Storia degli Italiani, vol. 09 (di 15)
Part 45
[297] Relazione dell’ambasciador veneto Fedeli. Questo racconta che, mentre in consiglio si dibatteva sul partito da scegliersi, un soldato che stava di guardia tirò a un colombo sulla torre del palazzo, e il popolo applaudì a quella botta con tal rombazzo, che i quarantotto adunati credettero la città sollevata, e fretta e furia risolsero per Cosmo.
[298] — L’altro giorno venne a bottega mia quello de’ Bettini, e... mi disse come Cosimo de’ Medici era fatto duca, ma ch’egli era fatto con certe condizioni, le quali l’avrebbon tenuto che egli non avesse potuto isvolazzare a suo modo. Allora toccò a me ridermi di loro, e dissi: Codesti uomini di Firenze hanno messo un giovane sopra un maraviglioso cavallo; poi gli hanno messo gli sproni e datogli la briglia in mano in sua libertà, e messolo sopra un bellissimo campo, dove sono fiori e frutti e moltissime delizie; poi gli hanno detto ch’ei non passi certi contrassegnati termini. Or ditemi voi chi è quello che tener lo possa quand’egli passar li voglia? Le leggi non si possono dare a chi è padrone di esse». BENVENUTO CELLINI, _Vita_. — A questo punto finisce la storia del Varchi.
[299] Appare evidente dai documenti soggiunti da Giovan Battista Niccolini alla tragedia su _Filippo Strozzi_, e specialmente dalla lettera di Francesco Vettori, 15 gennajo 1537. Al 6 luglio 1536 re Francesco I scriveva e mandava per uomo espresso a Filippo Strozzi, esibendosi a tutto: — Io credo che voi sapete assai il desiderio ed affezione che vi porto, non solamente a voi e a tutti quelli di vostra casa ed alleati, ma eziandio a tutte le cose pubbliche di Fiorenza. Di presente essendo le cose ridotte al punto che si trovano, io ho voluto spedire Emilio Ferretti acciò di sapere da voi e dagli amici vostri se ci sarà loco e modo dove possa io fare qualche cosa tanto per voi quanto per loro e la repubblica di Fiorenza; pregandovi avvertirmene amplissimamente per mezzo suo, e di quello vi parrà si potrà e dovrà fare a quel punto. E potete esser sicuro che facendomelo sapere, mi c’impegnerò di tal modo, che voi conoscerete chiaramente quanto desidero fare per voi, per vostri amici, e in conseguenza per la libertà di Fiorenza».
[300] Il Cambi scrive: — Addì 19 di maggio 1524 si azzuffarono i Pistoiesi, _come sono usitati_; per modo che i Panciatichi cacciarono fuori i Cancellieri della città; e fuvvi morto da dieci cittadini ecc.».
[301] Filippo n’avea offerti al Vitelli cinquantamila scudi: esso ne voleva sessantamila, tutti in denari contanti. Dietro al Filippo Strozzi del Niccolini si stamparono le trattative pel riscatto di Filippo. Il sunto delle ragioni sta in queste parole di lui, ove al cardinale Salviati raccomanda di far presente a sua maestà e al Medici che «la morte mia dispera sette figli, i quali restano con non poche facoltà; offende tutta la famiglia degli Strozzi, che è la più numerosa di questa città, e tutti li parenti che sono di qualità; disordina e scompiglia una città che ha necessità di essere riordinata; e finalmente che il trarre più sangue a questo infermo che ha bisogno di ristoro infinito, saria estremo errore e passione e non ragione».
Quelle lautissime esibizioni spiacevane a Pietro Strozzi, ch’era fuggito e che poi divenne maresciallo; e ai fratelli scriveva: — Ci troveremo senza il padre, poveri, ruinati della riputazione. Nostro padre non pensa più nè a roba nè a figliuoli, ed offre le più esorbitanti e vituperose cose che mai s’udissino; scrive che vuole piuttosto viver povero che morire ricco; certo voce degna d’un uomo che abbia sette figliuoli!... e dice tante altre coglionerie, che credo certo vi morreste dal dolore vedendole». 21 febbrajo. Filippo se ne scagionava, e secondo suo stile diceva averle offerte solo perchè Cosmo non avrebbe mai voluto dare sì grossa taglia, e perciò non l’otterrebbe dal Vitelli; ma del resto «non pensai mai pagare tale taglia, sapendo non potere se non con vendere quanto ho al mondo, e restare poi mendico, vituperato e non libero; il che non farei mai, eleggendo prima morire». 8 marzo. Di Pietro diceva Filippo nel testamento: — Piero mio si è portato dopo la mia cattura tanto empiamente, che si può con verità dire ch’io perisco per sua colpa».
