Storia degli Italiani, vol. 09 (di 15)

Part 35

Chapter 353,506 wordsPublic domain

Bernardino Rocca piacentino fu buono scrittore di cose militari. Centorio degli Ortensi, romano o milanese, portò sui campi lo spirito osservatore, e dopo la pace fece discorsi sull’arte militare, commentarj delle guerre di Transilvania, ed altri lavori. Antonio Castrioto duca di Ferrandina, ultimo discendente dello Scanderbeg, liberalissimo fin alla prodigalità e buon poeta, militò con Carlo V contro gli eretici, e reduce passò per Venezia, ove assistendo mascherato a una festa di gentildonne a Murano, usò insolenza a Marco Giustiniano, onde un costui famiglio l’ammazzò[349]. Torquato Conti, signore di molti castelli di Romagna, e suo fratello Alto assai campeggiarono in Germania e Francia. Molti altri de’ nostri militarono per gli oppressori e contro, ma erano tenuti da meno, esposti ove maggiore il pericolo, abbandonati dopo questo: Carlo V nel 1547 congedava quelli che lo aveano servito contro i Protestanti in Germania, in tal povertà, che ebbero ad accattare il pane di porta in porta, e pochi si ridussero alle patrie[350]. Jacobo Inghirami marchese di Montegiori fu de’ capitani più famosi nel XVI secolo, comandò le galere della religione di S. Stefano e fu il flagello de’ Barbareschi. Biagio Capizucchi marchese di Monterio, generale delle truppe papali all’assedio di Poitiers nel 1569, osò mettersi a nuoto, e andar a tagliare le corde che teneano i pezzi che gli assedianti preparavano per gettar un ponte e dare l’assalto; di che Pio V lo loda in una bolla. Combattè poi anche in Germania e ne’ Paesi Bassi. Suo fratello Camillo, segnalatosi alla battaglia di Lepanto e ne’ Paesi Bassi e in Ungheria, morì di 60 anni nel 1597, e scrisse _De officio præfecti castrorum_.

Francesco Sommi cremonese, cavaliere di Santo Stefano, servì Francia contro gli Ugonotti, con bellissima compagnia di cavalleggeri. Nella guerra di Fiandra si segnalarono Vincenzo Machiavelli e il Fiammelli fiorentino, Scipione Vorganno, Antonio Pittore, Giambello architetto, Girolamo Osio luogotenente di cavalleria[351], e Chiapino Vitello di Città di Castello, già capitano generale della fanteria di Cosmo, del cui valore i Fiamminghi si vendicavano col beffarne la mostruosa pinguedine[352]. Ivi stesso il conte Basta di Rocca presso Táranto, militò col duca di Parma, poi guidò gli eserciti austriaci a togliere la Transilvania al famoso Stefano Batori, e la governò con militare prepotenza; scrisse il _Maestro di campo generale_, e il _Governo della cavalleria leggiera_.

Nell’età seguente Lodovico Gonzaga, divenuto poi duca di Nevers, combattè gli Ugonotti, salvò Parigi dal Coligny, tolse agl’Inglesi Hâvre de Grace, ed espugnò Macone. Gabrio Serbelloni milanese si segnalò all’impresa della Goletta. Pier Battista Borgo di Genova osteggiò valorosamente gli Svedesi in Germania, e descrisse la guerra de’ Trent’anni fin alla morte di Gustavo Adolfo. Nella quale Alberto Caprara bolognese più volte ebbe il comando supremo degli Imperiali, fece quarantaquattro campagne, ambasciate molte e due alla Porta. Ottavio Piccolómini senese, come venturiere fece buona prova contro i Turchi e in Valtellina, servì sotto il Waldstein, e alla famosa battaglia di Lutzen caricò sette volte il nemico, sei colpi di pistola ricevette, prese diciassette bandiere, e furono i suoi che, uccidendo Gustavo Adolfo, salvarono la Germania dalla dominazione svedese; poi rivelando all’imperatore i disegni confidatigli dal Waldstein, procacciò a questo l’assassinio, a sè il titolo di principe e l’infamia di spia.

