Storia degli Italiani, vol. 09 (di 15)
Part 47
«Di quel di Siena io cavo poco per adesso, per le esecuzioni fatte loro per la guerra, ma penso ridurli a buoni termini. Ora ne cavo poco più di centomila ducati oltre la spesa; e questo denaro si cava solamente dai pascoli, dal sale e da due dazj, li quali spero io che si faranno molto maggiori presto, perchè torneranno li traffichi, e moltiplicheranno le genti. La milizia descritta è di settemila uomini, tutta gente eletta (che il Senese fa sempre buoni soldati), ed è governata col medesimo ordine e con la stessa disciplina che ho detto esser quella di Firenze. Di modo che dell’uno e dell’altro Stato di Firenze e Siena avrò sempre pronti trentamila fanti, senza che li Stati predetti patiscano.
«De’ cavalli non son molto in ordine, ma presto farò di maniera che ne avrò una banda di mille e cinquecento; perchè in tutti due li Stati vi sono molti gentiluomini, ed altri che tengono cavalli per loro uso, ai quali dando io due scudi al mese in tempo di pace, supplisco al mio bisogno con poca spesa, e terranno buoni cavalli con questo poco intertenimento.
«Io mi sono posto poi con tutti gli spiriti alle cose di mare, e ho delle galere fatte, e tuttavia se ne fanno, e continuerò a farne, e le terrò in ordine di tutte quelle cose che fanno bisogno per poterle armare; chè ciurme non me ne mancheranno, e d’avvantaggio, se occorrerà in servizio delli miei amici; fra poco tempo ne voglio avere trenta in ordine. E per avere nel mio Stato tutte le cose per bisogno dell’arsenale, quest’anno ho posto in ordine per il tessere cotonine da far le vele; chè il resto nasce tutto sul mio in grandissima copia, e da servirne chi ne volesse».
[339] Non si può immaginar festa più insigni, di quelle per le nozze del granduca Francesco Medici colla regina Giovanna d’Austria, descritte a lungo dal Vasari, e dove tutto il giro della città ebbe archi, statue, ritratti, iscrizioni, poi apparati diversi di comparse, di teatri, di musiche, continuati per molti giorni. Il Vasari stesso ordinò e descrisse quelle pel battesimo del loro figlio.
[340] L’ambasciadore Fedeli diceva di lui: — Avendo provato la cattiva poi la buona fortuna, e l’uno e l’altro modo di vivere, e l’una e l’altra condizione de’ tempi, s’è fatto molto prudente e savio, e si è conservato ed ingrandito, e ha superate tutte le difficoltà, scoperte tutte le congiure; e vinti e debellati tutti li suoi potentissimi nemici, e quelli avuti nelle mani ha castigato di modo che con le persecuzioni s’è assicurato e con le guerre confermato; talmente che oggidì si dice in Firenze che ogni tumulto, ogni guerra, ogni assedio, ogni vittoria ed ogni morte si vede esser seguìta per fermare e stabilire in Cosmo questo principato...
«Questo principe governa gli Stati suoi con un grandissimo rigore e spavento; vuole la pace, l’unione, la tranquillità fra i suoi popoli e cittadini, li quali non ardiscono pur muoversi; e non vuole che si parli d’odj, d’ingiurie, d’inimicizie e di vendette, nè che più si nomini nè parte guelfa nè ghibellina, nè parte panciatica nè cancelliera, nè piagnoni nè arrabbiati, sebbene tutte fra loro queste parti sieno piene di veleno. Tiene una giustizia incomparabile, e così grande, così eccessiva, così espedita, e così a tutti indifferente, che fa stare ciascuno ne’ termini; e in ciò mette grandissima cura acciocchè non segua disordine, e non sia fatto torto ad alcuno nè ingiustizia, e che tutti siano eziandio de’ loro errori indifferentemente castigati e puniti. Finalmente colla quiete de’ popoli, con l’abbondanza, con la pace e con la giustizia si fa sempre più degno del principato: nè manca in cosa alcuna, ponendo ogni cura e diligenza che gli ufficiali di dentro, e li reggimenti e governi di fuori siano sempre d’uomini periti, pratici e intelligenti, e soprattutto che siano buoni e fedeli; e come ne scuopre un tristo o parziale, lo cassa e lo punisce senza rispetto alcuno; e non sono molti mesi che una mattina assistendo all’udienza del magistrato degli Otto, che è il supremo nelle cose criminali, li mandò tutti a casa con ignominia, e dubitavasi di peggio assai, solamente per mostrarsi parziali in un caso che aveva bisogno di pronta e severa risoluzione; di modo che le cose civili e criminali sono con grandissimo studio spedite ed amministrate.
