Storia degli Italiani, vol. 09 (di 15)

Part 38

Chapter 383,664 wordsPublic domain

Giovan Canucci proponeva scherzosamente di rendere men micidiale la prova col mettere i due frati in un tino d’acqua tiepida, e fosse tenuto veritiero quel che n’uscisse asciutto. Vedi NERLI, _Commentarj_, lib. IV.

[62] La parte di processo di frà Girolamo, che il signor Emiliani Giudici stampò dietro alla sua _Storia de’ municipj_, non contiene gl’interrogatorj propriamente, ma l’estratto di questi, che si fece firmare dal convenuto sotto le minaccie della corda. Ne diamo qualche brandello:

— Circa quindici anni fa, essendo io nel monastero di San Giorgio, la prima volta ch’io fui a Firenze in chiesa io pensava di comporre una predica, e nel pensare mi venner alla mente molte ragioni (furon circa sette), per le quali si mostrava che alla Chiesa era propinquo qualche flagello; e da quel punto in qua cominciai molto a pensare simili cose, e molto discorsi le Scritture. E andando a San Geminiano a predicarvi, cominciai a predicare proponendo queste conclusioni, che la Chiesa avea ad esser flagellata e rinnovata, e presto; e quello non avevo per rivelazione, ma per ragioni delle Scritture, e così dicevo; e in questo modo predicai a Brescia e in altri luoghi di Lombardia ove stetti circa quattro anni. Di poi tornai a Firenze, e cominciai il primo dì d’agosto in San Marco a leggere l’Apocalisse, che fu nel 1490, e proponevo similmente le medesime conclusioni di sopra dette. Di poi la quaresima predicai in Santa Liparata il medesimo, non dicendo però mai l’avessi per rivelazione, ma proponendo che credessino alle ragioni, affermando questo con più efficacia che io potevo.

«Di poi passato pasqua di quella quaresima, frà Salvestro tornando da San Geminiano mi disse, che dubitando delle cose ch’io dicevo e reputandomi pazzo, li apparve in vigilia visibilmente, secondo disse lui, uno dei frati nostri morto, il quale lo riprese e dissegli queste parole: — Tu non dei pensar questo di frà Geronimo, perchè tu lo conosci». E di poi ebbe molte altre apparizioni simili, secondo mi disse frà Salvestro: e però oltre al desiderio e accensione ch’io avevo di predicare simili cose, m’accesi ad affermare ancora in qualche parte più che prima, benchè in fatto fossino tutti miei trovati e per mio studio; e vedendo la cosa succeder bene, andai più avanti. Vedendomi crescere la reputazione e la grazia nel popolo di Firenze, cominciai a dire che l’avevo per rivelazione, e così cominciai a uscir forte fuora, il che fu una mia gran presunzione, e molte volte dicevo delle cose che mi riferiva fra Salvestro, pensando qualche volta fossino vere. Niente di meno non parlavo a Dio, nè Dio a me in alcun special modo, come Dio suol parlare a’ suoi santi apostoli, profeti o simili; ma andavo pure seguitando le mie prediche, con la forza e industria dello ingegno, e presuntuosamente affermavo quello ch’io non sapevo esser certo, volendo ciò che io trovavo con lo ingegno fosse vero.

«Quanto alle visioni di frà Salvestro, quali elle si fossino, non me ne curavo, ma mostravo bene di curarmene assai, perchè eran tutti trovati di mio ingegno e mie astuzie; e se pure le cose di frà Salvestro mi servivano al proposito, le averia dette e attribuitele a me per dare più reputazione alle cose nostre, come era qualche bel punto o qualche gentilezza. Ma sappiate di certo che questa cosa ch’io l’ho condotta, l’ho condotta con industria, e prima colla filosofia naturale, la quale molto mi serviva a provar le cose ed efficacemente persuaderle; e poi la esposizione della Scrittura ajutava la materia, e sempre il mio ingegno versava in queste cose grandi e universali, cioè circa al governo di Firenze e circa le cose della Chiesa; e poco mi curavo di cose particolari o piccole.