L’arte degli assedj dovette mutarsi da capo a fondo dopo introdotte armi di sì lontana projezione e di sì terribile urto; le alture non più si accurarono se non in quanto non fossero dominate da altre; poi restò sempre a temere delle mine che facesser saltare la meglio munita fortezza. Affondando le mura nel fosso, si venne a potere strisciar colle artiglierie lo spalto che via via declina verso la campagna; il quale col suo pendìo copre la cortina in modo, che il nemico, volendola battere, è costretto tagliare esso spalto e la controscarpa, e venir a piantare sul labbro del fossato le batterie di breccia, con estremo pericolo. Tali miglioramenti furono introdotti passo a passo, e di molti il merito spetta agl’Italiani, quasi unici che, nel primo secolo dell’artiglieria, servissero in uffizio d’ingegneri militari per tutt’Europa.

Dentro, i principi s’applicarono a munirsi di fortilizj, e distruggere le bande di ventura e i loro capitani; anzi i duchi di Toscana e d’Urbino s’accordarono a tal fine col papa, severissimi bandi mandarono, e divieto di portare armi, od allogarsi a soldo straniero. Pel medesimo intento i principi avvisavano distruggere le famiglie, semenzajo perenne di campioni; i duchi di Parma tolsero i Torelli da Montechiarugolo; Gregorio XIII traeva alla Chiesa molti beni e castelli di vassalli, come Castelnuovo degli Iseri di Cesena, Corcona dei Sassatelli di Imola, Lonzano e Savignano dei Rangoni, Bertinoro e Verrucchio dei Pio, e via discorrete.

Nell’universale nimicizia contro le antiche repubbliche, vanto o vita della nostra penisola, il sentimento patriotico si può ancora consolare affissandosi in Venezia. Assalita dall’inimicizia di tutta Europa collegata a Cambrai, essa trova al cinque per cento le esorbitanti somme occorrenti, mentre Francia ne ha appena al quaranta. Uscitane con onore, dopo il sagrifizio di settanta milioni, è mirabile come potesse alleviar le imposte, fortificare Padova, Treviso e le altre piazze e soccorrer re Francesco. La libertà s’era ristretta in pochissimi; diminuito, non tolto il commercio; e minacciata dai Turchi e dagli Austriaci, dovea pensare a schermirsi, più che ad ingrandire: pure vi si scorgono ancora nobili caratteri. Antonio Grimani, capitano generale dell’armata nel 1498, vinto a Lépanto, fu dalla repubblica condannato ai ferri; e suo figlio Vincenzo non soffrì che altri fuor di lui glieli mettesse, poi non l’abbandonò mai. Scontata la prigionia, spoglio di dignità, messo a confine, Antonio fuggì a Roma presso un altro suo figlio cardinale, dove, sempre amoroso dell’ingrata patria, non cessava di distorre Giulio II dalla fatal lega, teneva avvisati di che si operasse contro Venezia, la quale gli restituì la patria e gli onori, e perchè fosse prova del come si deva vendicarsi de’ concittadini, fu eletto doge a ottantacinque anni. All’inaugurazione, egli s’inginocchiò, e trattosi il corno dogale, si raccomandò a Dio lo guidasse nel difficile cammino. Un giorno, mentre in solennità montava il bucintoro, si fermò e disse: — Qui stesso mi furono messi i ceppi, ed ora son doge». Morto che fu, Vincenzo suo non depose più mai le vesti di lutto[353].

Biagio Giuliano comandava alla batteria di San Teodoro a Candia, e vedendo non la poter difendere, aspetta l’accostarsi di molti Turchi, poi mette fuoco a una mina, e nella morte travolge sè ed i nemici. Andrea Gritti, stando prigione dei Turchi, avea riconciliato quella potenza colla sua repubblica; stando prigione dell’imperatore, lo indusse a far lega con quella; da poi fu spedito a visitar le provincie, ripristinare le fortezze e l’obbedienza, ricevere di nuovo il giuramento; ravviò le disperse fonti della prosperità, per quanto era possibile ne’ mutati modi del commercio; riparò i canali irrigatorj e navigli; riaperse l’Università di Padova.

