Storia degli Italiani, vol. 09 (di 15)
Part 3
Il diario, che in quei giorni scriveva il Burcardo, ancor più che pei delitti, atterrisce per la freddezza con cui li racconta, e che giudicherebbe abituali, se piena credenza potesse prestarsi a quel documento forse corrotto, certo esagerato. «In Roma (dic’egli presso a poco sotto il 1489) nulla di buono si faceva, e in città correano infiniti furti e sacrilegi: dalla sacristia di Santa Maria in Trastevere furono sottratti calici, patene, turiboli, una croce d’argento ov’era un pezzo della santa croce, il quale poi fu trovato in una vigna; così in altre chiese. Aggiungi molti omicidj: Lodovico Mattei e i suoi figli, contro la fede e sicurezza data, uccisero Andrea Mattucci mentre in una barberìa faceasi radere; eppure non ebbero bisogno d’andarsene di città, e dicesi il papa ve li lasciasse per denaro. Si dà anche per vero, sebbene io non abbia visto la bolla, che il santissimo padre abbia a Stefano e a Paolo Margano data remissione dei delitti e omicidj fatti da essi e da dieci loro bravi, quantunque non avessero pace cogli eredi degli uccisi, trasformando la loro casa in asilo; altrettanto a Marino di Stefano per le uccisioni commesse da lui e suoi seguaci; altrettanto ai figli di Francesco Bufalo, che la matrigna gravida macellarono, e diè loro otto condannati a morte affinchè sicuramente potessero andar e venire. Lo stesso narrasi di altri, e la città è piena di ribaldi, che ammazzato uno, rifuggono alle case dei cardinali; in Campidoglio quasi mai non si supplizia alcuno; sol dalla corte del vicecancelliere alcuni sono impiccati presso Tor di Nona, e vi si trovano la mattina senza nome nè causa. Si narra ancora che un tal Lorenzo Stati, oste alla Ritonda, uccise due figlie in diversi tempi, e un famiglio che diceasi aver avuto a fare con esse: onde messo con un fratello in Castel Sant’Angelo, andò il carnefice per decapitarli, e invece furono rilasciati sui due piedi; ed io ho visto ciò e intesi che causa ne fu l’avere sborsato ottocento ducati. E una volta domandandosi al procamerario perchè dei delinquenti non si facesse giustizia, ma se ne ricevesse denaro, rispose, me presente: _Dio non vuol la morte del peccatore, ma che pagi e viva_...
«Il sabato 4 settembre vennero nuove del matrimonio conchiuso tra Alfonso primogenito del duca di Ferrara, e la signora Lucrezia Borgia figlia del papa. E la domenica appresso, detta signora Lucrezia cavalcò alla chiesa del Popolo, vestita di broccato d’oro riccio, accompagnata da trecento cavalli o circa, e davanti le cavalcavano quattro vescovi. Il lunedì seguente un buffone a cavallo, cui la signora Lucrezia avea donato una vesta di broccato d’oro che jeri avea portata nuova, del valore di trecento ducati, girò per le vie principali, gridando, _Viva l’illustrissima duchessa di Ferrara! viva papa Alessandro!_ e altrettanto gridava un altro buffone a piedi, donato anch’egli d’una vesta... L’ultima domenica d’ottobre a sera, fecero una cena col duca Valentino, nel palazzo apostolico, cinquanta meretrici oneste, chiamate cortigiane, che dopo cena...» Il resto non si può raccontare, nè quasi credere. E stimiamo pure siasi trasceso nel denigrare Alessandro VI; è però costante che egli non trovò un apologista serio, neppure fra la moderna smania di paradossi.
