerarlo, coniarono medaglie dove sopra di Roma vedeasi una mano col pugnale e l’iscrizione _Gladius Domini super terram cito et velociter_[31]. Lodovico il Moro, sempre inuzzolito di Pisa e contrastatone da’ repubblicani, e sentendosi dal Savonarola rinfacciata la crudele ambizione e predetto un tremendo castigo, lo fece dal fratello cardinale accusare a Roma. Frà Mariano da Genazzano, predicando innanzi ad Alessandro VI, uscì a dire: — Abbrucia, abbrucia, santo padre, lo strumento del diavolo; abbrucia lo scandalo di tutta la Chiesa». Il che saputo, frà Girolamo in duomo predicò: — Iddio ti perdoni, lui punirà te, e fra breve si manifesterà chi attende agli Stati e reggimenti temporali»; e infatti poco andò che Mariano fu scoperto di maneggi a favor degli oppressori.
Ma già col commercio la fama del Savonarola propagasi lontano; dal fondo della Germania gli giungevano lettere e adesioni; Bajazet II granturco volle saperne il vero dal console fiorentino, e si fece tradurre qualche sermone di lui. Sette anni continuò quell’entusiasmo pubblico senza ch’egli si galloriasse; e mentre Roma minacciava scomuniche e rogo, frà Girolamo diceva: — Entrai nel chiostro per imparar a patire; e quando i patimenti vennero a visitarmi, gli ho studiati, ed essi m’insegnarono ad amar sempre, a sempre perdonare»[32].
CAPITOLO CXXVIII.
Il Milanese. — Spedizione di Carlo VIII.
Milano da repubblica disordinata erasi tradotto in principato militare. Aveva sottoposte Pavia, Lodi, Cremona, Parma, Piacenza, Alessandria, Tortona, Novara, Como, la Valtellina colle contee di Bormio e Chiavenna, Angera al lago Maggiore, la Geradadda al confine de’ Veneti; insomma quindici città, erette nel 1450 in ducato, che abbracciava quanto sta fra le Alpi, la Sesia, l’Oglio, il Po; anzi di là da questo più volte si spinse, e massime nelle marche d’Ancona e Spoleto, e a Bobbio, Savona, Albenga, Ventimiglia e in tutto il Genovesato. Bello e ricco Stato, che fruttava seicentomila ducati d’oro (Corio), pari a venti milioni d’oggidì, con una capitale di diciottomila trecento famiglie, o vogliam dire cenventotto mila abitanti, mentre Parigi contava tredicimila case, e Londra non quarantamila bocche.
I suoi principi, derivando l’autorità unicamente dall’usurpazione, non poteano pensare che a mantenersi intrigando e sopendo: l’investitura imperiale allegavano per disobbligarsi dal farsi eleggere dal popolo, ma non sentendola necessaria, non si davano la briga di domandarla.
Francesco Sforza volle riconoscere il dominio soltanto dalla propria spada, e per virtù e valore meritava di esser capo di una dinastia: ma affatto ne tralignò il figlio Galeazzo Maria. Le robuste ordinanze del padre, e la prudenza e la lunga pratica di Cicco Simonetta segretario di Stato, mantennero in quiete il paese: ma poi Galeazzo, imbaldanzito dai prestiti che gli chiedevano i re di Boemia e Ungheria, dalle ambasciate fin del soldano d’Egitto, dal tributo che gli pagavano i Fiorentini, dai sussidj d’uomini che dava a Luigi XI di Francia suo cognato, dalla speranza della corona di tutta Italia, ruppe i ritegni; d’ogni ingerenza privò sua madre Bianca Maria, savia donna e sperimentata, e dicono l’avvelenasse.
Quanta suntuosità nel suo viaggio a Firenze! (t. VIII, pag. 431) ma al gusto delle voluttà sordide associava quello delle sevizie e delle torture raffinate, diabolici supplizj esacerbando colle facezie, le libidini condendo con uno sfacciato trionfo e colla disperazione dei mariti e dei genitori disonorati. Per ostentazione d’intrepidezza, fece un giorno mettere alla tortura il proprio barbiere, e appena calato volle esser raso da esso.
