Storia degli Italiani, vol. 09 (di 15)
Part 37
[34] Tutti l’ebbero per innocente, e tale lo mostra il suo processo che conserviamo. Lo stesso duca, in una lettera ch’è nell’archivio milanese, scrive: — La potissima cagione d’essa morte è stato il signor Roberto (Sanseverino), quale per la sua perversa e maligna natura, e per l’inimicizia e gli odj grandissimi con li quali sempre avea perseguitato il signor Cicco, pose ogni cura e pensiero a farlo morire; nè mai riposò, finchè ebbe l’intento suo, come voi, signor Ugo, assai siete informato ecc.».
Suo fratello Giovanni, autore della _Sforziade_, per somma grazia ottenne la vita. Il Rosmini conchiude: — Tale ebbe ricompensa l’autore del più bel monumento che si abbia delle geste sforzesche; eterno e salutevole (?) avviso, onde senno imparino tutti coloro che la loro vita consumano nell’illustrare colla penna la memoria de’ principi».
[35] Prendendo soltanto l’anno 1480 e il mese d’agosto, le cronache parmensi ricordano una donna di parto che fu sepolta per morta, ma tre giorni dopo schiudendosi la tomba per deporvi anche la sua neonata, la si trovò levata a sedere, e coi segni della disperazione tra cui era morta davvero. Il connestabile di porta San Michele, uscito a cavallo di città, fu trucidato da due sicarj de’ Maffoni, dei quali uno era stato ucciso dal figliuolo d’esso connestabile. Poco poi un giovane di Reggio, che sull’imbrunire stava alla porta d’un postribolo, fu ucciso. Tre giorni appresso, sei armati scannavano Angelo Becchigni. Bande mascherate scorreano la città in armi giorno e notte, massimamente i dì festivi, rubavano, toglievano le vesti, tagliavano i capelli, gittavano ne’ canali chi incontrassero, rapivano fanciulle e matrone. Tommaso da Varese era ucciso da un armigero dei Sanseverino; e quando al domani il giudice de’ malefizj si recò a visitare il cadavere, trovò su questo l’uccisore con una scorta di armati che intimava celiando, — Portate via questo corpo santo». PEZZANA, _Storia di Parma_, IV. 196.
[36] Giova alla conoscenza de’ costumi il costui testamento. A sua moglie Antonia di Guido Torelli e alle figlie avutene lascia soltanto la dote. I due figli Giovanni e Giacomo disereda, raccontando a disteso i torti che ne ricevette, e le ingiurie che gli dicevano, per esempio — Io vorrei essere in una tina con Piero Maria con una coltella alla mano — Al dispetto di Dio, s’io avessi il core di Piero Maria in mano io lo mangerei ecc.» I figli di Bernardo vescovo di Cremona e Guido istituisce eredi in parti eguali delle moltissime ville nel Parmigiano. — Delle vesti e suppellettili d’argento si dia a cinquanta fanciulle povere la dote di venticinque lire imperiali. Ai Francescani di Felino trentasei sacchi di frumento ogni anno, scongiurandoli a viver lodevolmente». Aveva egli avuto per amante Bianchina Pellegrini, e non che ricoprirli, volle eternare que’ suoi legami di ammogliato con maritata, facendoli dipingere nella rôcca di Torchiara. A costei e ad Ottaviano figliuolo di essa nel testamento lascia tutti i beni che acquistò sul Milanese, e moltissimi castelli e giurisdizioni; all’altro figlio naturale Bertrando la contea di Berceto. PEZZANA, iv. 310.
[37] _Estoit homme très-saige, mais fort craintif et bien souple quant il avoit pour_ (_j’en parle comme de celluy que j’ay cogneu et beaucoup de choses traicté avec luis_), _et homme sans foy s’il veoit son prouffit pour la rompre_. COMMINES, lib. VII. cap. 3.
[38] Questa clausola è in un secondo diploma; in un terzo del 1495 mette patto la conferma degli elettori, e la espressa riversibilità alla morte di Lodovico.
[39] Renato il Buono, duca d’Angiò e conte di Provenza, intitolavasi re di Sicilia come figlio adottivo di Giovanna II. In testamento lasciò a Carlo suo nipote la Provenza e il regno di Napoli, e a Luigi XI il diritto di riunire alla corona la ducea d’Angiò. Carlo morendo lasciò a Luigi XI tutte le sue pretensioni, e perciò il titolo di re di Sicilia.
