Storia degli Italiani, vol. 09 (di 15)

Part 1

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STORIA DEGLI ITALIANI

PER CESARE CANTÙ

EDIZIONE POPOLARE RIVEDUTA DALL’AUTORE E PORTATA FINO AGLI ULTIMI EVENTI

TOMO IX.

TORINO UNIONE TIPOGRAFICO-EDITRICE 1876

LIBRO DUODECIMO

CAPITOLO CXXVII.

Prospetto generale. — Il Savonarola.

Nè idolatri del passato, nè abbagliati dal presente, e confidenti nell’avvenire, seguendo con attenzione e sincerità l’evoluzione di quel fatto complesso che si chiama incivilimento, specialmente nel nostro paese, abbiamo veduto dallo sciogliersi dell’impero romano cominciare uno sminuzzamento, che la sovranità restrinse perfino a villaggi e a semplici castelli. Carlo Magno tentò agglomerarli per mezzo della Chiesa e del sistema benefiziario, divenuto poi feudale: e la rinnovazione dell’impero d’Occidente ricollocò il rappresentante e l’eletto dei Romani sopra ai baroni conquistatori e ai re stranieri, non già con un dominio a modo degli antichi augusti, ma con un patronato.

Nella gerarchia di quella società universale che chiamavasi cristianità, il solo imperatore possedeva la delegazione imperiale, fin quando Filippo il Bello di Francia, nell’intento di contrariare la Chiesa, pretese regnare per grazia di Dio. I baroni, investiti del suolo e della sovranità territoriale, prestavano omaggio al caposignore, del resto operavano indipendenti; e tali si resero pure i vescovi e le città, fosse allo scopo di garantire le antiche consuetudini, fosse per usufruire le franchigie feudali.

Tale sistema si svolse ne’ secoli, che, anche dopo tanti studj, malissimo sono conosciuti, sì per le menzogne di quei che in essi vogliono osteggiare il presente o ribramare un passato irremeabile; sì per la frivolezza dei manovali della letteratura che, superbamente drappeggiandosi ne’ pregiudizj, sentenziano ad aneddoti ed epigrammi; sì per la reale difficoltà d’intendere, nella regolarità impersonale delle odierne società, quei tempi di piena indipendenza personale, quando di leggi tenevano luogo le consuetudini locali, la promessa, l’omaggio, in una graduazione dove ciascuno obbediva soltanto al superiore immediato, secondo convenzioni stipulate.

La libertà non era però un diritto, sibbene un privilegio, e mancava di rappresentanti e d’un tutore universale. Ogni terra aveva un signore diretto e un signore utile: ma non v’erano sudditi nel senso odierno, cioè accomunati di leggi, d’amministrazione, di giustizia; ciascun feudo, ciascuna comunità, ciascuna classe, ciascun’arte regolandosi con particolari statuti. E principi e Comuni cercarono forza col sottomettere i vicini disgregati ed emuli; donde le guerricciuole che si deplorano come fratricidj, e che erano sforzi verso una pacificazione sociale meglio sistemata. Non che respinto, l’imperatore era venerato qual rappresentante della giustizia; consideravasi libertà il dipendere da lui, anzichè da baroni; città imperiale, privilegio imperiale, equivaleva a libero[1].

Unico potere centrale, e per origine superiore a tutti era il papa, venerato quasi come i cesari antichi, sebbene non divinizzato com’essi; e che armato soltanto delle due chiavi, al governo militare opponeva gli eterni canoni del giusto e del vero. A lui aderivano gli ecclesiastici di tutta cristianità, forti nel diritto loro speciale, nei privilegi di fôro, nella connessione con Roma e tra loro: e poichè nella Chiesa trovavansi giustizia, pace, consolazioni, dottrina, essa preponderava sopra l’opinione ed anche sopra i governi, e le sue quistioni erano le sole d’interesse generale. Perocchè, come in un giorno di rivoluzione ognuno prende le armi, e al potere caduto si surroga chi ha la confidenza del popolo e la propria; così alla sfacciata autorità secolare era sottentrata l’ecclesiastica, valendosi delle forme consuete, adottando fin i pregiudizj de’ Barbari per meglio modificarli.