Pietro Duodo, di buon’ora adoprato negli uffizj della patria, andò ambasciatore a Carlo Emanuele di Savoja, poi a Sigismondo III di Polonia che lo creò cavaliere, ad Enrico IV che per riconoscenza gli permise d’inquartare alle sue armi lo scudo di Francia e di Navarra, a Rodolfo imperatore che lo creò conte del sacro romano impero, poi al re d’Inghilterra e a papa Paolo V. Capitano di Padova, v’instaurò la pace, fece contornar d’alberi la città, rinnovò le corse de’ cavalli, migliorò le strade, e vi fondò l’accademia Delia di sessanta gentiluomini applicati agli esercizj cavallereschi sotto un matematico, un cavaliere, un maestro d’armi e così via, per rendersi abili a servire la patria. Dallo Scamozzi, di cui fu il mecenate, fece erigere a Monselice sei cappelle: e scrisse qualche opera, oltre le relazioni di sue ambasciate.

Carlo Magio nobiluomo, incaricato di visitare le fortezze di Cipro, munirle e approvvigionarle, l’eseguì; poi si condusse al papa per sollecitarne i soccorsi contro il Turco minacciante: tornato a Cipro, difese Famagosta, ma come questa fu presa, restò schiavo, venduto successivamente a due padroni, che lo fecero lavorare senza riguardo. Dopo varj accidenti uscito di schiavitù, e tornato in patria verso il 1570, fece dipingere le proprie avventure da Paolo Veronese e da altri insigni artisti in diciotto miniature, che ora si conservano nella biblioteca imperiale di Parigi. Oltre emblemi e assai figure simboliche, e il ritratto del Magio e di suo figlio, vi si vedono l’isola di Cipro, Zante, Candia, Venezia, l’Egitto, Tripoli ed altri paesi, e la nave su cui esso Magio li scorre; poi Firenze, Roma, Bologna, altri luoghi dov’egli viaggiò, e il concistoro di Roma in cui arringò il papa. In quel curiosissimo monumento biografico, ora lo scorgiamo da pellegrino visitare il santo Sepolcro sopra asini, giacchè non si permetteva d’entrare in Gerusalemme su cavalli; ora legato e nudo davanti un bascià, o bastonato e oppresso di fatiche dai padroni; ora approdare alla Sanità di Venezia, e davanti al doge e ai pregadi esporre le sue avventure; ora rientrare nella ricca e deliziosa sua casa, e riconciliarsi coi parenti che forse aveano abusato della sua assenza, e celebrare con festini e banchetti il ritorno; tutto si chiude devotamente con un angelo, che al Magio e a suo figliuolo mostrano la gloria del paradiso.

Le scoperte strappavano a Venezia lo scettro de’ mari per darlo alla Spagna, all’Inghilterra, all’Olanda: eppure questo residuo delle cadenti creazioni del medioevo tenevasi eretto qual sentinella avanzata contro il furore ottomano, nè denari nè sangue risparmiando per combattere talvolta, per vigilare sempre il comune avversario della cristianità. Dalla presa di Costantinopoli in poi, tre guerre avea Venezia maneggiato col Turco, e sempre a scapito: nella prima dovette rinunziare Negroponte e molte terre della Morea e dell’Albania; contro Bajazet II perdè assai piazze sulla costa di Grecia; nel 1538 abbandonò Malvasìa e Napoli e quasi tutte le isolette dell’Arcipelago. Queste perdite furono in parte compensate dall’acquisto di Cefalonìa, Zante e soprattutto di Cipro, da cui dominava il seno circondato dall’Asia Minore, dalla Siria e dall’Egitto; e questi possessi conservava pagando alla Porta e al soldano d’Egitto tributi, mascherati col titolo d’ottenere privilegi mercantili. Ma i pericoli crescevano quanto più inrobustiva la potenza ottomana, e massime dopo che venne a capo di essa il gran Solimano.

Carlo V come nemico, Francesco I come amico provocarono contro l’Italia ostilità che non finirono con loro, e i pirati turchi trattavano la nostra patria come dappoi gli Europei il centro dell’Africa, cioè come un vivajo di schiavi; non lasciavano passar anno senza correrie, contro le quali Pio IV dovè metter in essere di difesa Ancona e Civitavecchia, anzi rinnovare le fortificazioni della città Leonina; Cosmo granduca munì il littorale toscano; il vicerè Toledo formò reggimenti stanziali, e pose i castelli di Reggio, Castro, Otranto, Lecce, Gallipoli, Trani, Barletta, Manfredonia, Monopoli.