[40] Queste ultime ragioni sono addotte da Carlo VIII in un proclama riferito dal Burcardo, pag. 2049. Faceasi circolare una profezia, dov’era detto di Carlo:
_Il fera si grant batailles,_ _Qu’il subjuguera les Ytailles;_ _Ce fait, d’ilec il s’en ira_ _Et passera de là la mer;_ _Entrera puis dans la Grèce,_ _Où par sa vaillante pruesse_ _Sera nommé le roi des Grecs:_ _En Jérusalem entrera_ _Et mont Olivet montera._
Il trattato fu maneggiato in Francia a nome del Moro da Carlo di Barbiano conte di Belgiojoso e da Giovanni Francesco di Cajazzo, primogenito di Roberto Sanseverino; e furono testimonj al contratto il visconte di Beaucaire e Guglielmo Briçonnet, che fu poi cardinale.
[41] _L’armée du petit roi Charles VIII était épouvantable à voir. De tous ceux qui se rangeaient sous les enseignes et bandes des capitaines, la plupart étaient gens de sac et de corde, méchants garnemens échappés de justice, et surtout force marqués de la fleur de lis sur l’épaule, esorillés, et qui cachaient les oreilles, à dire vrai, par longs cheveux hérissés et barbes horribles, autant pour cette raison que pour se montrer plus offroyables à leurs ennemis_. BRANTÔME, disc. 89.
[42] Carlo VIII e Gian Galeazzo nasceano da due figliuole di Lodovico II di Savoja.
[43] Il sentimento popolare ci è espresso nel Memoriale d’un Giovanni Portovenere: — Carlo di Franza è uomo di piccola statura, con poca barba quasi rossetta, con gran faccia, magro in viso con naso aquilino; uomo spirituale e d’anima, niente avaro, non pomposo; cavalca piccole e vili bestie, con pochi appiè; di poche parole, tanto che i suoi lo tengono quasi santo. E per tutta Toscana si grida Franza, con sua insegna addosso, cioè la croce bianca, così pei contadini, come soldati e cittadini, che pare che tutti ne siano in paura».
[44] _Ululantes se male passim ubique vagantes, sui corporis quæstum turpiter facere, quam honeste in Florentinorum vivere tyrannide_. SFRENATI, lib. II.
[45] In Vaticano, Innocenzo VIII fu da Antonio e Pietro Pollajuolo effigiato con essa lancia. Sta nella biblioteca dell’Università di Torino la geografia di Tolomeo, tradotta in versi toscani da Francesco Berlinghieri, che la dedicò a Gem, con molte lodi del suo sapere e di quello del padre suo. Salabery, nella _Storia dell’impero ottomano_, riferisce in latino le istruzioni di Alessandro VI a Giorgio Bozzardo, le quali dicono in compendio: — Salutato che avrai il sultano Bajazet ed eccitatolo al timor di Dio, gli manifesterai che il re di Francia viene per togliere dalle nostre mani Gem fratello di lui, acquistar Napoli che noi dobbiamo difendere come feudo nostro e per amicizia a quel re, pei tragittarsi in Grecia col pretesto di mettere in trono esso Gem. Secondo la buona amicizia che corre fra noi, lo esorterai con istanza a mandarci quarantamila zecchini per l’annata presente; mostri suo sdegno verso i Veneziani se mai favorissero i Francesi, e vi mandi un ambasciatore onde persuaderli ad adoperarsi in favore del regno di Napoli; intanto non perturbi l’Ungheria, la Croazia, Ragusi nè altra parte di cristianità, come il papa interporrà perché l’Ungherese non gli rechi alcuna molestia». Narrasi che esso Bozzardo nel ritorno fosse arrestato a Sinigaglia da un Della Rovere, fratello del cardinale Giuliano, e confermasse a voce la verità di tali istruzioni. A tal deposizione sono accompagnate cinque lettere di Bajazet al papa, quattro in turco, una in italiano, tutte tradotte in latino da interpreti e dal notajo rogato a far fede di tutto ciò. Bajazet proponeva al papa di liberare Gem dalle angoscie terrene e mandar l’anima sua nell’altro mondo, ove si gode miglior riposo; e per ciò prometteva al papa trecentomila ducati, ed altri pe’ suoi figliuoli: la lettera è data da Costantinopoli il 18 settembre 1494 d. C. Questi documenti furono lungo tempo tenuti come autentici, e come tali li accetta il Sismondi: ma si adducono troppe ragioni per crederli finti; e almeno si dovrà credere che nella traduzione vennero molto alterati.
