Storia degli Italiani, vol. 09 (di 15)
Part 44
[258] — Andrea domandava all’imperatore sessantamila ducati di soldo, la libertà de Genova, e la tratta per diecimila salme di grano di Sicilia e certe altre condizioni di poco momento. Sua maestà li ha concesso non solamente quello che chiedeva, ma davvantaggio; scrive el signor principe che terminandosi bene la guerra per la maestà sua, provveda il capitano Andrea d’uno stato nel regno di otto o diecimila ducati; oltre a questi, mille seicento al conte Filippino, credo settecento a Cristoforo Pallavicino, uomo di Andrea, ed altrettanti ad esso Erasmo, in modo che tutti stanno contentissimi d’aver preso il servizio suo». _Lettere di Principi a Principi_, III, 43.
* Sopra Andrea Doria assai si scrisse in questi ultimi tempi, con molti documenti nuovi e molta passione, dal Bernabò Brea, dal Celesia, dal Guerrazzi, da altri. Tutti li prese in esame Massimiliano Spinola (_Considerazioni su varj giudizj di alcuni recenti scrittori_, Genova 1867) difendendo gli atti e le intenzioni di Andrea.
[259] Bologna, 12 settembre 1529, negli _State’s papers_, vol. VII.
[260] GAETANO GIORDANI, _Della venuta e dimora in Bologna di Clemente VII per la coronazione di Carlo V_; Cronaca con documenti ed incisioni ecc. Bologna 1842. — Il duca di Savoja portava un abito che costava trecento mila scudi. _Monum. Hist. patriæ_, Script. I. 861.
[261] I battesimi erano medaglie che si offrivano in occasione de’ battesimi: i grossoni cessarono: crazia pare corrotto da _hreutzer_, ed è moneta corrente anch’oggi.
[262] In quell’occasione Siena figurò il cavallo di Troja e lo condusse per città, e fu detto volesse con ciò avvertire la Toscana de’ nemici che le entravano in seno.
[263] VASARI in _Jacopo da Pontormo_; ma erra nel dire questi trionfi fossero fatti per la coronazione del papa.
[264] Ingrandita che fu Casa de’ Medici, s’inventarono genealogie per aggiungere lo splendore degli avi a una gente popolana. Ma nessun de’ nostri storici avvertì un fatto che trovasi nella _Storia dell’anarchia di Polonia_ di Rulhière, cioè che la famiglia Mikali o Jatrani, capi de’ Mainotti nel Peloponneso e famosi anche nelle ultime guerre, sia il ceppo de’ Medici di Firenze, il cui nome sarebbe tradotto dal greco.
[265] Della nobiltà fiorentina già toccammo nel t. VII, p. 33 e t. VIII, p. 235; ma sì poca certezza se n’aveva, che il Nardi scrive: — Questa distinzione di nobiltà e ignobiltà confesso io ingenuamente non aver mai saputo fare, ancora che io sia nato e allevato nella medesima patria. Conciossiacosachè io abbia veduto i figliuoli discordare da’ padri proprj, e i fratelli da’ medesimi fratelli nelle azioni di questa stolta favola del mondo, secondo che ciascuno è stato vinto e traportato dall’empito de’ proprj appetiti, e secondo che più o meno il suo intelletto è stato illuminato dallo splendore della divina grazia». _Storia di Firenze_, lib. VI.
[266] JACOPO PITTI, _Storia fiorentina_, pag. 112. Vedi _Archivio storico_.
[267] NARDI, lib. III.
[268] CAMBI, al 1523.
[269] AMMIRATO, al 1515.
[270] Lo stesso, al 1521.
[271] Le racconta Jacopo Pitti, pag. 123.
[272] JACOPO PITTI, pag. 136.
[273] Erasi speso un mezzo milione di ducati d’oro nell’acquistare Urbino al duca Lorenzo; altrettanto nelle guerre di Leon X contro i Francesi; trecentomila ai capitani imperiali prima dell’elezione di Clemente VII.
[274] — E si può dire certo che messer Baldassarre Carducci, inimico de’ Medici, operasse più nella tornata loro in Firenze che qualunque altro, reputato a essi amicissimo». VETTORI, _Sommario detta Storia d’Italia_ dal 1511 al 1527.