Quanto all’intento mio e fine, al quale io tendevo, dico in verità esser stato la gloria del mondo e d’avere credito e reputazione; e per venire a questo effetto ho cercato di mantenermi in credito e buon grado nella città di Firenze, parendomi che la detta città fosse buono stromento a far mantenere e accrescere questa gloria e farmi credito ancora di fuori, massime vedendo che m’era prestato fede. E per ajutare questo mio fine, predicavo cose, per le quali i Cristiani conoscessino le abominazioni che si fanno a Roma, e si congregassino a fare concilio, nel quale, quando si fosse fatto, speravo fossino deposti molti prelati e anche il papa, e avrei cercato d’esser lì, ed essendovi confidavo predicare, e fare tali cose che ne sarei stato glorioso o con essere stato fatto grande nel concilio, o con restarne con assai fama e reputazione di mondo. E per condurmi meglio al soprascritto mio intento e fine, essendo già introdotto nella città di Firenze il governo civile, il quale mi pareva esser opportuno strumento alla mia intenzione, cercavo di stabilirlo a mio proposito per tal modo, che tutti i cittadini fossino benevoli a me, o vero seguitassino il mio consiglio per amore o per forza.

«Il signor Carlo Orsino e Vitellozzo Vitelli, quando tornarono di Francia, furono a me in San Marco a confortarmi a far quello potevo per il re di Francia, e vennero a me come se io fossi il signor della terra; a’ quali risposi che pregherei Dio per il re, che ero di buona voglia a fare per il re ciò che io potessi. Più altri ancora Franciosi e Napolitani cacciati da Napoli, che dicevano andare a torno per le cose del re di Francia e per cose di Stato, mi vennero a visitare e parlare per simili effetti; perchè pareva a loro che io fossi amico del re di Francia e tenessi la parte sua, ed io li rimettevo tutti a Francesco Valori. Fu ancora a me messer Dolce da Spoleto imbasciatore del duca d’Urbino a offerirmisi, e fu in quel tempo che il duca d’Urbino s’era tornato a casa sua; e io scrissi una lettera al detto duca.

«Circa a non obbedire il papa, e non andare a Roma, dico procedè per timore di non esser morto per la via o a Roma, da Piero de’ Medici e dalla lega, per essere io contro al proposito loro.

«Circa alla scomunica, dico che, benchè a molti paresse che la fosse nulla, niente di meno io credevo che ella fosse vera e da osservarla, e la osservai un pezzo; ma poi parendomi che l’opera mia andasse in ruina, presi partito a non la osservar più, anzi manifestamente a contraddirla e con ragioni e con fatti. E stavo ostinato in questo per onore e per reputazione e mantenimento dell’opera mia.

«Le polizze, di che io feci menzione nelle prediche, ch’io volevo fare e dar in mano di alcuni perchè le tenessino guardate fino a certo tempo, e poi si aprissino, furon tutte favole e ciance per isbigottire i miei contrarj. E quanto d’inganno fu in questa materia, fu solo ch’io dissi a frà Salvestro: — Io vo dire di darvi una polizza, la quale conterrà i peccati di Pier Capponi», che esso frà Salvestro li sapeva, perchè lo confessava; ma non gliene detti, e in fine fu una finzione per isbigottire, e in fatto non ne fu altro.

«Circa a’ Barbari ch’io ho predetto più volte che verranno contro a Italia, dico e credo certo che in Italia abbia a venire flagello alla Chiesa da gente barbara, perchè sempre i flagelli della Chiesa in Italia son venuti da gente barbara: e per questo mio discorso lo dissi, ma non per altra certezza particolare, benchè mostravo esserne certo più che non ero in fatto.

