Storia degli Italiani, vol. 09 (di 15)

Part 31

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Carlo III rimostrava a suo cognato Carlo V come gli eserciti imperiali avessero malmenato il Piemonte, ad onta del denaro da lui profuso onde impedirlo; Fossano spese fin trentamila scudi; altre città andarono a sacco o dovettero riscattarsene; in sei mesi il danno non fu minore di tre in quattromila scudi il giorno, senza contare le case bruciate, le robe disperse. L’imperatore mandava un gentiluomo ad assumere informazioni, e protestare che i sudditi del cognato teneva a cuore quanto i proprj; ma il marchese di Pescara scriveva contemporaneamente che le truppe bisognava mantenerle, e accampatosi nel Piemonte, ve le lasciò vivere a discrezione; Torino e Chieri se ne difesero a viva forza; le paghe imperiali non venendo mai, bisognava supplirvi per paura di peggio; quando poi se ne andarono, trassero seco una quantità di fanciulle[310].

Agli avidi Tedeschi sottentrarono i generosi Francesi; il cavalleresco De Foix, presa Susa, la guarnigione rimandò in camicia a Torino, benchè fosse novembre; il connestabile Montmorency, avuto in dedizione il castello d’Avigliana, fece impiccare il capitano Orzo siciliano che l’avea difeso valorosamente. Così soffrivano i popoli, mentre litigavano i re.

Carlo V, accorrendo a domare i Fiamminghi ribellati, attraversò la Francia, e stretto dal pericolo più che vinto dalle cortesie, promise a re Francesco d’investire il Milanese a un figlio di lui; ma dopochè ebbe infrenato gl’insorgenti col braccio del terribile Medeghino, pose in non cale la promessa, ed assegnò il Milanese al proprio figlio Filippo. Sentivasi dunque in aria una nuova guerra; e re Francesco, ingelosito dei vanti che Carlo davasi come vincitore dei Turchi, stimolava Solimano contro l’Austria. Di questi maneggi del Cristianissimo più non v’è dubbio[311]; e l’alleanza, dissimulata in sulle prime, manifestò dacchè gli Austriaci assalirono Marsiglia, e il Mediterraneo portò sul suo dorso le galee del Barbarossa palvesate con que’ gigli d’oro che san Luigi avea sventolati contro i Musulmani. E quali fossero questi Barbari che Francesco traeva nel cuor dell’Europa, lo dica il sapere che, dovendo egli ricoverarli nel porto di Tolone, fece sloggiare dalla città tutti i suoi sudditi e devastare i contorni, affinchè la bellezza della Provenza non li tentasse.

Ministro di Solimano era Ibraim da Parga, nato suddito di Venezia e a questa propenso, sicchè indusse il suo padrone a rinnovare con essa trattati di libertà e sicurezza di commercio. Ma essendosi scontrate (1537) navi venete con turche, nacquero dissidj pel saluto e pei segnali, e dietro a ciò qualche avvisaglia; e per quanto Venezia mandasse scuse, e punisse, e scendesse alle umiliazioni che incoraggiano l’oltraggio, Solimano volse sopra Corfù le truppe che aveva allestite contro Napoli: ma non riescirono che a togliere molte minori isole della repubblica o di Veneziani.

Carlo V profittò per combinare una lega fra Venezia, l’imperatore di Germania e Paolo III, onde non cessare più la guerra finchè non fosse smorbata l’Europa dai Turchi. Già se ne spartivano l’impero; a Cesare Costantinopoli e il titolo imperiale; a Venezia gli antichi possessi e la Vallona e Castelnuovo di Dalmazia; Rodi ai cavalieri[312]. Venezia, fatto denari in ogni modo, allestì un grosso navile; ma il papa non volle concederle d’impor le decime sui beni del clero fino alla somma di un milione di zecchini[313]: Spagna stitica sugli approvvigionamenti in Puglia, e tardò mandare le navi capitanate dal Doria.

Questo ammiraglio, cui spettava la capitananza dell’impresa, poco benevolo a Venezia come genovese, e stando alto di pretensioni a petto di Vincenzo Capello generale dei Veneti, e del patriarca Marco Grimani generale delle galere pontifizie, lasciò sfuggirsi le occasioni di distruggere il Barbarossa, già a Lépanto battuto dal Capello; anzi ritirandosi, abbandonò soli i Veneziani a difendere la principale isola del Jonio, e sostenere una guerra suscitatale dal vanitoso schiamazzo della lega. Conoscendosi traditi, fosse dal Doria o dal suo padrone, e vedendo Solimano e Barbarossa fare nuova massa per assalirli a Candia e nel Friuli, rannodarono trattative colla Porta. Antonio Rincone, fuoruscito spagnuolo, ambasciadore di Francia, onde secondare la benevolenza di Francesco I per Solimano, tradiva la repubblica, e vuolsi che, oltre aizzarle il granturco, lo informasse che le istruzioni segretissimamente date dai Dieci ad Alvise Badoero estendevansi fino a poter cedere Malvasia e Napoli di Morea. Pertanto il granturco si ostinò a volerle, e trattò di bugiardo l’ambasciatore che negava a tanto arrivassero i suoi poteri. Fu dunque forza condiscendere, e si stipulò la pace (1540) pagando trecentomila ducati, cedendo tutta la Morea, Nadinao e Laurona sulle coste di Dalmazia, Sciro, Patmo, Egina, Nea, Stampalia, Paros e Antiparos: donde, disperati del vedersi consegnati ai Turchi, i Cristiani migravano in folla.

