Storia degli Italiani, vol. 09 (di 15)

Part 41

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A Giuliano de’ Medici rimandava il 1515 un memoriale, ove dice: — Questa città è divisa in due fazioni principali, cioè Guelfi e Ghibellini; e più particolarmente ci sono quattro case principali: due guelfe, cioè Scotti e Fontana; e due ghibelline, cioè Landesi e Anguissola: e con il nome di queste quattro famiglie si imborsano li officj di questa città e nello estraere detti officj non si fa alcuna menzione nè del principe nè della comunità, ma nelle borse dove sono le polizze è scritto la borsa de’ Landesi o la borsa degli Scotti, e così delle altre famiglie dette di sopra; cosa poco onorevole al principe e odiosa al popolo molto, perchè per questo modo ricevono una superiorità molto strana: e ne risulta che quelli che sono gentiluomini e uomini da bene fuggono intervenire nelle cose della comunità, e quelli che accettano detti officj, pro majori parte sono genti bisogna che seguino le voglie di chi dà loro li officj».

[155] Vedansi le negoziazioni austriache, pubblicate nel 1815 da Le Glay.

[156] Lasciando via l’adulatore Giovio e il maledico Steidan e gli altri storici antichi, e il Robertson, viepiù imperfetto dacchè tanti nuovi documenti vennero in luce, il dottor Vehse scrisse una vita di Carlo V denigrandolo: ma meglio compare in opere posteriori. Fra le quali merita molta attenzione la _Correspondenz des Kaisers Carl V, aus den K. Archiv und der Bibliothèque de Bourgogne zu Brüsselle mittgetheilt von Dr_ CARL LANZ. Lipsia 1844. G. De Leva stampa la storia di Carlo V relativamente all’Italia.

[157] Relazione di Giovanni Corner alla Signoria veneta, nelle _Rel. des ambassadeurs_, II. 144. Parigi 1838.

[158] Il Molini nei _Documenti di storia italiana_ pubblicò la lettera dello Sforza, che dà tal commissione al Pallavicini.

I Pallavicini, signori di Cortemaggiore, Castiglione, Busseto e altri luoghi del Lodigiano, figurarono assai tra i fautori di Francia. Orlando, ch’ebbe da Francesco Sforza il feudo di Busseto, lasciò molti figli che ottennero titoli ecclesiastici e civili dagli Sforza e nuovi feudi, dai quali presero nome i diversi rami. Gian Luigi, rompendo la fede avita, si gettò coi Francesi: ma quando Lautrec fece squartare Manfredo, egli non cessò più dai lamenti e dalle accuse non ascoltate.

Cristoforo, che avea arricchito Busseto di chiese e conventi, combattè coi Francesi a Marignano; pure l’odio del Lautrec lo perseguì finchè l’ebbe prigioniero, e quando ritiravasi dalla Lombardia il fece decapitare. Galeazzo e Anton Maria suoi fratelli si tennero fedelissimi a Francia; quand’era battuta, ritiravansi ne’ loro feudi; appena risorgesse ricomparivano. Anton Maria era detto il _gran traditore_ perchè consigliò a Bernardino Corte di cedere il Castello di Milano; ebbe ricchezze dal re; amò la bella Caterina Leopardi, ammirata da tutti e da Luigi XII, che ne arricchì e nobilitò la discendenza. Girolamo, figlio di Cristoforo, combattè contro i Francesi in Fiandra, e dopo la pace di Castel Cambresì tornò a Busseto, e volle sposare la prima donna che mendicasse al suo castello. Fu una montanara piacentina, che mai non dimenticò l’origine, e fece sepellirsi negli abiti di origine.

Eran gente robusta di corpi e di spiriti. Cristoforo, chiamato a Roma a giustificarsi a Giulio II del suo starsi neutrale, investiva il fratello Ottaviano che mal rispondeva, e castigavalo a schiaffi. Galeazzo sposò Eleonora Pico; e perchè questa levossi buon’ora al domani delle nozze per udir messa, egli cacciolla e riprese la druda Bianchina. Carlo Sforza Pallavicini fu santo vescovo di Lodi, e da questa stirpe venne il famoso storico del concilio di Trento.

[159]

E una pura colomba Nel conversar paria. DIOMEDE DA PO

[160] Da Ambrogio Noguet, nella preziosa raccolta di ritratti della biblioteca Trivulzio.

