Storia degli Italiani, vol. 09 (di 15)

Part 36

Chapter 363,635 wordsPublic domain

Salpati da Messina (7 8bre), alle isole Curzolari nell’antico golfo di Crissa videro ducenventiquattro vele turche sbucare dal golfo di Lepanto, comandate da Alì bascià; e il Serbelloni e il Colonna e principalmente Agostino Barbarigo provveditore vinsero le esitanze del Doria, e indussero don Giovanni ad accettare la mischia. Faceano l’antiguardo otto galere, sotto Giovanni da Cardona ammiraglio di Sicilia; seguivano cinquantatre galee del Doria; sei galeazze veneziane sotto il Duodo, cui tenea dietro la battaglia di sessantuna galee con bandiera papale; infine cinquantatre galee sotto il Barbarigo, e trenta sotto Alvaro da Bazan, ammiraglio di Napoli. «Inarborarono ne’ luoghi più eminenti le immagini di Cristo crocifisso;.... ed essendosi tutti alla santissima immagine inginocchiati, ed unitamente ciascuno chiedendo perdono de’ suoi peccati, crebbe tanto la volontà di combattere ed il valore ne’ cristiani soldati, che in un subito quasi miracolosamente per tutta l’armata in generale una voce levossi, che iterando altissimamente _Vittoria, vittoria_, fin dagli stessi nemici udir si poteva»[355]. Si viene all’attacco; Mustafà, lordo ancora del sangue del Bragadino, lanciavasi contro il vascello di don Giovanni, ch’era irreparabilmente perduto, e con esso la battaglia, se Antonio Loredano e Francesco Malipiero non si fossero interposti, e disperatamente combattendo non avessero salvo il generale. Alì è ucciso, i Turchi, spaventati e rotti, lasciano più di ventiduemila morti e diecimila prigionieri. I Cristiani, schiavi al remo sulle galee turche, appena videro piegare la fortuna, si sferrarono, e crebbero il disordine; mentre quei delle nostre, promessa la libertà, combatterono disperati; sicchè quindicimila Cristiani furono liberati. Agostino Barbarigo periva, ringraziando Dio che avesse consolato gli estremi suoi momenti colla certezza della vittoria.

Anche tra le file nemiche troviamo dei nostri prodi. Un frate calabrese, côlto dai Turchi mentre andava a studio a Napoli, rinnegò, e col nome di Ucciali (Kilig-Alì) postosi a loro servizio, e impadronitosi d’una nave, si diede al corsaro, e fu lungo spavento alle coste italiane. Una volta, dopo saccheggiato Tagia ed arso Roccabruna, afferrò a Villafranca, mentre vi si trovava Emanuele Filiberto di Savoja. Questi mandò in fretta per soccorsi a Nizza, e intanto raccozzati da trecento archibugieri, co’ suoi cortigiani sortì incontro ai pirati; al cui aspetto però i nostri fuggirono. Il duca vuolsi ne rimanesse prigione, e ne fosse liberato da due gentiluomini a prezzo della propria vita: quaranta de’ suoi furono morti, e pel riscatto de’ gentiluomini Ucciali pretese dodicimila scudi, e inoltre la grazia d’inchinare la duchessa Margherita. Quel tumulto di atti e di delitti non gli cancellò dall’animo le memorie della fanciullezza, e talora approdato sulle rive calabresi, mentre i suoi si diffondevano alla rapina, egli incognito visitava la casipola de’ suoi, e piangeva di tenerezza. A Lepanto egli comandava la sola ala che non cedette, e che anzi profligò i cavalieri di Malta, e con quaranta galee si salvò traverso ai nostri.

