Storia degli Italiani, vol. 09 (di 15)
Part 42
[200] Gemistio Giorgio, che poi trasformò il suo nome in Pletone, nato a Costantinopoli verso il 1355 e morto il 1452, stabilito a Misitra, dov’ebbe scolaro il Bessarione, cercò distorre dall’unir la Chiesa greca colla latina, e lo fece anche nel concilio di Firenze a cui intervenne. Quivi trovò il platonismo già rinato, e contribuì a diffonderlo, misto a fantasie pagane tolte dai Neoplatonici. Diè fuori un _Sunto dei dogmi di Zoroastro e Pitagora_, esposizione fatta con arte perchè non desse ombra agli eterodossi quel suo opporre la teologia gentile alla ecclesiastica. La contraddizione del famoso patriarca Gennadio nol lasciò proseguire nel suo apostolato, e restò inedito il suo _Trattato delle leggi_, del quale molta parte fu stampata nel 1858 da M. Alexandre dell’Istituto a Parigi. È una vera apologia del politeismo, combinandone i dogmi per adattarli a un sistema filosofico regolare; vi si trovano l’esposizione dei dogmi, l’organamento della nuova società pagana, le leggi sue, il culto, le feste, gl’inni e le preci per ciascun Dio. Insomma appare degno maestro di quel Pomponio Leto, che davanti ai papi professava di voler distruggere l’opera di Gesù Cristo.
[201] _De fato_, III. 7.
[202] _Respiciens legislator pronitatem viarum ad malum, intendens communi bono, sanxit animam esse immortalem, non curans de veritate sed tantum de probitate, ut inducat homines ad virtutem; neque accusandus est politicos._ De immortalitate animæ.
Matter (_Hist. des découvertes morales et politiques des trois derniers siècles_) alzò a cielo il Pomponazzi come avesse stabilito la legge della perfettibilità umana, il progresso delle istituzioni e delle scienze, e la dottrina d’indipendenza dei tempi moderni. Sono sofismi degni di chi chiama _barbara_ l’Italia al tempo di Leon X.
[203] Lo racconta lo Zilioli, _ms_. nella Marciana.
[204] CARACCIOLO, _Vita di Paolo IV_, ms. Il Pulci metteva in baja queste disquisizioni:
Costor che si fan gran disputazione Dell’anima ond’ell’entri e ond’ell’esca, O come il nocciol si stia nella pesca, Hanno studiato in su n’un gran mellone.
[205] Sono Alberto Magno, san Tommaso, Francesco Marone, Enrico Gandavense, Egidio Romano, Averroe, Avicenna, Alfarabio, Isacco di Narbona, Abumaron babilonese, Mosè egizio, Mahumet Tollettino, Avempaten arabo, Teofrasto, Ammonio, Simplicio, Afrodiseo Alessandro, Temistio, Plotino, Adelando arabo, Porfirio, Giamblico, Proclo, i Pitagorici, i teologi caldei, ebraici, i cabalisti, Mercurio Trismegisto. E dice essere stato educato a non giurare nella parola di nessuno, ma diffondersi su tutti i maestri di filosofia, vagliare tutte le carte, conoscere tutte le famiglie. Il razionalismo di Pico arrivava sin a credere che l’oro puro, anche sotto forma tedesca, valga meglio che il falso coll’eleganza romana (Lettera del 1485).
[206] Il costui carteggio in proposito col Lanfredini fu testè pubblicato dal Bert nella _Rivista contemporanea_ con ricche notizie.
[207] Viene a proposito specialmente la novella X, il cui argomento è: — Come un vecchio penitenziere non in ville o in luoco rustico, che l’ignoranza il potesse in parte iscusare, ma ne l’alma città di Roma e nel mezzo di San Pietro per somma cattività e malitia vendea a chi comperare il volea come cosa propria il paradiso, sì come da persona degna di fede m’è stato per verissimo raccontato».