[161] È stravagante l’opinione del padre Mattia Bellintani da Brescia, che Adriano VI nascesse in Renzano della riviera bresciana. Vedi _Storia di Salò._ Brescia 1599.

[162] Le bande inglesi portarono in Italia la malattia conosciuta col nome di _sudore anglico_, che con forma di petecchie contaminò il regno nel 1506; nel 1524 apparve a Milano, nel 27 nell’esercito del Borbone, nel 28 in quello del Lautrec. Vedi HECKER, _Der englische Schweiss_. Berlino 1832.

[163] In generale noi omettiamo questi numeri de’ soldati, degli uccisi ecc., perocchè non troviamo mai d’accordo gli scrittori; oltre che ognun di noi sa oggi quel che valgano, non solo i bullettini di guerra, ma fino i quadri degli eserciti. Certamente Luigi XII, quando leggeva la storia delle sue campagne, ne facea risate. Vedi FERRON, _De gestis Gallorum_, lib. III.

[164] ROSSI. _Vita di Giovanni dalle Bande nere_.

[165] La battaglia di Pavia e tutto il libro XV sono tolti da Galeazzo Cappella; molte altre narrazioni dal Cavalcanti, dal Rucellaj, dal Commines.

[166] Al principio del libro XIV dice: — La quale (Italia) stata circa tre anni in pace, benchè dubbia e piena di sospensioni, pareva che avesse ’l cielo, il fato proprio e la fortuna o invidiosi della sua quiete, o timidi che (riposandosi più lungamente) non ritornasse nell’antica felicità».

[167] I passi contrarj a Roma furono taciuti nella prima edizione postuma fatta dal Torrentino a Firenze il 1561; e solo comparvero nell’edizione del 1775 colla falsa data di Friburgo, perfettamente conforme al manoscritto dell’autore. Il passo più notevole e lungo è nel lib. IV e V secondo la disposizione del Rosini, sopra il rimutamento dei papi dalle cure spirituali alle mondane, dall’universalità alle famiglie proprie.

Turpe macchia inflisse alla memoria di lui la pubblicazione delle opere inedite, fattasi a Firenze il 1858.

Degli storici riparliamo nel Cap. CXLI.

[168] — Io dubito che a molti sia per recar noja così pieno e accumulato inviluppo di cose; avendo io a obbedire a spazio di tempo così ristretto quanto è quello di due mesi, e insiememente a materia tanto varia e molteplice quanto è questa, che in un medesimo tempo tutta Italia in diverse parti bolliva di guerra, che altro modo o via posso tener io, per cui speri poter con maggior luce queste cose trattare?» Lib. XXV.

[169] Nel libro VI si gloria d’avere udito dal duca Cosmo che la famosa campana di Pisa pesava ventisettemila libbre, e si udiva da tredici miglia discosto. — Ammirato giuniore, diligentissimo cercatore d’archivj, vi fece copiosissime aggiunte, le quali viepiù imbarazzarono il racconto.

[170] L’Ammirato (lib. XXIII) dice del Machiavelli che «si vede esser poco diligente in tutta quella sua opera; i cui errori se noi volessimo andar riprovando, o non osserveremmo il decoro dell’istoria, o senza dubbio ci acquisteremmo biasimo di maligno. Scambia gli anni, muta i nomi, altera i fatti, confonde le cause, accresce, aggiunge, toglie, diminuisce, e fa tutto quel che gli torna in fantasia senza freno e ritegno di legge alcuna. E quel che più par nojoso è che in molti luoghi pare ch’egli voglia far ciò piuttosto artatamente che perchè ci prenda errore, o che non sappia quelle cose essere andate altrimenti: forse perchè così facendo, lo scrivere più bello e men secco ne divenisse, che non avrebbe fatto se a’ tempi e a’ fatti avesse ubbidito, come se le cose allo stile, e non lo stile alle cose s’avesse ad accomodare».

«Il Machiavelli, invece di darci le _storie fiorentine_, come porta il titolo del suo libro, altro non ci diede che la storia delle _ambizioni fiorentine_. Lo stato economico e morale di quel popolo è così obbliato, che tu non ravvisi differenza fra il secolo de’ Medici e quello de’ Buondelmonti e Amidei». ROMAGNOSI, _Dell’indole e dei fattori dell’incivilimento_, part. II. § 3.

