Storia degli Italiani, vol. 09 (di 15)

Part 46

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«Per dar mo conto a vostra maestà del modo che vorrei tenere per questo effetto, dirò l’intento mio esser di occupare una porta, e tener in punto il soccorso, e per quella impadronirmi della terra. L’occupar la detta porta in questi tempi, come ho detto, è da me giudicato facile; ed il soccorrerla, e soccorsa impadronirmi della terra, facilissimo. Per pigliare la porta penserei di fare che uno de’ miei servitori facesse un affronto ad una persona della quale mi fido che farebbe questo furto, e fare che lo affrontato si partisse di qua e se ne andasse in Crema, e di là cominciasse a mandar cartelli a questo mio che l’avesse affrontato, e presa occasione da questi cartelli, vorrei mandar uomini che mostrassero voler di mia commissione ammazzare quel tale, e dall’altro canto vorrei dar ordine che il detto affrontato, mostrando aver scoperto il trattato de’ detti uomini ch’io manderei per mostrare di ammazzarlo, se ne fuggisse in Piacenza, ed indi proseguisse pur a mandar cartelli, e mostrasse animo di voler combattere, e per guardia e sicurezza sua tenesse otto o dieci uomini che sempre l’accompagnassero. E a fine che la pratica dei cartelli aspettasse e desse luogo alla principale, la farei trattenere quanto mi piacesse senza venire ad alcuna conclusione sin a tanto che il resto delle cose a ciò necessarie fosse maturo. Appresso vorrei, per la notte che dovesse porsi in esecuzione il trattato, mandarci altri quindici uomini, che l’uno non sapesse dell’altro, nè l’effetto per il quale andassero, finchè non si venisse al bisogno, e con questi venticinque uomini occupata la porta, che intendo non esser guardata se non da uno che la chiude, e quella occupata, introdurre il soccorso delle genti.

«Sotto colore adunque dell’impresa di Montojo, vorrei dar fama di fare una compagnia di trecento fanti solamente nel paese di Lodi, che si estende fin presso Piacenza due o tre miglia; ma in effetto vorrei che se ne facessero cinque o seicento, e costituire per la mostra e paga loro il giorno precedente alla notte che si avesse ad eseguire il trattato, acciocchè, venuta l’ora che li venticinque di dentro avessero ad occupare la porta, questi potessero esser presti e comodi a mantenerla occupata, ed a cacciarsi per forza dentro...

«Mandai ne’ giorni passati un mio confidente per tentare da lontano gli animi di alcuni di quei gentiluomini, e sapere se, caso che succedesse alcun tumulto, essi se ne starebbero al vedere. Il quale vi andò, e fatto l’officio come il dovea, trovò talmente mal disposti quei tali con chi parlò, che dice quelli, senza sapere con chi parlassero, esser venuti a dire, che il maggior piacere che aver potessero in questo mondo sarebbe sentendo che una notte si gridasse Spagna Spagna, o Francia Francia. Io ho uno di quei gentiluomini principale, con cui potrei fidarmi, e che la notte, sentendo il rumore per la città della porta occupata, cavalcheria, e trovando chi sembiante facesse di volersi movere, con buone parole o con minaccie lo farebbe tornare in casa...

«Promettendosi qualche buono trattamento e qualche mercede a qualche persona principale, spererei che Parma non dovesse molto replicare a rendersi, vedutosi chiusa la via del soccorso, ed esser in favor nostro alcun principale, che si scoprisse in favore di vostra maestà, attesa ancora la malevolenza portata al duca predetto. Come vostra maestà sa molto bene, le cose di questa qualità non si sono mai condotte bene, se non si è proposto premio a quelli che per effettuarle han posto la vita in pericolo».

