Storia degli Italiani, vol. 09 (di 15)

Part 2

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L’irreposato movimento avea fatto prevalere la ricchezza mobile sulla territoriale, comunicato la cultura, i possessi, l’autorità della classe media, desti gl’ingegni e ingagliardite le volontà: ma nella lotta le forze si stancarono, ancor più che non si logorassero; ad una libertà imperversante molti preferivano una servitù promettitrice d’ordine; altri invece considerando la monarchia come antitesi della libertà, l’aborrivano e cercavano abbatterla, anzichè ponderare i modi d’acconciarla al meglio di tutti o dei più, o a volgere il dominio, la coltura, l’operosità di pochi a vantaggio dei molti. Aggiungete eterogenei elementi storici d’un’erudizione che opprimeva le speranze sotto il peso delle memorie, e all’Italia sorgente contrapponeva il fantasma dell’Italia evocata. Mille contrarietà insomma impedirono che ad una gioventù precoce seguisse una salda virilità, e che uni nel bel cielo e nella favella, gl’Italiani creassero quella concorde opinione, ch’è indispensabile all’unità nazionale, fosse in una federazione, o nella monarchia.

Le cose non sarebbero forse camminate peggio che altrove se non vi si fossero mescolati gli stranieri, sconcertando quell’artifizioso andamento, e l’avvicinarsi dei maggiori pianeti non avesse trascinato come satelliti nel proprio vertice i piccoli Stati nostri. Allora alle armi indigene sottentrarono Svizzeri briaconi, Spagnuoli superbamente rapaci, Francesi impetuosi e dissoluti, Tedeschi grossolani e sprezzatori; alle guerre cortesi la violazione d’ogni norma d’ospitalità, di decenza, fin d’umanità, e un inferocire brutale non per uno scopo e sovra persone cospicue, ma alla rinfusa e per l’unico diabolico intento di tormentare e distruggere, pel brutale puntiglio di soverchiare quelli, nei quali non si riusciva a spegnere la vita del cuore e dell’ingegno.

La feudalità, fiaccata nel resto d’Italia, per la prossimità di Francia prevaleva ancora ne’ paesi soggetti ai duchi di Savoja, i quali da una parte tendeano a sottomettere i vassalli, dall’altra ai Comuni concedettero solo qualche franchigia, che gli assimilava piuttosto ai municipj antichi, e non li lasciò sorgere a indipendenza come i lombardi. Essi duchi, stranieri d’origine, dal pendìo settentrionale delle Alpi dominavano anche la porzione che scende col Po e colla Dora, primo strazio di qualunque esercito calasse in Lombardia. Le Alpi adunque non limitavano ancora il paese italico a questo lato; Tedeschi e Carinti vi s’erano introdotti dal Friuli fino al Tagliamento, e dal Tirolo fino al lago di Garda; dalle alpi Lepontine e dalle Retiche vi si spingevano Svizzeri e Grigioni.

Nell’alta Italia preponderava il Milanese, e avrebbe potuto unirla tutta se i suoi capi fossero stati virtuosi almen nel senso del Machiavelli. Lo circondavano molte piccole signorie; il principato di Monaco a mezzodì del Piemonte, là signoria di Massa a maestro della Toscana, la contea della Mirandola a greco di Modena, Borso d’Este aveva ottenuto da Federico III imperatore i titoli di duca di Modena e Reggio e conte di Rovigo e Comacchio, e da Paolo II quello di duca di Ferrara. Il Mantovano, confermato da Lodovico Bavero ai Gonzaga, poi da Sigismondo eretto in marchesato, comprendeva le signorie di Bozzolo e Sabbioneta, mentre altri rami di quella casa principavano a Castiglione, a Solferino, a Novellara, a Guastalla con Montechiaruggolo.