[208] JACOBI SADOLETI cardinalis. _De Christiana Ecclesia._
_Ad Johannem Salviatum cardinalem,_
_.... Majores nostri salientissimi homines, optimis illis temporibus quibus ecclesiastica vigebat disciplina, quæ nunc tota pæne nobis e manibus elapsa est, tales eligebant et consacrabant sacerdotes, quos doctrina vitaque eximios, egregie et posse et velle intelligerent, docere populum publice, habere conciones, præcipere plebibus quæ facienda cuique essent... Solis tum presbyteris et sacerdotibus Dei hæc concionandi et dicendi provincia in templis et sacris locis erat demandata; reliquis omnibus de populo, etiam ex ea vita quam monasticam vocamus, quamvis doctis et prudentibus ad hoc omni munere penitus exclusis_.
[209] HOEFFLER, _Analecten zur Gesch. Deutschlands und Italiens_, 1847, da lettera esistente nella biblioteca di Monaco.
[210] PRATO, _Cronaca di Milano_. E segue: — Era costui di età d’anni trenta, di nazione toscano, e disse lui avere nome Geronimo; e, per quanto ho potuto comprendere nel ragionar seco, una fantasma mi parea e non un uomo; e molte volte vacillava di proposito: ma era di parlar soave, e nella Scrittura sacra credo fosse assai dotto. Esso da chi era invitato non volea ospizio, ma secondo che nell’animo li cadea, or in uno or in un altro loco andava: e di lui molte meraviglie mi è riferito; ma perciocchè io non le credo, non voglio nè anche perder tempo in scriverle».
[211] LABBE, _Concil_., tom. XIV. 232.
[212] In tal proposito abbiam molte lettere di Enea Silvio, che scagionano i papi, attesa la necessità di far fronte al nemico comune.
[213] _Teotimus de tollendis_, _malis libris_, 1549.
[214] _Epist_. V. 10.
[215] Hutten fece un epigramma sanguinoso contro Giulio II, inserito nei _Pasquillorum tomi duo_, e gli s’attribuisce pure il _Dialogus viri cujuspiam eruditissimi festivus sane ac elegans, quomodo Julius II pontifex maximus, post mortem cœli fores pulsando, ab janitore illo D. Petro intromitti nequiverit_.
[216] _Opere di Lutero_, ediz. di Walch, tom. XXII. pag. 786 e seguenti.
[217] _Op. di Lut._, t. XIX. p. 1509, si legge espresso: — Prima ch’io finissi il vangelo, il mio vicino avea finito la messa, e mi diceva, _Passa, passa_». I biografi posteriori esagerarono questo racconto per tramutare una celia in una bestemmia, e più rilevare la corruzione de’ preti. Selneccer (_Oratio de divo Lutero,_ pag. 3) traduce: — Passa, passa, _idest, festina et matri filium remitte_». Mathesius lo copia, se pure non fu lui che l’inventò. E i biografi moderni si fecero belli di quest’empio scherzo contro la dottrina della transustanziazione.
Di tutto ciò si ragiona più a distesa nei nostri _Eretici d’Italia_.
[218] Molto rumore levò il libro _Regulæ, constitutiones, reservationes cancellariæ sancti domini nostri Leonis papæ X_; ristampato molte volte, dove son fissate le tasse per l’assoluzione di ciascun peccato.
[219] La bolla papale smentisce il Guicciardini, che dice aver il papa assegnato il prodotto delle indulgenze di Germania a sua sorella madama Cibo.
[220] I sermoni di Tetzel furono stampati da un Protestante, e vi si legge espressa la necessità della confessione e contrizione: _Quicumque confessus et contritus eleemosynam ad capsam posuerit juxta consilium confessoris, plenariam omnium peccatorum suorum remissionem habebit_. Come già col Savonarola, Tetzel proponeva a Lutero la prova dell’acqua e del fuoco; e questo, men civile del Savonarola, rispondeva: — Io me n’impippo de’ tuoi ragli. Invece d’acqua ti suggerisco il sugo della vite; invece del fuoco odora una buona oca arrosto».
[221] _Ein voll betrunkener Deutscher._ LUTERO, _Opere_, tom. XXII. p. 1337.
[222] Per es. al concilio di Basilea erasi argomentato: — Per presedere alla Chiesa universale, bisognerebbe che il papa precedesse ai capi e ai membri di tutte le Chiese stabilite nell’universo. Ora il papa non presede al capo della Chiesa romana perchè non può presedere a se stesso. Dunque non presede a tutte le Chiese che fanno la Chiesa universale».