Come accade, passò del tempo, moltiplicaronsi lettere e brighe; don Ferrante trasse dalla sua l’Anguissola, e i 13 giugno scriveva all’imperatore: — La maestà vostra deve ricordarsi di quel tanto che a questi dì le scrissi, in proposito di unire con questo Stato quel di Parma e di Piacenza, e del disegno che mi si offriva di rubar Piacenza, nel qual disegno interveniva per capo il conte Giovanni Angosciola principale di quella città, e per mezzo di Luigi Gonzaga suo cognato trattava seco di questa pratica. Il qual conte Giovanni mostrava allora di moversi in ciò principalmente per servizio di vostra maestà, e di voler esporsi a questo pericolo per mostrare la volontà che aveva di servirla. Ma ora aggiungendosi nuova cagione a questo suo disegno, cioè il desiderio ch’egli ha di liberare la patria della soggezione e tirannide di Pierluigi, non può lasciar di persistere e perseverare nel medesimo disegno, essendo d’accordo egli con quattro altri principali della città, i quali si tirano dietro tutto il resto, e uniti e collegati sotto la fede datasi di far rivoltare la città, e di prender la persona di Pierluigi, e occupare la cittadella, e darla in potere di vostra maestà. E non domandano altro, salvo che dopo il fatto siano soccorsi da me con quel numero di gente che avran bisogno per difesa della città».

[324] Esso don Ferrante scriveva ai congiurati che l’imperatore «vorrebbe non si ponesse mano nella persona del duca... e che aggradiva di buon animo quanto faceano, e non mancherà di riconoscere questo segnalato servizio». Anche sulla vita del duca non faceva gran caso don Ferrante, e scriveva a Carlo V: — Morto ch’egli fosse, mi parria che poco caso si avesse a far di lui»; e dice solo aver raccomandato si risparmiasse Ottavio genero dell’imperatore, «benchè in caso simile, dove i colpi non si danno a misura, è cosa difficile a poter assicurare una persona».

[325] «Che delli omicidj che seguissero il giorno del caso, non sarà domandato conto nè ragione; nè similmente di robe e denari che fossero stati acquistati in qualsivoglia modo; ma che tali robe e denari saranno tenuti per acquistati a buona guerra». Capitoli concessi al conte Anguissola, 7 settembre.

[326] Che Pier Luigi Farnese non fosse quel mostro che è nella tradizione, cercò mostrarlo Luciano Scarabelli in un _Capitolo inedito_ della sua Storia civile (Bologna 1868). Di tante cronache e memorie contemporanee da lui compulsate, nessuna lo presenta quale i partitanti dei Medici, dei Doria, degli Austriaci e i nemici del papa: certo aveva attorno persone rispettabilissime, Annibal Caro, il Pacino, il Monterdo, Claudio Tolomei, Marcantonio Scotti, G. B. Pico ed altri. Il popolo non prese parte all’assassinio, anzi lo detestò.

[327] A chiarire la condizione delle città italiane d’allora giovi qui riferire i «Capitoli ricercati per la magnifica comunità di Piacenza, e stabiliti per l’illustrissimo ed eccellentissimo signor don Ferrando Gonzaga, capitano generale e luogotenente della cesarea maestà in Italia, alli 10 settembre 1547 in Piacenza:

«1. Prometterà sua eccellenza, in nome di sua maestà, attesa la devozione volontariamente dimostrata e con manifesto pericolo, che mai s’infeuderà, alienerà, o _quovis modo_ si separerà detta città dallo Stato di Milano, in alcuna persona di qualunque grado, dignità o preeminenza sia, anche che fosse del proprio sangue di sua maestà, o per qualunque altra causa anche privilegiata.

«2. Che tutte le entrate ordinarie si riducano ed esigano come erano ed esigevano nanti la investitura ed alienazione fatta di questa città, e le addizioni fatte per papa Paolo; nè quelle si possano _quovis modo_ accrescere.

«3. Che accadendo imporsi nello Stato di Milano gravezze straordinarie, non possa imporsi alla città e contado di Piacenza più della decima di tutta la somma.

«4. Che il podestà, qual sarà deputato nella città, sia uno dei magnifici senatori giureconsulti residenti nell’illustrissimo senato di Milano, nel modo e forma e con l’autorità quale si suol dare a quello di Cremona.

«5. Che le cause civili si vedano, conoscano e decidano in questa città, nè siano tirate in Milano, eccetto le cause feudali e quelle che passano mille ducati di entrata.

«6. Che siano conservati li nostri statuti e legge municipale, non ostante qualunque disposizione di ragione comune in contrario.