Unica dinastia forestiera, la aragonese possedeva il Napoletano, lo Stato più esteso eppure il più debole fra gl’italiani, essendovi il re Ferdinando aborrito pei modi con cui avea represso la congiura dei baroni (tom. VIII, pag. 292), aborrito il primogenito Alfonso di Calabria perchè consigliatore supposto delle immanità, colle quali però non aveano tolto di mezzo tutte le giurisdizioni signorili. Fiaccate le forze, sparsa diffidenza e speranza di cangiamenti, i Sanseverino e i Caldóra coll’istancabilità di fuorusciti seminavano odj per Italia e tenevano intelligenze dentro, mentre il popolo, non meno sofferente sotto gli Angioini che sotto gli Aragonesi, non sentivasi disposto a combattere per nessuno. Ferdinando il Cattolico agognava quel regno, ma poichè da ciò sarebbe stato guasto l’equilibrio politico, ne nacquero le guerre che finirono col versare sull’Italia chi dovea funestamente deciderne le sorti.

La Sicilia implorava indarno di essere considerata regno distinto, non provincia dell’Aragona. Di là erale mandato un vicerè triennale, sotto cui stavano i capi della cancelleria, o vogliam dire segretarj di Stato, i magistrati della magna curia, un gran consiglio di tutti gli alti dignitarj del regno, baroni e prelati. I vicerè, sedenti or qua or là sinchè fissaronsi a Palermo, da frequenti istruzioni segrete trovavansi avvinti, nè cosa di conto poteano conchiudere senza l’avviso del re; mentre invece erano arbitri sopra i sudditi e i funzionarj; e facendo essi anche da capitano generale, rendeano superflui il gran connestabile e il grand’ammiraglio, quasi sempre stranieri. Le altre cariche di mastro giustiziere, mastro cartario, protonotaro, gran siniscalco, gran ciambellano più non erano che vane decorazioni a primarie famiglie siciliane od aragonesi. Sopravvivevano però i parlamenti nazionali, che esponevano i bisogni del paese, e contrappesavano questi vicerè, i quali appena restavano nell’isola tanto da conoscerla e spoverirla. Per ultimo malanno l’Inquisizione spagnuola vi fu piantata il 1513 da Fernando il Cattolico.

Nel periodo della preponderanza ecclesiastica, l’autorità pontifizia fu tutt’altro che dispotica. Non solo trovavasi temperata nello spirituale da concilj e dal concistoro de’ cardinali, il cui parere soleva chiedersi e addursi negli affari di maggior rilievo, anche temporali; nel conclave soleasi imporre condizioni al papa eligendo, benchè mancasse il modo di fargliele osservare dopo eletto. Lo Stato, conteso, perduto, ricuperato più volte, e che stendeasi da Ancona a Civitavecchia, da Bologna a Terracina, oltre Benevento nel Regno, e in Francia il contado Venesino e la città d’Avignone, era spartito fra un’infinità di signorotti, di conventi, di Comuni, di prelati, connessi unicamente dalla supremazia papale, e nel fatto indipendenti a misura della lor forza; e poichè quivi dal municipio non furono soggettati mai i baroni pienamente com’era avvenuto in Lombardia, quegli or parteggiando pel papa, ora per l’imperatore, si sosteneano colle armi e coi tradimenti, a reprimere quelle turbolenze non bastando la mano d’un principe elettivo e prete[7].

Quando sentivano sfuggirsi l’Europa, i papi avrebbero potuto abbracciare l’Italia, formando una federazione che non sarebbe stata da meno di veruna potenza europea: ma neppure della penisola erano omai a capo, nè rappresentavano il partito guelfo e l’indipendenza; ed impigliati negl’interessi del dominio temporale dacchè su questo appoggiavano lo spirituale, e sovente occupati a procurare uno stato ai proprj nipoti, dovevano orzeggiare; mentre dal cozzo colle autorità terrene scapitava l’autorità religiosa, sempre meno riverita principalmente nell’alta Italia[8]. Vero è che il pontefice avea svelto da Roma ogni rappresentanza municipale, compresso i più potenti baroni del territorio, Colonna e Orsini, ridotto gli altri a secondarlo nelle imprese; nel regno di Napoli tenea sempre gran mano, come alto signore; e la tradizionale destrezza diplomatica gli assicurava molto peso nella bilancia politica, della quale Roma rimase ancora il perno per tutto questo secolo.