Era la maggiore battaglia navale che si combattesse dopo quella che, nelle acque stesse, avea deciso della sorte del mondo fra Antonio ed Ottaviano, sedici secoli innanzi. Esulta l’animo nel raccontare ancora un’impresa dell’Italia, unita e gloriosamente armata ad una di quelle poche battaglie, dove il vincitore non ha a vergognarsi. Ma la vittoria di Legnano non fu contrassegnata neppure da un nome, bastando si dicesse che la nazione avea vinto: ora l’alito principesco era talmente penetrato, che, sebbene i ragguagli contemporanei ascrivano ai Veneziani il merito di quella giornata, la fama ne glorificò don Giovanni; il papa nel tripudio di tale notizia esclamò, _Fuit homo missus a Deo, cui nomen erat Johannes_; ma il freddo e geloso Filippo — Ha vinto, sì, pure rischiò troppo», nè gli permise accettasse la corona d’Albania e Macedonia, offertagli da’ Cristiani di colà. Cinquemila prigioni furono divisi tra i vincitori, e al papa toccarono diciassette galee e quattro galeotte; a don Giovanni cinquantasette galee e otto galeotte; ai Veneziani quarantatre galee e sei galeotte; diciotto galee fra Savoja[356] e i cavalieri di Malta. La cristianità sentì ancora per un momento l’unità sua, e santificolla con miracoli; attribuì la vittoria alla Madonna, il cui rosario per ordine di Pio V in quell’ora si recitava da tutti i fedeli; eternò con annua festa la memoria di quel fatto e di quella devozione, e alle litanie aggiunse _Auxilium christianorum_.

A Roma si celebrò in onore di Marc’Antonio Colonna l’ultimo trionfo moderno, con fasto all’antica, entrando egli a cavallo per la breccia aperta a porta Capena, fra i prigionieri turchi e i magistrati romani e le arti. Solennissime feste ne fece Venezia; tutto il portico a Rialto, ove stavano i drappieri, fu addobbato di panni turchini e rossi, le botteghe con armi e spoglie, fra cui disponeansi insigni dipinti di Gian Bellino, Tiziano, Pordenone, Giorgione, Tintoretto; poi archi, bandiere, festoni, torce, candelabri, lanternoni[357]: in San Giovanni e Paolo si edificò la suntuosa cappella del Rosario; si apersero le prigioni ai debitori; si profuse denaro a’ poveri, sussidj ai superstiti, solenni esequie ai caduti, recitandone l’elogio il Paruta, e componendo le famose canzoni Giuseppe Zarlino, padre della musica moderna; e «per mostrare qualche segno di gratitudine verso Gesù Cristo benedetto, facendo dimostrazione contro quelli che sono nemici della santa sua fede», stabilirono che fossero espulsi gli Ebrei.

Parea dunque l’Europa deporre il tutto che aveva assunto alla presa di Costantinopoli: pure da tanta vittoria si trassero frutti scarsissimi; don Giovanni d’Austria non mostrò altra vaghezza che la giovanile di raccogliere applausi a Messina; gli emuli di Venezia si accorsero ch’essa poteva recuperare tutti i possessi in Oriente, onde vacillarono, nè si potè mettere insieme un numero di navi che bastasse a veruna impresa. Vero è che don Giovanni riuscì a salvare la Goletta che dominava Tunisi, e mettere una nuova fortezza sotto gli ordini di Gabrio Serbelloni e di Pagano Doria; ma poi anche questo dovette soccombere. All’incontro, Ucciali crebbe a ducento le navi che avea campate a Lepanto, e al nuovo anno ricomparve a molestare il Jonio. Vedendo non potere far conto sopra gli alleati, Venezia conchiuse col gransignore una pace, nella quale essa recuperava i prischi privilegi mercantili in Turchia, cedeva Cipro[358] (1573 15 marzo), e pagava alquanto d’indennità per le spese[359]. Dopo una lauta vittoria pacificavasi dunque peggio che non solea dopo le rotte: di che non rifinivano di disapprovarla quelli che non avevano saputo sostenerla.

Fortunatamente i Turchi, che minacciavano l’Europa d’una nuova conquista senza pietà, d’una preponderanza senza limiti, decaddero senza che possa assegnarsi di qual colpo, ma a guisa d’un torrente che, scavatosi il proprio letto, cessa di traboccare; e perchè la società nuova rendeva sempre meno tollerabile la tirannia di un popolo sovra un altro, e le varie nazioni emancipate si proteggeano col proprio braccio.

