Storia degli Italiani, vol. 09 (di 15)
Part 43
[238] Lettera da Roma, 10 giugno 1526. Fra altre cose dice: — Apparecchieremo diecimila fanti, altrettanti i Veneziani; diecimila Svizzeri aspettiamo che ci conduca il vescovo di Lodi, il quale prima li avea praticati ed ora è là a questo effetto, e noi con Veneziani li diamo danari; e se questi non vengono, ne faremo in ogni modo calar diecimila. La fortezza di Milano massime è allo estremo, ancor quella di Cremona patisce assai; spero saremo a tempo a soccorrerle. Il popolo di Milano è ancor in arme; come si avvicini lo ajuto da qualche banda, promettono far meraviglie. Spagnuoli fortificano molto Lodi; credemo vorranno ridursi là in Pavia: il tutto sta che li siamo adosso avanti le ricolte, perchè, se si riducessero nelle terre fornite, ci fariano spendere un mondo. Lanzichenecchi non hanno danari, credemo che non avendo i Cesarei modo da pagarli, se ne anderanno: li Spagnuoli pur serviranno senza. Voi ci farete grandissimo servizio a non darli denari, però tenete forte, e ovviate quanto potete che non se li diano. Sono stato di malavoglia che, per la vostra del primo del passato, mi scrivete che Cesare manda in Italia dugentomila ducati avuti da voi, di che non avemo altro aviso, se non che cercavano cambi di settantamila o incirca per Italia. Noi vedremo se possibile è levarli Genua, affinchè quando voi fussi pur sì da poco, non abbia Cesare il modo di rimetterli. Vorrei facessimo ora ancor l’impresa del Regno, o pur vedremo _ut se initia dant in Lombardia_... Di fare il vostro infante duca di Milano, ancor voi vedete che sono sogni e barrerie. Le lettere vostre non vede persona, salvo il papa; vi scriverò, e voi scrivete; ed anco senza scrivere sapete ciò che si può fare in disfavor di Cesare, massime in non darli denari, nè alcun altro sussidio, tutto torna in favor nostro ecc.».
[239] «Si levò un gridar per la città, dicendo _all’arma, all’arma_. A questo gridar se mosse gran gente all’arma, chi con schioppi, chi con una lanza, chi con una cosa, chi con un’altra; e fu fora per le contrade gente assai, e fu dato campana a martello al Broletto, poi alle altre gese. E presero per forza la Corte e... morse gran gente de Corte. E presero el campanil del domo, e fu sonato al domo campana a martello, e sonavano insieme con le altre campane per Milano; donde che Milano all’arma e lanzinechi non sapevano in che mondo fossero; e se serrorno verso il ponte Vetro, e le contrade si serrorno con carri, vasselli, carrette, terra al meglio che possenno. De quelli del borgo delli Ortolani ne andò una gran squadra in Castello (_donde gli Sforzeschi fecero varie sortite_), e parte ne tornò, e in questo andar e tornar furno morti paregi lanzinechi. Per tutta notte se tenne all’arma... e ogni contrada faceva il suo bastione fortissimo per difendersi..., e per tutto Milano se faceva ripari con terreni e travi... e campana a martello. Al quale strepito, i villani per le terre traevano a sturmi, e furno svalisati e morti assai lanzinechi a piedi ed a cavallo. Ognuno era alli bastioni, aspettando qualche buona provision da qualche capo, e de molti che pareva che volessero metter paura a tutto il mondo: e al bisogno come l’era al presente, non comparse mai alcuno a far animo al popolo, qual veramente faceva più che non poteva. Ma alla mattina el signor Francesco Vesconte ensiem con altri andavano per la città a far deponere le armi alli Milanesi, dicendo, — Lasciate fare a noi, che conzeremo le cose che la città non averà a lamentarse». Così la cronaca del pizzicaruolo BURIGOZZO, al 25 aprile 1526.