[302] — Più certa fama in fra pochi fa che il Filippo fosse stato scannato per ordine del castellano o del marchese Del Vasto, che gli avevano promesso di non darlo in mano del duca; i quali, intesa la risoluzione dell’imperatore che voleva compiacere il duca Cosimo, l’avevano fatto scannare, e fatto ire fuora voce che da se stesso si fosse ammazzato». SEGNI, lib. IX.
[303] Niccolini, nella vita dello Strozzi che precede la tragedia mentovata. Si aggiunse d’una carta trovatagli, intitolata _Deo liberatori_, e con una proclamazione, che fu esercizio, giacchè ciascuno la reca diversa. È notevole la sua preghiera a Dio, acciocchè all’anima sua «se altro bene dare non vuole, le dia almeno quel luogo dove Catone Uticese ed altri simili virtuosi uomini che hanno fatto tal fine».
[304] Del Migliore, nella _Firenze illustrata_, annovera le famiglie magnatizie che allora migrarono.
[305] Da un figlio naturale di Francesco I Sforza derivarono i conti di Borgonuovo, finiti nel 1680. Da uno di Lodovico Moro i marchesi di Caravaggio, finiti nel 1697. Francesco avea avuti due fratelli: Alessandro ebbe nel 1445 la signoria di Pesaro, che poi Galeazzo, ultimo suo discendente, rinunziò al papa nel 1512; Bosio, la signoria di Castell’Arquato, e sposando nel 1439 Cecilia, erede del conte Guido degli Aldobrandeschi, per lei ereditò la ricchissima contea di Santa Fiora in Toscana, da Mario Sforza venduta poi nel 1633 al granduca. Suo nipote Federico sposò nel 1673 Livia Cesarini, donde i duchi romani Sforza-Cesarini.
[306] PAOLO GIOVIO, lib. XL. — Anche Gregorio Leti taccia Carlo V d’essere fuggito dinanzi a Solimano, conducendosi in Italia per la via più breve. La cosa è pure attestata da un bel documento inserito nei _Diarj_ manoscritti di Marin Sanuto, che giova riferire come prova dell’insubordinazione delle truppe d’allora: — Non volevano (le soldatesche italiane) andare in Ungaria a morir di fame. E cussì il signor marchese del Vasto volendo risolvere e aver l’opinion di queste fanterie italiane, avendoli tutti ceduti alli soi colonnelli, e passando lui per mezzo loro colonnelli, dimandò qual voleva restar in Ungaria e quali retonar in Italia; dove per uno fante discalzo e ragazzone fu scomenzato a risponder, _Italia Italia, andar andar_; e cussì in un atimo, come sol succedere nelle guerre e campi; e il desiderio di repatriar, e li mali pagamenti, la carestia del viver, la dubitazione de morir in Ungaria e non poder più venire in Italia, la mala natura dei oltramontani dall’Italiani contraria, fu precipuo e principal fondamento che tutti Italiani con grandissimo strepito comenzorono a cridar _Italia Italia, andar andar_; e cussi in ordine se posero in cammino a dispetto dello imperatore e marchese del Vasto e delli soi capi, ali quali più volte li archibusi le fece angustia e paura, che tre delli soi colonnelli amazarono, e costituetono tre altri e novi capi, sotto il governo delli quali vennero avanti lo imperatore, caminando in un giorno leghe sei che son miglia sessanta; e cussì sino alla Chiusa sono venuti in ordinanza; e perchè non trovavano vittuaglie e volevano intertenerli, brusavano, amazavano, sachizavano, strapazavano li preti, e vergognavano le donne. Ma sopratutto ad un locho, se adimanda la Trevisana, per esser stato amazato alcuni capitani e gentilomini che venivano avanti, hanno brusato e fato quel più male hanno potuto, talchè dubito se ha rinovato l’odio ed inimicizie antiche dei oltramontani con Italiani. A Vilach a stafeta, per dirupi e vie insolite, arrivò innanzi al capitano Ponte, ministro del campo cesareo, mandato in diligenza da Cesare per intertenerli lì a quel passo, o con bone parole overo per forza; dove non potè far cosa alcuna nè con promission di darli denari, e manco per forza, che scomenzorono a brusar il burgo, dove avevano el passo, e per tre giorni continui fino alo arrivar alla Chiusa hanno vissuto di radici; e arrivati suso al Stato nostro, vedendo le buone preparazion di vittuaglie ed essere intesi, scomenzorono a cridar _Marco Marco, Italia Italia_, dicendo che, se si credessero ciascun di loro acquistar un imperio, non torneria in quella parte, che li mancava e denari e vittuaglie, e quando domandavan pane, overo vino, tutti respondevano _Nicht Furt_ ecc.».