«Circa la rinnovazione della Chiesa e la conversione degli infedeli che io ho predetto dover succedere, dico che l’ho avuto e l’ho dalle Scritture sacre, e credelo certo per ordine delle Scritture solamente, senz’altra revelazione particolare; ma dello avere a esser presto, non ho spressamente dalle Scritture nè da revelazione.

«Circa lo sperimento del foco, dico così, ch’io ebbi molto per male che frà Domenico proponesse quelle conclusioni e provocasse questa cosa, e avrei pagato gran faccenda non lo avesse fatto. Similmente mi dolse che li miei amici lo stringessino, ch’io per me non l’avrei voluta: che se vi consentii, lo feci per difendere il mio onore il più che potevo; e se io avessi predicato allorquando la cosa si mosse e poi quando si stringeva, mi sarei ingegnato estinguerla con dire che quelle conclusioni si potevano provare con ragioni naturali: e dissine male a frà Domenico, che l’avea così incalciata, parendomi cosa grande e pericolosa. Finalmente lo consentii per non perdermi la reputazione; e sempre dissi che ci conducevamo a questo cimento per essere provocati e per rispondere; e stimavo al tutto che il frate di san Francesco non vi avesse a entrare; e non vi entrando lui, non era obbligato anche a entrarvi il nostro: e se pure fosse occorso che il nostro avesse a entrare anch’egli, volevo vi entrasse con il sacramento dell’eucaristia; nel quale sacramento avevo speranza non l’avesse a lasciar ardere, e senza il quale non l’avrei lasciato ire. Per sbigottire più il detto frate di san Francesco che non vi entrasse, e per darvi maggior terrore, operai che il fuoco fosse grande, e mandai frà Malatesta alla Signoria a ordinare la forma di detto fuoco. Similmente avevo detto che il fuoco s’accendesse da una delle bocche, e dall’altra vi entrassino i frati, e drieto a loro si mettessino scope, che serrassino l’altra bocca, di modo paresse che non potessino tornare adrieto. Il che tutto disegnai perchè il detto frate di san Francesco si sbigottisse e non vi entrasse; e così restava disobbligato anche il nostro.

«Alla parte delli spiriti, che già si disse esser in San Marco circa sette anni fa, e de’ quali io sono stato interrogato, rispondo che quanto alli spiriti non li vidi mai. È vero che in quel tempo alcuni frati di San Marco dicevano sentire per il convento di dì e di notte spiriti in modo che tutti erano impauriti; ma io non vidi altro segno se non che un giorno fui chiamato a vedere uno de’ nostri conversi, il quale all’ora di nona nella sua cella era legato mani e piedi alla lettiera, e io lo vidi con la spuma alla bocca, fatto insensato come sogliono far quelli che si dicono essere spiritati. Durò questa cosa circa un mese, e io andavo ogni sera per casa facendo l’_asperges_, dicendo orazione, e altro non se ne sentì poi. Il converso che fu trovato, tornando poi in sè diceva che gli pareva veder uomini a modo di ghezi: il medesimo, un altro converso che è morto. Delli spiriti che dicono essere in San Lucio, non ve ne so dir altro se non che una volta ch’io vi sono stato da più mesi in qua, io vidi quattro monache che facevano e dicevano cose strane; e perchè io vi vo molto di rado, non ne so altro.

«Quando io dicevo più anni fa nelle mie predicazioni _Gladius Domini super terram cito et velociter_, lo dicevo sotto la generalità de’ flagelli, ch’io reputo debbano venire alla Chiesa e all’Italia per ordine delle Scritture sacre, e non per rivelazione, come altre volte ho detto. E così non intendevo allora per la passata del re di Francia in Italia, della quale non sapevo altro, massime per rivelazione. Ma essendo poi venuto il re di Francia, ed essendomi ito la cosa bene, me ne servii dipoi dicendo: — Io lo predissi quando non si vedevano nugoli per aria.