[240] «De nove de Milano, il grano vale lire cinquanta il mogio, il vino sedece lire; legna nè altro non ci è; tute persone in Milano mangiano pane di miglio, salvo li capitanei». _Documenti di storia italiana_ del Molini, 163
Alla compassata eleganza del Guicciardini (lib. XVII) possiamo cercar riscontro nel rozzissimo Burigozzo, viepiù attraente per infelicissimi riscontri coll’accaduto in questi ultimi anni. «Gli Spagnuoli comenzorno a far per Milano cose, che io non le potrò narrare perchè non gh’è chi le credesse. Fra le quali, se uno omo d’arme, overo uno fante alogiava in una casa, non bastava avere quella dove alogiavano, ma ne avevano quattro o cinque per uno delle case, e la facevano pagare un tanto al giorno; talmente che el gh’era tal omo d’arme e fante, che tocava da sei o otto scudi al giorno, e chi più e chi manco. E se trovaveno qualche roba par le cose che fossero ascose, se coloro de casa le volevano, besognava che ghe desseno tanti dinari come quasi valeva la roba.
«E assai de Milano se ne fugivano con le donne e con li putti, per non poterghe stare: tanto più che in tutto questo tempo le botteghe stavano serrate e non se fazeva quasi niente de ogni arte; e parte ne fugiva per non poterse mantenere e fare le spese alli soldati; perchè lì era tale omo, secondo el grado, a chi costava dieci e dodici e venti scudi al giorno in farghe le spese; e non tanto a loro, quanto ancora alli cavalli de biada. E se uno cavallo se amalava, bisognava che el padron de casa pagasse el magistro; tanto che per simili respecti e ancora pegio, besognava fugire; e quelli che rimaseno in Milano e in casa bisognava portare el basto...
«Tutto Milano aspettava con allegrezza ch’el campo (_francese_), da poi acquistata Cremona dovesseno venire a Milano a far l’impresa; e certo che quasi ognuno desiderava per far presto de andar a sacco, acciocchè la cosa avesse fine una volta; ma per contrario, mai non se ne dette all’arma, o ben poco; e pur Milano stentava, e ogni dì ne fugiva. E li Spagnoli qual logiavano in casa, vedendo li patroni fugire, ruinavano le case, e facevano de gran mali. E a dì 28 octobre, se retirò el campo de Veneziani in dietro quattro o cinque miglia, e fu fora li bagagi de Spagnoli, che portorno in Milano tanta roba che tolsono nel loro campo... E de presente se dice che Veneziani passano Adda, e così fu el vero. E fu ditto che el soccorso de lanzinechi era passato per forza su quello de Veneziani, e fu morti assai de loro da una parte e dall’altra...
«In questo mezzo fu ditto che bisognava che li Spagnoli, qual era in Milano, se partissero a andar incontra al soccorso, per adunarse inseme; e fu fatto assai consilj infra loro signori de partirse. E el povero Milano se fogava a pagar dinari et altre angarie, per ajutarse de fare che lo exercito se partesse: ma la fantaria mai non volse venire a partirse, dicendo voler esser pagati del tutto de quello che avevano servito. Dondechè uno sabbato de mattina, qual fu a dì 15 decembre, se ritrovò la fantaria con li capitanei a consiglio a San Gregorio, e non potenno esser d’accordo. E intrò in Milano la fantaria desperata, e se retrovorno alla piazza del domo, e menorno le mane a sachezzare le botteghe, e prender li omeni e torghe la borsa; e fezeno tremare Milano. Beato chi se poteva serrare in casa; e cridavano — Sacco, sacco»; e poi: — Paga, paga». Al qual rumore li capitanei corsero alla piazza, e se repararono prontissimi de pagare; e così le botteghe se erano comenzate a aprire; e per questo tratto beato chi poteva tenere serrato. Dondechè Milano stava molto male; e a dì 24 decembre, che fu la vigilia de Natale, in lunedì, fu dato licenzia de sonar le campane, qual non erano state sonate dal 17 giugno insino al presente; e in Milano se parse un poco megliorare.
«Il dì de santo Joan evangelista, ch’è a dì 27 decembre, la mattina si partì li lanzinechi fora de Milano, e quelli del quartero di porta Cumana dove erano logiati, l’avenno a male, dubitandose che Spagnoli non ghe andasseno a far qualche male, perchè già per lo passato ghe menazavano; e così fu vero. De subito partiti lanzinechi, loro Spagnoli ghe andorno alogiando, e con quelli modi ch’era sua usanza: tanto che, beato quello che poteva fugire fora da quello quartiero; tanto che fra tre o quattro giorni la fu conzata in dinari...