[307] Al fine del 1300 i villani del Vallese, della Tarantasia, del Vercellese e più del Canavese si sollevarono contro i nobili; le valli di Brozzo e di Pont formarono un’estesa cospirazione, e fecero strazio de’ beni, de’ castelli, dell’onore, dei castellani e delle mogli e figlie loro, e quasi un secolo durò il movimento.
[308] Una cronaca contemporanea di Rivoli racconta che molti si chiusero nel campanile; ma i Francesi poser fuoco ad una catasta di legna là vicina; onde i rinchiusi sarebbervi soffocati : se non si fossero calati per le corde delle campane. Ma queste non giungendo fin a terra, doveano saltare, fiaccandosi la persona. Una madre si calò a questo modo portando un figliolino pel braccio, l’altro tenendo per le fasce coi denti.
[309] Matteo Dandolo, andando per la Signoria veneta ambasciadore in Francia, visitava il duca di Savoja in Vercelli, quasi unica città rimastagli. «Io non so se veramente egli si possa chiamare non che duca, signor di Vercelli, essendo anche questa città, ov’egli abita, in guardia de’ Spagnuoli, e così stretta, che li miei servitori che conducevano le mie cavalcature non vi furono lasciati entrare, ma furon fatti alloggiare di fuori, siccome par che facciano di quasi tutti forestieri». _Relaz. degli ambasciatori veneti_, serie 1ª, vol. II. p. 62.
Esso Carlo diceva al Muzio: — Ho due granmastri di casa, l’imperatore e il re, che governano il mio, ma senza rendermene ragione». _Avvertimenti morali._
[310] CIBRARIO, _Origine delle istituzioni di Savoja_, pag. 136.
[311] Vedi _Négociations de la France dans le Levant_, 1854, raccolti da Charrière. Solimano aveva concertato di assalire Otranto; ma venutone in vista e non trovatovi la flotta francese, diè volta.
Il signor Michelet, nel libro intitolato _Réforme_, misto di profondo e di buffo, dogmatico a forza di dubbio, e con uno stile tutto a sorprese, imputa della negligenza quei che in corte favorivano il papa contro il Turco e l’eresia; domanda se sarebbe stato un male che i Turchi occupassero il regno di Napoli, e risponde di no, perchè, come nella Cina, i conquistatori sarebbero stati inciviliti dai vinti, e il Turco sarebbesi ridotto europeo. Quasi ciò fosse avvenuto in Grecia e in quattrocento anni d’occupazione! Ma il professore parigino è accecato dal desiderio di veder abbattuto il cattolicismo.
Per un altro principio, la legalità, il nostro Giannone giustifica le continue correrie e le conquiste de’ Turchi in Italia, perchè, avendo essi conquiso Costantinopoli, divenivano legittimi eredi dell’impero orientale, e quindi de’ diritti di questo sull’Italia meridionale!!
[312] In quell’isola la chiesa di San Giovanni vuolsi disegno del fiorentino Arnolfo, continuata poi da tutti i granmaestri dell’Ordine. Per noi trovammo memorevole il sepolcro di Fabrizio Del Carretto, _urbis instaurator et ad publicam utilitatem per septennium rector_, morto il 1521.
[313] Sarebbesi voluto levare il decimo de’ frutti per cinque anni, invece de’ quali il papa offriva un milione di ducati d’oro. Adunque esso decimo doveva essere per lo meno di ducento mila ducati, cioè la rendita annua de’ beni del clero superava i due milioni di ducati. Ingente possesso!