FINE DEL LIBRO DUODECIMO E DEL TOMO NONO

INDICE

LIBRO DUODECIMO

CAPITOLO CXXVII. Prospetto generale. Il Savonarola _Pag._ 1 CXXVIII. Il Milanese. Spedizione di Carlo VIII » 46 CXXIX. Conseguenze della spedizione di Carlo VIII. Fine del Savonarola e di Lodovico il Moro » 82 CXXX. Romagna. I Borgia. Politica machiavellica » 121 CXXXI. Il sistema militare. Guerra di Pisa. Giulio II. Lega di Cambrai » 163 CXXXII. Leone X e Luigi XII » 218 CXXXIII. Francesco I e Carlo V. Gli storici. I turchi » 239 CXXXIV. Cominciamento della Riforma religiosa » 280 CXXXV. Clemente VII. Sacco di Roma. Pace di Barcellona » 339 CXXXVI. Assedio di Firenze. Affannoso assodarsi della dominazione medicea » 391 CXXXVII. Terza guerra fra Carlo V e Francesco I. Casa di Savoja. Spedizione in Africa » 442 CXXXVIII. Doria e Fieschi. I Farnesi. Gli Strozzi. Guerra di Siena. Cosmo granduca » 463 CXXXIX. Fine di Carlo V. Estremo assetto dell’Italia. Prodi suoi figli. Sventure e glorie di Venezia. Imprese contro i Turchi » 503

NOTE:

[1] I collegati lombardi il 1177 in Ferrara dicevano a papa Alessandro III: _Nos gratantes imperatoris pacem recipimus, salvo Italiæ honore; et ejus gratiam, libertate nostra integra manente, præoptamus. Quod ei de antiquo debet Italia, libenter exsolvimus, et veteres illi justitias non negamus. Libertatem autem nostram, quam a patribus nostris, avis, proavis hereditario jure contraximus, nequaquam relinquemus, quam amittere nisi cum vita timemus._ ROMUALDI SALERNITANI _Chronicon_, Rer. It. Script., tom. IV.

[2] Quelli che anche oggi compiangono o deridono gl’Inglesi perchè non hanno cinquecentomila soldati, nè gendarmi e fortini, ci beffino del compiacerci della domesticità di que’ regolamenti dei Comuni, che direbbonsi contratti d’affitto tra un buon padrone e i suoi famigli. All’elezione di ciascun doge, Venezia gli stendeva i patti che dovea giurare, e ch’erano come la costituzione impostagli. La più antica promissione che si conosca, è di Enrico Dandolo nel 1192, in una pagina; mentre quella dell’ultimo doge è un volume di trecento. In quella del 1249, il doge Marino Morosini promette operar sempre ad onore di Dio e della santa Madre Chiesa, e a saldar la fede: — Quelli che ci saranno dati dai vescovi come eretici, faremo bruciare. Studieremo all’onore e al profitto di Venezia. Faremo rendere esatta giustizia senza dilazione. Se i giudici fossero discordi, sicchè noi dovessimo proferire, ci porremo dalla parte che ci parrà migliore secondo lo statuto; e se manchi lo statuto, secondo l’uso; e se manchi l’uso, secondo la nostra coscienza (_Non si riferiscono dunque alla legge romana_). Nel consiglio prenderemo il partito che ci appaja migliore, e manterremo il secreto. Studieremo di ricuperare e conservare incolumi i lidi, le terre, le acque, le vigne, i boschi spettanti al dogato, di cui godiamo le rendite. Se sapremo che qualcuno sia debitore al Comune di Venezia, faremo che sia escusso, e così per le condanne de’ consoli de’ mercanti. Non daremo bollette per estrarre chechessia senza il consenso della maggior parte del Consiglio. L’elezione dei vescovi rimanga in potere del clero.

«Non esigeremo la quarantesima, l’ottantesima e le altre ragioni che i visdomini del Comune soleano prendere; nè di ciò che viene dalla Marca d’Ancona, eccetto i pomi di Lombardia, de’ quali avremo due parti e la terza i visdomini; nè di quanto entra per mare, nè del sale, nè del dazio di Cabodarzere, nè della peschiera e beccheria, salvo l’onoranza della nostra curia che dobbiamo avere ogni giovedì grasso. Anche le quarantesime degli altri Comuni rimangano al pubblico, eccetto il dazio dei gamberi e quello delle ciliegie di Trevisana. Non c’immischieremo negli affari di Chioggia senza la maggior parte del Consiglio, salvo la gondola, il fieno, il vino, e le altre onorificenze nel ricever noi e i nostri messi, e quel che si deve farci quando volessimo andare a caccia; eccettuate pure le appellazioni e gli interdetti che ci fossero portati.

«Il Comune farà tutte le spese per legazioni e per eserciti all’occorrenza. Daremo a prestanza le quindicimila lire di nostro salario, e gli altri beni nostri. Non manderemo ambasciate o lettere al papa, all’imperatore, a re o ad altri pel Comune nostro senza la maggioranza del Consiglio. Le lettere che da essi ci fossero mandate non apriremo prima di farle vedere ai nostri consiglieri o alla maggior parte di essi. Le altre lettere per affari del Comune potremo aprire e leggere e tenerle in segreto, se giudicheremo vantaggioso a Venezia.