Il terribile corsaro Dragut, nell’inseguire il quale non credeva avvilirsi Andrea Doria, fu catturato da questo, vicino a Calvi di Corsica, e messo a remare s’una galera, poi liberato per tremila scudi. Imprudente venalità, della quale colui si vendicò con nuovi guasti, e tolta ai cavalieri di Malta Tripoli di Barberia e l’isola delle Gerbe, neppur piegavasi all’autorità del granturco, e costrinse fino il Doria a fuggire, e stare a vedere inoperoso le devastazioni della costa calabrese. È vero che poi il Doria incalzandolo risolutamente, lo chiuse in un porto della Barberia; ma quando già lo credea preso, quell’intrepido fece trarre in secco le galere, e su carri trascinatele oltre una lingua di terra larga forse una lega, gettarle in acqua, sicchè alla mattina il Doria le vide in alto mare prendere una galea cristiana proveniente di Sicilia.

Filippo II allestì un forte naviglio con soldati di Genova, di Napoli, di Lombardia; ma l’impresa uscì alla peggio, anzi i corsari (1561), imbattutisi in tre galee del duca di Firenze, le cacciarono a rompere contro la Corsica, e ne fecero preda. Poco poi Dragut, udito che sette galee fabbricate in Sicilia doveano varcare a Napoli, le assalì e prese con roba e persone assai, fra cui due vescovi e molti nobili, donde trasse grossissimi riscatti. Dragut continuò i guasti, e assediò Orano sul lido d’Africa appartenente a Spagna; a cui soccorso essendosi mosse le galee di Napoli, Dragut volse le prore sopra questa città, e afferrò a Chiaja sperando cogliervi la marchesa Del Vasto, ma non gli venne fatto che di rapir gente di minore valuta. Dal Pegnon, altissimo scoglio sulle coste barbaresche, i corsari vedeano lontanissimo le navi cristiane, e colle loro galeotte lanciavansi a predarle (1564). Pertanto si allestirono a Napoli e Genova ottantasette galee e infiniti legni minori, che, comandati da don Garzia figlio del vicerè Toledo, espugnarono quella rupe.

— Mai una guerra, mai una corsa sul mare, dove io non mi sia trovato a fronte i cavalieri di Malta, instancabilmente prodi a danno de’ miei; empia congrega, irreconciliabile coll’islam per voto: io renderò omaggio a Dio distruggendola». Così dovette esclamare Solimano; e avendo i cavalieri predato il _galeone de’ sultani_, che recava a Venezia le derrate orientali, egli deliberò d’assalire l’isola loro; e con ducentoquaranta vele (1565), secondato anche da Dragut, pose a terra quarantamila uomini con ottanta cannoni. I cavalieri si difesero in maniera, che i Turchi dovettero ripartire dopo perduti ventimila uomini, fra i quali Dragut, e ridotta la flotta in deplorabile condizione. Da trecento cavalieri vi perirono, e il vecchio Giovanni La Vallette granmaestro combattè e faticò da eroe; poi dall’ingegnere Francesco Laparelli di Cortona fece munire la città che conserva il suo nome, e che fin testè era la più forte del mondo. E furono questi i tempi eroici dell’Ordine di Malta, il quale ben presto decadde: le commende vennero ambito appannaggio de’ cadetti di grandi famiglie, anzichè palestra e premio del valore; e i giovani cavalieri piacevansi di portar la croce bianca sul mantello nero onde figurare nelle corti, mentre tiranneggiavano Malta e Gozzo.

Il 1566, Solimano, rinnovata la flotta, tolse ai Genovesi Scio, tanto produttiva pel mastice, poi corse l’Adriatico, sperperando cento miglia di coste: e poichè egli minacciava l’Ungheria, il papa mandò gran somme all’imperatore, Emanuele Filiberto di Savoja cinquecento archibugieri a cavallo, altro denaro i duchi di Mantova e di Firenze, e più Alfonso II d’Este, che in persona menò a Vienna trecento gentiluomini e seicento archibugieri a cavallo, con altri armati fino a quattromila, di cui la metà a cavallo. Anche il resto della cristianità si armò, pure non compì veruna degna impresa; e fortuna fu che Solimano morisse (1566), e con lui cessasse l’ascendere della potenza musulmana.