[171] _Ragguaglio sulla vita e le opere di Marin Sanuto detto Juniore, veneto patrizio_ ecc., per RAWDON BROWN. Venezia 1838. Giaciono nella biblioteca di Vienna; ma la Marciana n’ebbe una copia, e la loro importanza è provata dal vederli continuamente fra le mani degli studiosi.

[172] Del Navagero sono importanti le relazioni che mandava, stando ambasciadore a Carlo V nel 1524; e un compendio ne diede Emanuele Cicogna in _San Martino di Murano_. Egli udì da esso imperadore rinfacciar all’ambasciadore di Francia che Francesco gli avesse proposto di calare in Italia, e, svelto il dominio pontifizio, spartirsela.

[173] Il decreto del Consiglio dei Dieci al 26 settembre 1530, dopo le generalità sull’importanza della storia e lodi al Bembo, «le cui opere latine si leggono per tutta Italia e cristianità con somma ammirazione ed estimazione», gli affida la custodia della biblioteca Nicena, e la continuazione delle deche sabelliche. «E perchè gli sarà necessario, per legger le lettere e i libri nella cancellarla nostra, dove avrà ad informarsi di detta istoria, venir a star in questa nostra città, però per segno di gratificazione verso la sua persona, e non per premio alcuno, sia preso che gli siano dati ogni anno ducati sessanta per pagar l’affitto d’una casa». La _Storia veneziana_ del Bembo in italiano fu stampata con moltissime correzioni, non solo per le cose, ma per lo stile, le parole e il periodo. Non se ne conosce il colpevole, ma certo la cosa fu discussa, e monsignor Della Casa scrivevane al Gualteruzzi, erede dei manoscritti del Bembo, che «sebbene vi fossero alcune parole e modi antichi, o fors’anco tutta la frase fosse un poco affettata, secondo il giudizio di alcuno, o ancora secondo il giudizio comune», nessun però avrebbe voluto mettere il proprio giudizio avanti a quel di esso Bembo, il quale, «essendogli stato detto questo che si dice ora dell’affettazione delle sue scritture vulgari in prosa, non avea però mai voluto mutare quello stile, reputandolo degno e grave e non antico e affettato».

L’originale autografo fu trovato nell’archivio dei Dieci, e da questi mandato, il 1788, alla biblioteca Marciana, dove ora si trova, e sul quale il Morelli, per stimolo del procuratore Francesco Pesaro, fece la bella edizione del 1790. Riferiremo il principio, sì per saggio dello stile che gli accademici lodano, sì per le asserzioni che contiene: — I fatti e le cose della città di Vinegia patria mia, le quali in tempo di quarantaquattro anni avvenute e state sono, io a scrivere incomincio, non di mio volere e giudicio, o pure perchè a me giovi e piaccia di così fare; ma da uno quasi fato sospinto, o almen caso, che così portato ha che io faccia. Perciocchè, morto nell’ambascieria di Francia M. Andrea Navajero, a cui questa cura era stata data per lo addietro; essendo io stato richiesto per decreto del Consiglio delli Diece, che, posciachè egli morendosi avea fatto ardere i suoi scritti, io in quella stessa bisogna alla città ciò da me chiedente non mancassi; vergognandomi di ricusare, a questa così varia e molteplice e, come nel vero dire posso, sommamente faticosa scrittura mi son posto _nell’anno della mia vita sessantesimo_: di maniera che, se la richiesta pubblicamente fattami stata non fosse, giustamente potrei ripreso essere dagli uomini dello avere avuto ardire in questa età di sottopormi a cotanto peso».

Sebbene dovesse comprendere quarantaquattro anni, non va che dal 1467 al 1512.

[174] Nelle lettere dice: — Quanto alla vita e costumi, fo maggior professione di sincerità e di modestia, che di dottrina e di lettera». E nella storia, lib. II: _Equidem non is ego sum qui cujuspiam gratiam eorum qui vivent aucapari studeam; homo recondita natura, et satis cognita fide_.

[175] Lettera del 1º ottobre 1497.