«7. Che per mantenere la città e contado in unione e pace, colla quale sono venuti all’obbedienza di sua maestà, si cancellino ed annullino tutti i processi e condanne criminali di qualunque causa e delitto, _etiam criminis lesæ majestatis_, intervenendo però la pace in quei casi, ov’è necessaria la pace; eccetto che, dove non è intervenuto omicidio o ferite di animo deliberato, s’intenda anche fatta la remissione del tutto, senza pace, eccetto quello che concerne l’interesse e pregiudizio del terzo. E così tutti i banditi anche dello Stato di Milano per i tempi passati siano liberi e assolti.

«8. Che tutti i beni confiscati siano restituiti a quelli di chi erano, essendo capaci per la presente concessione; e in ogni caso non essendo essi capaci, siano restituiti a’suoi più prossimi, quali verranno ab intestato.

«9. Che non sia proibito ad alcuno di questa città il far mercanzia e artifizio di qualunque sorte che sia permesso nella città di Milano.

«10. Che niuno sia forzato contro sua volontà a venire a stare ed abitare nella città, ma sia in libertà sua star dentro e fuori.

«11. Che il governo della città si riduca e sia com’era nanti la investitura e infeudazione o alienazione di questa città.

«12. Che i signori feudatarj siano preservati nei loro privilegi e amministrazione delle loro giurisdizioni, com’erano nel tempo degli eccellentissimi duchi passati di Milano, avanti che lo Stato fosse occupato dai Francesi, osservandosi però sempre il decreto del maggiore magistrato.

«13. Che sua maestà _perpetuis temporibus_ farà de’ magnifici senatori residenti in Milano uno dei giureconsulti di questa città.

«Ultimo, che sua eccellenza costringa ognuno che posseda beni nel territorio di Piacenza, così piacentino come ogni altro, anche feudatarj, a venire alla debita obbedienza, fedeltà e unione con gli altri cittadini; e contro gl’inobbedienti si proceda alla privazione de’ loro beni e altre pene, come meglio parrà a sua eccellenza».

[328] GRISELLINI, _Vita di don Ferrante_; ADRIANI, _Storia_, lib. IV.

[329] SOZZINI, _Diario Senese_, pag. 88.

[330] Brantôme nella Vita di esso scrive: _Le seigneur Strozzi quitta l’Italie et vint trouver le roy au camp de Marole, avec la plus belle compagnie qui fût jamais vue de deux cents arquebusiers à cheval, les mieux dorés, les mieux montés, les mieux en point qu’on eût su voir; car il n’y en avoit nul qui n’eût deux bons chevaux qu’on nommoit cavalins, qui sont de légère taille, le morion doré, les manches de maille, qu’on portoit fort alors, la plupart toutes dorées, ou bien la moitié, les arquebuses et fourniments de même, ils attoient souvent avec les cheveaux légers et coureurs, de sort qu’ils faisaient rage; quelquefois ils se servoient de la pique, de la bourghignote et du corselet doré, quand il en faisoit besoin; et qui plus est, c’étoient tous vieux capitaines et soldats bien aguerris sous les bannières et ordonnances de ce grand capitaine Jeannin de Médicis, qui avoient quasi tous été à lui, tellement que, quand il falloit mettre pied à terre, on n’avoit besoin de grand commandement pour les ordonner en bataille, car d’eux-mêmes se rangeoient si bien qu’on n’y trouvoit rien à redire_...

[331] _Lettere di Principi a Principi_, tom. II. p. 149.

[332] Al ritorno, Enrico II lo trattiene cinque ore d’orologio a raccontare tutti gli accidenti dell’assedio, soprattutto stupendosi come egli, collerico e impetuoso, avesse potuto accordarsi con una gente straniera e puntigliosa; e Monluc gli rispose: — Un sabato andai sul mercato, comprai un sacco e una corda per legarne la bocca; e portato che l’ebbi in camera, bruciai una fascina, e preso il sacco vi chiusi dentro tuttavia mia ambizione, la mia avarizia, li miei rancori privati, la mia lascivia, la mia ghiottoneria, la mia poltroneria, la parzialità, l’invidia, le mie particolarità e umori di guascone, tutto insomma quel che potrebbe pregiudicarmi nel servigio di vostra maestà; e legato ben bene il sacco, tutto buttai al fuoco». Per le ferite avute a Siena restò così sformato, che portò sempre una maschera. Nella strage di San Bartolomeo e nelle guerre civili mostrò tal ferocia, ch’era intitolato il boja reale; e non che scusarsene e’ se ne vanta, quasi ciò sia inevitabile. Sul suo sepolcro fu scritto, a imitazione di quello del magno Trivulzio a Milano:

CI-DESSOUS REPOS LES OS DE MONLUC QUI N’EUT ONC REPOS.

[333] _Il ne sera jamais, dames sienoises, que je n’immortalise vostre nom, tant que le livre de Monluc vivra: car à la verité; vous estes dignes d’immortelle louange, si jamais femmes le furent. Au commencement de la belle resolution que ce peuple fit, de defendre sa libertè, toutes les dames de la ville de Siene se departirent en trois bandes: la première estoit conduite par la signora Forteguerra, qui estoit vestue de violet, et toutes celles qui la suivoient aussi, ayant son accoustrement en la façon d’une nymphe, court etmonstrant le brodequin; la seconde estoit la signora Picolhuomini, vestue de satin incarnadin, et sa troupe de mesme livrée; la troisième estoit la signora Livia Fausta, vestue toute de blanc, comme aussi estoit la suite avec son enseigne blanche. Dans leurs enseignes elles avoient de belles devises: je voudrois avoir donné beaucoup à m’en resouvènir. Ces trois escadrons estoient composez de trois mil dames, gentils-femmes ou bourgeoises. Leurs armes estoient des pics, des pelles, des hottes et des facines. Et en ceste equipage firent leur monstre, et allerent commencer les fortifications. Monsieur de Termes, qui m’en a souvent fait le compte (car je n’y estois encor arrivé) m’a assuré n’avoir jamais veu de sa vie chose si belle que celle là. Je vis leurs enseignes depuis. Elles avaient fait un chant à l’honneur de la France, lors qu’elles alloyent à leur fortification. Je voudrois avoir donné le meilleur cheval que j’aye, et l’avoir pour le mettre icy.

Et puisque je suis sur l’honneur de ces femmes, je veux que ceux qui viendront après nous admirent et ce courage et la vertu d’une jeune Sienoise, la quelle, encore qu’ elle, soil fille de pauvre lieu, merite toutesfois estre mise au rang plus honorable. J’avois fait une ordonnance au temps que je fus créé dictateur, que nul, à peine d’estre bien puny, ne faillit d’aller à la garde à son tour. Ceste jeune fille voyant un sien frere, à qui il touchoit de faire la garde, ne pouvoit y aller, prend son morion, qu’ elle met en teste, ses chausses, et un colet de buffle: et avec son hallebarde sur le col, s’en va au corps de garde en cest equipage, passant lors qu’on leut le rolle sous le nom de son frere: fit la sentinelle à son tour, sans estre cogneue jusqu’ au matin, que le jour eut point. Elle fut ramenée à sa maison avec honneur._ MONLUC, Mémoires.

[334] Ap. RICOTTI, _Compagnie di ventura_, IV. 264.

[335] «Dei Lucchesi non bisogna parlare, che stanno come la quaglia sotto lo sparviere, e sempre con questa ansietà d’animo di non andare nelle mani del duca, che li circonda collo Stato suo. Ma il duca che non vede come averli in modo da essere padrone assoluto degli uomini e dei capitali, li quali sono per la maggior parte in mercanzie e denari contanti sopra cambj, e che conosce che ogni minimo moto saria un disertar quella città, perchè i cittadini se ne partiriano abbandonando con le facoltà loro la patria, come fecero i Pisani, e che vede così esser difficile non ad impadronirsi di quella città che in un soffio se la faria sua, ma ad impadronirsi degli uomini che sono quelli che fanno gli Stati, li lascia nei loro termini viver quieti, ma sì ben sempre in timore; sì che eziandio in questo modo, lasciandoli nella loro libertà, gli sono si può dire soggetti». _Relazione_ dell’ambasciatore veneto Vincenzo Fedeli nel 1561.