Di sì rovinoso accordo non sapeva darsi pace il popolo di Venezia; gridava traditori il Badoero e il Rincone, che ebbe lo scambio; i suoi complici furono mandati al supplizio. Forse non erano che i soliti sfoghi della plebe, la quale in ogni disgrazia domanda una vittima.

Poco poi Francesco mandava per assodare l’alleanza colla Turchia (1541), e concertare nuovi assalti contro l’imperatore; e con ricchissimi doni tornavano i messi, che erano il predetto Rincone e Cesare Fregoso fuoruscito genovese[314], quando gl’Imperiali li colsero al Po, e, si disse, dopo lungamente tormentatili nel castello di Milano, gli uccisero. Dalle loro carte poterono argomentarsi i disegni del Turco; laonde Carlo V s’accese viepiù all’impresa che già meditava sopra Algeri.

In questa città della costa di Barberia aveano posto nido i pirati musulmani, nè sicurezza restava più nel Mediterraneo se non ne fossero snidati. Ardua però era l’impresa, e Carlo V conoscendone le difficoltà, con gran cura vi s’allestì; chiamò marinaj d’Italia e Spagna, galee da Genova, Napoli, Venezia; raccolse in Sardegna ventimila fanti e duemila cavalli spagnuoli, tedeschi, italiani, la più parte veterani, e fra essi Fernando Cortes conquistatore del Messico e della California, Pier da Toledo, Ferrante Gonzaga, Stefano Colonna, il marchese Spinola, il duca d’Alba, cento cavalieri di Malta con mille soldati, assai dame spagnuole, ducento vascelli di guerra, trecento di carico, settanta galee.

Essendo già innanzi l’ottobre, Andrea Doria ripeteva all’impresa disopportuna la stagione; ma non fu ascoltato: ed ecco sinistrare il tempo; poi la burrasca più sformata che il Doria avesse in cinquant’anni veduta, manda a picco porzione della flotta, il resto sdrucisce; pioggie stemperate riducono il campo in un pantano; l’imperatore, costretto alla ritirata sotto gli occhi del nemico, per raggiungere un imbarco dovette coll’esercito traversare mille pericoli, facendo tre leghe in tre giorni senza viveri, e bersagliato incessantemente. Una nuova tempesta nel ritorno fa perdere la conserva alle navi, che stentatamente approdarono quali in Ispagna, quali in Italia: e Carlo a fatica sopra un cattivo legno tornò sul continente.

Intanto Francesco I strepitava per l’uccisione de’ suoi legati e per la mentitagli promessa del ducato milanese; agli assassinj dell’Austriaco opponeva la subornazione, con cui erasi guadagnato i castellani di Pizzighettone, Cremona, Soncino, Trezzo, Lecco, e alcuni Sanesi e molti Piemontesi. Allora repentino con tre eserciti (1544 14 aprile) assalta i Cesarei a Perpignano, nell’Artois, nel Luxemburg, mentre la flotta turca condotta dal Barbarossa e montata dall’ambasciatore del Cristianissimo devasta le coste italiane, brucia Reggio, si affaccia all’imboccatura del Tevere; e a fatica le buone provvigioni di Cosmo de’ Medici camparono la Maremma.