Della prudenza, cioè timidità d’alcuni reca buona immagine il Nardi, introducendo due cittadini, amici ma differenti d’opinione in senato, l’un de’ quali dice all’altro: — Compare, non è molta la saviezza nostra nel difendere il presente stato in modo che, succedendo uno stato diverso, ci abbia ad essere turbata la quiete di nostra casa»; ma l’altro gli risponde: — Anzi il modo di stare a casa nostra dopo cambiato governo è appunto il difendere quel d’adesso, che è giustissimo. Il quale se per colpa nostra rovinasse, gli avversarj ci avrebbero giustamente in dispregio come dappochi, e Dio in abbominazione come tepidi; e la patria, che su noi riposa, si terrebbe ingannata come da imprudenti o forse infedeli consiglieri». VARCHI.
[275]
E il buon gallo sentier, ch’io trovo amico Più de’ figli d’altrui, che tu de’ tuoi.
[276] È di somma importanza il carteggio d’esso Carducci, che sta nell’archivio Capponi. Come meglio conobbe la diplomazia francese, il 3 agosto scriveva: — Questi nostri Francesi sono tanto al di sotto degl’Imperiali, che è loro necessario ricevere quelle condizioni che sono porte loro. Nondimanco, avendo io avuto sempre da questa maestà e da questi signori una quasi certa speranza di dover essere inclusi con condizioni oneste e comportabili, non ho voluto disperare le vostre signorie».
[277] Una lettera del Busini 31 gennajo 1549, che non è fra le edite a Pisa, dice: — Nicolò Capponi mai non volse che si fortificasse il monte di San Miniato; e Michelagnolo, che è uomo veritierissimo, dice che durò grandissima fatica a persuaderlo agli altri principali, ma Nicolò mai potette persuaderlo: pure cominciò nel modo che sapete con quella stoppa; e Nicolò gli toglieva l’opere, e mandavale in un altro luogo; e quand’ei fu fatto de’ Nove, lo mandarono due o tre volte fuora; e quand’ei tornava, trovava sempre il monte sfornito, ed egli gridava e per la reputazion sua e per il magistrato ch’egli aveva. Si ricominciava, tanto che alla venuta dell’esercito si potette tenere. Cred’io per questo e altri suoi modi che Nicolò fosse persuaso che lo stato si muterebbe, non in tirannide, ma in stato di pochi, come desideravano quasi tutti i ricchi, parte per ambizione, parte per sciocchezza, come Pietro Salviati e il fratello; parte per dependenza, come Ristoro e Pier Vettori: e soggiunge che egli da in quel tempo in là, non volle mai bene a Nicolò, nè egli a lui».
Un’altra lettera del Busini, mutila nella stampa di Pisa, ma riferita intera dal Gaye, narra i motivi della fuga di Michelangelo, della quale è tanto incolpato: — Ho domandato a Michelagnolo quale fu la cagione della sua partita. Dice così, che, essendo de’ Nove, e venuto dentro le genti fiorentine e Malatesta e il signor Mario Orsini ed altri caporali, i Dieci disposero i soldati per le mura e per li bastioni, e a ciascun capitano assegnarono il luogo suo, e detton loro vittovaglie e munizioni, e fra gli altri dettono otto pezzi d’artiglieria a Malatesta che le guardasse e difendesse una parte de’ bastioni del Monte, il quale la pose non dentro, ma sotto i bastioni, senza guardia alcuna; ed il contrario fece Mario. Onde Michelangelo, che come magistrato e architetto rivedeva quel luogo del Monte, domandò al signor Mario onde nasceva che Malatesta teneva così trascuratamente l’artiglieria sua? A che disse Mario: — Sappi che costui è d’una casa che tutti sono stati traditori, ed egli ancora tradirà questa città. Onde gli venne tanta paura che bisognò partirsi, mosso dalla paura che la città non capitasse male, ed egli conseguentemente. Così risoluto trovò Rinaldo Corsini, al quale disse il suo pensiero, e Rinaldo come leggieri disse: — Io voglio venire con esso voi; ecc.».
