Storia degli Italiani, vol. 09 (di 15)
Part 39
Nei _Documents inédits sur l’histoire de France,_ t. I. p. 774, Champollion Figeac pubblicò una lettera di Luigi XII alla Signoria di Firenze, esortante a differire ogni sentenza sopra il Savonarola finchè esso re non abbia manifestato la propria opinione. Quando, sotto Paolo IV, si prese ad esame la dottrina del Savonarola, il padre Paolino Bernardini lucchese, fondatore della congregazione di Santa Caterina da Siena, compose _Narrazione e discorso circa la contraddizione grande fatta contro l’opere del R. P. frà Girolamo_, e vuol convincere che la dottrina di esso «non poteva esser dichiarata nè per eretica, nè per scismatica, nè manco per erronea o scandalosa». Il Burlamacchi nel 1764 stampò a Lucca la vita del Savonarola con un’estesa apologia: contraddetto da un Fiorentino, rincalzò l’argomento, e annotò il processo proprio del frate. BALUZIO, _Miscell_., tom. IV. 521. Manca di critica, come pure Francesco Pico, che istituisce un parallelo fra Cristo e il Savonarola, e ne moltiplica i miracoli. Naudé ne faceva un Ario, un Maometto; mentre il padre Touron lo chiamava uomo inviato da Dio. Francesco Mayer di Jena (1836) lo fa precursore ed emulo di Lutero, e produce molte lettere di Alessandro VI. Rudelbach lo studiò teologicamente. P. J. Carle (1842), copiando il Barsanti senza citarlo, lo mostra un santo alle prese colle malvagie passioni del tempo, martire della verità e della virtù, ortodosso nella teologia, moderato nella politica. Rio lo considera come rigeneratore dell’arte nell’idea. Perrens dice: — Regna su tutta la vita del Savonarola estrema incertezza; la cronologia n’è imbarazzata; gli avvenimenti più notevoli furono snaturati dagli autori; numerose lacune, che solo può spiegare l’ignoranza de’ biografi o la negligenza degli storici; grande sproporzione nelle varie parti del racconto; la storia scompare sotto tante leggende incredibili, che reputiamo impossibile elevare uno studio qualunque sovra basi così poco solide. Salvo qualche pagine di storia sincere, ma sparpagliate e incompiute, ne’ libri consultati non trovammo che apologie o detrazioni» (_Jérôme Savonarola, sa vie, ses écrits d’après les documents originaux._ Parigi 1855). In questi ultimi anni moltissimo si scrisse intorno al Savonarola e principalmente dal Villari, e se ne pubblicarono nuovi documenti. Fu anche messo in scena dal Rubieri nel _Francesco Valori_, in poema dal tedesco Lenau, in romanzo dal piemontese Corelli.
[69] «Il magnifico Paulo Vitelli in questo tempo fu condutto a Fiorenza; il qual giunto ad ore tre di notte, lo incominciarono ad esaminar con varj tormenti. Durò ditta esamina fino alle dodici, et non trovando cosa notabile in esso che meritasse se non laude et fama immortale, per le ragion dette di sopra, et etiam per non parer de aver errato, il primo giorno di ottobre ad ore ventitre in circa, in Palazzo, in su un palchetto fatto per ciò, pubblicamente li fecero tagliar la testa. Premio conveniente a tanta fede et opera sua immortale! Il vulgo errante non si persuadendo che li signori soi lo avessen decapitato, ma un altro in cambio suo, con voce crudele al cielo gridavano: — Noi siam gabbati; non è Paulo ma altri; lo vogliam vedere questo traditore». Li signori, veduto et inteso questo rumore, per timore delle persone proprie, et etiam per satisfare a quello, vituperosamente, con doppieri ardenti, giù per le scale del Palazzo, fereno strascinare il tronco et il capo appresso; et condutto da basso, fu collocato in la chiesa di San Piero Scaraggi lì vicina. Concorsevi la plebe, la qual chiaramente conosciuto, si pascè del sangue suo. Così tanti suoi sudori, vigilie et male notti da’ Fiorentini gli sono state rimeritate, che si può dir meritamente Paulo Vitelli esser stato quello che abbia conservato et restituito ad quelli et il Casentino et il territorio pisano. Voi, illustrissimi signori Taliani, che per le virtù militari meritate il bastone, considerar possete che merito et gloria da’ Fiorentini aspettar dovete. Specchiatevi nello excellente capitano signor Paulo Vitelli, et di poi, parendovi, militate sotto loro ingratissimo vessillo. Ritornando al magnifico Vitellozzo, il quale, intesa questa trista nova, con forte animo l’ascoltò et sopportò usando queste parole: — De cetero, mortal non me ne parli, nè me ne lacrimi davanti; a me se ne spetta il dolore, et a Dio la vendetta». _Archivio storico_, vol. VI. p. 383.