«Ha medesimamente provveduto per la difesa de’ suoi popoli, per la conservazione de’ suoi Stati, per l’aumento della sua grandezza, e per la futura autorità e dignità de’ suoi posteri e successori; perciocchè ha disposto sotto perpetui ordini una onorata e valorosa milizia di fanti trentamila, tutti disciplinati e tutti descritti da anni diciotto fino a cinquanta, li quali in cinque giorni si possono unire e porsi tutti insieme in campagna; e si può eziandio servire di molto maggior numero se vuole, per la buona e numerosa gente de’ suoi Stati.
«Di cavalli, volendone tenere una banda di duemila, ne va ogni dì facendo, ma con grandissima difficoltà, per la carestia che ha il paese di cavalli: pur mi disse che pensava di facilitar l’espedizione col fare una nuova descrizione di tutti quelli del suo Stato, che o per comodità o per sollazzo o per onorevolezza tenessero cavalli, e con due scudi al mese in tempo di pace, e con qualche esenzione personale o privilegio di portar l’armi, obbligarli a star bene a cavallo, con promessa di pagarli in tempo di guerra: e con questo modo pensava di dar pronta esecuzione a questo suo disegno, come darà, perchè quello che egli vuole senza replica sempre si eseguisce.
«Ha poi una descrizione di dodicimila guastatori, tutti uomini di campagna robustissimi, delli quali, sebbene sono fatti per adoperarli nella guerra, se ne serve però anche in tempo di pace, secondo il bisogno, ad assettar le strade, a cavar fossi, seccare paludi, bonificar terreni, e così fa opere grandi e maravigliose che è uno stupore; volta le acque e i fiumi dove che vuole per ridurre il paese all’agricoltura.
«Fa poi di continuo lavorare intorno le munizioni di polvere, e gettare artiglierie, che finora n’ha pezzi cento da batteria ed altri infiniti da campagna; e a questo si aggiunge una elevazione di capitani valorosi di diverse nazioni, tutti esercitati nella guerra, i quali sono al numero di centoventi, che tutti seguono la Corte, e tutti hanno soldo da diciotto fino a venti, venticinque, trenta e quaranta scudi al mese per uno...
«Non entra nè esce cosa alcuna dalle città dello Stato, che tutte non paghino pur qualsivoglia minima cosa; nè in ciò vi è rimedio, tanta è la esatta diligenza dei dazieri e deputati, che tutti sono per conto del principe, il quale non affitta nè appalta alcun dazio o gabella, e però si fa la esazione con molta cautela e riscontri, e quelli che hanno i carichi stanno sempre con spavento nel rivedere de’ conti, perchè il principe punisce gl’intacchi severissimamente; il quale, con aver fatto impiccare un suo favoritissimo, e che però rubava con sicurtà, nominato messer Giuliano del Tovaglia, uomo già fatto ricchissimo e al quale a tutte l’ore era l’adito aperto di poter entrare dal duca, ha dato un esempio perpetuo a tutti li suoi ministri. E mi ricordo che sua eccellenza un giorno mi disse, che in regolare il suo Stato il tutto gli era stato facilissimo, ma che il provvedere di non esser rubato l’avea trovato difficilissimo, e l’avea ottenuto con gran fatica, parendogli però d’esser ora sicuro che li ministri s’abbino a guardare di torgli pur un quattrino; li quali per la verità stanno sempre in un terrore grandissimo, talmente che non bisogna pensare di potere far contrabbandi nello Stato suo.