[314] Questo, già generale de’ Veneziani, aveva un castello presso Agen, in Francia, e a lui e sua moglie Costanza Rangoni largheggia encomj Matteo Bandello, il quale avendo avuto la sua casa in Milano bruciata dagli Spagnuoli, erasi rifuggito presso di loro. Morto Cesare, re Enrico diede al Bandello il vescovado di Agen, riservando metà dei frutti per Ettore Fregoso, figlio dell’estinto.
[315] Il duca di Savoja fece battere medaglie col titolo _Nicea a Turcis et Gallis obsessa_.
[316] Marano era stata occupata da Massimiliano nella guerra della lega di Cambrai, e non la volle restituire nella pace. Pietro Strozzi nel 1542 la sorprese con una sua masnada; e intimatogli di lasciarla, rispose la darebbe piuttosto al Turco che all’Austria. I Veneziani risolsero allora comprarla da lui per trentacinquemila ducati; ma ecco l’imperatore querelarsene, e pretendere settantacinquemila ducati per indennità. Il senato rassegnavasi a questo sacrifizio, ma voleva s’acconciassero contemporaneamente altre divergenze di confini nell’Istria e nei Friuli; onde vennero lunghissime dispute.
[317] La famiglia Birago milanese era durata fedele ai Francesi; e ripristinati gli Sforza, ricoverò in Francia. Renato vi ebbe grandi favori da Francesco I, che lo fece consigliere del parlamento di Parigi, poi presidente di quel di Torino, governatore del Lionese, e lo deputò al concilio di Trento. Carlo IX lo nominò guardasigilli, e si asserisce sia stato principal consigliatore della strage del San Bartolomeo. I Francesi estesero anche a lui l’odio che portavano a Caterina, e lo davano per famoso avvelenatore. Il capitano La Vergerie avendo detto che gl’Italiani erano la ruina della Francia e bisognava sterminarli, esso lo fece appiccare e squartare. Pure lo storico De Thou lo dà per generoso, prudente, tutto candore; e Papiro Masson ne stese un ampio elogio. Si oppose a Enrico III quando questi volle cedere al duca di Savoja le città di Pinerolo e Savigliano. Rimasto vedovo, fu ornato cardinale nel 1558, nella qual occasione diede una festa dove intervennero il re e la regina; un’altra scialosa ne diede pel battesimo del figlio d’un suo nipote, dov’erano due lunghe tavole, coperte di mille ducento piatti di majolica con confetti e droghe, disposte a piramidi, a castelli e in altre figure; e tutto il vasellame fu mandato a pezzi. Come Enrico III, apparteneva alla confraternita de’ Disciplini, e con quello e coi principi e grandi girava per le strade di Parigi, vestito di sacco e col volto coperto. Suo nipote Flaminio Birago scrisse poesie francesi. Altri di quel cognome ebber cariche e onori in Francia.
Governatore del Piemonte per re Francesco fu il signore di Bellay-Longeay, che scrisse le _Ogdoadi_, a imitazione delle _Deche_ di Tito Livio.
[318] Uberto Foglietta, in un’orazione a propria difesa, rivela le discordie e l’arroganza degli aristocratici: _Sed quid ego ut sanguinem misceant loquor, cum nobiles ab ipsa popularium consuetudine abhorreant, se seque ab eorum aditu, congressu, sermone sejungant, illosque devitent, perinde quasi illorum contactu se polluere ac contagione contaminare formident? Quare, separata loca et compita habent, in quæ utriusque corporis juventus conveniat, cum alteri alterius corporis homines excludant. Quin etiam, cum forum unum esse, in quod omnes cives convenient; necesse sit, ratione quadam assequuti sunt, ut forum ipsum dividant, ac duo fora prope faciant: duæ enim sunt porticus, in quas alteri ab alterius corporis hominibus separati conveniunt. Eadem quoque distinctio in juventutis sodalitatibus servatur, quarum multas nobiles instituerunt; in quas neminem unquam ex popularibus acceperunt, cum nonnulli, privatis necessitudinibus illis conjuncti, se admitti postulassent, sed ad repulsæ injuriam, verborum quoque contumelias addiderunt, cum se degenerum sodalitate commaculaturos negarent. Jam vero, cum ad animos hominum accendendos major sit contemptus, quam injuriarum irritatio, dii immortales quam despecti ab istis nostris nobilibus sumus, quam illi a nobis abhorrent, quam nos auribus et animis respuunt, quam contemptim de nobis loquuntur, in quanta convicia, linguæ intemperantia provehuntur, cum nos degeneres et rusticanos, non modo Genuæ, sed in aliis civitatibus appellant, per inde quasi deorum genus, atque e cœlo delapsi ipsi sint; exterosque, simulatque de aliquo ex nobis incidit sermo, etiamsi alias res longe agatur, sedulo admoneant, hominem illum degenerem et ex infima plebe esse, nobilitateque sibi haudquaquam, comparandum: neque sentiunt, se risui plerumque exteris esse, quos non pudeat fœnus ac sordidiores quæstus exercentes, nobilitatis nomine, quam comprimere deberent, se commendare, haud ullam animæ nobilitatis mentionem facere. Anecdota Uberti Folieta._ Genova 1838.