[223] _De servo arbitrio._ Invano gli si nega un insegnamento così repugnante all’intimo senso morale e alla sana ragione. Nelle sue opere dell’edizione di Wittemberg, 1572, tom. VII. fogl. 18, si legge: — Un’opera buona, compita il meglio possibile, è un peccato quotidiano davanti la misericordia di Dio e un peccato mortale davanti la sua stretta giustizia». Nella _Cattività di Babilonia_: — Ve’ quanto un cristiano è ricco! Non può perdere la sua salute neppure volendolo. Commetta peccati gravi quanto vuole, finchè non è scredente nessun peccato può dannarlo. Finchè la fede sussiste, gli altri peccati son cancellati in un istante dalla fede». E nella _Libertà cristiana_: — Di qui si vede come il cristianesimo è libero in tutto e sovra tutto: giacchè per esser giustificato non ha mestieri di veruna specie di opere, e la fede gli dà tutto a sovrabbondanza. Se alcuno fosse tanto stolto da credere ch’e’ può giustificarsi e salvarsi mediante le opere buone, perderebbe subito la fede con tutti i beni che l’accompagnano». Quando nel 1541 a Ratisbona Melantone cercò conciliarsi coi Cattolici, dicendo che per la fede che giustifica dovea intendersi una fede operante per la carità, Lutero dichiarò ch’era un misero ripiego, una toppa nuova s’un abito vecchio, che lo straccia di più.
[224] _In kalende agosto. In kalende octobrio_ ve n’ha un’altra che non porta data, e che forse è quella del Varagine. Dell’edizione della Bibbia vulgare fatta a Venezia dal Jenson ebbe or ora in dono un magnifico esemplare la Marchiana.
* Il Fontanini dimostrò non esistere la versione della Bibbia del Varagine, vissuto a metà del secolo XIII. Bensì si conosce una traduzione dell’Apocalissi con sposizione continua, fatta in rozzo veneziano da frà Federico de Renoldo, che visse nel 1300: e fu stampata dal Paganini a Venezia il 1515 col titolo: _Apocalypsis J. C. hoc est revelatione fatta a sancto Giohanni Evangelista con nova expositione in lingua volgare composta per el Reverendo Theologo et angelico Spirito Frate Federico Veneto Ordinis Prædicatorum; cum chiara dilucidatione a tutti soi passi_. È notevole che, davanti all’edizione del Malermi del 1477, Girolamo Squarzafico stampò: _Venerabilis D. Nicolaus de Malermi sacra Biblia ex latino italiæ reddidit, eos imitatus, qui vulgares antea versiones, si sunt hoc nomine, et non potius confecerunt_. Vogliam qui notare come Aldo Manuzio, nella lettera premessa al Salterio greco del 1495, promettea pubblicare l’intera Bibbia in latino, greco, ebraico, e aver già preparato i caratteri ebraici, de’ quali infatti trovasi un saggio alla biblioteca della Sorbona. Vedi FOSCARINI, _Della lett. veneziana_, l. IV.
[225] L’ascetico autore dell’_Imitazione di Cristo_ non vieta di leggere la Scrittura, ma vuole «vi si cerchi la verità, non la dicitura; leggasi collo spirito con cui fu fatta»; lib. I. c. 3.