«In questo mezzo fu ditto ritornare lanzinechi a Milano per guardia, e che Spagnoli se avessero a partire tutti per andare in campo; e così fu. A dì 23 januario 1527, retornorno a Milano, e fu fatto ordene de darghe alogiamento in tre o quattro loghi per porta. Intrati in Milano, non volseno stare nell’ordine fatto, e se alogiorno con tanto dispiasere verso Milanesi in domandare cose grande, dicendo che Spagnoli volevano galine e caponi, e che anche loro volevano il simile e più: talmente che a Milano parse stranio. E el mal che aveva fatto Spagnoli, non era nulla a paragon de costoro. E quelli pochi Spagnoli qual restorno in Milano se partirno a dì 11 febraro fora de Milano; qual gente d’arme del suo bon deportamento se tace, perchè sarebbe troppo longo el scrivere. Tanto che a dì 27 zugno 1526, rivorno in Milano, e stettene alle coste de Milano a vivere, e con tanta carestia insino al presente, ch’è al dì 11 febbraro 1527; tanto tempo, e con tanta spesa intolerable, che el dire non saria possibile... L’è vero che Spagnoli hanno fatto mal assai; ma questi Taliani (_del conte Belgiojoso_) hanno avanzato assai là dove sono stati su per lo paese, e in la roba, in le persone e in l’onore delle donne; tanto che se Turchi venessero in queste bande, non fariano el mal qual fanno costoro.
«Passato qualche giorni, el signor Anton de Leyva fece domandare tutti li omeni de Milano, zoè tanti per porta. Andorno tutti alla Pace, là dove logiava; e lì gionti, ghe feze intendere che de due cose l’una: o che l’esercito voleva venir dentro de Milano e logiare al solito, zoè a discrezione, onde che besognava darghe li dinari de pagarli; tanto che a questa domanda ognuno dubitava dovesseno intrare, e beato chi se poteva serrare in casa. E molti ghe n’era che avevano fatto stangare le porte; tantochè chi andava per Milano era uno stremizio a vedere le contrate bandite de gente, e le porte a quello modo. Al povero Milano non erano bastanti le taje passate che mai non se faceva altro che scodere taje per dare a costoro; talmente che del passato non ne besognava parlare. Al presente fu resposto al melio se potè, perchè li omeni de Milano, scottati del tanto suo far male, besognò conzarla in dinari; e fu messa una taja d’un mezzo ducato per migliajo a quelli che sono in estimo de valsente, e ducati un per bottega alli bottigari, e ducati un per casa. Chi avesse visto per Milano le botteghe serrate per tal respetto de non pagar, era tal contrada che non gh’era bottega aperta; e perchè non se fazeva fazende alcune, non volevano pagare questi dinari; talmente che li sindaci delle parochie andavano conzando la cosa, secondo el grado delle persone che pagassero...
«A dì... settembre fu fatto una crida sotto pena della vita, che tutti quelli che non pagavano contribuzioni a Spagnoli, de soldi cinque in giuso, avesseno spazzato da Milano; donde che tanti e tanti poveretti che a fatica potevano vivere con tanta carestia, non potevano pagare questi denari ogni giorno: e così se partì de Milano un numero infinito de omeni, con le sue donne e fioli. Più ancora, che quelli che pagavano contribuzione, fusseno ricchi e arciricchi, pagando per due mesi la contribuzione potesseno andare dove gli pareva. A questa crida, assai omeni de grado se partirno, con le robe e mulìere e fioli; dondechè Milano non pareva più Milano, e le botteghe eran quasi tutte serrate. Ancora de più; el castello fazeva provisione de fornirse de quello li faceva de bisogno, come saria formagio, lardo, formento e molte altre cose: vino non entrava dentro de Milano dieci a dodici brente, che non ne volesseno la sua parte e per niente; e se ancora colui del vino voleva dire niente, ghe davano delle bastonate. E el detto vino, zoè mosto, era portato da lontano sei mìa con le brente; per chè non gh’era cavallanti che potessero andar in volta, che ghe era tolto el caval e le baghe; e valeva el mosto a questi giorni del mese de octobre 1527, lire sette la brenta, e poco bono.