Tanta depravazione morale fra tanto materiale progresso, e quando appunto la coltura affinandosi più la faceva sentire! Quella politica clandestina, quella turpitudine ostentata fin sulla cattedra dov’erano seduti tanti santi, il susurro de’ moltissimi fuorusciti, diffondevano l’idea di disastri, più temuti perchè indeterminati. E Savonarola la fomentava, e non sapendo, come Salviano, veder la rigenerazione che in un gran castigo, ripeteva: — Sventura! sventura! O Italia, o Roma, dice il Signore, io vi abbandonerò ad un popolo che dai popoli vi cancellerà. Vengono genti affamate come leoni, e tanta fia mortalità che i sepoltori andran per le vie gridando, _Chi ha dei morti!_ e uno porterà il padre, l’altro il figliuolo. O Roma, te lo ripeto, fa penitenza; fate penitenza o Milano, o Venezia[19]... Dice il Signore, quando io verrò sopra l’Italia a visitare i suoi peccati, con la spada visiterò Roma...; in San Pietro e negli altri altari sederanno le meretrici, e faranno stalla cavalli e porci; vi si mangerà e berrà, e faravvisi ogni sporcizia... Taglierò, dice Dio, le corna dell’altare, cioè le mitre e i cappelli; taglierò la potenza de’ prelati; rovineranno quelle belle case e quei bei palazzi; tante delizie, tanti ori saran gettati per terra; saranno ammazzati gli uomini, andrà sossopra ogni cosa»[20]. Pur troppo spesso indovina chi predice sciagure[21]; laonde il popolo lo credeva ispirato dalla Divinità, e che provasse estasi, e antivedesse il futuro.
La politica, per quanto divenisse profana, non era ancor distaccata dalla religione; e troppo fresca era la ricordanza del medioevo, sicchè dovesse saper di strano il cambiare il pulpito in tribuna, come facea frà Girolamo. Il quale preferiva il governo dei più, non però a foggia di demagogo; asseriva anzi che il monarchico è di tutti il migliore, perchè più simile a quello di Dio, a condizione che l’imperante sia il miglior uomo, accidente troppo difficile. Le costituzioni non sono buone se non in quanto armonizzano colle qualità o i difetti de’ popoli; e nell’Italia, viva d’intelletti e impetuosa, male può stabilirsi un governo cui non partecipano i più. Adunque il popolare v’è più adatto, specialmente a Firenze, dove rimembrava un glorioso passato.
Certo costui conosceva il cuor dell’uomo, e che primo spediente della tirannia è il corrompere i sudditi, mentre la virtù è fondamento necessario d’ogni libertà. Perciò predicava dover la riforma dello Stato cominciare da quella de’ costumi e della Chiesa; al contrario di Cosimo, che dicea non doversi governare coi paternostri, egli proclamava che libertà e religione, buon governo e morale vanno inseparabili; e con seguaci tutti disinteresse ed austerità s’industriò d’attuare la santità evangelica ne’ costumi e nelle leggi di Firenze. — Popolo fiorentino (intonava), tu sai il proverbio che pei peccati vengono le avversità. Va, leggi. Quando il popolo ebreo facea bene ed era amico di Dio, sempre avea bene; al contrario, quando metteasi alle scelleratezze, Dio apparecchiava il flagello. Firenze, che hai fatto tu, che hai tu commesso? come ti trovi con Dio? vuoi che io tel dica? ohimè! è pieno il sacco, la tua malizia è venuta al sommo. Firenze, aspetta un gran flagello. Signore, tu mi sei testimonio, che co’ fratelli mi sono sforzato di sostenere colle orazioni questa piena e questa rovina: non si può più. Abbiam pregato il Signore che almeno converta tal flagello in pestilenza».