[278] NARDI. La Provvisione di quella milizia fu messa a stampa, col motto virgiliano:
_Æneadæ in ferro pro libertate ruebant._
[279] «La somma e i capi principali furono, che don Ercole, primognito di don Alfonso duca di Ferrara... fosse, ancorchè giovanetto, capitan generale di tutte le genti d’arme della repubblica fiorentina tanto di piè quanto da cavallo, d’ogni e qualunque ragione, per un anno... con tutte quelle autorità, onori e comodi che sogliono avere i capitani generali della repubblica fiorentina; e la condotta fosse dugento uomini d’arme in bianco, con fiorini cento di grossi, con ritenzione di sette per cento per ciascun uomo d’arme ogn’anno, da doversi pagare a quartieri, e sempre un quartiere innanzi, e con provvisione e piatto all’illustrissima persona di sua eccellenza, di fiorini novemila di carlini netti, cioè senza alcuna ritenzione, da pagarsi nel medesimo modo; fosse però obbligato di convertire almeno la metà dei dugento uomini d’arme, e quelli più che a lui piacesse, purchè fra lo spazio di venti giorni lo dichiarasse, in tanti cavalli leggieri, a ragione di due cavalli leggieri per ciascun uomo d’arme. Ancora, che ogni anno gli si dovessero pagare quattromila ottocendiciannove fiorini e soldi otto marchesani d’oro in oro del sole, e questo per le condizioni de’ tempi cattivi e grandissima carestia in tutte le cose e grasce, ch’era per tutta Italia. Ancora, che ciascun uomo d’arme fosse obbligato di tenere nel tempo della guerra tre cavalli, un capo di lancia, un petto e un ronzino, e a tempo di pace solamente i due principali senza il ronzino. Ancora, che in tempo di guerra, e ciascuna volta che la città soldasse almeno duemila fanti, gli dovesse dare, cavalcando egli, una compagnia di mille pedoni da farsi per lui, nè fosse tenuto di rassegnarne più d’ottocento; e facendosi minor numero di duemila dovesse anch’egli farne la parte sua a proporzione nel soprascritto modo e patto. Ancora, che gli si dovessino pagare ogni mese a tempo di guerra cento fiorini d’oro di sole, e a tempo di pace cinquanta, per poter trattenere quattro capi di fanteria a sua elezione. Ancora, che tutti i denari per fare i detti pagamenti si dovessero mandare in mano propria di lui. Ancora, che dovunque in cavalcando gli fossero assegnate le stanze, gli fossero parimenti assegnate legne e strame, e di più nel tornarsene le coperte senza alcun costo. Ancora volle, e così fecero, che li signori Dieci s’obbligassero in nome della magnifica ed eccelsa Signoria di Firenze, che durante la sua condotta non condurrebbono, nè darebbono titolo o grado alcuno a persona, il quale fosse, non che superiore, eguale al suo. E d’altro lato la sua eccellenza s’obbligò a dover servire colla sua persona propria e con tutte le genti, così in difesa come in offesa di qualunque Stato o principe, ogni e qualunque volta o dalla Signoria o da’ Dieci o dal loro commissario generale ricercato ne fosse, con questo inteso che i signori fiorentini fussono obbligati a consegnarle il bastone e la bandiera del capitano generale, colle patenti e lettere di tal dignità». VARCHI, _Storie fiorentine_.
[280] Il Varchi, lib. IX, riporta un còmputo di Benedetto Dei, che, al fine del 400, si trovassero a venti miglia in giro a Firenze trentaseimila possessioni di cittadini con ottocento palazzi murali di pietra picchiata, che l’un per l’altro erano costati meglio di tremila cinquecento fiorini d’oro. E Marco Foscari, ambasciador veneto, nella sua _Relazione_ del 1527: — Non credo che sia in Italia, anzi in tutta Europa una regione più amena nè più deliziosa di quella ove è posta Firenze; perchè ella è posta in un piano tutto circondato di colli e da monti fertili, coltivati, amenissimi e carichi di palazzi bellissimi e suntuosissimi, fabbricati con eccessiva spesa con tutte le delizie che sia possibile immaginare, con giardini, boschetti, fontane, peschiere, bagni, e con prospettive che pajono pitture, perchè dalli detti colli e palazzi si scoprono gli altri colli d’intorno e poggetti e vallette, tutte cariche di palazzi e di fabbriche, che par proprio un’altra città più bella di Firenze stessa ecc.».