Se esaminiamo tale gerarchia, ecco principi che poteano abusare da tiranni, ma non dominare assoluti, giacchè non aveano eserciti stabili, ma bensì a fianco e nobili ed ecclesiastici con diritti protetti dal tempo e dall’unione. Ecco vassalli, simili a piccoli re, mentre gli altri signori drizzano ogni studio ad obbligarli a somministrar uomini anche per la guerra esterna, poi a sottoporre al loro appello la giustizia locale. Ecco semplici nobili, che o traevano lustro da cariche e dignità, qualche volta ereditarie, o possedeano feudi non sottoposti ad altra giurisdizione che del principe. I popolani erano liberi di lor persona, non tenuti cioè se non agli obblighi che avessero assunti espressamente o tacitamente; quasi dappertutto poteano acquistare terre nobili, senza per questo salire alla nobiltà.

Collo stabilirsi de’ Comuni aveano ricuperato la libertà anche i villani, quantunque rimanessero legati a qualche servigio di corpo o a comandate, come di cavalli pei corrieri, di carriaggi per la guerra, di restauri alle strade. Servi della gleba o tagliabili, affissi ai poderi e venduti con essi, rimaneano soltanto là dove ai Comuni era stato impedito lo svilupparsi, come nel ducato di Savoja; e colà stesso divenivano franchi se dimorassero un anno e un giorno in un Comune libero.

A differenza degli antichi, non derivando dal terreno ma dall’industria la civiltà nostra, questa portò l’indipendenza delle città, mentre i territorj restavano ancora feudali (_il contado_). In conseguenza la libertà del medioevo differiva da quella degli antichi, e da quella che oggi intendiamo: allora riponeasi nel prender parte immediata al governo; da noi, imitando gl’Inglesi, nel proteggere i diritti individuali dall’intromissione governativa.

Esistenza disordinata e tormentosa sì: ma forse altro è la vita? A conciliare la libertà dell’individuo con quella del governo non riuscirono; ma forse non è questo il problema, attorno a cui tentona affannosamente la nostra generazione? Non da teoriche astratte o da concatenate induzioni, ma dalla storia era venuto fuori quel governo, temperato da tre corporazioni indipendenti, clero, nobiltà, città; le due prime invigorite dal tenersi collegate con quelle d’altri paesi, almeno per ispirito di corpo; le città invece dall’isolamento.

Per accentrare i poteri in un capo, fosse individuo o collettivo, bisognava rimovere questi elementi estranei, interpostisi fra il principe e i sudditi: e tale è l’opera a cui faticò il XVI secolo, detto del rinascimento perchè le rinnovazioni, lente per addietro, arrivarono in folla l’una traendo l’altra, l’attenzione si affissò a tutti i punti, i raffinamenti delle lettere e delle arti si propagarono anche al vivere, l’esame dalla disciplina letteraria si allargò sulla ecclesiastica, e il raziocinio non s’arrestò neppur davanti alla fede. Quasi un giovane emancipato, il mondo non parve sentire che le gioje dell’attività; — O secolo avventurato! (esclamava Ulrico Hütten) gli studj fioriscono, gl’intelletti si svegliano; è una felicità il vivere»; e questa baldanza di spirito, questa pienezza di vita ci trapelerà anche di sotto ai duri patimenti, de’ quali specialmente sofferse la patria nostra.

Cominciando dall’esaminare il miglioramento, troppo vedemmo come la parte peggio amministrata de’ piccoli Stati fosse la giustizia. Ogni nazione passa per uno stadio sociale, dove la punizione del delitto è vendetta privata, nè la pubblica autorità vi prende parte: in alcune è attribuita alla divinità, quasi per consacrare le conquiste dell’ordine sopra la licenza. Dappoi non legislatori togati, ma rozzi pratici v’introducono regole: con _tregue di Dio e paci pubbliche_ si proibisce di far violenza in dati tempi e a certe persone: chi le trasgredisca rimane fuor della legge, cioè esposto ancora alla vendetta personale.