«Ha un corpo di assai più che comune statura, robustissimo e forte; nell’aspetto è molto grazioso, ma quando vuole si rende tremendo; nelle fatiche e negli esercizj è indefesso, e molto si diletta delle cose ove abbisogni agilità, forza e destrezza, talmente che nel levar dei pesi, nel maneggiar dell’armi, nei torneamenti dei cavalli, e nel giuoco della palla e nella caccia, non vi è chi lo superi, e stracca ognuno. Ed in simili piaceri delli quali si diletta molto, e nel pescare e nel nuotare è la totale sua ricreazione, e si spoglia allora d’ogni autorità e dignità, e sta con molta domestichezza burlando con tutti molto famigliarmente, e vuole che tutti i suoi egualmente piglino questa sicurtà senza avergli rispetto alcuno: ma fuori di questi esercizj non riconosce persona, come se vista e conosciuta mai non l’avesse, nè v’è chi fosse ardito di far pure un minimo segno di famigliarità, e si ritira immediate nella sua solita severità, talmente che è fatto un proverbio nella città, che il duca si disduca e s’induca quando vuole, perchè si fa privato e principe a sua posta. Ma questo fa solamente con i suoi, perchè con gli altri non si domestica mai, nè fa punto copia di se stesso se non quando porta il bisogno del negoziare.
«Così come è grande nel maneggio e nel governo dello Stato, così già soleva usare tutte le grandezze in tutte le cose: ma da un tempo in qua è molto rimesso e ritirato, e nelle cose della casa non vive in vero da principe con quelle grandezze esquisite che sogliono usare gli altri principi o duchi, ma vive come un grandissimo padre di famiglia, e mangia sempre unitamente con la moglie e con i suoi figliuoli, con una tavola moderatamente ornata; nè li figli fanno da sè tavola, nè altra spesa come s’usa nelle altre corti, ma tutta è una spesa ed una sola corte; e così nell’andar fuori o per la città e in campagna, dove va il duca va la moglie e figliuoli e tutta la casa, con una guardia sempre a canto d’una banda d’Allemanni, d’una compagnia di cavalli leggieri e di cento archibugieri, che non mancano mai; e lui sta sempre armato di maniche, giaco, spada e pugnale con la sua numerosa corte che lo segue; e dove va la sua persona vanne tutti li suoi capitani pensionati e stipendiati, che manco di seicento cavalli non sono mai, i quali tutti ad un suon di tromba si muovono; e tutto è ridotto a tanta facilità, che li muli e carriaggi, che sono infiniti, sono subito pronti e presti in seguire; nè altri poi vi sono che gli facciano corte di quelli della città, perchè il duca non vuole che nè le donne nè gli uomini si occupino in altro che nelle loro faccende, per non esser nè atti nè assuefatti a questo, come è usanza nelle corti degli altri principi.
«Soleva già questo principe dare la spesa e fare una tavola per chi voleva andare; ora l’ha levata del tutto, e non la fa se non in campagna, e non sempre. Soleva tenere una stalla regia di tutte le sorta di preziosi cavalli; ora tiene tanto che basta. Soleva nelle cose della caccia far una grandissima spesa; ora se la passa con ogni mediocrità, e fa che li privati suppliscano, che il tenere un buon falcone o un buon cane si reputa favore. Ed ha ristretto finalmente tutte le spese superflue, nè si vede tenere in altro la mira che in accumular tesori.
«Confinando assai con lo Stato della Chiesa, non può avere il duca maggior disturbo se non da quella banda; chè nessun altro principe gli può far guerra offensiva, nè solo nè accompagnato con altri, se non ha la comodità delle vittovaglie e delle monizioni da quello Stato. Nè bisogna pensare che in Toscana vi possa durare molto un esercito grosso; perchè il duca ha introdotto un bell’ordine ne’ suoi Stati in tempo di pace, acciocchè in tempo di guerra e quando bisogni non patiscano, e non si renda difficile l’osservarlo; e l’ordine è questo: che tutti li grani e tutti li vini, subito fatti i raccolti, si portano e si conducono nella città e luoghi forti, e li contadini e gli uomini di campagna ne vanno poi a pigliare per li loro bisogni di tempo in tempo; e di quello che entra e di quello che esce se ne tiene particolar conto, e tutto passa per bollettini e licenze senza alcuna spesa; di modo che sempre la campagna è vuota, e le terre, città e luoghi forti sono pieni; e mai, arrivato colui che facesse in ciò fraude: ma è tanto il terrore, che non vi è alcuno che ardisca contraffare agli ordini dati.