«Ai nostri giudici di palazzo daremo ogni anno per ciascuno quattro anfore di vino delle viti di Chioggia: e se, che Dio tolga, le vigne non ne portassero, ne farem dare dell’altro. Dalle scuole di mestieri non esigeremo alcun lavoro oltre il consueto, se non colla volontà della maggioranza del Consiglio. Ciascuno andrà a negoziar dove vuole senza contrasto. La nostra moneta sempre dovremo ricuperare e tenere in cumulo, se altrimenti non paja al Consiglio. Puniremo i falsatori della moneta o dei sigilli.

«Non riceveremo doni da chichessia, eccetto acqua rosata, fiori e foglie, erbe d’odore, e balsamo; qualunque altro dono sia fatto a noi, o ad alcuno per riguardo nostro, lo farem restituire fra tre giorni al tesoriere del Comune. Potremo però noi e i nostri nunzj ricevere vettovaglie cotte, fiale di vino, selvaggine, cioè un capo per giorno, da chiunque le porti, e dieci paja di uccelli, e frutti sin al valore di dieci soldi, purchè non venga da persona che domandi qualche servizio nella curia. Altrettanto farem giurare alla dogaressa e a ciascun nostro figlio quando sia in età, e alle nuore. Se faremo nozze in palazzo, o quando vi meneremo la dogaressa, potrem ricevere qualunque maniera di doni comestibili.

«Noi per la nostra entrata avremo la somma di duemila denari, cinquecento al mese dal Comune di Venezia, settanta da quel di Veglia, settanta dai Tiepolo conti di Absaro, metà dei drappi a oro che suol darsi a san Marco dai signori di Negroponte, le onoranze e rendite dell’Istria e delle acque e pesche del ducato, quali le ebbe il nostro antecessore.

«Quando sei del minor Consiglio fossero concordi colla maggioranza del gran Consiglio che dovessimo abdicare, abdicheremo senza condizione. Faremo che i capi contrada, eletti per riparare le ingiurie e ricevere l’obbedienza, giurino secondo il prefisso. Daremo dodici marche d’argento per fabbricare quattro trombe, che rimarranno dopo la nostra morte presso i procuratori della fabbrica di San Marco. Potremo dare a chi vorremo le camere del nostro palazzo, che abbiano la porta di fuori; e dovrem fare il tetto al palazzo a spese nostre quando occorra. Al beato Marco daremo un panno lavorato a oro del valore di venticinque denari almeno. Baderemo che dai nostri consiglieri si facciano venire duemila moggie di frumento per mare, ed anche altre mille se non li dispensiamo noi e il minor Consiglio e i Quaranta.

«Terremo con noi venti servi, contandovi quelli di cucina, avendo per essi venti armadure di ferro; inoltre un notajo a nostre spese per servizio del Comune, e datoci dal Consiglio; e uno che tenga il sigillo nostro. Quello cui daremo le chiavi delle carceri, sarà buono e leale secondo la nostra coscienza. Per le udienze d’ogni giorno seguiremo l’uso, e in esse non gioveremo all’amico, nè noceremo al nemico».

Si paragoni coi giuramenti di consoli e di podestà, da noi addotti al Cap. LXXXV.

[3] Nel 1783 il re di Danimarca decreta che un servo convinto di essersi fatto pettinare da un parrucchiere, pagherà quattro scudi d’ammenda per volta. Nel 1814 l’elettore d’Assia Cassel vieta di dar del signore (_herr_) a chi non sia nobile.

[4] Anche adesso a Londra, quando s’insediano i nuovi sceriffi, e che sono presentati ai giudici di Westminster, il pubblico banditore intima ai possessori d’un pezzetto di terra chiamato la Landa e d’un altro detto la Fucina, di rendere omaggio e pagare il loro canone; e un usciere compare, porgendo agli sceriffi due farcine per la Landa, e sei ferri di cavallo con sessantun chiodi per la Fucina.

Se a spiegare i nostri Comuni citiamo spesso l’Inghilterra, n’abbiam di che.

[5] MACHIAVELLI, _Della riforma di Firenze_.

[6] MACHIAVELLI, _Discorsi_, I, 12.