Ne’ feudi, costituenti un ente morale, la personalità rivisse nelle guerre private; poi il diritto penale s’introdusse non come un magistrato di riparazione e di correzione, ma per sostituire la vendetta pubblica alla particolare, laonde erano alleviate e fin tolte le pene qualora l’offeso perdonasse o le parti si riconciliassero; ed ammessa la composizione, cioè il compenso a denari, il quale, allorchè sia dal legislatore determinato, cessa d’essere un mercato dell’onore degl’individui o delle famiglie, umilia il colpevole senza degradarlo, e lo riammette nella società, anzichè privarla d’un membro utile.

Il concetto della repressione pubblica fu introdotto dal diritto canonico e dal romano. Il primo insinuava negli ordini barbari i dogmi generali ed eterni della giustizia; procedure comuni divennero i congiuranti, la pubblicità, le prove di Dio; l’asilo e il diritto di grazia, disordini in regolata amministrazione, riuscivano allora di benefico rimedio.

Già nelle costituzioni di Federico II di Svevia proclamavasi che ogni giurisdizione deriva dal principe, che la civile deve star separata dalla criminale, che leggi e magistrati devono essere uguali per tutti: ma nè egli stesso vi si attenne, nè la pratica se ne generalizzò. Anzi, non discendendo più gl’imperatori per farsi coronare, erano cessate le assise e i placiti che teneansi in presenza loro o dei loro messi; cessata l’unica fonte generale d’autorità laica legislativa.

Di rimpatto moltiplicavansi le giustizie locali e personali; i Comuni vigilavano che niuno fosse chiamato a giudizio fuor del proprio territorio; preti, nobili, Università, arti non riconoscevano che il fôro speciale; i feudatarj maggiori godeano il mero e misto imperio. Ma i principi s’erano industriati a trarre a sè la giustizia, ed oltre esercitarla direttamente nelle terre di loro spettanza, o eleggevano un vicario sovra proposta dei Comuni, o introducevano l’appello. Questo non era un nuovo grado di procedura, ma essendo essi forti e alti signori di molti feudi, in caso di negata giustizia accettavano il ricorso dei gravati, e proferivano un giudizio nuovo; poi si determinarono i casi in cui le cause doveano essere portate al principe.

È vero che ancora e giudici e principi consideravansi, non quali ministri, ma quali arbitri della giustizia: pure dovettero studiare a renderla più sicura, più dignitosa e incorrotta. Spesso erano sviati sia dalla passione, sia ancor più dalla necessità d’impinguare il fisco quando si conobbe che la tirannia non era possibile senza eserciti; sicchè a tal uopo si ledeva la proprietà o colle esorbitanti imposte, o confiscando col pretesto delle colpe di Stato; i decreti dei duchi di Milano, men che ad utili provvedimenti e a migliorare l’amministrazione, tendono a consolidare il potere arbitrario; ne’ paesi sottoposti alla Savoja infliggevasi la confisca fin «per certi buoni rispetti», permettessi al reo di redimersi mediante un prezzo sborsato al principe, davansi moratorie per debiti. Quivi la giustizia si rendea non collegialmente, ma da un solo, retribuito dalle parti; e agli abusi credeasi riparare mandando attorno giudici straordinarj, che potevano sentenziare senza riguardo ai giudici naturali.

Il pubblico ministero, cioè il magistrato che sostiene l’interesse della società innanzi ai tribunali promovendo l’accusa e la punizione dei delinquenti, e vigilando perchè la legge sia osservata e tutelato l’ordine pubblico, si vide in Italia prima che altrove; e l’_avogador del Comune_ a Venezia, già nel IX secolo investito d’autorità giudiziaria per le quistioni tra i privati e il fisco, divenne poi accusatore de’ rei, e sindacatore delle alte magistrature. Simili erano i conservatori delle leggi a Firenze; e n’è pur traccia in un giudicato della gran corte di Napoli del 1221.