E il popolo, escluso dagli affari pubblici, e sentendo in sè il bisogno d’alcun che di superiore, sapeva grado a chi ne ergesse gli occhi verso il cielo, e additasse colà il rimedio ai mali o la speranza. Adunque dai villaggi dell’Appennino affluivano moltissimi, appena alla punta del giorno s’aprissero le porte di Firenze; e accolti e sostentati dall’eccitata carità, in ascoltarlo tremavano, fremevano, faceansi gran conversioni, «sicchè pareva proprio una primitiva Chiesa; era una conversazione fra loro piena di carità, e riscontrandosi insieme si guardavano l’un l’altro con letizia inestimabile, talchè, sebbene fossero forestieri, solo a vederli in volto erano conosciuti figliuoli di quel gran padre. Per ascoltarlo non si faceva conto di disagio alcuno...; e tra questi erano giovani e vecchi, donne e fanciulli d’ogni sorta, con tanto giubilo che era uno stupore, andando alla predica come si va a nozze. In chiesa poi il silenzio era grandissimo, riducendosi ognuno al suo luogo, e con un lumicino in mano, chi sapeva leggere diceva il suo ufficio ed altre orazioni. Essendo insieme tante migliaja di persone, non si sentiva quasi un zitto, fintanto che venivano i fanciulli, i quali cantavano alcune laudi con tanta dolcezza, che pareva si aprisse il paradiso. Così aspettavano tre o quattr’ore, finchè il padre entrava in pergamo. Pel contado non si cantavano più canzoni e vanità, ma laudi e canti spirituali, cantando alle volte a vicenda da ogni banda della via come usano i frati in coro, mentre lavoravano in somma letizia; tanto s’era sparso e acceso per tutto questo gran fuoco. Vedevasi talvolta per le strade le madri andare dicendo l’ufficio con li proprj figliuoli a uso di religiosi. Alle mense loro fatta la benedizione, si teneva silenzio, leggendo la vita de’ santi Padri, e altri libri devoti, massime le prediche del Savonarola ed altre opere sue. Le donne si ornavano con somma modestia, e per riformarsi mandarono alcune ambasciatrici alla Signoria con molta comitiva e solennità. Anche fanciulli, presentatisi ai reggitori della città, li richiesero di leggi che proteggessero il buon costume»[22].
Nè soltanto in orazioni e digiuni si esercitavano, ma ed in opere di carità cristiana. Ricchi cittadini davano mangiare e bere e alloggio in casa loro a venti, trenta, quaranta forestieri per volta. Gittatasi una grave carestia, e molti del contado che accorreano a Firenze a mendicare, cadendo di fame per le strade, uomini dabbene andavano attorno con confezioni e malvagie per confortarli e li menavano all’ospedale; e n’erano derisi dai _savj del mondo_ col nome di Stropiccioni. Altri spedivano migliaja di ducati in Sicilia, e avutone grano, il rivendevano a buon mercato.
Coloro che partecipavano all’oligarchia de’ Medici aborrivano quei che la scalzavano, e aveano per sè i giovani nobili, speranti il potere; i buontemponi, intitolati _Tiepidi_ dagli infervorati, sopra di questi versavano la beffa chiamandoli _Piagnoni_; e presto quei nomi designarono due partiti di morale, ed anche di arti e di letteratura.
Imperocchè al Savonarola non era sfuggito un altro grave guasto d’Italia, l’irrompere delle idee pagane, che sotto l’ombra degli studj classici, aduggiavano il buon seme evangelico. Nelle accademie i nomi di battesimo si convertivano in quei dell’antica gentilità; nelle storie Cristo chiamavasi figlio di Giove, e vestali le monache, e dea Maria, e padri coscritti i cardinali, e fato la Provvidenza; nelle scuole l’attenzione era serbata a fatti mitologici, l’ammirazione a eroi pagani; e non che Tibullo e Catullo, vi si spiegavano l’_Ars amandi_ e fin la _Priapea_. Venivasi alla filosofia? le sottigliezze d’Aristotile godevano maggior credito che la santa Scrittura, e la sublimità platonica invaniva in delirj teosofistici. Fin le lascivie contro natura, comuni ai due sessi, pretendeansi giustificare cogli esempj di Tebe e d’Atene. La pittura esibiva sugli altari o seduttrici nudità o somiglianze impudenti; e di mezzo al sacrifizio, venivano i curiosi a riconoscere le famigerate belle del paese.