[7] Il Machiavelli dice che «da Alessandro VI indietro i potentati italiani, e non solamente quelli che si chiamavano potentati, ma ogni barone e signore benchè minimo, quanto al temporale stimava poco la Chiesa». _Principe_, XI.

[8] Francesco Sforza dava una lettera _e Firmano nostro, invito Petro et Paulo_.

[9] Le trattative sono nell’archivio delle Riformagioni a Firenze, Cl. II. dist. III. Nº 9.

[10] È denigrato da tutti gli storici; pure una sua lettera, inserita nel vol. I dell’Archivio storico, ne dà molto miglior concetto. Il re di Napoli gli aveva esibito lo stato d’un Sanseverino conte di Cajasso; ed egli si profonde in ringraziamenti, ma soggiunge: — La regia maestà sa quale è stata la vita de’ miei passati, che civilmente sono vissuti delli loro traffichi e possessioni, nè mai hanno cerco avere stato altro che privato. Io non sono per degenerare in questo dalli modi loro..., e però pregate quella che... mi perdoni se io non accetto quello che lei mi dà...; e se pure vuole beneficarmi, degni farlo ordinariamente in quello che li pare costì con li miei del banco. Da Firenze, 6 maggio 1494».

[11]

Io vidi a Roma entrar quella superba Che va tra’ fiori e l’erba Sicuramente; mi restrinsi alquanto Ove io conduco la mia vita in pianto. Poi — Mira (disse), figlio, crudeltade; E qui scoperse da far pianger sassi... E lacerato in mille parti il petto Fuor dell’umìl suo primo santo aspetto. _De ruina Ecclesiæ_, scritti nel 1473.

[12] Lettera 25 gennajo 1490 delle pubblicate dal padre Marchesi. Esistono molti libri sacri da lui postillati, e cita continuo la Bibbia.

[13] — Quanto io fossi per natura inetto a questo ufficio del predicare, ne ha fatto fede l’esperienza. Onde avendo io esercitato per comandamento de’ miei superiori dieci anni questo tale ufficio, ero, non solamente al mio parere, ma di tutti li uditori, reputato inettissimo, come quello che non avevo punto di voce, nè grazia di pronunzia, nè modo del dire, da poter dilettare lo animo degli uditori». _De veritate prophetica_, cap. V.

[14] Prediche sopra l’_Arca di Noè_, l’avvento 1492.

[15] Sermone fatto a molti sacerdoti in San Marco, il 15 febbrajo 1498.

[16] Per la IV domenica di quaresima.

[17] _De veritate prophetica_, cap. V.

[18] Ciò leggesi nella _Vita del Savonarola_, pubblicata dal Manso (BALUZIO, _Miscell_., tom. I, ediz. di Lucca). Il Poliziano, nell’Ep. II del lib. IV descrive a minuto gli estremi momenti di Lorenzo, senza un cenno di ciò, anzi facendolo morire cristianamente. Ne taciono pure i _Ricordi storici_ di Filippo Rinuccini, avversissimo ai Medici.

[19] Predica XXI.

[20] Predica XXIII.

[21] Pronostici intorno ai mali che verrebbero dalla calata de’ Francesi ne corsero molti, e singolarmente quelli di san Francesco di Paola e del beato Vincenzo d’Aquila. Nei processi del Savonarola è mentovata una Madonna Camilla de’ Rucellaj, alla quale mandavasi a chiedere quel che s’avesse a fare, ed essa dava i responsi avuti per rivelazione; ed anche una Bartolomea Gianfigliazzi, «la quale avea sue devozioni e suoi spiriti, secondo diceva».

[22] _Vita del Savonarola_, scritta da frà Pacifico Burlamacchi; Lucca 1764, pag. 109. 27. 80 e _passim_.

[23] NARDI, _Storia di Firenze_, lib. II. Il pezzo che segue è del Burlamacchi.

[24] _Poesie di Jeronimo Savonarola_, illustrate e pubblicate per cura di Audin de Rians; Firenze 1847. Queste mostrano che frà Girolamo poetò e da giovane e maturo, con affetto e forza, ma senza eleganza; e spesso i versi suoi furono raccomodati dall’altro poeta domenicano frà Benedetto Fiorentino, di cui mano son quelle stampate dall’Audin, come si accerta dal codice originale, posseduto dai Borromei milanesi, e che ne contiene assai maggior numero. L’intento dell’autore appare dai versi proemiali:

Onnipotente Iddio, Tu sai quel che bisogna al mio lavoro E quale è il mio desio; Io non ti chiedo scettro nè tesoro Come quel cieco avaro, Nè che città o castel per me si strua, Ma sol, Signor mio caro, Vulnera cor meum cantate tua.