«El povero Milano non saria stato malcontento a livrarla e andar a sacco, zoè la roba; perchè ad ogni modo la roba e li dinari ghe vanno ogni giorno: ma la paura era in fare prigioni, e darghe tormenti, e l’onore delle donne, e molti altri inconvenienti che acadeno. E per tal respetto se andava dal signor Anton de Leyva a lamentarse, dicendo la città non poter portare tanto carigo. Alle quali domande sempre bone risposte: — Faremo, non oggi, ma domani»; e con questa proroga se andava innanzi così; tanto che pure un giorno fu ditto che la gente d’arme se doveva partire. Ad ogni modo el tal giorno, che fu a dì 4 dicembre, fecero la preparazione certa per andare al termine tolto. Ma passò el termine tolto, e non fezeno niente; talmente che el povero Milano se vide tolto a festa, e ognuno incontrandose per Milano, se strenzevano in le spalle, perchè non se vedeva fine a tal cosa»
«Dal mese di aprile fu ditto di pagare la contribuzione de giorni 20 a un tratto, che el ditto esercito se partiria; tanto che sforzato el povero Milano a fare più che non se poteva, deliberarno de pagare questi tal dinari; e così fu fatto, tanto che a poco a poco se partirono. A dì primo de maggio (che fu la seconda festa de Pasqua), se partì el signor Anton de Leyva con certe compagnie ultime de lanzinechi; qual lanzinechi da tre giorni inanzi andavano per li monasteri de frati e de moneghe, vivendo a discrezione. Donde che era una cosa grande le ruine che era, massime in le moneghe, che andavano per Milano fugendo, e vedendo de reparare a questa cosa; ma che non gh’era ordene. Non bastò questo, che ancora andavamo per le giese, e intravano in casa de parochiani, e lì volevano del bono e del migliore, e li pigliaveno e li tractavano male. E per tal respetti accadeva de gran inconvenienti, talmente che li poveri preti stavano fugiti; e se andavano in volta, andavano in abito mondano per non esser conosciuti; e per tal causa el dì de Pasqua de maggio non fu fatto officj in parecchie giese de Milano, per causa che li preti non v’osavano a comparire. Per Milano non se trovava pane per mangiare, per l’ordene fatto ch’el pane non se avesse a vendere se non a soldati: e questo perchè se avevano a partire da Milano: tanto che el povero Milano non se sentiva se non lamentare.
«Vedendo el signor Anton de Leyva non poter più cavar contribuzione da Milano per esser del tutto desfatto, trovò un modo, che forza era che ognuno pagasse, e fu a questo modo. Fece fare la crida, che ognuno che aveva biada o farina, sotto pena de rebellion, l’andasse a notificare: e così fece ognuno, e poca o assai fu scritta. Da poi fu fatto la crida, che pristinaro alcuno non cocesse a casarenghi nessuni; e così che nessuno avesse a cocere pane nè in casa, nè in altro loco de guisa nessuna, sotto una pena grandissima, e così pure i frati e le moneghe; ma ognuno avesse da stare a pane comprato. E tolevano della farina de quelli li quali l’avevano notificata, e la pagaveno lire diciotto al moggio de formento; e quella de segale lire dodici; e poi li prestini de Milano davano lire quindici de guadagno al signor Antonio per ciaschedun moggio de farina; e fazevano de soldi otto l’uno i pani de formento da soldi due, di quattordici quei di miglio. E non bastava questo ancora; che i lanzinechi e Spagnoli e Italiani andavano per le case de grandi, e dove le pareva a stare meglio, e lì volevano mangiare, e forza era mettergli la tavola, overo dargli denari, e mandarli via: tanto che per Milano ognuno stava serrato in casa, e così ancora le botteghe serrate. Ma non valeva; chè scalavano le case, e andavano de una in l’altra, e in monasteri e case de moniche come de frati, et lì mangiaveno fino ch’erano sazj; e pur pazienzia. E durò queste andare per le case dal principio de settembre sino a San Matteo, ch’è a dì 22 settembre 1528».