[176] Delle moltissime storie municipali accenneremo soltanto, per Padova Bernardino Scardeone; per Rovigo Andrea Nicolio; per Treviso il Bonifacio e il Burchelati; per Verona il Rizzoni, il Corte, il Saraina; per Ferrara il Baruffaldi; per Brescia il Cavriolo; per Bergamo il Bellafini e Gian Grisostomo Zanchi (_De Orobiorum sive Cenomanorum origine_, Venezia 1531), che esalta la sua patria, come allora si facea, con esagerate opinioni, impugnategli da Gaudenzio Merula novarese e da Bonaventura Castiglioni milanese, i quali trattarono de’ Galli Cisalpini, e che, al pari d’Ottavio Ferrari da Milano, conobbero le falsità di Annio da Viterbo; per Crema Alemanio Finio; per Belluno il Piloni e il Doglioni; per Feltre il Dalcorno; per Vicenza il Maccà, il Barbarano, il Castellini; pel Friuli Giovanni Candido; per Ferrara Pellegrino Prisciani, Gasparo Sardi, Cintio Giraldi; e Girolamo Falletti e il Pigna specialmente per la casa d’Este; per Milano l’Alciati, il Merula, il Bescapè, il Morigia, oltre le cronache del Cagnola, del Burigozzo, del Prato; Antonio Campi per Cremona; Benedetto Giovio e Francesco Muralto per Como: l’Equicola per Mantova; il valente medico Girolamo Rossi per Ravenna; per Bologna l’Alberti, il Sigonio, Achille Bocchi, il Ghirardacci; il Maurolìco e il Fazello per la Sicilia. Benvenuto da San Giorgio conte di Biandrate fece una storia latina del Monferrato, esatta, e giovandosi degli archivj che ebbe a disposizione. Un discorso di don Vincenzo Borghini sulla storia fiorentina è irto d’erudizione.

[177] Aggiungiamo Giorgio Florio, professore di retorica a Milano, che stese in sei libri le guerre di Luigi XII e Carlo VIII, propenso ai Francesi; e Biagio Buonaccorsi fiorentino, che fece un arido diario dal 1498 al 1512.

[178] Lettera del cardinal Bibiena in quelle di _Principi a Principi_.

[179] Li raccogliamo da Francesco Muralto, che di que’ giorni scriveva una cronaca rimasta manoscritta. Se ne trovano pure notizie in ROSCOE, _Vita di Leon X_, vol. 7, ediz. di Milano.

La guerra contro i Turchi fu sempre soggetto di esortazioni popolari in prosa e in versi. A tacere le composizioni di letterati, abbiamo del 1480 poesie vulgari, di foggia bizzarra, fra cui scegliamo questo sonetto:

_Surgite, eamus_, dixe el bon Jesù, _Ecce appropinquat_ chi trader me de’: _Surgite et vos_, signor, principi, re Che Juda è in l’orto, non dormite più. _Non potuistis vigilare._ Or sù Pigliate l’arme in man ch’el tempo n’è. _O stulti et tardi_, non vedete che Se non ve unite insieme, tristi vu? Guardate Jove che a Saturno va Per farne in breve tempo sentir ciò Che tante lingue han predicato già. _Surgite_ adunche _ad quid_: ma per che no Che con prudenzia l’omo savio fa Bus... il ciel e Dio pentir si po.

Il _Diarium parmense_, manoscritto nella biblioteca di Parma, reca pure una lamentanza assai lunga:

Italia sono, misera chiamata, Con le man zonte a lacrimosi occhi. Pietà ve prenda, o falsa brigata, Prima che Dio la punizione scocchi. Ecco ver nui la turchesca armata: Deh mirate un po i miei lacrimosi occhi! Pietà ve prenda legger mio lamento, Forse farete alcun provvedimento... Italia sono, e il rimembrar m’accora, Che cresce el mondo quanto intorno cigne; Oh quante glorie digne N’ebbi a’ miei tempi e trionfali onori!... Io prego Iddio che l’intelletto allume A vui, crudeli e falsi Italiani, Che sete come cani Di rabbia e di venen calcati e colmi... A te mi volgo, o papa Sisto, Che tieni in mano le divine chiavi... Lassa li cibi e le oziose piume, I stati altrui per darne a chi m’intende; A questa impresa attende, Lassando le avarizie e pompe false. La ricca dote a Costantin che valse Lassare a voi, pastor, se ’l cristianesimo Fia dal paganesimo Con gran dispregio vinto e con dolore?... Regina del gran mar donna Vinetia Che tien l’insegna del beato Marco, Che hai avuto il carco Gran tempo a contrastar con tal genìa, Qui mostrarai tua gran vigoria Spiegando le toe belle insegne ornate.