Radicatasi la dinastia degli Sforza a Milano e degli Aragonesi a Napoli, lunga pace succedette, conservata non più per la superiorità di qualche idea morale, ma per un equilibrio di forze, bilanciato ne’ gabinetti; e gli accordi di frà Simonetto e la lega di Paolo II provano come si sentisse il bisogno di congiungere le forze a difesa comune. Ma ambizioni e invidie lo impedirono; e morto il magnifico Lorenzo, attentissimo a mantener l’equilibrio, si scatenarono l’egoismo e l’astuzia.

Malgrado quest’esotica propensione ai principati, il governo repubblicano conservavasi in molte parti. Bologna, unica dell’antica Lega Lombarda, manteneva almeno il nome di libertà, pur obbedendo ai Bentivoglio: San Marino faceasi dimenticare per la sua esiguità: Siena e Lucca campavano in ristretta oligarchia. Genova possedea le due riviere da Ventimiglia fin oltre Sarzana, nè avea perduto tutti i possessi in Levante; ma sbolzonata fra i commercianti della città e i feudatarj della riviera, non parea sentire della libertà se non la fatica di cercarsi un sempre nuovo padrone. Venezia e Firenze erano salite al vertice della grandezza politica, l’una nel governo popolare, l’altra nell’aristocratico: ma Venezia, serrato il gran consiglio, si ancorò nella sua oligarchia; Firenze continuò ad agitarsi fra popolani e magnati: che se i popolani sotto i cenci de’ Ciompi furono vinti in piazza, il loro programma s’attuò coll’imposta unica e proporzionale, garantita mediante il catasto dei Medici, i quali riuscirono a sodare e abbellire la servitù.

In Firenze erasi concentrata la vita di tutta Toscana. San Miniato, Volterra, San Geminiano, Colle, Cortona, San Sepolcro le erano sottoposte; Montepulciano alleato servile; Livorno, datosi a’ Genovesi durante la tirannide del Boucicault, le fu da quelli rivenduto per centomila fiorini; per cinquantamila Arezzo, sorpreso da Engherando di Coucy; dal Campofregoso comprò Sarzana, antemurale ai Genovesi; Perugia continuava a divincolarsi tra gli Oddi e i Baglioni, finchè venne disputata fra Toscani e Papalini.

Della nobiltà campagnuola non rimaneano che i Farnesi nella maremma di Siena, i Malaspina in Lunigiana: Gerardo d’Appiano, vendendo Pisa a Gian Galeazzo, erasi riservata l’Elba, Piombino, i castelli di Populonia, Savereto e Scarlino, dal che cominciò il principato di Piombino, durato fino ai nostri giorni, e che abbracciava anche l’isola d’Elba. Le città assoggettate rimpiangeano la passata indipendenza; e il proverbio «Doversi Pisa tener colle fortezze, Pistoja colle parti», rivela con che atroci modi un Comune credeasi in diritto d’aggiogare l’altro. Pisa massimamente scoteva tratto tratto le catene, e per sottrarsi alla vicina avrebbe preferito servire a stranieri; e in fatti trattò di darsi alla Francia, patto che questa vi tenesse un governatore, nè a’ Fiorentini permettesse d’abitarvi o godervi privilegi, e le ricuperasse Livorno, Porto Pisano e il contado. Rifiutata, si esibì alla Spagna colle stesse condizioni, aggiungendovi che le entrate spettassero mezze alla Spagna mezze alla città, vi stesse un vicerè come in Sicilia, e i Pisani fossero in privilegi uguagliati ai sudditi spagnuoli[9]. Ah! della servitù straniera non aveva ancora fatto quella sperienza, alla quale sola i popoli sanno credere.

Senza smettere le forme democratiche, Firenze erasi avvezza a considerare come padrona la famiglia de’ Medici, che da un secolo l’indociliva a decorata servitù. I capitali, che i mercanti utilizzavano fuori, costringeano la politica a riguardi e ad alleanze disopportune. Le fazioni non lasciavano di turbare il paese o per ambizione, o per leale affetto di libertà; e a tenerle in briglia si richiedeva forza o accorgimento, opprimere od illudere. Ma al magnifico Lorenzo, che avea voluto signoreggiare a cheto, e non conculcare ma sedurre la libertà, era successo il suo primogenito Pietro (1492), che, forzoso di corpo quanto fiacco di spirito, cercava riputazione di destrezza nel fare alla palla, e d’abilità nell’improvvisare; scarso di politici accorgimenti, parea dimenticare l’origine popolare della potenza di sua casa collo sceverarsi dai cittadini; e colle dissolutezze eccitava di quelle nimicizie che si covano, non si obliano[10].