«E questa cosa di far monti di provvisioni cammina con tanta esattezza e così facilmente, che il principe sa sempre a dì per dì fino a un granello quanto vi sia in ogni luogo, premiando gli accusatori, e castigando li trasgressori gravissimamente: e con questi modi s’assicura dalli potenti eserciti, e delli minori non teme, per aver il modo di cacciarli e di romperli».
[341] Quelle lettere furono pubblicate a Berlino nel 1848 da G. Heine col titolo _Cartas al emp. Carlos V en les anos del_ 1530-32.
[342] Ivi condusse seco Giovanni Torriano cremonese, oriolajo e meccanico valentissimo, che Famiano Strada qualifica l’Archimede di quel tempo, e che inventò la macchina, da cui a Toledo l’acqua del Tago è sollevata fino alla cima d’Alcazar; faceva automi ingegnosissimi, ed eseguì l’orologio pubblico di Pavia con mille cinquecento ruote, che indicava i movimenti dei pianeti.
[343] Aveva per banchieri i Fugger d’Augusta, negozianti ricchi quanto già i Medici e gli Strozzi di Firenze, e che come questi proteggevano le arti, raccoglievano libri, iscrizioni, letterati, onde Roberto Stefano gloriavasi del titolo di stampatore di Ulrico Fugger. Questa casa fin dal secolo precedente nelle sue corrispondenze facevasi mandare informazioni di tutti i fatti; le quali si cominciarono a stampare col nome di _Ordinari Zeitungen_ e _Extraordinari Zeitungen_, origine della famosa Gazzetta universale d’Augusta. Dovendo Augusta pagare ottantamila fiorini d’oro, quella casa li fece coniare. Carlo V li teneva carezzati, alloggiava da loro, e nel 1530 tornando d’Italia, si scusava di non poter ancora soddisfare le cambiali che aveva ad essi rilasciate; e al tempo stesso dolevasi che, quantunque fosse giugno e in Italia estate spiegata, colà si sentisse ancor freddo: allora i Fugger gli accesero il camino colle cambiali stesse di lui, e con legni di cannella che costava due zecchini la libbra. Teneano sempre un di loro famiglia a Venezia per assistere al banco che vi aveano nel fondaco de’ Tedeschi; ed Enrico III, quando passò da Venezia nel 1574, andò a fargli visita.
[344] SEGNI, _Storie fiorentine_, lib. XL. — Un dì, liberamente ragionando meco, sua maestà mi ha detto essere di natura fermo nelle opinioni sue. E volendolo io scusare, dissi: — Sire, l’esser fermo nelle opinioni buone è costanza, non ostinazione»; ed egli mi rispose subito:. — E qualche volta son fermo nelle cattive». _Relazioni di Roma di Gaspare Contarini._
[345] NORIS, _Guerra contro Paolo IV_, lib. I. pag. 6.
[346] Vedasi il giornale delle lettere di Bernardo Navagero al senato veneto, sotto il 21 maggio e 28 giugno 1557.
[347] NORIS, lib. cit., pag. 11.