[25] Feria IV della III settimana di quaresima.

[26] Per la I domenica di quaresima.

[27]

Io vo darti, anima mia, Un rimedio, che sol vale Quanto ogn’altro a ciascun male, Che si chiama la pazzia. To’ tre once almen di speme, Tre di fede e sei d’amore, Duo di pianto, e poni insieme Tutto al fuoco del timore; Fa di poi bollir tre ore, Premi, e infin v’aggiungi tanto D’umiltà e di dolor, quanto Basta a far questa pazzia, Ch’io vo’ darti, anima mia.

[28] _Vita di Michelangelo_, sul fine.

[29] Giuseppe Maffei, nella _Storia della letteratura italiana_, ci narra con passione che bruciossi fin un canzoniere del Petrarca, «adorno d’oro e di miniature», che valeva cinquanta scudi: — _Finalmente_ (egli continua) _giunse l’ora fatale_ per chi seminava tanti scandali nella sua patria, e le ombre del Petrarca e del Boccaccio furono vendicate!» Mettiamgli a paro il Ranalli, che nella _Storia delle belle arti_ diceva avere il Savonarola bruciato i dipinti del beato Angelico! Vedi MARCHESI, _San Marco, convento de’ frati predicatori in Firenze, illustrato e inciso_. Prato 1850-53.

[30] Sermone sopra Amos.

[31] Jacopo Pitti, lib. i, p. 51.

[32] Fra alcune sue lettere ultimamente trovate, produciamo la seguente:

«A frà Domenico Buonvicini da Pescia,

«Dilettissimo fratello in Cristo Gesù. Pace e gaudio nello Spirito Santo. Le cose nostre riescono bene; imperocchè Dio maravigliosamente ha operato, benchè appresso a maggiori patiamo grandi contraddizioni; le quali, quando sarete tornato, vi racconterò per ordine: ora non è a proposito scriverle. Molti hanno dubitato ed ancora dubitano che non accaggia a me come a frà Bernardino (_da Montefeltro, che fu scacciato perchè predicava contro le usure_). Certo, quanto a questo, le cose nostre non sono state senza pericolo; ma io sempre ho sperato in Dio, sapendo, come dice la Scrittura, il cuore del re essere nelle mani del Signore, e che dovunque gli piace lo gira. Spero nel Signore che per la bocca nostra farà gran frutto, perchè egli ogni giorno mi consola, e quando ho poco animo, mi conforta per le voci de’ suoi spiriti, i quali spesso mi dicono: — Non temere; di’ sicuramente ciò che Dio t’inspira, perchè il Signore è teco; gli scribi e farisei contro a te combattono, ma non vinceranno». Voi confortatevi, e siate gagliardo; imperocchè le cose nostre riusciranno bene. Non vi dia noja se in cotesta città pochi vengano alla predica: basta avere dette queste cose a pochi; nel piccolo seme è gran virtù nascosta. Frà Giuliano e la sorella vi salutano, la quale dice non vi sbigottiate, perchè il Signore è con esso voi. Io spessissime volte predico la rinnovazione della Chiesa, e le tribolazioni che hanno a venire, non assolutamente, ma sempre col fondamento delle Scritture; di maniera che niuno mi può riprendere, se non chi non volle vivere rettamente. Il conte tuttavia va avanti nella via del Signore, e spesso viene alle nostre prediche. Non posso mandare limosine; imperocchè, dato che i denari del conte siano venuti, nondimeno per buoni rispetti bisogna aspettare ancora un poco. L’altre cose che voi mi scrivete, ingegnerommi farle. Sono breve, perchè il tempo passa..... Tutti siamo sani, massime i nostri Angioli, che a voi si raccomandano. State sano, e pregate per me. Aspetto con desiderio grande il vostro ritorno per potervi contare le cose maravigliose del Signore. Di Firenze, il 10 marzo 1490».

[33] Cola Montani fuggì presso Ferdinando di Napoli, a cui istanza scrisse un’invettiva contro i Medici per distorre i Lucchesi dal far lega con loro. Ma passando da Genova a Roma lasciossi cogliere presso Porto Ercole, e a Firenze fu processato e appiccato il 14 marzo 1483.