Contro questo preferir le vie di Betsabea alle vie di Betlemme; contro quella manìa pel passato che vuol far rivivere ciò che più non è, e più non dev’essere, insorgeva il Savonarola: ma quanto tale austerezza dovea far colpo in un’età di retorici, in una letteratura d’intelletto e di lusso, fra i contemporanei dell’Aretino! E poichè i vecchi trovava «tutti duri come pietre», il frate cercava arrolare alla bandiera di Cristo la gioventù; e se la vide stringersegli attorno, cara promessa di tempi migliori. «Nel giorno di Natale convenne nella chiesa cattedrale un numero grande di più che milletrecento fanciulli d’anni diciotto in giù; e avendo udita la messa dell’alba, cantata da’ sacerdoti solennemente, ed essendo comunicato prima tutto il clero secondo la dignità e grado suo, furon dipoi divotissimamente per le mani di due canonici comunicati i detti fanciulli con tanta modestia e notabile devozione, che gli spettatori e massimamente i forestieri non si astenevano dalle lacrime, prendendo gran meraviglia che quell’età così fragile e poco inclinata alle divine contemplazioni fosse così bene animata, e ridotta in così buona disposizione[23]... I fanciulli si radunavano, e avevano fatto infra loro messeri, consiglieri e altri uffiziali, che andavano per la terra a spegnere i giuochi e gli altri vizj, togliendo carte e dadi, raccogliendo libri d’innamoramenti e novellaccie, e tutto mandavano al fuoco. Ed ancora andando per le strade, se avessero trovato qualcuna di queste giovani pompose, con istrascichi e con fogge disoneste, la salutavano con gentilezza, facendole una riprensione piacevole... di modo che, da una volta in là, se non per amore, per vergogna lasciavano buona parte di loro vanità. Così ancora gli uomini infami e viziosi, per paura di non essere additati nè iscoperti, s’astenevano da molte cose».
Non vendeasi più carne i giorni proibiti, e si dovè modificare la tassa che pagavano i macellaj: sobrie faceansi le nozze, colla comunione e la predica, nè di rado vi seguiva il voto di castità: alcuni che pur voleano divertirsi, s’adunavano a venti o trenta in qualche luogo delizioso, come i giovani del Decamerone, e comunicatisi, passavano la giornata cantando salmi e in pii sermoni, o recavano in processione la Madonna e il bambino: quella gioventù pur dianzi petulante e scapestrata, accoglievasi al focolare domestico per recitare il rosario, e nelle feste veniva di brigata a coglier rami d’ulivi e sedere sui prati, cantando a coro le laudi che il Savonarola avea composte[24], e adattandole sopra arie dedicate alla frivolezza o all’immoralità. Di tal passo si rigeneravano la scienza, la poesia, la musica.
Per educare le arti del disegno, frà Girolamo divisava alcun che di simile alle loggie de’ Franchimuratori; aggregare al convento una scuola, ove i frati conversi si eserciterebbero nella pittura e scultura, all’ombra del santuario. A quell’anima entusiasta, sotto il bel cielo d’Italia, nella città altrice delle arti, come dovea sorridere il pensiero di rigenerarle, e di ricollocare la bellezza in grembo all’Eterno da cui essa deriva! E, — Ditemi un po’ in che consiste la bellezza? Nei colori? no; la bellezza è una forma che risulta dalla proporzione e corrispondenza di tutte le membra e de’ colori; ma nelle cose semplici la bellezza è la luce. Vedete il sole, la bellezza sua è aver luce; vedete Iddio, perchè è lucidissimo, è la bellezza stessa; e tanto sono belle le creature, quanto più partecipano alla bellezza di Dio; e ancora tanto più bello è il corpo quanto più è bella l’anima. Togli due donne che sieno egualmente belle di corpo; l’una sia santa, l’altra cattiva; vedrai che quella santa sarà più amata da ciascheduno che la cattiva; e tutti gli occhi saranno vôlti in lei, anche gli occhi degli uomini carnali. Togli un uomo santo, il quale sia brutto di corpo; vedrai che ognuno lo vuol vedere volentieri; e pare benchè brutto, che quella santità risalti e faccia grazia in quella faccia»[25].