[46] Paolo Giovio, nella descrizione della sua entrata in Roma, ci divisa gli eserciti d’allora. La cavalleria andava distinta dai fanti; e prima Svizzeri e Tedeschi marciavano in cadenza al suon di strumenti, belli di aspetto e mirabili per ordine, con veste corta e assettata, non uniforme di colore, i più prodi un pennacchio, spade corte e lancie da dieci piedi; molti inoltre le alabarde, ascie sormontate da una lama quadrangolare, onde ferivano di punta e di taglio; ogni mille fanti, cento portavano schioppi. Seguivano cinquemila guasconi balestrieri; poi la cavalleria, cernita dalla nobiltà francese, magnifica a vedersi, con sajoni di seta, collane e braccialetti d’oro. Gli scudieri, spesso adoprati come cavalleria leggera, avevano una lancia robusta e una mazza ferrata, grossi cavalli, colle orecchie e la coda mozze, usanza forse introdotta in grazia dell’armadura onde coprivansi. Ogni lanciere teneva un paggio e due scudieri. Gli arcieri armavansi d’elmo e piastrone, arco grande all’inglese, e alcuni di lunghi giavellotti per ferire i nemici abbattuti; distinguevansi mediante lo stemma del loro capo. Quattrocento arcieri a cavallo facevano guardia al re, fra cui cento scozzesi; e più ancora vicino a lui, ducento gentiluomini francesi con mazze ferrate e bei cavalli, brillanti d’oro e porpora. La maraviglia maggiore erano i cenquaranta cannoni grossi e i moltissimi piccoli, che movevansi rapidamente tratti da cavalli, mentre prima solevasi da bovi.
[47] _Materazzo_, _Cronaca perugina_. Del quale è pure il brano seguente.
[48] Sono pubblicati negli _Archives de l’art français_, tratti da copie che allora si moltiplicavano e spedivano alle persone e alle città, come bullettini interessanti a tutti.
[49] Alione d’Asti scrisse, oltre varie poese, due farse: l’una «De la dona che si credia aver una roba de veluto dal Franzoso alogiato in casa sua»; l’altra «Del Franzoso alogiato a l’osteria del Lombardo». In quest’ultima «vien da principio el Lombardo ospite calcolando e fantasticando con la sua nota in mano:
Cinque per cinque vinte cinque, Sei per sei trenta e sei, Septe per septe quaranta e nove, Octo per octo sexanta e quatro, Ho guadagnato in otto mesi Solamente a logiar Francesi A centenara de fiorini ecc.»
_Poésies françaises d’Alione d’Asti, composées de 1494 à 1520, publiées par J. C. Brunet_. Parigi 1836.
[50] — La Signoria non ha mai vogiù creder che Francesi vegnisse in Italia; e ’l consegio dei Pregai era sì fisso, che ’l no voleva dar fede ai avisi de quel regno... Pareva a la Terra che no fosse per nui che i calasse, e molti crede quel che i voria». MALIPIERI, _Annali veneti_. Il quale, all’anno 1495, dà il catalogo dei «sessantatre condottieri stipendiati da Venezia, con circa ventimila uomini, oltre i pedoni e i provvigionati della repubblica».
[51] COMMINES, lib. VIII. c. 5.
[52] Lettera del provveditore alla Signoria di Venezia, 7 luglio. Il Ricotti fa durare un quarto d’ora la mischia e tre quarti la ritirata.
[53] MALIPIERI. Egli stesso però riferisce lettera di Daniele Vendramin, pagatore in campo, che comincia: — Oggi abbiamo avuto fatto d’arme con li inimici, i quali non hanno avuto quella rotta ch’era nostro desiderio e che speravamo, perchè le sue artelarie li hanno grandemente ajutati».