[319] Secondo gli annali del vescovo Agostino Giustiniani, al principio del Cinquecento contenevano, la Liguria occidentale fuochi 31,457, o teste 125,828, calcolando solo quattro teste per fuoco; Genova e borghi 104,216; la Liguria orientale 22,088 famiglie, o teste 88,352; i paesi oltre Gioghi, 15,173.
Ansaldo Grimaldi di Genova fece rifabbricare a proprie spese la chiesa di Santa Maria della Consolazione; e in una sola volta donò alle opere pie della città 75 mila scudi d’oro. Perciò ottenne franchigie perpetue e due statue nel 1536, una delle quali vedesi ancora nel palazzo di San Giorgio.
[320] Lucca nel 1504 avea stabilito munirsi di mura, e fino al 1544 si fecero quelle verso levante e mezzodì; poi dall’estendersi delle nuove armi fatti accorti che i bastioni circolari e le mura con poca scarpa mal resisterebbero, affidossene la cura ad altri ingegneri, segnatamente a Vincenzo Civitali; e l’opera con undici bastioni fu compita solo nel 1645, colla spesa di 956,000 scudi; oltre il valore di 120 cannoni che la munivano; nella tagliata, fin a 750 braccia di distanza non era permesso piantare. La fortificazione fu adattata a bel passeggio, della lunghezza di 5000 metri, tutto pianeggiante.
Con un fosso navigabile si pose in comunicazione Lucca coll’Ozzeri e il lago di Sesto, donde per l’emissario della Seresta sboccavasi in Arno, e così poteasi navigare a Firenze, a Pisa e al mare.
[321] Il Burlamacchi «interrogato, rispose, che il desiderio suo di mettere in libertà la Toscana, e farne poi una unione, li era nato dall’aver letto più libri d’istorie, e massime le _Vite_ di Plutarco; fra le quali aveva considerato la vita di quattro gran capitani, che con pochissima gente avevano fatto gran cose; e questi erano Timoleone, Pelopida, Dione ed Arato. Ed in questi pensieri era stato da sei mesi se non forse un anno avanti che lo conferisse con persona; ed ogni giorno parendoli che la cosa fosse più riuscibile, deliberò conferirla; e così li parve che fosse a proposito Cesare di Benedino; e ne lo conferì, dicendoli che ci andasse pensando, che altre volte ne parlerebbero, perchè era cosa da pensarla; e sendone stato alcune volte insieme, a esso Cesare pareva che la cosa fosse riuscibile.
«Item, interrogato, disse: essersi confessato e comunicato quest’anno in Ferrara, e da molti anni in qua, ogni anno una volta; non avere mai desiderato alcun comodo o utilità particolare di questo suo disegno, ma che il principale intento suo era di fare una cosa buona, lodevole e di memoria; tenere per certo che, se la cosa non si fosse scoperta, sarebbe riuscita, senza dubbio alcuno, a giudizio suo, ed oggi lo crede più che mai.
«Interrogato qual benefizio intendesse fare a sua maestà con quest’unione, sì come scrive, rispose che, riuscendoli l’impresa dell’unire Toscana, aveva disegnato di poi andare o mandare o scrivere all’imperatore, e pregarlo se ne venisse dalle parti di qua, e che vedesse di riformare la Chiesa dalli molti abusi che vi sono, e ridurla all’unione di molte varietà d’opinioni che vi sono; il che li poteva riuscire con levarli l’entrate, e con questo avrebbe contentato gli Alamanni, e ridottili alla obbedienza sua, li quali non desideravano altro.