[336] «Sono i Senesi molto accomodati, e tutti hanno del proprio, e non attesero mai ad industria alcuna se non a quella dell’agricoltura, vivendo molto delicatamente e spensieratamente; e le donne tutte vivaci e piene di spirito e di lussuria (_lusso_) erano quelle che facevano la città molto più bella e dilettevole. Ma gli uomini sempre divisi, e in parte fra loro contendendo insieme fino al sangue, e tagliandosi a pezzi, hanno fatto che si sono ridotti in servitù: sebbene dicano pubblicamente che, perfino non saranno tocchi con le gravezze e con le angarìe dalle quali sono liberi, staranno nei termini; che altrimenti saranno quelli medesimi che sono stati sempre, desiderosi di cose nuove, il che conoscendo ed intendendo, il principe va ponendo loro il freno per levarli d’ogni ardire, ed abbassarli quanto più può». _Relazione_ predetta dell’ambasciadore Fedeli, che è bellissimo ritratto dei primordj del principato mediceo. Descritti i naturali vantaggi di Firenze, prosegue: — Ma a questo quadro si aggiunge un rovescio molto oscuro e tenebroso, in considerare come tante nobilissime e ricchissime famiglie, piene di tanti onorati uomini, soliti a viver liberi ed a governare un sì bello Stato, il quale era pur loro per natura, si veggono ora da un solo e da un loro cittadino dominati e governati; e di liberi e di signori che erano, fatti servi, che a vederli solamente se gli conosce manifestamente l’oppressione dell’animo; che non so qual maggiore calamità di questa si possa vedere, di una città dove quello che era di tutti è ora di un solo, il quale colla potenza del principato tiene in sua mano e le ricchezze pubbliche e le private». E l’attribuisce a castigo di Dio per le ingiustizie che la democrazia fiorentina aveva commesse. _Relazioni degli ambasciadori veneti_; serie 2ª, vol. I. pag. 327.

[337] È famosa nei fasti della tirannide la legge Polverina, dell’11 marzo 1548, stesa da Jacopo Polverino auditore fiscale. Considerato l’immenso danno che deriva dalle macchinazioni contro i principi, e sebbene i rei «sieno stati in Firenze in diversi tempi puniti, non solo essi autori di così crudeli flagizj, ma etiam li loro proprj figliuoli e discendenti e di relegazioni e di esilj e di confiscazioni, e non tanto dei loro beni liberi, ma etiam de’ sottoposti a qual si voglia spezie di fideicommissi e d’obbligazioni, e che siano per tal conto i detti figliuoli e discendenti, per pena de’ paterni delitti, stati fatti inabili, e sieno stati privi in perpetuo di tutti gli officj, onori, dignità e commodi di essa città, e fatti incapaci di ogni successione»; non vedendo però correggersi con ciò i riottosi per diabolica istigazione, il duca provvede alla felicità dello Stato collo stabilire che

Chiunque cospirasse contro la persona del duca e de’ suoi, o la sicurezza dello Stato, o avendone notizia non lo denunzii, s’intenda incorso nelle pene inflitte dalle leggi comuni; e vengano perseguitati in ogni luogo, promettendo cinquantamila fiorini a chi rivela tali macchinazioni, oltre conseguir le sostanze de’ cospiranti; assolti da ogni pena se fossero stati anch’essi cospiratori. Eguale premio a chi ucciderà uno d’essi cospiranti, quand’anche fosse bandito, e condannato nella vita; e inoltre possano ottener grazia della vita a due banditi per altra colpa che di Stato: eguale a chi un rubelle conducesse vivo nelle forze della santa giustizia, quand’anche siano bargelli o persone pubbliche: ai ribelli s’infligga la pena di morte; e se non siano in podestà della giustizia vengano banditi, confiscati i loro beni, quantunque legati a fedecommesso, sostituzione, traslazione; e fin i beni materni e delle avole che ad essi pervengano; cassando i contratti che abbian fatto dopo messisi a cospirare.