[70] Lib. VII. c. 3. _Et de ce que contient ceste duché, je ne veiz jamais plus belle piece de terre, ne plus grant valleur_.
[71] CAGNOLA, _Cronaca_, lib. VIII in fine.
[72] Il Matarazzo, cronista contemporaneo, dice che battesse una moneta con questa epigrafe; ma è falso: bensì quel detto correva proverbialmente, lo cita il Nardi nella _Storia fiorentina_, lib. III, e ne trovo segno in una canzone popolare de’ Milanesi dopo le sue sventure:
Son quel duca di Milano Che con pianto sto in dolore; Son sugeto ch’ero signore; Ora son fatto alemanno. Io diceva che un sol Dio Era in cielo, e un Moro in terra; E secondo il mio desìo Io faceva pace e guerra...
Esso Nardi accenna una medaglia di Lodovico, dov’era una mano che teneva acqua e una fuoco, volendo inferire che la sua prudenza sapeva produrre guerra e pace; e soggiunge che avesse fatto dipingere una Italia tutta piena di galli, e un Moro che colla granata parea cacciarli. Mostrandola a Francesco Gualterotti ambasciadore fiorentino, e chiedendo che gli paresse di tal sua invenzione, questi rispose: — Benissimo; ma mi sembra che questo Moro volendo spazzare i galli fuor d’Italia, si tiri tutta la spazzatura addosso».
[73] A Urbano Terralunga d’Alba, consigliere del marchese di Monferrato, concede _ut facere, creare et instituere possit poetas laureatos, ac quoscumque qui in liberalibus artibus ac maxime in carminibus adeo profecerint, ut promoveri ad poeticam et laureatum merito possint._ Diploma del 3 agosto 1501, ap. TIRABOSCHI, tom. VII. p. 1823.
[74] Il Moro nel 1498 lagnavasi col Foscari, ambasciadore veneto, della diffidenza che di lui avea la Signoria, e soggiungevagli: — Confesso che ho fatto gran male all’Italia; ma l’ho fatto per conservarmi nel loco in cui mi trovo. L’ho fatto mal volentieri, ma la colpa è stata del re Fernando; ed anche, voglio dirlo, in qualche parte dell’illustrissima Signoria (veneta), perchè mai si volle lasciar intendere. Ma di poi non ha ella veduto le continue operazioni mie, rivolte alla liberazione d’Italia? E state certo che, se differiva più a far la pace di Novara, _actum erat de Italia_; perchè le cose nostre erano costituite in pessimi termini». MALIPIERI, _Annali_, pag. 482. In un’altra lettera nell’archivio Trivulziano del 1499, si lagna siasi sparso ch’egli avesse invitato i Turchi: — E però sopra l’anima nostra diciamo, che non è vero che ’l Turco si sii mosso ad istanza nostra, nè che mai n’abbiamo fatto opera perchè ei si movesse». In un’altra, che è il 15º de’ _Documenti di storia italiana_ pubblicati dal Molini: — Io giuro a Dio che mai non mandai a dire cosa alcuna al Turco». Or bene, il Corio suo lodatore asserisce che ciò «consta per la propria minuta della instrutione che sua eccellenza diede ad Ambrogio Bugiardo et a Martino da Casale, la quale così diceva ecc.», e reca la precisa commissione data da Ludovico a’ suoi legati.
[75] Ai Fiorentini che mandarono raccomandarsegli, il doge avea risposto: — Sempre che vorrete esser buoni e fedeli Italiani, e non v’impacciare di là dai monti, noi con tutta la lega vi avremo per nostri amici. Sapete bene che, se non eramo noi, tutta Italia era occupata da’ Francesi; se non volete esser Italiani, non possiamo prestar ajuto alcuno alle cose vostre». MALIPIERI, pag. 428.