[348] Nella _Relazione_ letta in senato da Giovanni Michiel, reduce dall’ambasceria di Francia il 1561, leggiamo: — In secreto la regina (Caterina) non può addolcir l’animo verso del duca Cosmo, ancorchè sia della medesima casa, e lo veda accrescere e farsi ogni dì più grande; chè non solo la grandezza sua non gli piace, ma, per contrario, ognora gli è più molesta: e la causa non si sa se sia ingiuria privata ricevuta dal duca (oltre la pubblica d’aver accordato col re dopo la presa di Siena col mezzo del cardinal di Tornone, e poi, senza occasione, rotto la capitolazione, essersegli dichiarato nemico), o sia per istigazione de’ molti fuorusciti fiorentini che sono in Francia, che accendono a tutte le ore essa regina all’odio del duca e alla restituzione della libertà, della quale in pubblico e in secreto (o finga o sia da vero) ella ne mostra grandissimo desiderio. E so dire a vostra serenità, per relazione di persona atta benissimo a saperlo, che subito ch’ella seppe che vi era principio di diffidenza tra il re di Spagna e il duca, diede in commissione con una scrittura di sua mano alla regina sua figliuola, nel mandarla a marito, di fare per parte sua quel peggior uffizio che potesse contro esso duca. E tra le altre cose perchè desiderasse vedersi col re Filippo, era per confirmar meglio quel re ad averlo in disgrazia, ed esortarlo alla ruina sua. E per confirmazione di questo, so che quando da più vie si divulgò in Francia che l’imperatore, con permissione del re Filippo, era per dimandar la restituzione di Siena al duca, andati alcuni gentiluomini fiorentini alla regina per dirle che aveano deliberato, se così le paresse bene, d’andar un di loro in Ispagna per raccomandare con quest’occasione a quel re le cose loro, e metterle innanzi molte sorte di partiti per offesa del duca, la regina non solo li laudò, ma disse che daria loro efficacissime lettere di sua mano. Ed essendole poi detto dalli medesimi, che temevano di non aver ad essere scoperti e impediti dal duca, perchè, intendendolo, i signori di Guisa l’avriano fatto saper al duca di Ferrara, e lui a Fiorenza, per il parentato e unione che è tra loro: — No, no (disse la regina), a questo io rimedierò benissimo, che i Guisa non lo sapranno, e se «lo sapranno, si guarderanno benissimo di non offendermi». Consideri ora vostra serenità se con questo mal animo della regina, e con l’autorità che ha, se venisse occasione d’offenderlo, si restasse di farlo».
[349] ZILIOLO, _Vite de’ poeti_, ms.
[350] RICOTTI, IV. 115; e _Scelta di azioni egregie operate in guerra da generali e da soldati italiani_; Venezia, 1742.
[351] CAMBI, _Storia di Cremona_.
[352] Tra altri gli fecero quest’epitafio:
_O Deus omnipotens, crassi miserere Vitelli_, _Quem mors præveniens non sinit esse bovem._ _Corpus in Italia est, tenet intestina Brabantus_, _Ast animam nemo. Cur? quia non habuit._
[353] MARIN SANUTO, _Diarj_.
[354] Paolo Contarini, balio a Costantinopoli nel 1580, scriveva alla Signoria: — Mustafà bascià a me fece grandissime cortesie, mostrando risentimento grande della morte del clarissimo Bragadin di felice memoria, e affermando non aver avuto alcuna parte in essa, e che fu tutta opera di Araparmat, il quale poi ne patì la pena, perchè nel luogo stesso che fu scorticato quel povero martire, essendo egli vicerè in quel regno, fu in una sollevazione de’ Gianizzeri impiccato». _Relazioni degli ambasciadori veneti_, vol. IX.
All’assedio di Famagosta assisteva Girolamo Maggi di Anghiari, valente filologo e giureconsulto, che scrisse molte opere, fra cui la più notevole è il trattato _Della fortificazione delle città_. Vi espone molte macchine belliche da esso medesimo inventate, e delle quali pare siasi servito a difesa di Famagosta. Caduta questa, restò prigioniero e fu venduto a un capitano di nave che lo menò a Costantinopoli. Ivi nello studio cercò distrazione, e alfine riuscì a fuggire e ricoverarsi in casa dell’ambasciadore cesareo: ma il gran visir lo scoperse, e lo fece strangolare nel 1572.