«Di nuovo dico che il mio disegno era di regnar in Firenze, per ajutarmi poi col mezzo de’ Fiorentini per tutta Italia; e volevo che la parte che si diceva mia de’ cittadini di Firenze, soggiogasse l’altra parte, col favore del Consiglio però, e col castigare i detti dell’altra parte quando avessero errato.

«Di far questo con l’arme non avevo anco pensato, ma quando fosse bisognato, mi vi sarei vôlto. È ben vero ch’io avevo caro che i miei stessino preparati con l’arme e raccolti insieme, acciocchè, quando fosse venuto il bisogno, non avessino avuto a prepararsi, e avessino potuto di subito rispondere ognivolta che gli altri si fossero mossi; ma che i miei si movessero no, se non erano provocati: e avevo disegnato che Francesco Valori fosse il capo e primo di tutti...»

Di veri peccati nel senso ecclesiastico non pochi confessò fra Girolamo; e nella _seconda esamina, fatta senza tortura o lesione alcuna di corpo_, dice non essersi mai confessato de’ suoi veri intenti, benchè si comunicasse, «sì per non manifestare a persona, sì perchè non ne sarei stato assoluto, non volendo lasciar l’impresa: ma non ne facevo caso, attesa la cosa grande a che mi addirizzavo; e quando l’uomo ha perso la fede e l’anima, ei può fare ciò che vuole, e mettersi poi a ogni cosa grande. Confesso bene ora di essere un gran peccatore, e mi vo’ molto bene confessare, e farne gran penitenza.

«Circa il segno della croce e del nome di Gesù che dissi a frà Salvestro avere scolpito nel petto mio, confesso esser vero che io gliene dissi, e feci opera che me lo credesse; e dicevoli che era per mia divozione: ma tutto fu una finzione ch’io feci per mostrarli di esser buono...»

Confessò pure altra volta d’essersi voluto far re, e perciò tenere in armi i suoi; d’aver già palesato cose «di che io merito mille morti»; e tutto ciò «spontaneamente e senza alcuna tortura».

Ma il 20 maggio del 1498 interrogato di nuovo, e non contentando i giudici, questi ordinarono di spogliarlo per dargli della fune. Egli mostrando grande paura s’inginocchiò e disse: — Orsù uditemi. Dio, tu mi hai côlto: io confesso che ho negato Cristo, io ho detto la bugia: signori Fiorentini, siatemi testimonj che io l’ho negato per paura de’ tormenti; se io ho a patire, voglio patire per la verità. Ciò ch’io ho detto, l’ho avuto da Dio. Dio, tu mi dai la penitenza per averti negato per paura de’ tormenti: io lo merito». Appena spogliato, s’inginocchiò di nuovo, e mostrava il braccio manco dicendo averlo guasto, e del continuo ripetea: — Io ti ho negato, Dio; t’ho negato per paura de’ tormenti». Tirato su, esclamava: — Gesù, ajutami, questa volta tu mi ha’ côlto.

«Domandato in sulla fune perchè ora aveva detto così, rispose: — Per parer buono; non mi lacerate, chè vi dirò il vero certo, certo». Perchè avete negato ora? rispose: — Perchè io sono un pazzo». Posto giù, disse: — Come io vedo i tormenti, mi perdo, e quando sono in una camera con pochi e pacifico, dico meglio...» E seguitò a confessar tutto quello che volevano e — La mia superbia, la mia pazzia, la mia cecità m’imbarcarono in questo: ero sì pazzo, che non vedevo il pericolo in che io era; e qui me ne sono accorto.

«Domandato se crede in Cristo, mostrandogli che se ne dubitava rispetto a quello da lui fatto, rispose: — E’ può bene stare il credere in Cristo, e far quello ch’io ho fatto. Io ho fatto come i demonj, _Demones enim credunt, et contremiscunt_». Domandato se ha usato incanti, rispose che se n’è sempre fatto beffe, e non li ha usati mai. Domandato se aveva detto che Cristo fosse stato uomo come gli altri, e che a lui sarebbe bastato l’animo di fare il simile, rispose: — Questa cosa saria da matti.