Presero da ciò baldanza i malcontenti, e se ne fece organo Girolamo Savonarola. Nato nobilmente a Ferrara il 1452, da padre padovano e madre mantovana, già fanciullo cercava la solitudine e le campagne, dove sin colle lagrime sfogava la piena degli affetti; e i primi suoi versi furono gemiti sulla Chiesa[11]. Amando la libertà e la quiete, le cercò in un convento di Domenicani, dove entrò col vero spirito del monacismo, acconciandosi ad umili uffizj, e volendo restare converso acciocchè le scuole nol distraessero dall’istituto primo dei Predicatori: pure professato a Bologna, si segnalò per umiltà e penitenza, applicossi a studiar nelle fonti la parola di Dio, e andava «in diverse città discorrendo per la salute delle anime, predicando, esortando, confessando, leggendo e consigliando»[12]. In Lombardia, vedendo queste alte montagne, coronate di ghiacciaje, quasi guardiane poste da Dio al paese suo prediletto, e i colli degradanti nei limpidi laghi, sostava dalla pedestre peregrinazione, e sotto qualche albero sedevasi ad osservare, e indagava nella memoria qualche versetto di salmo che esprimesse il sentimento che gli abbondava nel cuore. Concionando a Brescia sopra l’Apocalisse, cominciò a mescere politici intendimenti, viepiù sentiti quanto peggio si stava.

L’Ordine di san Domenico, malgrado qualche istante d’intepidimento, aveva continuato a produrre fervorosi predicatori. Quelli di Fiesole, riformati da sant’Antonino, eransi calati a Firenze, ove Michelozzo, a spese di Cosmo Medici, gli accomodò del convento di San Marco, presto arricchito di bellissima biblioteca e de’ dipinti di frate Angelico. Nel 1488 vi fu chiamato priore frà Girolamo; e inesorabile contro i peccati, mite coi peccatori, nella tranquillità e nel sereno naturale esprimeva la pace interna; rigorosamente povero, abbandonò fin quello che più diligeva, alcuni libri e immagini; portava abitualmente in mano un piccolo cranio d’avorio, per ricordarsi il nulla delle onorificenze umane; e credente come un frate, sagace come un tribuno e studiosissimo dei politici, associava devozione sincera a liberali intenti, volendo tutto pel popolo e col popolo. Predicava sotto un gran rosajo damasceno; e l’uditorio, scarso dapprima, forse per la sua pronunzia lombarda[13], crebbe a segno, ch’egli dovette trasferirsi in duomo, e sotto quelle vaste e ignude arcate fulminava l’abbominazione introdottasi nel santuario, i garbugli della politica, le profanità degli artisti.

Quasi sbigottito di se stesso, proponea moderarsi, e — Testimonio m’è Iddio che tutto il sabato e tutta la notte vigilai, nè mai potetti volgermi ad altro. E sentii la mattina dirmi, _Stolto! non vedi che la volontà di Dio è che tu predichi in questo modo?_ E così in quella mattina feci una predica molto spaventosa». Ne avea di che, vedendo i fedeli non ascoltar più ai prelati, padri e madri allevare alla peggio i lor figliuoli, i principi opprimere i popoli e soffiare nelle loro dissensioni, cittadini e mercanti non pensare che al guadagno, le donne alla futilità, i villani al furto, i soldati alle bestemmie e ad ogni sorta delitti[14]. Fra i secolari, persone d’ingegno, di nobiltà, di sapienza umana, ignoravano le verità della fede, o si stomacavano della semplicità del catechismo e dell’obbrobrio del Calvario; artisti d’insigne nome aveano perduta la fede, e beffavano chi ancor la tenesse; le scuole divenivano pascoli avvelenati, dove ammirando solo le pagane virtù e spiegando gli autori più pericolosi, avvezzavasi alla lubricità prima che nelle Università si delirasse dietro ad una logica petulante e alle sottigliezze aristoteliche surrogate al buon senso e al vangelo.