[281] L’anzidetto ambasciator veneto Foscari diceva che Firenze è debole per la debilità degli uomini. La quale debilità viene «prima per natura, poi per accidente. Per natura, perchè quell’aere e quel cielo producono naturalmente uomini timidi; per accidente, perchè tutti si esercitano nella mercatanzia e nelle arti manuali e meccaniche, lavorando e operando colle proprie mani ne’ più vili esercizj: e li primi che governano lo Stato vanno alle lor botteghe di seta, e gittati i lembi del mantello sopra le spalle, pongonsi alla caviglia e lavorano pubblicamente che ognun li vede; ed i figliuoli loro stanno in bottega con li grembiali innanzi, e portano il sacco e le sporte alle maestre con la seta, e fanno gli altri esercizj di bottega ecc.». _Relazioni degli ambasciadori veneti_, serie 2ª, vol. I. pag. 21.
Di questi spregi verso la gente mercadante avemmo altre volte a far ragione; e sin d’allora il Varchi li confutava, e, — Io mi sono meco più volte maravigliato come esser possa che quegli uomini, i quali sono usati per piccolissimo prezzo infino dalla prima fanciullezza loro a portare le balle della lana in guisa di facchini, e le sporte della seta ad uso de’ zanajuoli, o star poco meno che schiavi tutto il giorno e gran pezza della notte alla caviglia e al fuso, si ritrovi poi in molti di loro, dove e quando bisogna, tanta grandezza d’animo e così nobili ed alti pensieri ecc.».
[282] — Tanto sono diversi gli affetti e le passioni degli animi degli uomini in diversi tempi, secondo la varietà e la forza degli accidenti: conciossiachè già nella mia adolescenza io avessi veduto i padri e le madri levare e torre dalle camere de’ loro figliuoli ogni generazione di arme quanto meglio potevano e sapevano, acciò, che quegli fossero meglio disciplinati e manco discoli che fosse possibile; e poscia io medesimo abbia veduto più d’un padre, ancora di verde età, descritto nella milizia, andare alla mostra o vero rassegna, o anche nelle fazioni fuori delle porte, accompagnato in mezzo di duoi suoi figlioletti con gli archibusi, che non passavano l’età di quindici o sedici anni; e similmente ho veduto le sorelle armare in persona i fratelli loro, e le madri e i padri mandare i loro figliuoli lietamente alle fazioni della guerra, raccomandandoli alla bontà di Dio con la loro benedizione». NARDI.
[283] Anche il residente Carlo Cappello, a’ 15 ottobre 1529, scriveva alla Signoria veneta: — La città tutta è di ottimo animo, ed ognora si rende più intrepida e desiderosa di mostrare il valor suo: nè più si può dire con verità che li poderi di questi signori sieno ostaggi dei loro nemici, perchè sono tanti gli incendj di bellissimi e ricchissimi edifizj, fatti sì dalle genti nemiche come dalli padroni proprj, che non è facile giudicare qual sia maggiore, o la immanità e barbarie di quelli, ovvero la generosa costanza di questi; e sebbene così grande rovina non può fare che non doglia, pure è di molto maggior contento vedere la grandezza degli animi e la prontezza d’ognuno in sostenere ogni danno, ogni pericolo, per conservazione della libertà». _Relazioni ecc._; serie 2ª, vol. I. pag. 234. — Sebbene sia questa la prima fiata che questa città abbia sentito l’artiglieria alle mura, non v’è però alcuno che non sia di costante e forte animo, e prontissimo alla difensione di quella, la quale, per somma diligenza usata da ognuno e per la comodità di balle mille ottocento di lana, le quali sono state poste nelle fortificazioni di essa, è ridotta ormai di sorte, che il nemico deve piuttosto di lei temere, che sperare vittoria». Ivi, pag. 238.
[284] Questo fatto nuovo raccogliamo da relazioni dell’ambasciatore Cornaro, che scriveva alla Signoria veneta: — Non voglio restar di dire che questi signori sempre mi domandano delle cose del signor Turco, dimostrando di avere in quello grandissima speranza; e jeri hanno avuto lettere da Ragusa, che quella potenza preparava grande armata di mare e di terra, e già aveva inviato alla Vallona galere cento e cento palandre, la qual nuova è stata di sommo contento a tutta questa città, di modo che si può quasi esser certi che questi signori abbiano fatto intendere al Turco il bisogno loro; e di ciò mi è stato eziandio fatto motto da buon loco». _Relazioni ecc._; serie 2ª, volume I, pag. 279.