E passati in rivista gli stranieri e i potentati italiani, ripiglia:

Non so in qual parte più mi valga el dire; Sento mancar la voce a mezzo el petto... A mio soccorso l’un l’altro riguarda, E tal ne ride sotto i falsi panni Che sentirà gli affanni, Non è gran tempo ben che non sel creda.

[180] Ecco un’altra delle famiglie magnanime, di cui noi raccogliamo le ricordanze, aspettando si faccia una storia delle famiglie, per tutt’altro che per vanità di genealogie. Bartolomeo Colleone ne adottò tre della famiglia bergamasca, i quali seco combatterono alla Ricardina, e ne ereditarono l’amore delle arti, delle quali furono patroni a Brescia e a Bergamo; e non meno pii che eroici, vi favorirono il movimento religioso, iniziato da Bernardino di Siena, poi sospinto dal concilio di Trento, e pel quale sorsero tante chiese e conventi.

[181] Gli Spagnuoli, quando andavano a conquistare un paese in America, facevano una intimazione, nella quale si raccontava ai selvaggi qualmente tutti gli uomini fossero nati da un solo, poi dispersi e moltiplicati, e — Dio ne affidò la condotta a Pietro, costituendolo capo e sovrano di tutta la stirpe umana, acciocchè dovunque nascano e in qualunque credenza vivano, a lui obbediscano; sottopose tutto il mondo alla giurisdizione di lui, e gli ordinò di piantar sua sede in Roma; gli ha dato podestà di stabilire l’autorità sua su tutte le altre parti del mondo, e governare e giudicare tutti i Cristiani, Mori, Ebrei, Gentili, e di qualunque setta; vien chiamato papa, che vuol dire _ammirabile, gran padre, tutore_... Quest’uso dura tuttavia, e durerà sino alla fine dei secoli».

[182] RAYNALDI, al 1488 7 aprile, § 21.

[183] CIBRARIO, _Istituzioni della monarchia di Savoja_, pag. 127.

[184] Sermone per la V domenica di quaresima.

[185] LANDI, _Paradossi_.

[186] A Lione 1502, 1505, 1507, 1536, 1571, 1573, 1577, 1594; a Agen 1508, 1510, 1514, 1578; a Parigi 1518, 1521; ad Argentina e Rouen 1515; a Brescia 1521; a Venezia 1585.

[187] Uno diceva: — Voi mi chiedete, fratelli carissimi, come si vada in paradiso. Le campane del monastero ve l’insegnano col loro suono; dan-do, dan-do, dan-do».

[188] MURATORI, _Annali d’Italia_ a quell’anno.

[189] Ammirato il Giovane racconta che, nel 1431, a Firenze venne un cavaliere gerosolimitano con un Minorita; e quegli annunziava aver dal papa autorità somma per assolvere dalla dannazione: questi stava a banco nelle chiese a scrivere e sigillar le lettere delle indulgenze e assoluzioni _di colpa e di pena_, dispensando in arduissimi casi chi portava non solo denari, ma vesti e panni. I senatori, dubitandone, vollero vedere l’autorità del cavaliere, e la trovarono minore di quella che annunziava; onde gli proibirono di passar più avanti, ne scrissero al papa, e crebbero _le pene contro a simil gentaccia_.

[190] Jacopo delle Marche Minorita, predicando a Brescia il 1462, affermò che il sangue da Gesù Cristo versato nella sua passione era separato dalla divinità, e perciò non gli si doveva l’adorazione. Se ne levò tanto rumore, che Pio II volle fosse messo in disputa alla sua presenza da celebri teologi: i quali si bilanciarono in modo, che esso papa non potè se non imporre silenzio su tal quistione.

Non saprei che eretici fosser quelli che dalla Francia e dalla Lombardia si erano ricoverati fra i monti della Valtellina, e alla cui conversione andò il beato Andrea Grego da Peschiera, domenicano del convento di San Marco in Firenze, dimorando quarantacinque anni fra pastori e carbonaj (-1455).

[191] Nella vita di sant’Antonino scritta dal Vespasiano, edita dal Maj nello _Spicilegium romanum_, leggo: — Giunto a Roma, dal pontefice fu molto onorato e da tutta la corte di Roma; e contro a molti che dicono i prelati usare le pompe per essere stimati, giunto a Roma con una cappa da semplice frate, con un mulettino vile, con poca famiglia, era in tanta reputazione, che non andava per Roma in luogo ignoto, che quando passava per la via non s’inginocchiasse ognuno a onorarlo: assai più onorato era lui che i prelati con le belle mule e con gli ornamenti dei cavalli e famigli».