Intanto i prelati, non che correggere, pervertivano cogli esempj il loro gregge; i preti scialacquavano i beni della Chiesa; i predicatori spacciavano curiose novità. — Questa pecora smarrita, questa donna caduta in peccato, viene; Cristo l’ha perduta; il buon prete la trova, e deve renderla a Cristo; ma il malvagio la blandisce, la scusa, le dice: _So bene che non si può sempre vivere castamente, e guardarsi dal peccato_; poc’a poco la tira a sè, e l’allontana più che mai da Cristo. — Frate, non toccar questa corda. — Io non nomino alcuno, ma la verità bisogna dirla. Il cattivo prete l’adula, la trascina di modo, che la povera pecora perde la testa; non che renderla a Cristo, la tiene per sè. Se sapeste tutto quel ch’io so! cose schifose, cose orribili; e ne fremereste: e io non posso frenar le lagrime pensando che i cattivi pastori si sono fatti mezzani per condurre l’agnella in bocca al lupo. Non serve che preti e frati vadano ogni giorno a passeggiar sulle piazze e far visita alle comari; ma che studiino la Bibbia. Si son viste delle femmine vestite da cherici. E dopo notti passate nel vizio, che vuoi tu fare della messa?»[15].

Il frate commosso pregava istantemente dal Signore — Nota fammi la tua via»; e parvegli che la sua via fosse il riformare i costumi del clero, e mediante questi riformare il popolo. Nel suo convento introdusse una regola più severa, col divieto del possedere e d’ogni superfluità, e con maggiori esercizj di pietà e di studio, e sempre confermando i precetti coll’esempio; ebbe la consolazione di vestirne l’abito a persone primaje, a sei fratelli Strozzi, a cinque Bettini, fin ad alcuni Medici, a Pandolfo Rucellaj, gran tempo versato nelle pubbliche cose, a un Vespucci e ad un Sacromoro insigniti di dignità ecclesiastiche, a Zanobio Acciajuoli letterato e poi bibliotecario di Leone X, al professore di medicina Pier Paolo d’Urbino, all’israelita Blemet maestro d’ebraico a Pico della Mirandola, il quale pure avrebbe indossato quelle insegne se non moriva precoce. Fin tutti i monaci Camaldolesi mandarono offrirgli di cambiar le loro colle divise domenicane; se non che esso confortolli a perseverare nella loro costituzione.

Riprovava i predicatori che si perdono in fronzoli, e appoggiandosi ad Aristotele, a Virgilio, ad altrettali autorità, «fanno delle futilità dei filosofi e della Scrittura santa un miscuglio, e questo vendono sopra li pergami, e le cose di Dio e della fede lasciano stare»[16]; e ripetea non doversi adoperar le scienze per dimostrare la fede, ma prendere la fede in semplicità; non dissiparsi in colloqui e ciancie, ma studiare la Bibbia e i Padri. In fatti Savonarola sceglie un testo, poi vi s’abbandona quasi d’ispirazione, copioso più che proporzionato, scurante del disporre o le frasi o i pensieri, e solo arricchendosi della cognizione preacquistata de’ sacri autori; ed anzichè ad aride distinzioni scolastiche, a citazioni, ad argomenti in forma, s’appoggia a prove di ordine soprannaturale; l’allegoria gli è quasi connaturata; l’arte di scrivere non conosce, sì quella di commovere e signoreggiare, e diceva: — Io non bado a verun artifizio di retorica, a verun ornamento; mi servo di parole semplici e vulgari; non mi occupo, lo sa Dio, del modo con cui parlo, nè del gesto o dell’azione oratoria. Mi basta aver l’occhio sui pensieri; per tutto il resto mi lascio condur docilmente dove mi portano l’ispirazione e il fervore dello spirito»[17].

E sempre a nome della Bibbia loda o minaccia, esalta o fulmina; passa dall’apologia personale ad impeti d’amor divino, dalla riforma de’ costumi a quella della Chiesa; e crede che, nel senso mistico, i libri sacri s’applichino non solo ai fatti generali della storia, ma anche ai particolari di ciascun tempo, qualora la grazia ajuti a combinare i testi. Ciò lo porta non solo a sottigliezze e interpretazioni forzate, ma a prolungare strani paragoni ed allegorie; come là dove i sette giorni della creazione mette a parallelo colla rivoluzione di Firenze.