Insegnava retorica a Milano Cola Capponi de’ Montani, di Gaggio bolognese, ingegno svegliato, animo torbido, infatuato dell’antichità. Era stato maestro di Galeazzo Maria, e per una vergognosa imputazione, o perchè il duca volesse vendicarsi delle sferzate avutene a scuola, venne frustato ignominiosamente per la città. Anelando vendetta, contro al duca istigava i suoi discepoli, e principalmente Andrea Lampugnani e Girolamo Olgiati, i quali spinse ad arrolarsi sotto Bartolomeo Coleone, per apprendere il mestiere delle armi. Gliene vollero male i costoro parenti, e di consenso l’altra nobiltà milanese; onde, perduti scolari e amici, egli dovè partirsene. Sbolliti i rancori, tornò; riebbe frequente scuola ed amicizie, colla volubilità del vulgo signorile; e seguitava a infervorare la gioventù ne’ concetti della libertà romana e greca e nel vanto dei tirannicidi; e dopo narrato de’ Timoleoni e dei Collatini, — Non sorgerà (intonava) tra’ miei discepoli un Bruto, un Cassio, che sottraendo la patria dal giogo obbrobrioso, meriti fama per tutti i secoli? — Io sarò quello» disse l’Olgiati; e viepiù dacchè una sua sorella fu vittima delle libidini di Galeazzo: onde col Lampugnani e con Carlo Visconti giurò davanti agli altari redimere la patria dal tiranno, credendola opera gloriosa e santa.
— Dopo il primo nostro ritrovo (racconta l’Olgiati stesso) entrai in Sant’Ambrogio, mi posi a’ piedi dell’effigie del santo vescovo e pregai così: _Grande sant’Ambrogio, patrono di questa città, tutela del popolo milanese, se il proposito de’ tuoi concittadini di sbrattarsi dalla tirannide e dalla dissolutezza più mostruosa merita la tua approvazione, non ci manchi il tuo favore fra i tanti pericoli cui ci esponiamo per francare la patria_. Così orato, venni a’ miei compagni, e gli esortai a coraggio, assicurandoli sentivo in me cresciute la speranza e la forza dopo invocato il patrono della nostra città... Il giorno di santo Stefano (1476) di gran mattino andammo nella chiesa di questo santo, e lo pregammo propizio al gran fatto che divisavamo compire colà, e non s’indignasse se lordavamo i suoi altari d’un sangue che doveva liberare la città e la patria. Dopo le preci rituali, ne recitammo un’altra, composta da Carlo Visconti; assistemmo alla santa messa celebrata dall’arciprete»; poi, come il duca comparve ad assistere alla solennità di quel giorno, lo assalsero e trucidarono.
— Il popolo avvilito, soffrente, non aspetta che un cenno per rompere le sue catene; ci acclamerà, ci sosterrà». È l’illusione consueta de’ cospiratori; ma, come molte altre volte, il popolo si buttò addosso agli uccisori e li trucidò. L’Olgiati, riuscito a scampare, non fu voluto ricevere nella propria famiglia; solo la madre il prese in compassione, e raccomandollo a un prete che sotto la propria tunica menosselo a casa. Ivi si rimpiattò due giorni, persuaso che intanto i congiurati compirebbero l’opera, secondo l’accordo; ma uscito per informarsene, qual è il primo spettacolo che gli si offre? la plebaglia del verzajo che trascina a strapazzo il cadavere del Lampugnani. Gli cadde il cuore, nè più curò di nascondersi; onde preso, e sottoposto a orribile tortura, dettò la storia del misfatto, unicamente implorando gli si lasciasse tempo da confessare i suoi peccati; e condannato ad esser tanagliato e fatto vivo a pezzi, al prete confortatore di mezzo ai tormenti diceva: — Pe’ miei peccati merito questi e peggiori strazj, ma non per quella bella azione, per la quale spero che il sommo giudice mi perdonerà le cattive; e non che pentirmene, perirei dieci volte per sì nobile scopo». Avea ventidue anni[33].
Il popolo, omai abituato a considerare come ereditario il dominio, lasciò acclamare Gian Galeazzo, figlio novenne dell’estinto: la vedova Bona di Savoja, assistita dall’accorto e procacciante Cicco Simonetta, seppe mantenere nell’ordine i sudditi, e in freno le città soggette, che ad ogni novità rumoreggiavano. Ma in quel trambusto si sfasciò il bell’esercito costituito da Francesco Sforza, che facea rispettare il paese. Del qual Francesco erano rimasti cinque figli: e Galeazzo Maria succedutogli avea, per litigi nati, confinato in Francia Filippo Maria duca di Bari e Lodovico il Moro suoi fratelli. Questi, dall’esempio paterno e dalla propria irrequietudine animati a tutto ardire, tornarono dall’esiglio, e cominciarono a sommovere lo Stato col pretender parte all’amministrazione; ed appoggiandosi ai forestieri e ai Ghibellini capitanati dal valoroso e turbolento Roberto Sanseverino, vennero fin a guerra rotta. Il Simonetta s’industriò a rompere le loro trame, ma col profonder denari e col concedere i castelli e le terre che prima aveano posseduti, sfiancò l’unità politica: poi essendosi di nuovo sollevati, egli confinò Filippo Maria nel suo ducato, Lodovico a Pisa, a Perugia Ascanio che fu poi cardinale: Ottaviano nel fuggire si affogò nell’Adda.