Ancora prima del XII secolo introducevansi statuti particolari, i quali poi furono ridotti in iscritto, e si mantennero anche dopo modificata o tolta l’indipendenza comunale. Erano ordini speciali, acconci alle convenienze civili e politiche di ciascuna comunità; mentre il diritto romano, contenente i dogmi di generale equità, applicabili negl’interessi e privati e pubblici, restava legge comune. A questo poteasi far richiamo anche a petto del forestiere: gli altri non valeano che fra gli accomunati, modificavano od abrogavano il diritto romano, ed erano interpretati alla stretta lettera. Il concetto legislativo v’è per lo più espresso imperfettamente, con locuzioni inesatte e vane ripetizioni, sminuzzandosi ne’ particolari anzichè generalizzare i concetti: spesso didattici più che imperativi, lasciano troppo all’arbitrio del magistrato; esprimendo una società casalinga, anzichè regolata da interessi universali e dalla forza, ove non è bisogno di grandi precauzioni perchè manca quel supremo stromento della tirannia, l’esercito stabile[2].

Innovazioni vi si faceano di frequente, ma non radicali; deduceansi dal bisogno istantaneo, non da norme generali e filosofiche; voleasi mantenere la distinzione delle classi, creduta base della civile convivenza[3]; voleasi rispettare certe forme anche dopo che aveano perduto il senso: facile soggetto di riso a chi ignora come le forme siano la prima espressione e l’ultimo rifugio del diritto[4].

Nel secolo XV l’erudizione, vagheggiando l’armonia dignitosa della città antica, rivelata nel _Corpus juris_, rese evidente la sconnessione dell’edifizio gotico: i popoli raccolti attorno ai principi non aveano più bisogno di domandare alla Chiesa regole per gli atti, protezione per gl’interessi, provvedendovi gli ordinamenti municipali e il diritto romano: il potere principesco affaccendavasi ad abbattere la feudalità, circoscrivere la giurisdizione canonica alle materie ecclesiastiche, e i municipj agl’interessi comunali sotto la vigilanza dello Stato.

L’irreparato movimento de’ tre secoli precedenti avea fatto o che i nobili scegliessero alcuno de’ suoi, il quale coll’unirli li rendesse potenti ad opprimere il popolo; o che il popolo affidasse ad alcuno la sovranità onde sottrarsi all’oppressione dei molti. Ed essendo più facile contentare chi non vuol essere oppresso che chi desidera opprimere, i tirannelli si mostravano propensi al popolo, e impedivano le soperchierie dei nobili, non foss’altro per soperchiare essi a maggior vantaggio.

La nobiltà non era ad un solo modo costituita. In Lombardia e in Toscana i feudatarj erano stati repressi dalle repubbliche, e accasatisi nelle città, vi s’abbellivano d’arti e di maneggi. Funesta vitalità conservavano invece nella Romagna e nel regno di Napoli, dove mescevano ambiziosi divisamenti e guerre parziali, o vendevano indecorosamente il valore. Però neppure nei due primi paesi i nobili erano pareggiati al popolo nella giustizia e nel concorrere alle cariche; potenti nell’accordo e nell’uso delle armi, cercavano soperchiarlo; questo a vicenda ergeva a loro contrasto le maestranze; e gli uni contrapponendo agli altri non l’eguaglianza, ma privilegi ottenuti od usurpati, e movendosi non per accordo d’interessi, ma per opposizione di questi, rendeansi impotenti a ben costituire una repubblica. Quindi moto continuo d’altalena, e «riforme fatte, non a soddisfazione del ben comune, ma a corroborazione e sicurtà della parte; la qual sicurtà non si è ancora trovata, per esservi sempre stata una parte malcontenta, la quale fu un gagliardissimo stromento a chi ha desiderato variare»[5].

Ogni governo tenea dunque la mira a sventare i feudatarj ed erigere i cittadini, onde nell’eguaglianza ottenere quella centralità di poteri che desse la forza; men tosto per raziocinio che per istinto sentendo «che alcuna provincia non è mai unita e felice, se la non viene tutta all’obbedienza d’una repubblica o d’un principe, com’è avvenuto alla Francia e alla Spagna»[6].

I nostri n’erano ben lontani. I signorotti, che aveano ereditato delle antiche repubbliche, stavano attenti a conservarsi, ma dal crescere li rattenevano tre barriere, i baroni, il popolo, le vicine repubbliche: talchè insufficienti a regnare, bastanti a impedirne altri, versavano continuamente in contrasti, inganni, violenze.