[226] Questo fece il _Thesaurus linguæ sanctæ_ (1529); ed è mirabile che, in tempi di sì scarsi mezzi, s’ardisse un’opera, che neppur oggi si troverebbe chi osasse rifarla. Il primo Cristiano che professasse ebraico in Italia, pare Felice da Prato, israelita convertito, che nel 1515 pubblicò la traduzione latina dei Salmi, e da Leon X fu invitato a Roma nel 1518. In quel tempo lo insegnava anche Agatia Guidacerio di Catania, chiamato poi da Francesco I nel collegio delle tre lingue, dove gli succedette Paolo Paradisi di Canossa. A Fano si stampò nel 1514 una raccolta di preghiere in arabo, stampate nella stamperia fondata da Giulio II (SCHNURRER, _Bibl. arabica_, pag. 231-34). Pagnini cominciò a Venezia l’edizione originale del Corano (ivi, pag. 402). Nel 1513 erasi pubblicato a Roma il Salterio in etiope (LE LONG, ediz. Masch., vol. I. part. II. p. 146); poi nel 48 il Nuovo Testamento per cura di Mariano Vittorio di Rieti, che quattro anni più tardi diede la prima grammatica abissina (COLOMESII, _Ital. oratores =ad nomen=_). Teseo Ambrosio dei conti d’Albonese insegnò a Bologna le lingue caldaica, siriaca, armena, delle quali e di dieci altre diede un’introduzione (Pavia 1539) coi caratteri di quaranta alfabeti. E tanti sono i lavori di esegesi sacra a quel tempo, che il M’Cree ammira la Provvidenza, la quale faceva dai Cattolici stessi affilar l’armi che doveano trafiggerli!
[227] Non è fuor di tempo ricordare uno dei _Discorsi di Tavola_ di Lutero: — Dice il proverbio che la roba dei preti va in crusca; e di fatto quei che ghermirono i beni delle chiese finirono per restare più poveri». Burcardo Hund, consigliere di Stato dell’elettor di Sassonia, soleva dire: — Noi nobili abbiamo aggiunto i beni de’ conventi ai nostri, e quelli mangiarono questi in modo che nè gli uni ci restarono, nè gli altri. E voglio raccontarvi una favoletta: L’aquila rapì un pezzetto di carne arrostita dall’altar di Giove, e lo portò agli aquilotti nel suo nido, e riprese il volo per cercare qualc’altra preda. Ma il carbone ardente era rimaso attaccato alla carne, cadde nel nido, v’appiccò il fuoco; e non potendo gli aquilotti ancora volare, bruciarono col nido. Così avviene a coloro che pigliano per sè i beni della Chiesa, i quali furon dati per onorar Dio o per sostenere la predicazione e il culto divino; devono perdere il loro nido e i pulcini, e soffrire nei corpi e nell’anima». _Tischreden_, pag. 292; Jena 1603.
[228] Il cardinale Wolsey inglese, ministro di Enrico VIII, aveva sempre spasimato per la tiara; morto Adriano VI, faceasi raccomandare caldamente dal suo re; e negli _State’s papers_ ultimamente apparve la lettera di lui agli ambasciadori inglesi a Roma, dove, a tacer altro, dopo mostrato conoscere le probabilità favorevoli al cardinale Medici, soggiunge:
— Potrà darsi troviate che il cardinale ha tanti avversarj nel sacro collegio da non nutrire ragionevole speranza di riuscire. In tal caso potrete con più franchezza indagare com’e’ sia disposto a mio riguardo. E gli direte che, se egli non riuscisse, il re farebbe ogni possibile per me; lo che in certo modo sarebbe la medesima cosa, giacchè egli ed io nutriamo un desiderio solo, e siamo concordi nello zelo per il bene e la quiete della cristianità, per l’aumento e la sicurezza d’Italia, pel benefizio e vantaggio della causa dell’imperatore e del re. Se divenissi papa io, sarebbe in certo modo papa lui, tanto io gli ho amore, stima e fiducia; egli sarebbe sicuro di ottenere tutto secondo l’animo e desiderio suo, e di conseguire tutti gli onori possibili per sè, per gli amici e pe’ congiunti suoi. Con tali parole assicuratevi che, non potendo per sè, egli coi suoi aderenti s’adoperi per me. Se vedete dunque scemare le probabilità pel detto cardinale, procederete franco nel mio interesse, presentando le lettere del re al sacro collegio, e ai singoli cardinali che giudicherete ben disposti. Presso i medesimi, in segreto, farete valere quanto sarà in voi le mie povere qualità: tali sono la grande esperienza degli affari del mondo, e l’intero favore dell’imperatore e del re; le mie molte relazioni con