I costoro intrighi erano favoriti dal re di Napoli e da Sisto IV, che suscitavano d’ogni banda nemici al Milanese perchè parteggiava coi Medici di Firenze, gli ribellarono Genova, infellonirono gli Svizzeri.
In che modo questi acquistassero la libertà, già ci fu veduto (Cap. CXV). Borghesi e poveri, obbligati a combattere i baroni vicini o i cavalieri dell’Impero, introdussero una nuova milizia a piedi, che coperta solo d’un morione e d’un petto di ferro o di cuojo, con uno spadone a due mani sospeso alle spalle, colle picche lunghe tre metri presentavano una siepe insuperabile ai cavalli; mentre altri s’insinuavano fra l’ordinanza de’ nemici, e colla labarda ne tagliavano le aste o le conficcavano a terra. La vita montana gli avea resi robusti e destri; la caccia e gli esercizj, abituati alle armi sin da fanciulli, talchè al primo baleno di guerra tutti erano combattenti, e sospese le riotte municipali, mettevansi in marcia sotto un capo, al quale giuravano intera obbedienza.
I principi, che comprendevano di non poter reggersi tiranni se non con eserciti da sè soli dipendenti, trassero subito partito da queste truppe, e al bisogno spedivano un colonnello, che col Cantone capitolava il numero, il soldo, la durata del servizio: agli arrolati seguivano commissarj, che applicavano tra essi la giustizia, poi rendeano conto dei loro atti. Addio allora alla elvetica semplicità; resa venale la bravura, agognante le lusinghe de’ principi, l’oro e il lusso straniero, s’introdussero corruzione nei consigli e farnetico di guadagni militari; e fu volta che i magistrati arrolarono i rei dati loro a giudicare, e se li trassero dietro a servizio.
Formidabili come uomini, non come nazione, dopo ch’ebbero valicate le Alpi nostre contrassero la febbre del conquistare, e immaginarono la loro libertà dovesse abbracciar parte della Svevia, l’Alsazia, il Tirolo, il Milanese, lo che gli avrebbe portati sino al Mediterraneo, e renduti, non so se felici, certo potentissimi. Mancavano però d’unità, anche prima che la sconcordia religiosa li snervasse affatto, e lasciasse in tutti i paesi vicini prevalere la monarchia: il che fu l’opera del secolo che descriviamo.
Avendo i Milanesi tagliato un bosco, di cui essi pretendeano il possesso, una banda d’Urani varcò il Sangotardo, e negando rimettere la decisione ai tribunali, si gettò sopra Bellinzona: finchè dal Simonetta quetati a denaro, giurarono non molestare più il ducato. Sisto IV però li dispensa dal giuramento, e manda ad essi lo stendardo delle sante chiavi acciocchè traggano a difendere il comun padre e a restituire Italia alla libertà (1479). D’inverno stridente ripassarono dunque il Sangotardo, e a Gornico combattendo sul ghiaccio come avvezzi, sbaragliarono gli scivolanti ducali, guidati dal conte Torello; e al prezzo di centomila ducati e ventiquattromila fiorini concessero la pace, però come signoria del cantone d’Uri serbando la Leventina, cioè la valle per cui scende il Ticino. Allettamento e scala a nuovi tentativi.
Dalle esterne scosse ajutati, gli zii del duca rivalsero. Lodovico il Moro, sottentrato duca di Bari, più scaltro degli altri e disposto a farsi sgabello delle ruine di tutti, recuperò la grazia della duchessa, alla quale il Simonetta predisse, — Voi ne perderete lo Stato, io la testa». Di fatto Lodovico, ottenendo il perdono ai rivoltosi, si circondò d’amici, coi quali maneggiò di maniera che Bona fece arrestare quel fedelissimo e decapitare (1480 30 8bre]), annunziando alle corti d’Italia come da questo autore di tutti i mali si fosse liberata mercè de’ cognati, sostegni dello Stato e riconduttori d’un secol d’oro[34]. Guaj al regnante costretto ad immorali condiscendenze! Gli Sforza imbaldanziti tolsero alla duchessa le persone care, i tesori, le gioje, e a fatica le permisero di passare in Francia, del cui re era cognata.