[76] In conseguenza di ciò i Francesi vollero considerarlo per ribelle. S’agitò in tutte quelle guerre, finchè Carlo V lo confermò nei beni e nei privilegi; e morì nel 1538. Anche suo fratello Federico resistette ai Francesi, e dopo lunghi guaj ebbe il contado di Bobbio.
[77] ROSMINI, _Istoria di Gian Jacopo Trivulzio_, pag. 322.
[78] Costui fu gran protettore dei dotti, che perciò lo ricambiarono di lodi e dediche. Arcangelo Madrignano cistercense del nostro monastero di Chiaravalle, nel dedicargli il Viaggio da Portogallo in India (Milano 1508), gli pone in bocca un lungo discorso sulla cosmografia, poi rammemora i benefizj e impieghi dati a Marc’Antonio Cadamosto lodigiano, fatto professore di astrologia a Milano e a Pavia; Francesco Tavella e Francesco Balzio, fatti senatori; Giovanni Mayna torinese, messo segretario regio; Facio Cardano professore d’architettura, Cesare Sacco astronomo e letterato, Nicola Picensio poeta vulgare e latino, Francesco Tanzi Cornigero improvvisatore, Gian Giacomo Ghilino erudito, Gian Antonio Cusano medico e dotto, Lancino Corti filosofo, poeta, legale, enciclopedico, Gian Francesco Musicola, Fabio Romano, Alessandro Minuziano educatore di prestantissimi Lombardi. Il Madrignano trovavasi spesso con questi a magnifici conviti presso il Caroli.
[79] Da lettere di Girolamo Morone segretario del duca, che sono nell’archivio comasco (ROVELLI, III. 383), impariamo che lo Sforza, vedendo scemar le sue truppe, spacciò Galeazzo Visconti alla dieta degli Svizzeri in Lucerna per farli mediatori di pace, al che bastava richiamassero le truppe loro, nerbo d’ambe le parti. La dieta in fatti ordinò un armistizio, inviandone l’ordine ai due eserciti per due diversi corrieri. Ma Antonio Baissey bailo di Dijon, legato di Francia, corruppe il corriere inviato all’esercito francese, sicchè indugiò più giorni, mentre l’altro, senza por tempo in mezzo, recò l’ordine di cessar l’armi agli Svizzeri che militavano collo Sforza. Si presenta la battaglia il 9 aprile; questi abbassano le lancie; mentre gli Svizzeri che erano coi Francesi, nulla sapendo dell’armistizio, stettero sull’armi, e lo Sforza così rimase di sotto.
Quanto alla cattura del duca, il Muralto cronista comasco dice che Lodovico passava incognito colle file elvetiche, se un certo svizzero Ansone, ch’egli ben conobbe, e che n’avea patteggiato col bailo Dijon la mercede di ducento ducati, non gliel avesse segnato a dito. Merita credenza, perchè appunto di quei giorni fu dai Comaschi spedito a Novara oratore al conte di Ligny, ove potè parlare volto a volto coll’illustre prigioniero: _Cœpi lacrymis ducem in mula sedentem salutare, qui me interrogavit de statu Mediolani, cui multa retuli, et lacrymando recessit cum Gallis._ Paolo Giovio, nell’istoria del suo tempo, dice che il duca e i suoi furono additati da Rodolfo di Salis, detto il Lungo Grigione, e da Gaspare Silen di Uri, che servivano agli stipendj del Moro; così il Belcario, _Comm. rer. gall._, VIII. 240. Il Mallet, _Storia Svizzera_, part. II. c. 6, lo dice un Turman di Uri, che fu in patria dannato nel capo; e si lagna che Voltaire scrivesse avere gli Svizzeri bruttato la gloria loro per sete d’oro, e venduto la fede data.
[80] CASTIGLIONI, _Cortigiano_, lib. I.
[81] Quest’è la risposta attribuitale dalla più parte de’ contemporanei, invece della sguajata riferita dal Machiavelli e da altri.
[82] RIPAMONTI, _Historia Mediolani_, VII. 667.