Ma spesso la sua eloquenza sgorgava dal cuore, e con effusione di lagrime, e cogl’impeti delle anime forti in complessioni delicate. Una volta gli ascoltanti rimaneano duri, ed egli non udendo i soliti singhiozzi, s’arresta, poi volgendosi verso l’altare, — Io non posso più, le forze mi mancano; non dormir più, o Signore, su quella croce; esaudisci queste orazioni, _et respice in faciem Christi tui_. O Vergine gloriosa, o Santi..., pregate per noi il Signore che più non tardi ad esaudirci. Non vedi tu, o Signore, che questi cattivi uomini ci dileggiano, si fanno beffe di noi, non lasciano far bene a’ tuoi servi; ognuno ci volta in deriso, e siam venuti l’obbrobrio del mondo. Noi abbiamo fatta orazione: quante lagrime si sono sparse, quanti sospiri! Dov’è la tua provvidenza, dov’è la bontà tua, la tua fedeltà?... Deh! non tardare, o Signore, acciocchè il popolo infedele e tristo non dica, _Ubi est Deus eorum?_... Tu vedi che i cattivi ogni giorno divengono peggiori, e sembrano omai fatti incorreggibili: stendi dunque la tua mano, la tua potenza. Io non posso più, non so più che mi dire, non mi resta più che piangere. Non dico, o Signore, che tu ci esaudisca pei nostri meriti, ma per la tua bontà, per amore del tuo Figlio... Abbi compassione delle tue pecorelle. Non le vedi tu qui afflitte, perseguitate? non le ami tu, Signor mio? non venisti ad incarnarti per loro? non fosti crocifisso e morto per loro? Se a quest’opera io non valgo..., toglimi di mezzo, o Signore, e mi leva la vita. Che hanno fatto le tue pecorelle? Esse non han fatto nulla. Io sono il peccatore: ma non abbi riguardo, Signore, a’ miei peccati; abbi riguardo una volta alla tua dolcezza, al tuo cuore, alle tue viscere, e fa provare a noi tutta la tua misericordia».

Gran presa dava al frate quel governo dei Medici, materiale, egoisto, spoglio di concetti generosi. Il vulgo, guardando Lorenzo come usurpatore della miglior proprietà de’ Fiorentini, narrava che Savonarola, chiamato al letto di morte di questo, gli domandò in prima se confidasse nella misericordia di Dio, poi se fosse disposto a restituire i beni d’illegittimo acquisto; e il moribondo dopo qualche esitanza acconsentì: infine se ripristinerebbe la libertà e il governo a popolo; e ricusando Lorenzo la condizione, il frate se n’andò senza benedirlo[18].

Maggior appiglio ancora gli dava la depravazione della corte romana. Morto Innocenzo VIII, troppo avvoltolato in tresche politiche (tom. VIII, pag. 214), e mantice di guerre e rivalità, Ascanio Sforza dei duchi di Milano avea molte voci nel conclave; ma non riuscendo a sorpassare l’emulo Giuliano della Rovere, le vendè tutte a Rodrigo Lençol di Valenza in Ispagna, che da Calisto III suo zio materno avea preso il cognome di Borgia, e che allora si fece chiamare Alessandro VI (1492 11 agosto). Sciagurati tempi, se a salire al primato della Chiesa non gli furono ostacolo i diffamati costumi! Destrissimo e di singolare sagacità, baldanzoso a compiere che che l’ambizione gli suggerisse, robustamente frenò i baroni e gli assassini: ma anzichè al ben pubblico, s’interessava per collocare altamente i cinque figliuoli natigli da Rosa Vanozza. Era fra questi Lucrezia, diffamata per lubrici certami e per doppio incesto. Alessandro, quando andava ad assediare Sermoneta, le affidò il governo di Roma, onde abitava le camere del pontefice, ne apriva le lettere, provvedeva col consiglio di cardinali: talmente la turpitudine era recata in trionfo, e il delitto eretto in scienza.