Lodovico il Moro, fattosi reggente a nome del debole e infermiccio nipote, avea avuto appoggio dai Ghibellini, capitanati da Roberto Sanseverino: ma venuto in potere, li prese in uggia e sospetto, e preferì i Pallavicini e i Guelfi, tanto che il Sanseverino rivoltossi contro il Milanese. Respinto, sollecitò la Repubblica veneta, e nominatone capitan generale, continuò guerra contro la Lombardia.
L’insigne generale Pier Maria Rossi di Parma avea contribuito potentemente a recuperare questa città, le ville e i castelli toltile negl’infelici tempi di Ottobon Terzo; onde avea avuto il titolo di padre della patria. Bona lo avea scelto tra’ suoi consiglieri, e con questi cadde in disgrazia; onde non volendo rassegnarsi alla trapotenza del Moro, si legò con Sanseverino, e preparossi di armi nel Cremonese e nel Parmigiano, di cui i suoi una volta erano stati principi, e dove ancora possedeva amplissimi tenimenti, e i castelli di Berceto, Roccabruna, Roccalenzone, Carena, Basilicanova, San Secondo ed altri. Il Parmigiano, sotto la supremazia dei duchi milanesi, era diviso tra molti signori, quali i Sanseverino di Colorno, i Pallavicini di Cortemaggiore, i Sanvitali di Noceto e d’Oriano, fra’ quali si perpetuavano risse e baruffe. Le tre squadre, in cui divideasi la città, formavano altrettanti partiti: bande di malfattori eransi giurate a sostenersi e vendicarsi a vicenda, e mascherati scorrevano la campagna e la città con quotidiani misfatti[35]. Si valse di costoro il Rossi, ed appoggiato dai Veneziani, sollevò bandiera contro gli Sforza: ma essi, mercè il valore di Gian Giacomo Trivulzio, presero l’un dopo l’altro i castelli del nemico, il quale a gara con loro sperperava il paese; e Pier Maria si difese in San Secondo finchè morì di settant’anni[36].
Suo figlio Guido continuò a difendersi finchè ottenne pace; ma vedendosi violate le condizioni del perdono, si riscosse col fratello Jacopo, e ripigliò guerra sia di fuori cogli Sforza, sia dentro coi Torelli, coi Sanseverino, coi Pallavicini; ricevette nelle sue giurisdizioni un provveditore veneto: ma il Trivulzio e il Moro lo strinsero ne’ suoi dominj, talchè dovette cercar ricovero da Venezia, da cui ottenne la condotta di quattrocento cavalli, collo stipendio di trentaduemila scudi d’oro. E lo splendore della casa Rossi restò per sempre eclissato.
A vantaggio della Lombardia combatteva Alfonso duca di Calabria, valoroso sì, ma poco risoluto a vincere dacchè s’accorse che il vantaggio toccherebbe non al duca suo genero, ma allo scaltro Lodovico. Il quale in fatto (1484 7 agosto) nella pace di Bagnolo (t. VIII, p. 289) stipulò che i Veneziani non contrarierebbero i suoi divisamenti; per compiere i quali adoprava arti codarde, cospirare, mentire, disunire[37]. Chiese imprestiti ai cittadini per far guerra a Venezia, poi fallì il pagamento; il conte Pietro del Verme avvelenò per occuparne i possessi; i Borromei pose in rissa tra loro per deprimerli. Risoluti disfarsene col mezzo allora troppo consueto, alcuni congiurati lo attesero alla porta di Sant’Ambrogio nel giorno di questo santo: ma un Vimercato lasciossi scoprire, e al tormento rivelò i compagni, donde supplizj e fughe e, solito corredo delle trame fallite, il rinvalidarsi della potenza minacciata. Quando poi Genova si sottopose volontaria al ducato, Lodovico divenne più ardito, s’impadronì del castello di Pavia e del tesoro, «ch’era il più grande della cristianità», e chiusovi il nipote Gian Galeazzo colla sposa, prese gli altri forti di Lombardia, tirò in sè ogni autorità, e meditava toglier di mezzo il nipote, e regnare a suo luogo. Ma come gliel’avrebbero comportato i vicini? come il duca di Calabria, suocero di quello? Bisognava dunque turbare lo stagno per pescarvi.