[83] Fu fedele alla sventura di lui il poeta Jacopo Sannazaro, e dopo venduto ogni aver suo per fornire ai bisogni di esso, lo seguì esule volontario, e partendo salutava la patria con questi affettuosi versi (Epigramm., lib. 7):
_Parthenope mihi culta, vale, blandissima siren;_ _Atque horti valeant, hesperidesque tuæ;_ _Mergillina vale, nostri memor; et mea flentis_ _Serta cape, heu domini munera avara tui._ _Maternæ salvete umbræ, salvete paternæ,_ _Accipite et vestris thurea dona focis._ _Neve nega optatos, virgo Sebethias, amnes,_ _Absentique tuas det mihi somnus aquas;_ _Det fesso æstivas umbras sopor, et levis aura,_ _Fluminaque ipsa suo lene sonent strepitu;_ _Exilium nam sponte sequor. Sors ipsa favebit._ _Fortibus hæc solita est sæpe et adesse viris._ _Et mihi sunt comites musæ, sunt numina vatum;_ _Et mens læta suis gaudet ab auspiciis,_ _Blanditurque animo constans sententia, quamvis_ _Exilii meritum sit satis ipsa fides._
[84] Il Matarazzo, pag. 188. Vedi anche qui indietro, pag. 31.
[85] MARIN SANUTO, _Diarj mss._ Alessandro VI chiudeva una lettera ad essa: — Per questa volta null’altro se non che attendi a star sana, et a esser devota della nostra donna gloriosa (24 luglio 1494, nelle carte di Urbino a Firenze).
[86] La fuga del duca è pittorescamente descritta da Bernardino Baldi nella _Vita di Guidubaldo_, lib. VI.
[87] DELFICO, _Storia di San Marino_, docum., pag. 61-88. Negli antichi tempi Pindinisso, castellotto degli Eleutero-Cilicj, sull’inespugnabile sua altura era stato rispettato da tutti i conquistatori, e fin da Alessandro, come San Marino da Napoleone.
[88] Vedansi nel Muratori gli argomenti contrarj alla vulgare asserzione. Voltaire (_Dissert. sur la mort d’Henri IV_) trova strano che, mentre il Guicciardini così lo particolareggia, non ne faccia cenno il Burcardo, raccoglitore diligente di tutti gli scandali del suo tempo. Pure il cauto Nardi dice questa «opinione costante degli uomini». _Storia di Firenze_, lib. IV.
[89] Quando il Valentino fu arrestato, Baldissera Scipione senese mandò ad affiggere per tutta cristianità un cartello contro qualunque Spagnuolo volesse dire che «il duca Valentino non era stato ritenuto in Napoli sopra un salvocondotto del re Ferdinando e della regina Isabella, con gran infamia e molta mancanza della fede e delle loro corone». LUIGI DA PORTO, _Lettera_ 30.
[90] Vedi le _Legazioni_, la XL _Epistola famigliare_, e il _Principe_, VII.
[91] A Leone X dice: — Nessuno Stato si può ordinare che sia stabile, se non è vero principato o vera repubblica; perchè tutti i governi, posti entro questi duoi, sono difettivi».
[92] Lettera al Vettori.
[93] _Principe_, XV e XVIII.
[94] _Deche_, III.
[95] — Sogliono le provincie il più delle volte, nel variare ch’elle fanno, dall’ordine venire al disordine, e di nuovo di poi dal disordine all’ordine trapassare; perchè non essendo dalla natura conceduto alle mondane cose il fermarsi, come elleno arrivano alla loro ultima perfezione, non avendo più da salire, conviene che scendino; e similmente, scese che le sono, e per li disordini all’ultima bassezza pervenute, di necessità non potendo più scendere, conviene che salghino; e così sempre dal bene si scende al male, e dal male si sale al bene». _Storie fiorentine_, lib. V.
[96] — Da questo nacque la cognizione delle cose oneste e buone, differenti dalle perniciose e ree, perchè veggendo che se uno noceva al suo benefattore, ne veniva odio e compassione in tra gli uomini, biasimando gl’ingrati ed onorando quelli che fossero grati, e pensando ancora che quelle medesime ingiurie potevano esser fatte a loro, per fuggire simile male si riducevano a far leggi, ordinare punizioni a chi contraffacesse, donde venne la cognizione della giustizia». _Deche_, I. 2.