Selim II, venuto al soglio traverso al cadavere dei suoi fratelli, briacone, spietato, negligente, eppure sospettoso e superbo nè curante della fede, ruppe la pace che vegliava da trent’anni con Venezia, perchè piacevangli i vini di Cipro. Vuolsi che Giuseppe Massy, rinnegato, avesse da Selim ubriaco avuto promessa dell’isola di Cipro; onde mosse ogni pietra per ottenerla, e forse fu per costui opera che saltò in aria (1569 13 7bre) la polveriera dell’arsenale di Venezia. Questo disastro, che annichilava tutte le provvigioni navali e guerresche, e sterminava moltissime case e vite, sbigottì gli spiriti, già soffrenti per un’orribile fame; ma allora si parve la mirabile fermezza del senato nel provvedere e riparare.

E ben n’era bisogno, giacchè, chiusa nella solita borsa di filo d’oro, giunse una lettera del granturco (1570), ove si leggeva: — Noi vogliamo Cipro, o per amore o per forza; non provocate la mia terribile spada, o noi faremo movere guerra crudelissima da ogni paese; non confidate nel vostro tesoro, che faremo defluire a guisa d’un torrente». E subito cento galee, ducenventiquattro legni minori e più di ottantamila Turchi, con cinquanta falconetti e trenta pezzi grossi d’artiglieria, serviti da moltissimi rinnegati italiani e spagnuoli, assalsero la deliziosa isola di Cipro, antemurale della cristianità contro i Turchi, ricca di produzioni e traffici, e delle due forti città di Nicosia fra terra e Famagosta a mare, oltre quelle di Pafo, Cerina e Limasol. Dai Lusignani era passata alla Repubblica; ma indomabile avversione serbavano i natii ai feudatarj veneti, da cui erano trattati come schiavi, sicchè aspiravano a un mutamento.

Quantunque desolata da tanti disastri, Venezia (1570) pose in essere settanta legni di guerra; descrisse la gioventù in tutte le isole; i gentiluomini concorsero con generose offerte e col braccio; e il solo Eugenio conte di Singta, principale fra i nobili di Cipro, vi menò mille fanti e altrettanti cavalli. Pio V diede denaro ed eccitò tutta la cristianità, ma non potè conseguire se non cinquanta galee dal re Cattolico, capitanate da Gianandrea Doria, cui esso ne unì dodici o tredici, comandate da Marc’Antonio Colonna, alquante i duchi di Toscana e Savoja. Con ardore e coraggio i negozianti di Genova, i cavalieri di Malta, i gentiluomini d’ogni paese, lasciavano le famiglie, i piaceri, le corti per venire a ferire colpi sulle galeazze italiane, o in Ungheria e Transilvania contro i Turchi. Troppo però diversi dagli antichi Crociati, i quali non pensavano a gloria, e morivano ignoti com’erano vissuti, per Gesù e Maria, costoro portavano alle imprese vanità, braveria, cupidigia di gradi o ricompense, di sentir ripetere alla Corte le proprie imprese, ottenere un bel priorato o un’odalisca.

Marc’Antonio Colonna pretendeva il comando in capo, come rappresentante del papa; Gian Andrea Doria, sempre geloso de’ Veneziani, non volle cedere a Girolamo Zeno, che più di censessanta vascelli menando, credea poter aspirare al capitanato: del quale mentre contendono nel porto di Candia, le epidemie cominciano, la stagione passa, e la flotta bisogna si riduca ne’ quartieri d’inverno. La turca invece procede (9 7bre), e con torrenti di sangue, dopo quindici assalti prende Nicosia, scannando ventimila persone, poi Pafo e Limasol. Restava Famagosta, sotto la quale accamparono ben tosto, circuendola colle teste dei difensori di Nicosia infisse sulle picche e le scimitarre.