Dalle lodi del bello passava a disapprovare la licenza degli artisti: — Aristotele, ch’era pagano, dice nella Politica che non si deva far dipingere figure disoneste, per rispetto a’ fanciulli, perchè vedendole diventano lascivi. Ma che dirò di voi, pittori cristiani, che fate quelle figure spettorate? Voi, a cui s’appartiene, dovreste far incalcinare e guastare quelle figure che avete nelle case vostre, dipinte disonestamente; e fareste opera che molto piacerebbe a Dio e alla Vergine Maria». Ed elevandosi contro la profanazione della pittura di chiesa, prorompeva: — L’immagine de’ vostri Dei sono le immagini e similitudini delle figure che voi fate dipingere nelle chiese; e i giovani poi vanno dicendo a questa e quella,_ Costei è la Madonna, quell’altra è san Giovanni_; perchè voi fate dipingere le figure nelle chiese a similitudine di quella donna o di quell’altra. Se voi sapeste lo scandalo che ne segue, e quello che so io; non le dipingereste. Credete voi che la Vergine Maria andasse vestita in questo modo? Io vi dico ch’ella vestiva come poverella, semplicemente, e coperta che appena se gli vedeva il viso; così sant’Elisabetta. Voi fareste un gran bene a cancellare queste figure così disoneste, dove fate parere la Vergine Maria vestita come meretrice»[26].
Tanta verità, ed esposta con tanto calore, poteva non trovare ammiratori e seguaci? E molti grandi artisti il venerarono maestro e santo; a Pico della Mirandola, inteso che una volta l’ebbe, non parea aver più bene se non riudendolo; Angelo Poliziano, benchè tutt’arte greca, lo dichiarava santo, e dotto ed egregio predicatore d’insigne dottrina; il poeta platonico Benivieni difese robustamente le dottrine di esso, e compose cantici pe’ suoi devoti ed esaltando la pazzia dell’amar Dio[27]; la più bella incisione di Giovanni delle Corniole rappresenta il frate; lui il bulino del Bandini e del Botticelli, degno successore di Maso Finiguerra; Andrea della Robbia e cinque figli lo ritrassero in molte medaglie di terra cotta; il grande architetto Cronaca «d’altro che delle cose sue non volea ragionare»; Lorenzo di Credi gli tributò le caste sue ispirazioni; frà Benedetto, miniatore, e che da gajo compagnaccio erasi mutato a penitenza, appena lo intese, s’armò per lui quando il vide assalito da’ nemici; e dopo che soccombette, Botticelli propose di lasciarsi morir dalla fame; Baccio della Porta pittore bruciò tutti suoi studj di nudo, e si vestì monaco, rendendosi celebre col nome di frà Bartolomeo; lo scultore Baccio di Montelupo abbandonò la città. Del quale entusiasmo non sapea rinvenir la ragione il Vasari, creato dei Medici e adoratore de’ classici, e che pur vedeva come il suo Michelangelo avesse «in gran venerazione le opere scritte da frà Girolamo, per aver udito la voce di quel frate in pergamo»[28].
Allora il Savonarola osò un fatto, sul quale deh non rechino giudizio coloro che alla classica ammirazione sagrificano culto e sentimento, originalità e virtù! I fanciulli andarono di casa in casa cercando l’_anatema_, voleano dire gli oggetti di lusso disonesto che il predicatore avea riprovati; e nel giorno del berlingaccio ammucchiati sovra la piazza canzoni amatorie, tappeti lascivamente storiati, quadri e incisioni invereconde, le statue della bella Bencina, della Lena Morella e d’altre divulgate bellezze, carte da giuoco, liuti, buonaccordi, alberelli, cipria, dadi, ornati femminili, buffe o inumane sudicerie del Boccaccio e del Pulci, libri di sorte, nella città delle belle arti, del viver gioviale, della poesia spensierata, della sensuale allegria, nella patria del Machiavelli e del Firenzuola, vi si mette fuoco, mentre i fanciulli cantano un’invettiva contro il carnovale e ne bruciano la figura schifosa tra il suon di trombe e di campane, e il popolo vede e intuona il _Tedeum_[29]. Un mercatante veneziano offriva ventimila scudi se gli cedessero gli oggetti destinati al fuoco; e fu preso a fischi, e un fantoccio che lo figurasse venne messo ad ardere insieme. Il Nardi avverte che la cosa generò mormorazione, e rifletteasi che col denaro avutone si potea far molte limosine, «come dissero già i mormoratori del prezioso unguento sparso da quella devota donna sopra i piedi di Cristo, non considerando che i filosofi pagani e gli ordinatori delle polizie, e Platone specialmente, scacciavano tutte quelle cose che oggi son vietate più severamente dalla cristiana filosofia».