«Ed allora il prefato signor commissario, per aver meglio la verità delli altri complici del detto delitto, ha ordinato sia spogliato, ligato et alzato. E subito postosi da se medesimo alla corda spogliato, e dopo ligato ed alzato per braccia quattro o circa da terra, ed ivi stando sospeso, interrogato che dica la verità degli altri complici di più di quello ha detto, e massime delli suddetti Senesi, rispose: Ah, signor commissario, ch’io son morto, che ho detto la verità, ahimè!...
Un altro giorno «entrato il soprascritto signor commissario nella carcere della torre del Palazzo di Lucca, dove sta detenuto il soprascritto Burlamacchi, e di nuovo monito ed interrogato, rispose lamentandosi: Oh! signore, che volete ch’io vi dica: se ho detto tutto ciò che sapeva? Fatemi di grazia tagliar più presto la testa che tormentarmi tanto, chè io sono tutto stroppiato. Non avete, signore, la cosa chiara?
«E volendo il prefato signor commissario chiarire l’animo suo di questo fatto importantissimo, in conformità dell’ordine che tiene, ordinò li fosse appresentato il fuoco e ceppi, e scalzato. E di nuovo interrogato, rispose: Ah! signore, se si vede la cosa chiara, come e a che tanto tormentarmi?
«E scalzato che fu, il prefato signor commissario ordinò che fosse condotto al fuoco; e così ivi condotto, nell’atto di ponerli i ceppi, più volte monito e pregato a dire la verità, disse: Signore, io non so che mai dirle altro, perchè ho detto tutta la verità, e mai dirò altro di più di quelle ho detto.
«Il che vedendo il prefato signor commissario, e conoscendo la ferma constanza del detto Burlamacchi, attese li tormenti avuti e l’apparato del fuoco fattoli come di sopra, ed ancora attesa l’età e la delicatezza del suddetto Burlamacchi, che non patiria tanti tormenti se altro sapesse, ordinò fosse lasciato e non tormentato: e così fu dimesso in detta carcere con la medesima custodia». (Processo nell’_Archivio storico_).
[322] Parma avea per insegna il torello rosso colle corna dorate, che vestivasi solennissimamente il giorno dell’Ascensione; sul suggello portava: _Hostis turbetur quia Parmam Virgo tuetur_. Nel 1470 gli spedali vi furono riuniti in quello del Tanzi. Il _Diarium Parmense_ sotto il 1481 racconta che, mentre i Turchi aveano occupato Otranto, re Ferdinando mandò ad essi quattro meretrici infette, le quali accolte lietamente, appestarono l’esercito.
[323] Lettera del primo febbrajo 1547. Il padre Ireneo Affò scrisse una _Vita di Pier Luigi Farnese_, donde restiam chiari quanto Carlo V volesse male a questo perchè parteggiava con Francia, e perchè esso Carlo da un pezzo agognava a Piacenza. Anche don Ferrante Gonzaga nutriva particolare rancore contro di esso perchè aveagli contrastato l’acquisto di Soragna:
— Scrivendo questo dì a vostra maestà, e dandole conto del procedere del duca Pierluigi Farnese, e parlando del trattato di Parma e Piacenza, dissi che mi pareva meglio per molte ragioni di attendere al detto trattato in vita del papa che non dopo la morte sua, e lo supplicai a farmi intendere se, offerendosi qualche apparente occasione di rubargli Piacenza in vita del papa, quella sarebbe stata servita che si tentasse. Vostra maestà mi rispose, che le piaceva che le si attendesse, ma che io non venissi all’esecuzione senza consultar seco, e avvisarla particolarmente del modo che in ciò penserei di tenere. Sa vostra maestà che nel _robbar_ di un luogo, la maggior difficoltà che si presenta è lo unire le genti senza scandalo, che hanno da fare il _furto_; perchè, quando si vede far genti senza un qualche giusto e legittimo colore, quelli che possiedono gli Stati, i quali per l’ordinario ne sono gelosi, provvedono in qualche modo alla sicurezza loro, ed ogni provvisione che facciano, per minima che sia, disturba tutto il disegno. Ora egli si presenta questa colorata causa di far gente, e di farla in luogo comodissimo a Piacenza, con l’impresa che convien fare di Montojo.