[241] Sulla battaglia alla Castellina presso Siena, 5 agosto 1526, il Machiavelli scrive a Francesco Vettori: — Voi sapete che io mai volentieri mi accordo a credere cosa alcuna soprannaturale; ma questa rotta mi pare stata tanto straordinaria, non voglio dire miracolosa, quanto cosa che sia seguita in guerra dal 1494 in qua; e mi pare simile a certe istorie che ho lette nella Bibbia, quando entrava una paura negli uomini che fuggivano, e non sapevano da chi. Di Siena non uscirono più che quattrocento fanti, che ve ne era il quarto del dominio nostro banditi e confinati, e cinquanta cavalli leggeri, e fecero fuggire insino alla Castellina cinquemila fanti e trecento cavalli; che se pure si mettevano insieme dopo la prima fuga mille fanti e cento cavalli, ripigliavano l’artiglieria in capo di otto ore; ma senza esser seguiti più d’un miglio, ne fuggirono dieci. Io ho udito più volte dire che il timore è il maggior signore che si trovi; e in questo mi pare di averne visto l’esperienza certissima».
[242] È pittoresca la costui vita, scritta da Paolo Giovio.
[243] FREUNDSBERG _Kriegsthaten_.
[244] Il Muratori nega che Alfonso d’Este consigliasse il Borbone di gettarsi su Roma; ma tutti gli storici lo ammettono, e del suo abboccamento col Borbone al Finale 5 marzo parla anche il Ghiberti nella lettera 7 marzo. _Lettere di Principi a Principi_.
[245] Il Sepulveda, _De rebus gestis Caroli V_, lib. VII. dice: _Borbonius, postea quam nec a militibus, ut ab incepto itinere ac proposito desisterent impetrare, nec eos, ut erat stipendio non suppetente precarius imperatore coercere posset, non putavit nec ad suum officium et dignitatem, nec ad Caroli cæsaris rationes interesse ut ipse quoque ab exercitu discederet, ne, si tanta multitude sine imperio ferretur, obvia quæque devastans atque diripiens in omnem injuriam et maleficium intollerantius irrueret, et pontificiæ ditionis populis, contra inducias factas, et Caroli cæsaris voluntatem, longe gravius noceretur_.
[246] Allontanato il Freundsberg, il comando de’ lanzichenecchi fa preso da Corrado di Bemelberg, che li condusse al sacco di Roma, poi all’assedio di Firenze, durante il quale vinse al giuoco al principe d’Orange tutto il denaro che a questo avea spedito Clemente VII pel soldo delle sue truppe.
Il Borbone era figlio di Chiara, sorella di Lodovico Gonzaga marchese di Mantova, padre di Francesco, padre di Ferrante. Quest’ultimo comandava nell’esercito imperiale, benchè l’educazione che aveva ricevuto gli mettesse scrupolo su questa spedizione contro Roma. A Roma, nel palazzo dei Ss. Apostoli abitava Isabella marchesa di Mantova sua madre, ed egli le diede ogni assicurazione, sicchè quel palazzo restò salvo, e molti vi ripararono le sostanze e l’onestà. «Mentre con sete e avidità insaziabile attendevano gli altri a saccheggiare e a far prigioni, don Ferrante con filiale pietà e con fatica e pericolo incredibile attese a por in sicuro, con la marchesana, la pudicizia e l’onore di molte matrone e vergini nobilissime romane... Lontano da far preda e guadagno di cose altrui, in quella tanta e sì gran confusione perdè egli buona parte delle sue proprie più care. Per ristoro delle quali e per usar gratitudine al magnanimo figliuolo del pietoso officio... la magnifica madre gli fece dono di 10,000 ducati». GOSELLINI, _Vita di D. F. Gonzaga_.
[247] VALERIANO PIERIO, _De literatorum infelicitate_, lib. I; il quale è pieno di disgrazie avvenute in quell’occasione. I preziosi tappeti disegnati da Rafaello, e allora rubati da Anna Montmorency colonnello francese, furono restituiti poi a Giulio III: rubati di nuovo sotto Buonaparte, e ricuperati da Pio VII.
[248] Fu in occasione che l’arciduca d’Austria lo aveva mandato a sollecitar Clemente alla pace universale e alla spedizione contro i Turchi. Balbo era grammatico e oratore famoso, e vescovo a Gurk in Corintia.
[249] Persisto in questa opinione, malgrado le discolpe di Carlo V, recate dal professore De Leva.
[250] Il Varchi (_Storie fiorentine_, lib. V) reca i cartelli ricambiatisi fra i due re, che sono una bizzarria da disgradarne i nostri spadaccini da caffè.