Sebbene alcuni mi accusino dell’opposto, io credo mi si farà colpa di non avere tenuto conto di tutti i pii e i santi italiani. In realtà, questo è un nuovo punto d’aspetto della storia nostra, e deve importare l’osservare coloro, almen quanto il Borgia e l’Aretino. E bene il Rohrbacher, nel lib. LXXIX della _Histoire universelle de l’Église catholique_ (Parigi 1851), dopo enumerati i moltissimi Santi della metà del 1300, conchiude: _On le voit; l’Italie était un paradis terrestre dont le ciel paraissait sillonné de nuages et d’éclairs en tout sens, mais dont le sol produisait les plus belles fleurs, les plus beaux fruits, et pour le temps et pour l’éternité. Il y a des voyageurs d’histoire, qui n’aperçoivent et ne signalent que ces éclairs et ces nuages. Autant vaudrait dire que le printemps est la triste saison où les hannetons bourdonnent, où les grenouilles coassent, où les chenilles rongent les arbres, où la vermine foisonne partout_.

[192] _Vita Leonis X._

[193] Dedica del Giamblico e proemio al Proclo. Qui alcuno aspetterà ch’io metta anche i lamenti del Poliziano pel tempo buttato via nel dir l’uffizio, riportati dal Bayle e copiati da tanti. Ebbene, tutt’al contrario, nell’epistola 9 del libro II a Donato, egli si querela che le frequenti visite lo obblighino a interrompere sin l’uffizio: _Adeo mihi nullus inter hæc scribendi restat aut commutandi locus, ut ipsum quoque horarium sacerdotis officium pene, =quod vix expiabile credo=, minutatim concedatur_.

È però vero che, scrivendo a Lorenzo de’ Medici il 6 aprile 1479, si lagna che la madre facesse leggere al figlio Giovanni i salmi, a preferenza de’ nostri libri: _Transtulit jam illum mater, id quod equidem non probavi, ad psalterii lectionem, atque a nobis abduxit_. Son note le poesie lubriche del Poliziano, e le oscenità di Giovian Pontano, del Landino, del Poggio, del Filelfo, e l’_Ermafrodito_ del Panormita, che dirigendolo a un suo amico, lo diceva _libellum equidem lascivum, sed ea lascivia, qua summi oratores, sanctissimi poetæ, gravissimi philosophi, viri continentes et christiani præluxere_.

[194]

_Te colimus, tibi serta damus, tibi thura, tibi aras_ _Et tibi rite sacrum semper dicemus honorem._ _Nos aspice præsens,_ _Pectoribusque tuos castis infunde calores_ _Adveniens pater, atque animis te te insere nostris._

_Multis comitantibus heros — immobilis heros orabat — curis confectus tristibus heros — ipse etiam_ (il cattivo ladrone) _verbis morientem heroa superbis stringebat._

[195]

E s’io potessi un dì per ventura Queste due luci desiose in lei Fermar quant’io vorrei, Su nel cielo non è spirto beato Con ch’io cangiassi il mio felice stato.

[196] _Omitte has nugas, non enim decent gravem virum tales ineptiæ._

[197]

_Quæ pietas, Beroalde, fuit tua, credere verum est_ _Carmina nunc cœli te canere ad cytharam._

[198] _Accesserat et Bibienæ cardinalis ingenium, cum ad arduas res tractandas peraore, tum maxime ad movendos jocos accommodatum. Poeticæ enim et etruscæ linguæ studiosus, comœdias multo sale multisque facetiis refertas componebat, ingenuos juvenes ad histrionicam hortabatur, et scenas in Vaticano spatiosis in conclavibus instituebat. Propterea, quum forte Calandram a mollibus argutisque leporibus perjucundam... per nobiles comœdos agere statuisset, precibus impetravit ut ipse pontifex e conspicuo loco despectaret. Erat enim Bibiena mirus artifex hominibus ætate vel professione gravibus ad insaniam impellendis, quo genere hominum pontifex adeo oblectabatur, ut laudando, ac mira eis persuadendo donandoque, plures ex stolidis stultissimos et maxime ridiculos efficere consuevisset._ GIOVIO.

[199] _Lett. di Principi a Principi_, I. 16.