Costituire freno ai prepotenti e tutela ai deboli doveva essere scopo comune; ma parve che tutti i mezzi vi fossero spedienti, e troppo avremo a vedere quanto se ne scegliessero di scellerati. Intanto proseguivano tutti gli atti del dramma storico del medioevo; l’indipendenza comunale, il concatenamento feudale, le città suddite a città, il principato civile, il principato ecclesiastico, il capitano di ventura, le guerricciuole; ma fra loro faceansi strada il soldato gregario, la grande conquista, la raffinata letteratura, la politica sottile nelle arti, estesa nel concetto. Supremo intento professavasi la pace, e credeasi assicurarla fra le provincie mediante il principato, fra i principati mediante l’impero: ma quest’unità materiale sotto un individuo dispensava dal cercare l’unione degli spiriti, la concordia morale; all’originale affaccendarsi degl’individui si sovrapponea quella astrazione che chiamasi Stato; smarrito il vecchio ideale, cercavasi penosamente il nuovo, cioè quella ragion di Stato che è calcolo d’interessi positivi per cui si devano collegare o nimicare i governi, o d’interesse di principi che non riguardano più all’intera cristianità, sì bene alla propria famiglia.

E appunto il sovrapporsi militarmente della monarchia alle sminuzzate signorie fu l’opera di quest’età. Coi principati non era venuta la quiete, non l’ordine, non l’eguaglianza di tutti in faccia alla legge; vacillando l’ordine della successione quando non poteasi invocare la legittimità da dinastie sorte di fresco, nè riconosciute che di fatto, ad ogni vacanza disputavasi del dominio, e chi l’usurpasse sapeva di poterlo far legalizzare dai sofismi o dalla forza. Costretti a conservarsi in mezzo a nemici, i tiranni non badavano a moralità di mezzi; e alle corti anche de’ migliori poteasi avere scuola di politica tortuosa, di corruzione, di perfidie. L’inganno credeasi ragionevole arte di vincere, nè facea vergogna più che ai Beduini il rubare e ai Romani il tenere schiavi e gladiatori; errore di raziocinio, più che malvagità d’animo; e il Machiavelli professa che pei grandi uomini è vergogna il perdere, non il guadagnare coll’inganno. Di tal passo procedeano Luigi XI in Francia, Enrico VII in Inghilterra, Ferdinando in Castiglia, Giovanni II in Portogallo, Giacomo IV in Iscozia, terribili iniziatori che non faceano divario di mezzi nell’abbattere il passato, e restringere nell’unità nazionale i confusi elementi del medioevo. L’Italia, perchè centro delle negoziazioni, maggiori esempj offriva di quella politica, di cui fu accusata inventrice, e rimase vittima. Buoni principi v’erano, ma non istituzioni che il bene perpetuassero; e quel fiero pittore dell’età sua, il quale osò dire ciò che gli altri osavano fare, soggiunge: — I regni, i quali dipendono solo dalla virtù d’un uomo, sono poco durabili, perchè quella virtù manca con la vita di quello, e rade volte accade che la sia rinfrescata con la successione: onde non è la salute di una repubblica o d’un regno avere un principe che prudentemente governi mentre vive; ma uno che l’ordini in modo, che morendo ancora la si mantenga».

Concentrati gli affari ne’ principi e ministri, nacque la politica di gabinetto, e la necessità di vigilarsi reciprocamente, di combinare alleanze, di mantenere ambasciadori, col che la diplomazia divenne stromento primario di conciliazioni e di nimistà.