Quel piacere che reca l’udir raccontate le imprese da coloro stessi che ne furon parte, rende gradite le varie lettere in proposito, raccolte dal Malipieri. Il conte Bernardino Fortebraccio alla Signoria veneta scriveva: — Dio sa che non mi pareva tempo di venire alle mani con gl’inimici. Volevo lasciare che si movessero, che si sariano rotti da loro stessi. L’illustrissimo marchese di Mantova deliberò altramente e diede dentro da Cesare. A me toccò il secondo colonnello; lo ordinai, e andai al loco mio. Alcuni dei nostri pervertirono l’ordine, e ne fecero danno a tutti. Il terzo colonnello toccò al conte di Gajazzo: ognuno diede l’assalto al loco suo. Io procedeva all’impresa mia ben armato e ben a cavallo. Combattemmo un pezzo, e andammo al basso. Fui affrontato da un cavaliere che portava sopra l’arme una veste di velluto negro e oro a falde. Combattemmo alquanto, e finalmente restò ferito da me, e se mi rese per prigione; non dico a me, ma all’illustrissima Signoria; che in altro non dimandai mai che si rendesse. Mi dimandò la vita, e gliela promisi; mi diede il suo stocco, e lo posi alla mia catenella dell’arzone; mi porse il suo guanto in segno di captività, e lo gittai in acqua, e consegnai la persona sua al mio ragazzo. Procedei più oltre e presi un altro; e successivamente in su fin al numero di quattro, due de’ quali sono, a mio giudizio, di qualche condizione. Erano bene ad ordine, e tra le altre cose aveano le loro catene d’oro al collo, in modo che io aveva al mio arzone quattro stocchi de’ nemici. Seguitai combattendo verso lo stendardo reale, sperando d’esser seguitato e ajutato dalli nostri, con disegno di condurre nel felicissimo nostro esercito o tutto o parte dell’insegna reale. Fui affrontato vicino ad essa insegna da un gran maestro ben a cavallo; e fummo alle mani. Gli dissi che si rendesse, non a me, ma all’illustrissima Signoria: mi rispose che non era tempo. Spinsi ’l cavallo, e gli tirai della spada nella gola; ma ad un suo grido fui assaltato da quattro cavalieri, e fui con loro a battaglia. Non voglio dire quello che feci; ma combattendo contro otto, fui prima ferito d’un’accetta nella tempia, poi nella coppa pur di accetta, e restai stornito; e ad un istesso tempo una lancia restata mi urtò nella schiena, e mi gettò a terra mezzo tramortito. Poi mi furno addosso e mi diedero dodici ferite, sette sull’elmo, tre nella gola e due nelle spalle. Iddio benedetto mi aiutò, che mi avevo posto sotto l’elmo un mio garzerino doppio, il quale mi salvò la vita; chè le ferite che io ebbi nella gola mi avariano dato la morte tante volte quante furno; ma non penetrorno. Ma quelle che io ebbi mi hanno data tanta passione, quanta dir si possa. Fui lasciato per morto, e fui abbandonato da ognuno del mio colonnello; il quale se fosse stato soccorso, non veniva conculcato da cavalli. Fui strascinato da un mio ragazzo in un fosso; persi il corsiero, un ragazzo, e un servitor che mi avea servito lungamente: alcuni altri dei miei più cari persero i cavalli; e in questa fazione pioveva grandemente. Cessato ’l fatto d’arme, fui portato in campo al mio padiglione. Li magnifici Provveditori furno a visitarmi, ma io non mi n’avvidi, chè ero più morto che vivo, in modo che mi fu raccomandata l’anima. Fui portato qui in casa di Andrea Bagiardo, uomo da bene: furno chiamati i medici, i quali non si curando di medicar le ferite, fu mandato a Bologna per un medico di Parma mio conosciuto; il qual prima che arrivasse, un suo fratello venuto qui a caso m’avea levato tre pezzi d’osso della testa, in modo che mi restò il cervello discoperto per quanto saria un fondo di tazza; perchè di tre ferite ne fece una sola. Giunse poi qui la donna mia, e con lo studio e sollecitudine sua son ridotto, per grazia di Dio, ad assai buon termine, in modo che spero di salute. Ogni male mi par niente, pur che abbia fatto cosa grata all’illustrissima Signoria e a quel glorioso senato. Non mi curerei della vita, purchè l’esercito de’ nemici fosse del tutto restato sconfitto. Mi par mill’anni a liberarmi del tutto, e poter tornare appresso l’illustrissimo signor marchese nel felicissimo nostro esercito: dove, occorrendo, mostrerò a pieno la mia vera servitù e fede; chè son marchesco, come sempre ho detto. Mi è stato di grandissima consolazione e sussidio, in tempo di sì grave caso, l’arrivo di Rafael mio, con quella lettera dell’illustrissima Signoria, piena di umanità e di dolcezza; e veramente non sento nè doglia nè passion, conoscendo di aver fatto cosa grata ad essa illustrissima Signoria; e certamente ho più stimato le proferte che mi son fatte nelle lettere, che li denari che mi son stati mandati. Lodato Dio, non stimo nessuna cosa più che esser in grazia del mio padrone... Questa notte ho riposato meglio dell’usato, per grazia di Dio. Di quanto succederà, la farò tener avvisata. Mi raccomando. Di Parma, a’ XX di luglio MCCCXCV.