[355] SERENO, _Comm. della guerra di Cipro_, pag. 191. — Pochi giorni dopo la battaglia delle Curzolari fu stampato a Venezia un opuscoletto: «L’ordine delle galere et le insegne loro con li fanò, nomi et cognomi delli magnifici et generosi patroni di esse che si ritrovarono nell’armata della santissima lega al tempo della vittoriosa et miracolosa impresa ottenuta et fatta con lo ajuto divino contro l’orgogliosa et suprema armata turchesca. Fidelmente posto in luce in Venetia presso Giovan Francesco Camotio MDLXXI». Vi sono divisate le cinquantatre galee del corno sinistro; poi le trenta della battaglia reale, ossia del centro, a sinistra, e trentadue a destra; poi cinquantacinque del corno destro; e trentasette di retroguardia o riserva.
[356] Andrea Provana, detto monsignor di Leiny, vi serviva con tre galee piemontesi: d’una rimasero vive soia dodici persone, e vi fu ferito a morte Francesco di Savoja.
[357] SANSOVINO, _Venetia città nobilissima et singolare_, lib. X. Per la battaglia di Lepanto Francesco Zane fece un epigramma, il cui prima distico è tutto di parole cominciate in _T_ (_Thrax trux turca trahit tantos terrore tumultus_), il secondo in _F_, il terzo in _P_.
NATALE GENNARI, _Della santa triplice alleanza del S. P. Pio V contro Selim II, battaglia di Lepanto e trionfo di M. A. Colonna_. Roma 1847.
[358] Tra i fuggiaschi da Cipro fu Giasone di Nores, che si piantò a Padova, e v’ebbe la cattedra di filosofia morale. Lasciò molte opere più erudite che belle, fra cui una retorica e una poetica. In questa condannava le tragicommedie pastorali; e il Guarini, che credea colpito specialmente il suo _Pastor fido_, vi rispose acremente. Pietro di Nores suo figlio scrisse pur egli alcune opere, fra cui una vita di Paolo IV, pubblicata solo testè.
[359] La relazione di Gianfrancesco Morosini, balio a Costantinopoli nel 1585, dice:
«Le forze marittime, con le quali il granturco difende il suo impero, sono tali, che non ci è nel mondo altro principe che ne mantenga maggiori di lui, perchè ha nel suo arsenale un grandissimo numero di galere, e ne può molto facilmente far davantaggio quando vuole, perchè ha abbondanza di legnami, di ferramenti, di maestranze, di pegola, di sevi e d’ogni altra cosa necessaria per questo effetto.
«È vero che al presente non si ritrovano in pronto tutti quelli armezzi che sariano necessarj per armare i corpi delle galere che sono in essere, e molto meno quelle che di nuovo il gransignore ha ordinato che si facciano, ed ha mancanza di cotonine di che fanno le vele, e d’altre cose; ma è così grande la sua possanza, che con prontezza e facilità, quando gliene venga voglia, potrà far provvisione di tutto quello che gli manca, come ha già dato principio a provvedere.
«De’ galeotti, quando il gransignore vuole dal paese uomini e non denari, ne avrà sempre abbondantemente per fare ogni grossa armata, siccome anco avendo tanta gente pagata, come la vostra serenità ha inteso, potrà sempre mettervi sopra quel numero di soldati che vorrà: li quali anco vi sogliono andare molto più volentieri che non vanno per terra, così per la comodità, come anco per la manco spesa.
«È ben vero che la fortezza dell’armata turchesca consiste in trenta ovvero quaranta galere, che sono armate di schiavi cristiani, e tutto il resto è simile e forse peggiore delle galere che si armano qui di contadini, e tutte insieme confessano li medesimi Turchi che non sono così buone come quelle de’ Cristiani. Ed in questo proposito non voglio lasciar di deplorare la semplicità de’ principi cristiani, che potendo levar in gran parte a’ Turchi il nervo delle loro forze marittime, non pare che vi pensino; e questo saria procurando con destro modo di ricuperare tutti gli schiavi cristiani che si possono avere con denari, perchè questi sono li marangoni, li calafati, li compagni, li comiti, li padroni e anco li galeotti che fanno buone le loro galere, li quali con molta facilità si potriano liberare, con grande gloria del Signore Dio e benefizio di quegl’infelici, e sicurtà di tutta la repubblica cristiana».
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.