E «acciocchè non solo essi cospiranti siano puniti e castigati, ma i figliuoli ancora e i loro discendenti maschi etiam inlegittimi, come discendenti da corrotta radice, e per tale discendenzia partecipi del soprascritto contagioso e abbominevole delitto, portino parte della pena che si convien loro come persone odiose e colpevoli», si stabilisce che essi pure siano infami, incapaci d’ogni dignità, esuli in perpetuo e relegati, cominciando al duodecimo anno. Le figliuole s’intendano solo prive d’ogni successione, e fin de’ beni fedecommessi, salvo una dote competente. Le doti delle mogli de’ delinquenti s’impieghino sul Monte dello Stato o in beni stabili, in modo che non possano conseguirne alcun frutto vita durante: che se muojano senz’altri figli che dello scellerato, tutto vada al fisco, non ostante qualsivoglia contratto: bensì possano succedere i figli che abbiano d’altro letto.

Con queste non s’intende tolta verun’altra delle pene comminate dalla legge comune o dalle municipali, e non ostante qualsivoglia privilegio, statuto, provvisione, immunità, capitolazione.

[338] Sono sue le fortezze di Pistoja, d’Arezzo, di San Sepolcro, di Eliopoli al confine della Romagna, due castelli dell’isola d’Elba, quel di San Martino nel Mugello, il bastione di Poggio imperiale.

Del modo di quelle milizie Cosmo informava di sua bocca il Fedeli suddetto: — Io ho una milizia descritta nello Stato di Firenze d’uomini da diciotto anni fin a cinquanta, e tutti usi alle armi, in numero di ventitremila, così bene regolati e disciplinati, che si può dire che questa sia una bellissima banda, tutta armata, parte d’archibugi, parte di corsaletti e picca. Da questa descrizione è riservata la città di Pistoja e suo territorio, per gli animi che hanno implicati nelle parti, e la città di Firenze e suo territorio; chè a questa non ho voluto lasciar l’arme, ma vi si caveria e miglior gente e in gran numero in un bisogno importante, come fu nella guerra di Siena, ch’io me ne servii mirabilmente; così che in tutta quella impresa non altri che due soli mi si ribellarono, e tutti continuarono sino a guerra finita; cosa che non fece nessun’altra nazione, che ogni tratto se ne andavano e se ne fuggivano. In regolare questa milizia ho avuto grandissima fatica a ridurla obbediente ed in provveder di non essere rubato nei pagamenti, come io era da principio; ma in questo ho ora posto così buon ordine, che ben posso al tutto e di tutti rassicurarmi

«Quando si ritrova di tempo in tempo alcuno che passi l’età, o che si faccia impotente, o che abbia qualche altra legittima causa di non poter essere soldato, subito si mette un altro in suo luogo, e si vanno descrivendo eziandio alla giornata quelli che pervengono alli diciotto anni. Quando poi mi occorre di levar una banda dalla provincia, faccio cavar dal libro della descrizione generale un ruolo a San Pietro, con li cognomi, nomi dei padri, e segni, e con li pagamenti stabiliti a’ capitani, sergenti ed alfieri e capi di squadra; e con una lettera mia e con il denaro bollato in gruppo, mando l’ordine al commissario di quella città dove voglio levare la gente; il qual subito col ruolo in mano chiama la gente e la paga, e quelli se ne vengono tutti spediti, perchè sanno che hanno da camminare; e così immediate marciano dove dai capi sono guidati. E quest’ordine ho io ridotto così facile, che in cinque soli giorni li metto tutti insieme ed uniti in campagna: perchè in due giorni e mezzo va il comandamento per tutto lo Stato, e in due giorni e mezzo sono tutti uniti. Ma quando è il tempo delli raccolti e di far i servizj della villa, ordino che li contadini siano lasciati a casa persino che dura il bisogno della campagna. Ho poi fatto una descrizione per tutto lo Stato di dodicimila guastatori, tutti uomini di campagna forti e robusti, e sono tutti per pelo o per segno descritti; e di questi me ne posso servire mo’ di una parte, mo’ dell’altra in quel modo che io voglio, scambiandoli di continuo secondo il bisogno, e adoperandoli sì nella guerra come in altre opere secondo la mia volontà.