Costituivano le entrate pubbliche i proventi de’ beni particolari del principe; i censi in natura e in denaro, retribuiti dall’infinita varietà de’ livellarj; quel che pagavasi ond’esser esenti dai servigi personali e reali, dalle comandate, dagli alloggi; le regalie della moneta, delle miniere, delle acque, de’ benefizj e vescovadi vacanti; le tasse di chi acquistava uffizj e cariche, e specialmente quelle di finanza, occasione di guadagno; le dogane e i pedaggi e dazj sulla vendita a minuto; le propine per cause civili, e le multe o composizioni per criminali; le successioni che ricadevano al principe; i censi imposti agli stranieri, agli Ebrei, ai prestatori onde avessero protezione come i cittadini; i donativi volontarj, massime per nozze, battesimi, successione; i canoni, mediante i quali i Comuni, le corporazioni, gl’individui otteneano franchigie; la tassa diretta, variamente compartita, dove secondo il numero de’ fuochi, dove secondo le teste, o a proporzione del sale, o dei cavalli che si doveano alloggiare, e variante secondo la condizione delle persone o le costumanze del Comune. In gravi occorrenze metteasi un’imposta sopra i beni clericali, col consenso del papa, o si stornavano a uso pubblico i legati di opere pie. Altre volte domandavansi sussidj, che i Comuni o i corpi non osavano negare, e dei quali talora erano stipulati previamente l’importare e l’occasione. Restava poi una fonte più copiosa, le confische, colle quali, oltre impinguar l’erario, debilitavansi le famiglie che davano ombra.

Insomma la finanza diveniva potente stromento di tirannia, e non sorretta da buoni ordini amministrativi, limitavasi a cumular denaro da spendere in armi non cittadine, che della tirannia erano l’incentivo e l’appoggio. Così, mentre nel medioevo almeno in diritto era riconosciuta la superiorità della coscienza all’opinione, della giustizia alla forza, allora la politica si ridusse in un’arte di giungere al potere e conservarvisi per qual fosse modo, senza lampo di generosità. Pertanto nel Cinquecento troveremo molte belle opere, poche belle azioni; e il dipingerlo come un secol d’oro è menzogna, o volgare di chi, dolorando del presente, immagina beatissimo il passato, o letteraria di chi vuol crescere l’effetto delle tenebre antecedenti coll’opporvi sprazzi di luce limpidissima.

Per vero in Italia sopravvivevano i resti dell’antica civiltà, ed avea progredito a gran passi la nuova, della quale vi stava il nerbo col pontefice; qui sapere diffuso e riverito, qui dotta agricoltura, qui estesi commerci, qui fortune più avventurose, qui lusso raffinato; gli stranieri, come per devozione pellegrinavano alle soglie degli apostoli, così venivano, romei dell’intelligenza, a cercar qui ispirazioni, esempj, compimento d’educazione, ardore di letterarie ricerche, franchezza di ragionare, sperienza di civili franchigie, per illuminare poi le patrie loro coi raggi della nostra. L’amor delle lettere si reputava dovere dei principi: retori e grammatici educavano i signori, portavano ambasciate, conducevano trattati: lo studio dell’antichità forbiva le scritture e ornava gli edifizj, senz’avere ancora incatenato a servile imitazione: ogni evento dava motivo a feste e comparse, ove sfoggiare di lusso e buon gusto. Insomma era indisputata la nostra superiorità d’arti, di cultura, d’opulenza.

Ma il carattere nazionale si svigoriva; coi Comuni si spegneva la fede in se stessi, l’orgoglio personale, lo spirito di dignitosa resistenza; il servire a despoti fiacca gli animi, quanto li rinvigoriscono la legittima obbedienza e l’obbligo di proferire il proprio pensamento sugl’interessi e sugli atti della patria. I principi soli si moveano; il popolo, escluso dagli affari, si volse all’industria, alle arti, alle lettere: ma se ciò toglieva quei sommovimenti interni, che formano la parte drammatica dell’antichità e del medioevo, è pur vero che al patriotismo ed al coraggio sottentrava nelle moltitudini una pazienza incurante ed egoistica, cercando sicurezza nell’oscurità, acquistando gran concetto della forza quando questa predominava sopra un vulgo inerme, che non vedeva alcun elevato scopo a cui aspirare e per cui morire. Quindi millanteria e vanità senza virtù, devozione senza fede; sperperavansi i mezzi invece di usarne; s’inorgogliva del passato, e si provocava a duello chi tacciasse di viltà la nazione, ma non si facea ciò che sarebbesi richiesto per conservarle la superiorità.