[285] NARDI. Il quale, al lib. ix, ci dà alcuni prezzi: vino al barile ducati 8, 9, 10; aceto ducati 5 o 6; olio un ducato e più al fiasco; carne di vitello 5 carlini la libbra; 2 la bovina; 4 quella di castrato; 1 quella di cavallo o d’asino; 5 carlini la libbra il cacio; ducati 6 e fin 8 il pajo di capponi; 3 di pollastri; uno di piccioni; soldi 18 la coppia d’ova.
[286] In espiazione, il giorno dell’Ascensione movono da San Marcello e da Gavinana due processioni verso la fonte dei Gorghi; quando s’incontrano rinforzano i canti, e accostano i crocifissi, il che dicesi il bacio de’ Cristi.
Fabrizio Maramaldo, alquanti anni dopo, s’una festa alla corte di Urbino invitò a ballare la figliuola di Silvestro Aldobrandino, ed essa gli rispose: — Nè io nè altra donna italiana che non sia del tutto svergognata, farà mai cortesia all’assassino di Ferruccio».
Di rimpatto, la marchesa di Pescara ha una lettera al principe d’Orange, ove loda infinitamente Fabrizio Maramaldo, e lagnasi che, per accuse dategli, abbiagli esso diminuita la sua grazia, e confida che «la candida fede d’un tal cavaliere, affinata per mano» del marchese di Pescara e del marchese del Vasto, sarà restituita all’onorato grado ed autorità che i suoi servigi ricercano.
_Lettere di XIII uomini illustri_, 1564. p. 570.
[287] Nel _Discorso sopra il governo di Firenze_, che è nelle _Lettere di Principi a Principi_, III. 124, tra il resto dice: — Le difficoltà principali mi pajono due: la prima che questo Stato ha alienissimi da sè gli animi della più parte della città, i quali in universale non si possono guadagnare con qualunque maniera di dolcezza o di benefizj; la seconda che il dominio nostro è qualificato in modo, che non si può conservare senza grosse entrate: ed il nervo di queste consiste nella città propria, che è tanto indebolita, che, se non si cerca di augumentare quella industria che vi è restata, ci caderà un dì ogni cosa di mano; però è necessario aver rispetto assai a questo, il che ha impedito il poter usare molti rimedj gagliardi, che erano appropriati alla prima difficoltà; e se questa ragione non ostasse, era da fare quasi di nuovo ogni cosa, non essendo nè utile nè ragionevole aver pietà di coloro che hanno fatto tanti mali, e che si sa che, come potessino, farebbon peggio che mai: ma quanto la città ha più d’entrate, tanto è più potente chi n’è capo, purchè sia padrone di quella; e il diminuire ogni dì l’entrate con esenzioni a sudditi, è mal considerato...
«Parmi bisogni navigare tra queste difficoltà, ricordandosi sempre che è necessario mantenere la città viva per potersene servire, e quello che per questo rispetto si designasse riservare ad altro tempo, fosse dilazione e non oblivione, cioè non mancar mai di camminare destramente a quel fine che l’uomo si fosse una volta proposto, ed intrattanto non perdere occasione alcuna di stabilir bene gli amici, cioè di fargli partigiani; perchè come gli uomini son ridotti qui, bisogna vadino da se medesimi, e proponghino e riscaldino tutto quello che tende a sicurtà dello Stato, non aspettando di esser invitati, come forse si fa ora. È vero che gli amici son pochi, ma sono in luogo che, se non sono totalmente pazzi, conoscono non poter stare a Firenze non vi stando la casa de’ Medici; perchè non interviene a noi come a quelli del 34 che avevano inimici particolari, ed in tempo di dodici o quindici anni restarono liberi dalla maggior parte di loro. Abbiamo per inimico un popolo intero, e più la gioventù che vecchi, sì che ci è a temere per cento anni; in modo che siamo sforzati desiderare ogni deliberazione che assicuri lo Stato, e sia di che sorta voglia...
«I modi di fare una massa sicura e ferma d’amici nuovi e vecchi non sono facili, perchè io non biasimo soscrizioni e simili intendimenti, ma non bastano: bisogna siano gli onori ed utili dati in modo, che chi ne partecipa diventi sì odioso all’universale, che sia forzato a credere non potere essere salvo nello stato del popolo: il che non consiste tanto in allargare o stringere il governo un poco più o manco, in stare su modelli vecchi o trovarne de’ nuovi, quanto in acconciarla in modo che ne seguiti questo effetto, a che fa difficoltà assai la povertà e le male condizioni nostre...