altri principi, e la cognizione profonda delle cose loro; l’incessante zelo pel bene loro e per la sicurezza d’Italia e la quiete della cristianità; il non mancarmi, la Dio mercè, sostanze da usar liberalità verso gli amici; la vacanza che dalla mia elezione risulterebbe di varj alti uffizj, di cui disporrei in favore de’ cardinali che l’avessero meritato con vera e ferma amicizia verso di me; la grata dimestichezza che essi troverebbero in me; il mio carattere non austero nè disposto a rigore: il non avere nè fazione nè famiglia, cui dimostrarmi parziale nelle promozioni o collazioni di benefizj ecclesiastici. Quel che però più monta si è che, per mio mezzo, non solo all’Italia si renderebbe perpetua sicurezza, ma si ristabilerebbe tra’ principi cristiani la concordia tanto necessaria; di modo che si potrebbe fare contro gl’infedeli la maggior spedizione che da lunghi anni siasi tentata. Essendochè in tal caso l’altezza del re ha promesso di venire, _volente Deo_, a Roma; dove non dubiterei di trarre parecchi principi cristiani, deciso come sono ad esporre la mia propria persona qualora Iddio mi largisse tanta grazia; potendo la mia presenza conciliare molte cose che produssero male intelligenze fra i principi. Tutto ciò per altro non va messo in primo luogo, nè sarebbe il migliore spediente per guadagnarsi i cardinali. Userete dunque della vostra prudenza rimovendone i dubbj d’una traslocazione della santa Sede, nè di ritardo al venire, dicendo che, seguìta ed annunziatami l’elezione, non mancherei colla grazia di Dio di essere a Roma nello spazio di tre mesi, onde passare ivi e in quelle parti il rimanente de’ miei giorni. Con tali assicurazioni, e colle promesse di larghi premj per parte del re, i quali sua altezza rimette alla vostra discrezione, non v’è dubbio che otterrete il voto di molti, se si abbia riguardo all’onore della Sede apostolica, alla sicurezza d’Italia, alla pace della cristianità, alla sua difesa contro gl’Infedeli, all’esaltamento della fede, alla guerra contro i nemici di Cristo, all’incremento e benessere del collegio dei cardinali, mediante il vantaggio e la promozione loro, ed insieme un trattarli cortese, franco e liberale; insomma al benefizio di santa Chiesa».
[229] Relazione del 1526.
[230]
Un papato composto di rispetti, Di considerazioni e di discorsi, Di più, di poi, di ma, di sì, di forse, Di pur, d’assai parole, senza effetti. BERNI.
[231] In una lettera citata dal Ranke.
[232] Brantôme (_Vies des grands capitaines_) dice che il Leyva, assediato in Pavia, prese gli ori e gli argenti delle chiese, facendo voto solenne, se restava vincitore, di restituirne ben di più, e ne fece batter monete; ma «passato il pericolo, gabbato lo santo».
[232a] Mi rincresce di dover disabbellire questo motto così ripetuto, restituendolo alla sua integrità: _Madame, de toutes choses ne m'est demeuré que l'honneur, et la vie qui est saine_; e sèguita una lettera abbastanza lunga.
Sulla battaglia di Pavia molte notizie desunte dal Sanudo pubblicavansi nella _Bibliothèque de l'Ecole des Chartes_, 1863, settembre e ottobre.
[233] Nei dispacci di Andrea Navagero del 1525 leggiamo che il Pescara proponeasi di prender Venezia, come quella ch’è difesa soltanto dalle acque, credendo arrivarvi per mezzo di fascine dalla parte di Malghera.
[234] Se crediamo al Varchi (_Storie fiorentine_, lib. II), essa aveva avuto sentore della trama del marito, e gli scrisse acciocchè non contaminasse col tradimento una vita così onorevole; mentosto che di venir regina, a lei importare di esser moglie d’un cavaliere leale; chè all’immortalità non conducono titoli e regni, bensì la fede e le altre virtù.
Il Pescara, scoraggiato dalla vicina morte, nel testamento scriveva: — Item vi lascio Hieronimo Morone qual è in prigione; et voglio che si supplichi la cesarea maestà istantemente per la vita sua et ogni altro benefitio che gli potrà fare, et che non voglia che quello che ho discoperto in benefitio di sua maestà habbia ad essere per condannatione del suddetto. In questo sua maestà me voglia compiacere, perchè altrimenti me reputerei esser caricato».