«Di nuovo tirato su, e datogli un tratto di fune, e poi posto giù dopo che vi fu tenuto assai bene, e di nuovo domandato se è vero quello ha confessato, disse tutto esser vero, e confermò ogni cosa...»

Il modo usato per averne le confessioni spiega e misura l’attendibilità di quelle.

[63] Abbiamo una canzonetta che allora ripeteano i Piagnoni:

La caritade è spenta, Amor di Dio non vi è. Tepido ognun diventa, Non c’è più viva fè. Non s’ama il ben comune, Ciaschedun ama sè. Quel dice alla fatica: Non s’appartiene a me. Il piccol dice al grande: Io ne so quanto te. Io vedo tal che regge Che non sa regger sè. Sol nel mangiare e bere Diletto e gusto c’è. Chi più terra conduce Più savio tenut’è. Chi più spirito vuole Rotte le braccia gli è. La santa povertà Ciascun gli dà di piè. Che debbo dir, Signore, Se non gridare — Ohimè? Ohimè, che il santo è morto, Ohimè, Signore, ohimè! Tu togliesti il profeta, Il qual tirasti a te. O Geronimo santo, Che in ciel trionfo se’, Tra le tue pecorelle Entrato il lupo gli è. Ohimè, soccorri presto, Ohimè, Signore, ohimè.

Col Savonarola stette fin agli estremi il padre Tommaso Sardi, insigne oratore e buon poeta, che nel poema _Dell’anima pellegrina_ imitò Dante, fingendo un pellegrinaggio traverso alla terra, agli elementi, al limbo, al purgatorio e fin all’empireo, in cerca della verità, della giustizia, dell’amore; tutto scienza scolastica. Nel purgatorio trova frà Girolamo, il quale tra altro gli chiede:

... Poi dimmi quel che pensa Di me il me’ popol, fatt’in me in do parti? Ancora apparecchiata sta la mensa (Diss’io a lui), di cui è tuo erede Che li tuoi frutti ancor vi si dispensa, Ancor, quanto che allor, più ti si crede, Benchè di molti opinïon sien molte Di tua dottrina speme e di tua fede.

Però gli fa confessare d’essere stato condannato giustamente:

Et io: Errasti? Et ei: Sì, nel giudizio Quando la vera via tenni smarrita; Che morte che seguì fu per mio vizio. Et io: E meritasti perder vita? Sì (disse), che la colpa fu a tempo, Se non intera alla bontà infinita.

[64] Fra quei che lo credettero profeta è Commines, il quale asserisce averlo interrogato se il re potrebbe ritirarsi da Napoli, ed esso gli rispose, troverebbe ostacoli grandi, pure vi riuscirebbe; ma poichè avea mancato alle promesse fatte a Dio, questo gli manderebbe un grave castigo, Lib. VIII, c. 3; e al cap. 26: — Questo posso con asseveranza dire, ch’e’ predisse molte cose, delle quali nessun mortale avria potuto avvisarlo. Indovinò al re che perderebbe il figliuolo, e che esso gli sopravvivrebbe poco; e le lettere di ciò le lessi io in persona ad esso re».

[65] Predica del 17 febbrajo 1497. Nella _Verità profetica_ occorre questo passo:

_Savonarola_. Atqui io son profeta. Poichè ragionevolmente mi sforzi, non senza verecondia e umiltà confesso essermi stato da Dio, per suo dono e non per alcuno mio precedente merito, conferito.

_Uria_. Guarda che questo non sia detto per umiltà, ma più presto per arroganza.

_Savonarola_. Io non m’attribuisco il falso, ma non mi vergogno già di confessare d’averlo ricevuto a laude di Dio e per salute de’ prossimi.