[97] _Deche_, II. 23; III. 41.
[98] Vedasi in tal proposito la consulta _del modo di trattare i popoli della Valdichiana ribellati_. Esposto il discorso ove Camillo dittatore propone ai Romani di rovinare il Lazio affinchè più non possa ribellarsi, e si vanta di averli, colle sue vittorie, messi in grado di operare a loro arbitrio, esorta a imitar quel savissimo popolo, che diroccò una città nemica, in un’altra mandò nuovi abitanti. «Io ho sentito dire che la storia è la maestra delle azioni nostre, e massime de’ principi: e il mondo fu sempre ad un modo abitato da uomini che hanno avuto sempre le medesime passioni; e sempre fu chi serve e chi comanda: e chi serve mal volentieri; e chi si ribella ed è represso... Dunque non era male per chi aveva a punire e giudicare le terre di Valdichiana, pigliare esempio, e imitar coloro che sono stati padroni del mondo.... Non si chiama assicurarsene lasciare le mura in piedi, lasciarvene abitare i cinque sesti di loro, non dare loro compagnia di abitatori che li tengano sotto, e non si governare in modo con loro, che, negli impedimenti e guerre che vi fossero fatte, voi non avessi a tenere più spesa in Arezzo che all’incontro di quello inimico che v’assaltasse ecc.»
[99] È il Nardi nella _Storia di Firenze_, lib. IV.
[100] Che quel trattato non sia di frà Paolo, ma di un bastardo di casa Canal, è asserito non dimostrato; ma all’assunto nostro poco cambia.
[101] Tom. I. p. 237 dell’edizione della _Société historique_: _Je veulx declarer une tromperie ou habileté, ainsi qu’on vauldra nommer, car elle fut saigement conduicte_. Pag. 278: _Il pourra sembler, au temps advenir, à ceulx qui verront cecy, que en ces deux princes_ (Luigi XI e il duca di Borgogna) _n’y eut pas grand foy... mais quant on penserà aux autres princes, on trouvera ceulx cy grans, nobles et notables et le notre très-saige... je cuyde estre certain que ces deux princes y estoient tous deux en intention de tromper chascun son compaignon_. Tom. II. pag. 311: _Ludovic Sforce estoit homme très saige... et homme sans foy s’il veoit son prouffit pour la rompre_.
Pure Commines ammette la Provvidenza come ordinatrice delle sorti dei regni; e dice che bisogna far conoscere anche la malvagità del mondo, non per valersene, ma per guardarsene. Tom. I. pag. 237.
[102] Parole d’uno de’ priori d’allora, partecipe dell’assassinio.
[103] Il primo a dirlo credo fosse Alberigo Gentile, che (_Legat_. VIII. 9) scrive: _Sui propositi non est tyrannum instituere, sed arcanis ejus palam factis, ipsum miseris populis nudum et conspicuum exhibere._ Il cardinale Reginaldo Polo, che fu a Firenze pochi anni dopo la morte del Machiavelli, scrive che colà «molti cittadini, stati famigliari del Machiavelli, gli dissero che egli rispondeva sempre aver seguito non il proprio giudizio, ma l’animo di quello al quale dirigeva il libro del _Principe_: perchè egli odiando siffatti governi, avea sempre inteso a rovinarli; onde se quegli, a cui fu diretto il libro, avesse ascoltati e messi in opera i precetti, il suo regno sarebbe durato pochissimo, ed ei sarebbesi precipitato da sè». _Apologia ad Carolum cæsarem_, Brescia 1774, tom. I. p. 552.
[104]
La notte che morì Pier Soderini, L’anima andò dell’inferno alla bocca: E il diavolo gli disse: — Anima sciocca! Via di qua; vanne al limbo coi bambini.
Questo motto non è tampoco originale. Il _Diarium parmense_, pubblicato dal Muratori, sotto il 1481 nota che uscì di carica il governatore Pietro Trotti, _qui dignus est ad limbum descendere, cum nihil mali, nihilve boni egerit, cujus proclamationes et mandata nullatenus observabantur_.