Sul fatto del Morone e del Pescara diffonde qualche luce la relazione dell’ambasciator veneto Gaspare Contarini: — Il consiglio di Cesare è diviso in due parti: il capo d’una è il cancelliere (Gattinara);... consiglia costui Cesare per la via di farsi monarca universale, e attendere all’impresa degl’infedeli, la quale è propria d’un imperatore cristiano, ed abbassare la corona di Francia... al che è necessario che si tenga Italia amica... All’incontro, il vicerè (monsignor di Beaurain), e don Ugo di Moncada, il consiglio dei quali favorisce quanto più può il marchese di Pescara, consigliano Cesare all’accordo con Francia e alla ruina d’Italia, della quale dicono si farà padrone accordandosi col re cristianissimo. Ma la cesarea maestà, al partire nostro di corte, pareva accostarsi al consiglio del cancelliere, e che quello prevalesse. Dopo giunto in Italia, e veduto questo tumulto dello Stato di Milano, io ho presa grandissima ammirazione, giudicando che questa commissione così particolare (_di destituire il duca_) il marchese non l’abbia avuta da Cesare, dal quale solo avesse, per alcun sospetto contro il duca, qualche commissione generale; ma che lui, spinto dalla sua mala volontà contro il duca e contro Italia, ajutato poi dall’arciduca d’Austria, il quale aspira sommamente al ducato di Milano, sia proceduto tanto avanti, quanto vediamo». _Relazioni degli ambasciatori veneti_, serie prima, vol. II. p. 59.
[235] _Lettere di Principi a Principi_, II. 95. È del 16 dicembre 1525.
[236] Mercurino di Gattinara, nato il 1465 nel castello d’Arborio presso Vercelli da illustre famiglia, presto ebbe rinomanza come giureconsulto, fu professore all’Università di Dole e consigliere di Filiberto il Bello duca di Savoja. Margherita d’Austria, vedova di questo nel 1506, affidò al Gattinara la difesa de’ suoi diritti presso il duca regnante. Con patente del 12 febbrajo 1508, l’imperatore Massimiliano lo destinò presidente del parlamento di Borgogna, posto che prese solo dopo finite le negoziazioni per la lega di Cambrai, a cui ebbe gran parte, e nella quale ottenne fosse compreso Carlo duca di Savoja. Nel marzo seguente andò ambasciadore dell’imperatore e di Margherita d’Austria presso Luigi XII, acciocchè restasse fedele alla lega di Cambrai. Avuti da questo gran donativi, si pose presidente in Borgogna. Tornò ambasciador dell’imperatore a Luigi XII con Andrea di Borgo, altro diplomatico lombardo, assai adoprato in que’ tempi, massime negli affari milanesi. Quando Massimiliano, disanimato dall’assedio di Padova, ritiravasi pel Tirolo, Mercurino scrisse a Margherita d’Austria perchè gli rendesse il coraggio. Fu poi ora in Ispagna, or ne’ Paesi Bassi con essa Margherita, da cui fu fatto capo del consiglio privato. Disgustato delle triche di corte, fe’ voto di visitar Terrasanta; ma dispensatone dal papa, si raccolse a vita santa nella Certosa di Bruxelles. Ne lo richiamò l’imperatore per ispedirlo ambasciadore al duca di Savoja: poi assistette alle più rilevanti negoziazioni di Carlo V. Divenuto vedovo, si fece ecclesiastico, ed ebbe la porpora nel 1529: l’anno dopo morì a Innspruk. Lasciò varie opere ed è altamente lodato dai contemporanei.
Del 30 luglio 1521 è una lettera di lui, ove all’imperatore dissuade la guerra, mostrandogli dieci ragioni da ciò e confutando sette che si adducono per la guerra. _Sire, en ceste matière si perplexe, par les raisons alleguées d’ung cousté et de l’aultre, à les bien considerer, peut sembler que les sept raisons alleguées pour l’acceptation de la tresve sont les sept pechez mortelz que l’hon vous envoye pour tempter, et vous divertir du droict chemin, et les dix raisons alleguées au contraire signiffient les dix commendementz de Dieu, lesquelz devez observer_.
[237] _Lettere di Principi a Principi_, II. 95, al 10 luglio 1526.