[66] Commentando una meditazione di esso dice: — Cristo lo canonizzò, perchè non appoggiossi sui voti o sul cappuccio, sulle messe o sulla regola, ma sulla meditazione del Vangelo della pace; e rivestito della corazza della giustizia, armato dello scudo della fede e dell’elmo della salute, si arrolò non all’Ordine de’ Predicatori, ma nella milizia della Chiesa cristiana».

[67] Inferma a morte, si votò a frà Savonarola, e questo le apparve in sogno cogli altri due _martiri_, e ne fu risanata. Di ciò ella scrisse una laude, ove fra il resto dice:

Quel vivo amor che ti commosse il petto A render alla ancilla sanitade, Quello ti muova, padre mio diletto, A crescer nella figlia la bontade. A te ricorro, perchè la pietade Cognosco viva dentro alla tu’ alma; E spero per te, padre, aver la palma Contro l’astuzia del gran seduttore... Sempre t’arò nel mezzo del mio core.

[68] Di quel tempo circolò un epigramma, che può far riscontro al noto del Flaminio:

_Quem Ferrara tulit, furca extulit, abstulit ignis,_ _Cuique urna est Arnus, ego ille Hyeronimus._

Avversissimo a frà Girolamo si mostra Gismondo Naldi in una lettera riportata nei _Diarj_ manoscritti di Marin Sanuto. Quest’ultimo pure lo tratta da ribaldo, e può dar idea delle esagerazioni che se ne dicevano a Venezia: — Da Fiorenza si havè avisi come frate Hironimo preso et tormentato, havia hauto sette schossi di corda, et ei havea aperto sotto il brazo, adeo non se li potea dar più corda; et li voleano dar altri tormenti, zoè la stangheta. El qual confessò a la corda molte cosse, tra le qual sette cosse heretiche, videlicet che da do anni in qua pluries havia ditto messa non consacrando l’hostia; item havia comunichato con hostia non sacra; item che havia alcuni frati per Fiorenza li quali confessavano, et questi li rivelava tutti li secreti dili primi di Fiorenza, et talhor questi diceva ad alcuno qualche sua peccato, overo in percolo, dicendo haver per inspiratione divina; item voleva far Francesco Vallori ditator perpetuo; item chel non credeva in Dio, et altre cosse, maxime dil miraculo mostrò di far di la lampreda che li fo mandata, la qual lui la fè atosicar, fingendo la ghe fusse mandata per atosicarlo, dicendo havia inspiratione divina, et fè la experientia contro uno, che subito manzata morì; item domandato perchè queste cose faceva, rispose, per il sacramento havia hauto da Carlo re di Franza a Fiorenza, che voleva invader Italia, et lui credeva, et però predicava in suo favor, et si voleva far cardinal. Or ditto processo compito, et lecto nel consejo, parse al pontefice di voler veder dicto processo, et mandoe a Fiorenza maistro Ioachim Turiano general dil hordine di Predicatori, con uno suo commissario, acciò examinasse il ditto processo, et contra di lui et di altri frati procedesse bisognando. Or par che li deputati al suo collegio terminono, che havendo confessato queste tal heresie, a dì 29 dicembre, istante il sabato dovesse esser, insieme con do frati zoè frà Domenico et frà Silvestro, apicati et brusati, et fusse disgradato prima; tamen la cossa andò in longa, perchè il duca de Milano scrisse, havia a caro veder il processo prima che si facesse morir. Et cussi Fiorentini, per far quello voleva Milano, mandò la copia fin a Milano; et al par che dicto frate Hironimo inteso era per dispazarsi, cognoscendo meritava la morte, domandò tre gracie: la prima, non sia mandato nè dato in le man dil papa, contr’il qual havia predicato; secondo, non sia sententiato a morir a le man di puti di Fiorenza, dili qual havia hauto tanto seguito; tertio, non fusse brasato vivo: le qual tre gracie Fiorentini libentissime li concesseno».