Il papa faticò a combinare una nuova lega, ma neppure questa ebbe effetto; anzi il Doria, adducendo di non essersi mosso che per salvare Nicosia (1571), ed oggimai essere imprudente un assalto, ricondusse in Sicilia le sue galee. Venezia sola non intepidiva negli appresti, trecentomila zecchini al mese spendendovi: eppure quei che fanno il generoso da lontano, la tacciavano che pensasse riconciliarsi col Turco. Astore Baglione, buon poeta e guerriero distinto in ogni guerra, comandante a tutta l’isola, Luigi Martinengo capo dell’artiglieria, Antonio Quirini; e principalmente il procuratore Marco Bragadino difendevano da eroi Famagosta; ma dopo respinto sei assalti, dopo faticosissime mine il cui scoppio avvolgeva assediati e assediatori, dopo logorate tutte le munizioni e i viveri anche più schifi, capitolarono onorevolmente (1 agosto). Lala Mustafà mostrò desiderio di conoscere di viso que’ prodi, onde il Bragadino, colla porpora di magistrato e l’ombrello rosso della sua dignità, accompagnato dal Quirini, dal Martinengo, dal Baglione, da altri uffiziali va alla tenda di lui: ma quivi nato diverbio sul modo d’intendere la capitolazione, esso li fa prendere, squartare, anzi il Bragadino pelar vivo in sua presenza, e la pelle impagliata portare in trionfo sotto il baldacchino rosso; collo strazio di loro e di Famagosta volendo vendicare i settantacinquemila Ottomani che v’avea perduti. La fama di quell’assassinio corse per la cristianità; e romanzi e tragedie mossero a compassione per l’eroe della fede[354], la cui pelle ornò lungamente il serraglio.

Ed altri eroi mostrò Venezia in quelle guerre. Tommaso Morosini, assalito da quaranta navi nemiche, nega arrendersi, e per un’ora si difende, finchè due galeazze sopraggiunte lo salvano. Tommaso Costanzo di diciassett’anni capitanava un legno veneto, e incappato nella flotta turca risolve difendersi; il colonnello Buonagiunta, benchè malato, si fa portare fra i combattenti; il capitano Antonio mettesi la camicia sopra l’armadura per essere meglio distinto, e con due spade si avventa nella mischia: così difesero palmo a palmo la nave; infine il Costanzo restò prigioniero, e i Turchi, dopo invano cercato conciliarselo, lo martirizzarono e circoncisero, senza però indurlo a rinnegare.

Presa Nicosia, una gentildonna venuta in potestà del nemico, per non essere disonorata mette il fuoco alla santa barbara, e fa saltare la propria nave con altre. Le donne di Famagosta combattevano esse medesime; portavano acqua, polvere, vino, consolazioni, rimedj; divise in quattro compagnie, preceduta ciascuna da un prete, recavano i mobili anche più preziosi onde risarcire la mura o lanciarli sui Musulmani. Una di esse ferita si volge alle compagne, e — Non piangete: io non partirò di qui prima ch’io versi tutto il sangue per la patria e per la fede, e mi ricongiunga a mio marito»; e mescolandosi di nuovo nella pugna, vi trova la morte.

Perduta Cipro, i Cristiani sentirono il comune pericolo, e fu preso accordo d’unire nel nome di Cristo cinquantamila fanti e quattromila cavalli: Filippo II farebbe mezze le spese, un terzo Venezia, un sesto il papa, e in tal proporzione si spartirebbe il bottino; le conquiste d’Europa e d’Asia resterebbero alla Repubblica, quelle d’Africa alla Spagna. Comandava ai Romani Marc’Antonio Colonna, ai Veneti Sebastiano Venier, agli Ispani il Doria; e per evitare il conflitto delle pretendenze si diede l’imperio supremo a don Giovanni d’Austria, bastardo di Carlo V. Vi si unirono Firenze con dieci galee de’ cavalieri di Santo Stefano, Savoja, Ferrara, Urbino, Parma, Mantova, le repubbliche di Genova e Lucca, fino al numero di dodicimila Italiani, più tremila nobili venturieri, fra’ quali Alessandro Farnese principe di Parma, Francesco Maria Della Rovere principe d’Urbino, Gabrio Serbelloni milanese.