Il Busini scrive al Varchi, 23 gennajo 1549, che il Machiavelli «l’universale, per conto del _Principe_, l’odiava: ai ricchi pareva che quel suo _Principe_ fosse stato documento da insegnare al duca tor loro tutta la roba, a’ poveri tutta la libertà. Ai piagnoni pareva ch’e’ fosse eretico, ai buoni disonesto, ai tristi più tristo e più valente di loro; talchè ognuno l’odiava... Fu disonestissimo nella sua vecchiaja, ma oltre all’altre cose goloso».
[105] Il re che contribuì allo sbrano della Polonia, confutava il _Principe_ nell’_Anti-Machiavel_, e dicea: _=Le prince= de Machiavel est en fait de morale ce qu’est l’ouvrage de Spinosa en matière de foi. Spinosa sapait les fondements de la foi, et ne tendait pas moins qu’à renverser l’édifice de la religion: Machiavel corrompit la politique, et entreprit de détruire les préceptes de la saine morale. Lesi erreurs de l’un n’étaient que des erreurs de spéculation, celles de l’autre regardaient la pratique_. Nelle _Memorie dell’abate Morellet_ (Parigi 1823) è una lettera di Pietro Verri del 1766, ove si legge: — Qual altro paese che il nostro ha prodotto un Machievelli e un frà Paolo Sarpi? due mostri in politica, la cui dottrina è tanto atroce quanto falsa, e che mostrano freddamente i vantaggi del vizio, perchè ignorano quelli della virtù». Napoleone diceva: — Tacito ha fatto romanzi, Gibbon è uno schiamazzatore, Machiavelli è l’unico autore leggibile» (DE PRADT, _Ambass. en Pologne_). Al tempo che Napoleone era cascato di moda, fu stampato _Machiavelli commentato da Buonaparte_ (Parigi 1816). Gran panegirista del Machiavelli e violento contro a’ suoi detrattori è il signor Emiliani Giudici nella lez. XI della _Storia delle belle lettere in Italia_; ma viene a concludere: — Questo io so certo, che il libro di Machiavelli, quel repertorio mirabile in cui si ragiona tutta la scienza dei veleni e de’ loro farmachi, tornò giovevolissimo ai tormentatori, ed inutilissimo ai tormentati». Al modo stesso i suoi istinti generosi prevalendo ai razionali giudizj, lo fanno paragonare la politica del medioevo alla «snaturata odierna diplomazia» (_Storia de’ municipj_, I. 821). Ancor più notevole è che Mazzini, il 1848, nei _Ricordi ai giovani_ scriveva: — E che mai potremmo attingere dalle pagine di Machiavelli se non la conoscenza delle tattiche de’ malvagi, a sfuggirle ed eluderle? Io dico che i popoli si ritemprano colla virtù, si rigenerano coll’amore, si fanno grandi e potenti colla religione del vero, quand’essi possano guardar sicuri dentro delle nazioni e della propria coscienza, e dire, _La nostra vita è una santa battaglia, la nostra morte è quella dei martiri_. Dico che la moralità è l’anima delle grandi imprese; che l’inganno, efficace a corrompere, a smembrarci, a inceppare, è buono ai padroni, è impotente a movere, a produrre, a creare, e riesce fatale ai servi che intendono ad emanciparsi e rifarsi uomini. Dico che nè un popolo ha conquistato indipendenza e unità di nazione, nè una grande idea si è incarnata nei fatti, nè un incremento reale di potenza e di libera vita s’è aggiunto allo sviluppo d’una razza mortale per artifizj machiavellici».
[106] — Stradioti son gente a piedi e a cavallo, vestita come Turchi, salvo la testa dove non hanno il turbante; gente dura e dormono all’aria tutto l’anno, essi e’ cavalli. Erano tutti Greci, venuti dalle piazze che i Veneziani ci hanno; gli uni da Napoli di Romania in Morea, gli altri d’Albania verso Durazzo, e han cavalli buoni, e tutti di Turchia. I Veneziani se ne servono molto, e se ne fidano: son prodi uomini, e molto molestano un campo quando vi si mettono». COMMINES.
[107] Gli Spagnuoli nel 1530 vendettero il sacco d’Empoli per cinquemila ducati a Baccio Valori, che, alquanti mesi da poi, mettea sequestro su quel Comune, e arrestava alcuni terrazzani per averne certi resti. VARCHI, _Storie_, IV.