Le antiche pretensioni della casa d’Angiò sul regno di Napoli eran venute per eredità al re di Francia; onde, temendo ne togliesse pretesto a qualche tentativo, i potentati italiani aveano sentito la necessità di confederarsi. Lodovico, che, sprovvisto di valore, credeva primeggiare ne’ maneggi diplomatici, suggerì di far manifesta quest’alleanza all’Europa con un pubblico atto, e perciò gli ambasciadori di ciascuno convenissero a Roma (1492) col titolo di riverire il nuovo pontefice Alessandro VI, e quello del re di Napoli portasse la parola a nome degli altri. Pietro de’ Medici, ambasciadore pei Fiorentini, non pago di spiegare agli occhi di tutti i tesori di gemme radunati dalla sua famiglia, che seminò fin sugli abiti de’ paggi, tanto che il collare d’uno di questi fu valutato ducentomila zecchini, voleva anche sfoggiare dell’eloquenza, dono così speciale dei Fiorentini; e dell’avergliene tolta l’occasione volle male a Lodovico. Il quale non tardò ad avvedersi come colui dall’antica alleanza cogli Sforza fosse passato al re Ferdinando; e sapendo che questo l’odiava per gli indegni trattamenti usati al nipote, pensò munirsi di confederati.
Alessandro VI aveva accarezzato l’Aragonese, sperando mariterebbe a suo figlio Sancia, figliuola naturale del duca di Calabria; ma vistosene deluso, e che quegli fomentava l’insubordinazione di Virginio Orsini, il quale, piantato fra Viterbo e Civitavecchia, poteva aprir Roma ai Napoletani, strinse con Lodovico alleanza offensiva e difensiva. Nella quale Lodovico seppe trarre anche Venezia; e sposando sua nipote Bianca, figlia di Galeazzo Maria, a Massimiliano imperatore con quattrocentomila ducati di dote in contanti e quarantamila in gioje, gli chiese segreta investitura del ducato di Milano, e l’ebbe, eccettuandone i dominj del marchese di Monferrato, il contado d’Asti, la marca Trevisana, il dominio degli Scaligeri; allegando l’imperatore che Gian Galeazzo se n’era reso indegno col riconoscere il ducato dal popolo, a grave pregiudizio dell’impero[38]. Così quella signoria che Francesco Sforza non avea voluto riconoscere che dalla propria spada, Lodovico la rendea vassalla dell’imperatore.
Avvezzo a contare sulle promesse dei grandi solo in quanto abbiano interesse di mantenerle, Lodovico sentiva che il diploma imperiale poco peso gli aggiungeva, e gli alleati lo abbandonerebbero appena vi trovassero il conto; sicchè giocando a due mani, cercò altro appoggio ne’ reali di Francia. Questi, col trarre a sè i varj feudi o per confisca o man mano che vacassero, erano prevalsi ai signorotti, che fin là poteano tenersi come altrettanti re. L’opera fu compita da Luigi XI, il quale, studiando Francesco Sforza, avea compreso che la politica è una scienza; che l’amministrazione dello Stato dev’essere sottoposta a calcolo, non abbandonata al capriccio e all’eventualità; che per deprimere la nobiltà, la quale può opporre privilegi, bisogna favorire il popolo: in fatti egli operò sempre con intenti prestabiliti, che introducevano l’ingegno nel governo e l’interesse al posto della morale; e re popolare per interesse della corona non per simpatie, ebbe con arti buone e con pessime umiliato i nobili, e consolidata l’autorità regia ben più colla sua grettezza, che non l’avessero ottenuto i re coperti d’arme. Ormai ridotto in unità politica tutto il territorio che è fra le Alpi, i Pirenei, l’Oceano e il Reno, un solo gran signore rimaneva ancora, il duca di Borgogna, che possedeva per cenventi leghe di superficie, cioè presso alla nona parte della Francia odierna: ma quando Carlo il Temerario fu ucciso a Nancy nel combattere gli Svizzeri, Luigi XI unì alla Francia gran parte del costui dominio. Dappoi Carlo VIII vi aggregò la Bretagna come dote di sua moglie; sicchè arrotondando il regno e unificate le sei nazioni che il componevano, la pubblica cura potea volgersi a migliorarle, e ad assodare la regia autorità eguagliando i sudditi sotto la legge. Sciaguratamente l’alito di conquista, ormai spento nei popoli d’Europa, risvegliossi allora ne’ principi, e le potenze ingelosirono l’una dell’altra.
Luigi XI morendo trasmetteva l’assodata autorità a Carlo VIII (1483) suo figlio di appena tredici anni. Ignaro degli uomini che mai non avea praticati, degli affari da cui era stato rimosso, vergognando di non sapere tampoco l’alfabeto, Carlo si getta a studj disordinati; imparato a leggere, s’infervora delle imprese di Cesare e di Carlo Magno, e vuol divenire un eroe. Se a divenir tale bastasse la prodezza, e’ n’abbondava; ma nè ingegno bastavagli per combinare vaste imprese, nè costanza per seguirle traverso alle contrarietà.