«Il ridursi totalmente a forma di principato non veggo dia, per ora, maggior potenza nè più sicurtà; ed è una di quelle cose che, quando si avesse a fare, crederei fosse quasi fatta per se stessa, e comproporzionare con la proporzione che si conviene le membra al capo, cioè fare de’ feudatarj pel dominio; perchè il tirare ogni cosa a sè solo farebbe pochi amici, e come questo si possa fare al presente senza disordinare le entrate e senza scacciare l’industria della città, io non lo veggo. In questa scarsità di partiti mi occorreva che, spento il modello de’ consigli e di quelle chiacchere vecchie, si eleggesse per ora una balìa di dugento cittadini, non vi mettendo dentro se non persone confidenti...».
[288] VARCHI, _Storie_, lib. III. in fine.
[289] Gli statuti del 27 aprile 1532, che trasformano la repubblica in principato, sono recati per disteso dallo Zobi, _Storia di Firenze_, vol. V, append. X.
[290] Il Nardi, fuoruscito anch’esso, ci ragguaglia di tutti i movimenti de’ fuorusciti nella parte della sua storia che rimase inedita fin testè.
[291] La fortezza di San Giovan Battista, or detta di Basso. La prima pietra ne fu posta dal duca e dal vescovo d’Assisi il 15 luglio 1534 a ore 13, minuti 25, ora di felice augurio computato dall’astrologo frà Giuliano Buonamici di Prato.
[292] All’entrata di Margherita moglie del duca Alessandro, «da Livorno a Pisa perfino a Poggio e a Fiorenza, i castelli, le ville, i popoli e le genti erano calcate per le strade a guisa dei pastori che, tornando dalle maremme, solcando con le loro capre ed altri armenti le strade, adornano i greppi, i piani e’ poggi; e, perdio, non era sì piccol forno in su la strada, che apparecchiato non avesse le tavole in su le strade, con moltissime robe sopra, che avriano sfamata la fame e la sete a Tantalo; e aveano fatto a ogni casa o porta fonte di due bocche, gettando vino una e acqua l’altra». Così il Vasari scrive all’Aretino; e dappertutto, oltre le solite comparse, sono notevoli questi allettamenti alla gola plebea. «Alla porta del Prato a Firenze era una botte di barili sei che gettava vino con un grasso nudo sopra..... Stavano innanzi a sua eccellenza due dromedarj, quali sua maestà cesarea donò al duca, e dopo essi era Baldo mazziere, con due gran bisaccie a traverso al cavallo, gettando denari... Erano calcate le vie di donne e uomini, che mai dacchè Fiorenza è Fiorenza si vide tanto popolo, con un’allegrezza miracolosa...» Dallo stesso sono eziandio descritte le feste splendidissime per l’entrata di Carlo V.
[293] SEGNI, lib. VI. Allora furono introdotti o ripristinati i baccanali detti _Potenze_, ove diverse brigate si univano sotto un capo con titolo e veste di gransignore, marchese, duca, principe, re, papa; e ciascuna con bandiera e insegna proprie, da maggio a tutta estate festeggiavano in comparse e gara di lusso e di brio, e battaglie di sassate. Nella facciata di Santa Lucia sul Prato leggesi ancora: _Imperator ego præliando lapidibus vici anno_ MDXXXIV.
[294] Lo stesso, lib. IX.
[295] I fuorusciti si teneano molto raccomandati ai frati; e al confessore di sua maestà lasciarono un’esposizione del salmo _Verba mea auribus percipe, Domine_, in forma d’orazione ad esso imperatore.
[296] Il Segni, che pur è benevolo a Cosmo, narra nel lib. xii d’aver molto bene conosciuto Beba da Volterra, uno degli assassinatori di Lorenzino, «il quale vantandosi di quel fatto, lo raccontava pur come un’azione gloriosa... Ed essi dal duca Cosmo non avendo voluto accettare la taglia, furono provvisionati con trecento scudi l’anno per ciascuno, e con titolo di capitani; onde di poi lietamente potessero vivere in Volterra, e trionfare del prezzo del sangue».