BERNARDIN DE FORTIS BRACHIIS _comes, eques armorum_.
«Voglio dir queste parole le quali non posso tacere. Eramo atti a romper quello e maggior esercito, se li nostri avessero atteso alla vittoria e non alli carriaggi; come particolarmente ragionerò a bocca con vostra magnificenza, se così piacerà al Signor Dio».
[54] Il duca d’Orléans vi fece battere la prima moneta ossidionale di cuojo.
[55] — Credo che non sia costituzione migliore di quella dei Veneziani, e che voi pigliate esempio da loro, resecando però qualche cosa di quelle che non sono a proposito nè al bisogno nostre, come è quella del doge. Predica sopra Aggeo, iii domenica d’avvento 1494.
Della sua avversione al suffragio universale diretto è monumento la strofa che avea fatto scrivere sulla sala del gran consiglio, e che parve profetica quando, per mezzo di quello, i Medici si fecero acclamare principi. Diceva:
Se questo popolar consiglio e certo Governo, popol, de la tua cittate Conservi, che da Dio t’è stato offerto, In pace starai sempre e in libertate. Tien dunque l’occhio de la mente aperto, Che molte insidie ognor ti fian parate; E sappi che chi vuol far parlamento Vuol torti da le mani il reggimento.
[56] — Si vorria far una legge che le schiave che rivelassino, quando si giuoca in casa i padroni, fossero libere, e che i famigli che ancora rivelassino il giuoco, avessino qualche premio». Predica del 12 maggio 1496. Esisteano dunque schiave. E poc’anzi il Savonarola avea detto alle donne: — Intendo che le donne non allattano i figliuoli. Voi fate male perchè gli fate allattare ancora dalle schiave: è quel primo latte di grande inclinazione al fanciullo, e sono poi mezzi vostri figliuoli, e mezzi no». Predica del 1º aprile.
[57] _Dignetur sanctitas vestra mihi significare quid, ex omnibus quæ scripsi vel dixi, sit revocandum, et ego id libentissime faciam._ 20 settembre 1497.
[58] _Vita del Savonarola_, lib. IV. c. 10 e 14.
[59] Nel Burcardo (_Diarium Curiæ romanæ sub Alexandro VI papa_) è una savia lettera di Alessandro al Savonarola, ove gli suppone semplicità ed eccesso di zelo, e perciò lo richiama a penitenza. Il frate ne risponde una lunga, ribattendo punto per punto le imputazioni referendosi alla testimonianza di tutto il popolo che l’ascoltò e dei libri da lui stampati, e negando l’essersi detto profeta nè inviato direttamente da Dio; sovrattutto impugna l’accusa di spargere nimicizie: _Certe, beatissime pater, notissimum est non solum Florentiæ, sed etiam in diversis Italiæ partibus, quod meis verbis secuta est pax in civitate Fiorentiæ, quæ si non fuisset secuta, Italia fuisset perturbata. Quod si verbis adhibita fuisset fides, Italia hodie non hoc modo quateretur; nam illius prævidens afflictiones, licet a multis semper fuerim derisus, pronunciavi gladium venturum, ac pacis remedium ostendi solum esse; unde Italia universa gratias pro me Deo agere deberet. Docui enim eam remedium tranquillitatis, quod quidem servans Florentia jam habet quod non haberet; et si similiter faceret tota hæc Italia, gladius nequaquam per eam transiret: quid enim nocere potest pœnitentia?_
[60] Lettera di Domenico Bonsi ai Cristiani di balìa.