[251] Quando il longobardo re Liutprando espugnò Ravenna, ne tolse una statua equestre di bronzo che chiamavasi Regisole e rappresentava l’imperatore Marc’Aurelio e la trasferì a Pavia. Il primo soldato del Lautrec, che penetrò per forza in questa città, fu un ravegnano di nome Cosimo Magni, e non altrimenti come è detto da altri; e per ricompensa domandò fosse restituita quella statua alla sua patria. Ma quando si cominciò a levarla, i Pavesi, più dolenti di ciò che delle acerbissime sciagure provate, tal rumore levarono, che il Lautrec indusse quel soldato a riceverne invece tant’oro quanto bastasse a farsi una corona murale. Così il Giovio ed altri: ma il Rossi, storico di Ravenna contemporaneo, dice che il Magni, portossi la statua giù pel Po; e giunto a Cremona, il custode della rôcca, istigato da’ Pavesi, lo assalì e gliela ritolse, onde fu rimessa a Pavia. Quivi rimase nella piazza fra il duomo e il vescovado sin al 1796, quando fu abbattuta dai Giacobini.
[252] Il Morone scriveva a Carlo V, le forze di quell’esercito essere bastanti a vivere, «ma la difficoltà e il pericolo consiste in tanto difetto quanto c’è delle paghe, tante che non è meraviglia se le genti non vogliano e non possino più militare... I Tedeschi, dopo fattile mille promesse, le quali non si son potute poi osservare, finalmente si sono ammutinati, e hanno deliberato di voler esser pagati di presente, o che voglion licenza di potersene andar a casa loro, e non hanno voluto aspettar altro che quattro giorni la risposta, e si vede poco rimedio di poterli pagare o assicurare: perchè il papa va differendo a compire la sua promessa di denari; e non valgon a fargli compiere il capitolato i lamenti de’ Romani e i gridi de’ paesani, i quali patiscono grandissimi e intollerabili danni, e sanno che l’esercito partirebbe da Roma e dal paese se fosse pagato; e nondimeno sua santità non si move, nè si può conoscere se voglia pagare o quando... Quantunque le altre genti non siano ammutinate come i Tedeschi, nondimeno sua maestà può considerare come sarà possibile che servino d’or in avanti senza paga, perchè non potranno più vivere a discrezione».
Anton de Leyva scriveva all’imperatore, in cattivo francese, da Milano il 4 agosto 1527: — Quest’esercito si conduce male; direbbesi piuttosto una masnada d’avventurieri che l’esercito di vostra maestà, facendo quel che vogliono. I capitani non possono farli operare quando vogliono, ma solo quando a lor piace. Se avesser obbedito appena presa Roma, e fossero tornati in Lombardia, tutta Italia apparterrebbe a vostra maestà» (LANZ, _Correspondenz_, tom. I p. 235). E l’imperatore stesso da Burgos il 21 novembre scriveva al fratello Ferdinando, pur in francese: — Ho notizie della divisione fra le genti del mio esercito che furono alla presa di Roma, e la discordia fra i capitani, di sorta che non tengono nessun per capo, ma ciascuno pretende esserlo: e molto devesi loro pei soldi, così gran somma che troppo s’avrebbe a fare a trovar tanto denaro quanto sarebbe necessario per pagarli. Quest’è l’ostacolo per cui quell’esercito dimorò sì lungamente intorno a Roma senza voler moversi nè andar a soccorrere lo Stato di Milano» GÉVAY, _Urkunden_ ecc., tom. I, p. 147.
[253] Lettera 291 di Teodoro Trivulzio a Guido Rangoni del 1529, nei _Documenti di storia italiana_ del Molini.
[254] Lo stesso; e finiva: — Ma, per amor di Dio, avvertite, quando scrivete cosa che sia in disfavore dei Francesi, di non la scrivere senza cifra, perchè non basta che voi la scriviate per dolor che avete che le cose non vadano felicemente per loro, come vi scrivo ancora io; essendo il costume loro d’aver sempre per male che li sia detto cosa contro l’appetito suo, e di credere che chi la dice la dica per malignità e perchè si desideri che così sia ecc.».
[255] _Archivio storico_, lib. VI. p. 240.
[256] CAMPI al 1517.
[257] _De vita sub Turca_; nel 1529.