Anche all’idolatria del guadagno mosse guerra il frate, risoluto a riformare tutte le facoltà; e dove tanto fiorivano i banchi e impinguavano gli usuraj, alzò la voce a favore de’ poveri; e delle limosine raccolte da que’ suoi fanciulli fece istituire un monte di pietà, che guastò gli affari degli usurieri; disapprovò i padri che metteano i figliuoli prima a imparare qualche versi profani, poi a maneggiarsi ne’ banchi; e prediceva una costituzione politica, dove ai grossi capitalisti sarebbe tolto l’onnipotere nei pubblici affari, si ripristinerebbero il governo a comune, e l’equilibrio fra la potestà secolare e l’ecclesiastica.
Quel che più sempre gli stava a cuore si era l’emenda del clero. Se egli fosse stato un vulgare ambizioso, potea blandire i Medici e il papa, da’ quali non gli mancarono offerte, ma egli rispose: — Altro cappello io non voglio che quel del martirio, nè arrossire che del mio sangue». Pertanto, colla libertà che la Chiesa mai non impedì prima della Riforma, le applicava quel che Amos diceva contro i sacerdoti ebrei: — La nostra Chiesa ha di fuori molte belle cerimonie in solennizzare gli ufficj ecclesiastici, con belli paramenti, con assai drappelloni, con candelieri d’oro e d’argento, con tanti bei calici che è una maestà. Tu vedi là que’ prelati con quelle mitre d’oro e di gemme preziose in capo, con pastorali d’argento e piviali di broccato, cantare que’ bei vespri e quelle messe, con tante cerimonie e organi e cantori che tu stai stupefatto; e pajonti costoro uomini di grande gravità e santimonia, e non credi che e’ possano errare, ma ciò che dicono e fanno s’abbia a osservare come l’evangelo. Gli uomini si pascono di queste frasche, e rallegransi in queste cerimonie, e dicono che la Chiesa di Cristo Gesù non fiorì mai così bene, e che il culto divino non fu mai sì bene esercitato quanto al presente; e un gran prelato disse che la Chiesa non fu mai in tanto onore, nè i prelati in tanta reputazione; e che i primi erano prelatuzzi, perchè umili e poverelli, e non avevano tanti grassi vescovadi nè tante ricche badie, come i nostri moderni. Erano prelatuzzi quanto alle cose temporali, ma erano prelati grandi, cioè di gran virtù e santimonia, grande autorità e reverenza ne’ popoli, sì per la virtù, sì pei miracoli che facevano. Oggidì i Cristiani che sono in questo tempio non si gloriano se non di frasche; in queste esultano, di queste fanno festa e tripudiano; ma interverrà loro quello ch’io vidi, che ’l tetto rovinerà loro addosso, cioè la gravità de’ peccati delle persone ecclesiastiche e de’ principi secolari cadrà sul loro capo e ammazzeralli tutti in sul bello della festa, perchè si confidano troppo sotto questo tetto.
«I demonj ed i prelati grandi, perchè hanno paura che i popoli non escano loro dalle mani e non si sottraggano dall’obbedienza, hanno fatto come fanno i tiranni della città; ammazzano tutti i buoni uomini che temono Dio, o li confinano, o li abbassano che e’ non hanno uffizj nella città; e perchè non abbiano a pensare a qualche novità, introducono nuove feste e nuovi spettacoli. Questo medesimo è intervenuto alla Chiesa di Cristo: primo, essi hanno levato via i buoni uomini, i buoni prelati e predicatori, e non vogliono che questi governino: secondo, hanno rimosso tutte le buone leggi, tutte le buone consuetudini che avea la Chiesa, nè vogliono pure ch’elle si nominino. Va, leggi il Decreto; quanti belli statuti, quante belle ordinazioni circa l’onestà de’ cherici, circa le vergini sacre, circa il santo matrimonio, circa i re e i principi come e’ s’hanno a portare, circa l’obbedienza de’ pastori: va, leggi, e troverai che non s’osserva cosa che vi sia scritta; si può abbruciare il Decreto, che gli è come se non ci fosse. Terzo, hanno introdotto loro feste e solennità per guastare e mandar a terra le Solennità di Dio e de’ santi.