[61] Il Burcardo, avverso a frà Girolamo, produce molte dichiare di frati, disposti andar nel fuoco per provare le conclusioni di esso e la nullità della scomunica. Tra questi, tutti quei di Prato, sotto la cui dichiarazione Savonarola scrisse: — Io accetto le offerte di questi frati che si trovano al presente in Santo Marco e in Santo Domenico di Fiesole, e prometto di darne uno, due, dieci, quanti ne bisognano per andare nel fuoco a probazione della verità ch’io predico; e mi confido nel nostro signore e salvatore Gesù Cristo, nella sua verità evangelica, che, ciascuno ch’io darò, n’uscirà illeso senza alcun danno; e quando di questo dubitassi punto, non lo darei per non essere omicida; e in segno di ciò ho fatto questo, sottoscritto di mia mano propria, e a salute dell’anime e confermazione della verità del nostro salvatore Gesù Cristo, _qui solus facit magna et mirabilia et inscrutabilia, cui est honor et imperium sempiternum_».
Avendogli poi alcuno rinfacciato che non osasse egli medesimo mettersi all’esperimento, diè fuori un’apologia che comincia: — Risponderò brevemente, per la gran carestia che io ho del tempo. E prima quanto al non aver accettato d’andare io nel fuoco col predicatore di Santa Croce, osservante de’ Minori, dico ch’io non l’ho fatto sì perchè egli ha proposto in pubblico voler andare nel fuoco, non ostante che lui, come dice, creda ardere, per provare che la scomunica fatta contro di me è valida, ed io non ho bisogno di provare col fuoco che tale scomunica sia nulla, conciossiachè io abbia già provato questo con tali ragioni, che ancora non s’è trovato nè qui nè in Roma chi abbia a quelle risposto; sì perchè la prima volta lui non propose di voler combattere meco, ma bensì generalmente con ciascuno che fosse a lui in questa cosa contrario. Vero è che poi, offerendosi a questo frà Domenico da Pescia, trovò questa scusa che non voleva aver a fare se non meco; e sì massimamente perchè il mio entrar nel fuoco con un solo frate non farebbe quell’utilità alla Chiesa che richiede una tanta opera, quant’è questa che ci ha posta nelle mani; e però mi sono offerto, e di nuovo mi offerisco io proprio di far tale esperienza ogni volta che gli avversarj di questa nostra dottrina, massime quelli di Roma e i loro aderenti, vogliano commettere questa causa in questo padre o in altri; e mi confido nel nostro signore e salvatore Gesù Cristo, e non dubito punto che ancor io andrò nel fuoco, come fece Sidrach, Misach e Abdenago nella fornace ardente, non per miei meriti o virtù, ma per virtù di Dio, il quale vorrà confirmare la sua verità, e manifestare la sua gloria in quel modo. Ma certo io mi meraviglio assai di queste tali obiezioni, perchè essendosi offerti unitamente tutti i miei frati che sono incirca trecento, e molti altri religiosi di diverse religioni, delli quali io ho le sottoscrizioni presso di me, e similmente molti preti secolari e cittadini, tutte le nostre monache e di quelle anco di diverse altre religioni, molte altre donne cittadine e fanciulle, e questa mattina ultimamente, che siamo al primo d’aprile, parecchie migliaja di persone di quelli che si trovarono in Santo Marco nostro alla predica con grandissimo fervore, gridando ciascuno: _Ecco io, ecco, andrò in questo fuoco per gloria tua, Signore_: se uno di questi tali andando sotto la mia fede, e per fare l’obbedienza da me impostagli, come si sono prontissimamente offerti, ardesse nel fuoco, chi non vede che io e tutta questa opera e impresa di Dio andrebbe meco in ruina, e che non potrei più in luogo alcuno comparire? E però non bisogna che quel predicatore richieda altri che frà Domenico predetto, contro il quale predicando l’anno passato, ebbe qualche differenza con lui. E se dicessino che al manco le cose da noi per modo di profezia annunziate richiederiano, a volere che fossero credute, ch’io le provassi con miracolo, rispondo che io non costringo gli uomini a credere più che a loro si pare, ma sì bene gli esorto a vivere rettamente e come cristiani, perchè questo solo è quel miracolo che li può far credere le cose nostre e tutte l’altre verità che procedono da Dio. E benchè noi abbiamo proposto di provare cose grandi che s’hanno a manifestare, e che noi diciamo essere sotto la chiavetta con segni soprannaturali, non abbiamo per questo proposto di fare tali segni per annullare la scomunica: ma non è ancora il tempo nostro, il quale quando sia, Dio non mancherà delle promesse sue, _quia fidelis Deus in omnibus verbis suis, qui est benedictus et gloriosus in sæcula_».