Infieriva in questo mezzo la guerra in Ungheria, in Francia e nella sommità occidentale d’Italia; poichè re Francesco, infellonito contro Carlo di Savoja perchè dall’imperatore avesse accettata in dono la città d’Asti, allegò pretesti onde chiedere la restituzione di Nizza; e perchè il duca la negò, questa fu assediata dai gigli d’oro, uniti alla mezzaluna[315]. La città dovette cedere (1543 maggio), ma il castello tenne saldo, sicchè il Barbarossa se n’andò menando seco molti Nizzardi pel remo o per gli harem, gran numero di Mori regalatigli dal re di Francia, e quanti Turchi prigionieri trovò sulle navi francesi, le quali depredò non meno delle nemiche. Ma la flotta siciliana colse quattro navi che portavano ai bagni ed ai serragli turchi cinquemila cristiani e ducento vergini sacre, e li condusse a Messina. Anche l’anno dopo il Barbarossa devastò l’Elba, arse Piombino, prese Telamone, Portercole, il Giglio; ad Ischia, Procida, Lipari predò ricchezze e persone; e col turco fece maledire il nome francese. Stimaronsi a dodicimila i rapiti; gran parte de’ quali, stivati nelle carene, perirono di puzzo, e furono gettati al mare. Nè quanto visse, il Barbarossa lasciò mai riposo al littorale d’Italia: lui morto (1546), Dragut sangiaco di Mantesce, or da solo, ora col granvisir corseggiando, occupò Bastia, ritolse Tripoli ai Cristiani, e ne fu fatto governatore; e contro lui fu duopo fortificare Ancona, Civitavecchia, Roma stessa.

I Cristiani lo lasciavano fare per uccidersi tra loro nella guerra del Piemonte; della quale sorpasseremo i particolari per dire come a Ceresole presso Carmagnola duca d’Enghien diede la prima battaglia (1544 14 aprile) dopo otto anni di guerra; ove gl’imperiali, condotti dal marchese del Vasto, andarono a pezzi, lasciando ottomila morti, tremila prigionieri; Saluzzo, Carignano, Alba, Mondovì, Casale e tutto il Monferrato furono presi, e poteva esser anche il Milanese, contro di cui movea Pietro Strozzi.

A dispetto del padre, questo era entrato a servigio di Francia (18 7bre), conoscendo quanto importasse d’imparare le armi per usarne a liberare la patria; dal re aveva avuto in dono la borgata di Marano nel Friuli, ed esso la vendette ai Veneziani per trentacinquemila ducati[316], coi quali armò diecimila uomini, la più parte migrati italiani, e con questi tentò un’arditissima punta sopra Milano; e la prendeva se le promesse sollevazioni del popolo non fossero fallite, e se Francesco non avesse temuto pel proprio regno, minacciato da Carlo V e da Enrico VIII, che dalla Picardia s’avvicinavano a Parigi. Pietro, sconfitto presso Tortona, attraversò paesi nemici con variati travestimenti, sinchè raggomitolò quattromila fanti de’ migliori d’Italia, e giunto in Francia, volò a combattere gl’imperiali verso le Fiandre.

Ai furori pose termine la pace di Crêpy, per la quale Francesco I rinunziava al diretto dominio sopra la Fiandra e l’Artois e alle pretensioni su Napoli; restituiva a Savoja quanto le avea sottratto dopo la tregua di Nizza; Carlo III a vicenda rinunziava alla Borgogna, disputata eredità di Carlo il Temerario, e che d’allora restò francese.

Tale risoluzione aveva la diuturna lotta fra Carlo V e Francesco I, nulla vantaggiando nè l’uno nè l’altro da tanti disastri de’ popoli, e dell’aver aperto l’Occidente agli Ottomani. Poco mancò che le pretensioni sull’Italia cagionassero lo smembramento della Francia. Carlo ebbe la soddisfazione di vedere il suo nemico prigioniero e supplicante; eppure non conseguì un sol brano della Francia; e l’opposizione di questa, che non esitò d’appoggiarsi al Turco e ai Protestanti, ruppe i suoi sterminati divisamenti.

Italia giaceva sfinita da quattro guerre. La prima di Carlo VIII non fa che avviluppare gl’intrighi, acuire gli appetiti stranieri, rivelare la forza dell’unione e l’impossibilità di mantenerla: la seconda tra Carlo V e Luigi XII, quando già il sistema militare erasi trasformato a segno che non si poteva più correre da un capo all’altro della penisola, ma bisognava combattere eserciti e fortezze, sconnette l’equilibrio della politica artifiziale, e ribadisce le più belle contrade alla dominazione forestiera: quella tra Francesco I e Carlo V dilata su tutta la penisola l’ingerenza austriaca, e più non lascia se non che i vincitori si straziino per disputarsene i brani: nell’ultima il solo Piemonte è corso da Imperiali e Francesi, pessimamente ridotto per l’ambizione di codesti estrani, gareggianti di valore e di ferocia. Italiani trucidavano Italiani, perchè gli uni portavano le insegne imperiali, gli altri le francesi; ogni città e terra veniva presa e ripresa, e trattata da ribelle dagli uni e dagli altri, e le forche finivano chi era campato dalle spade. Pure la rivalità delle due potenze impedì che il Piemonte o divenisse provincia di Francia, o fosse aggregato al Milanese. La più parte ne restò in mano de’ Francesi; e Asti, Lanzo, Vercelli e qualche altro cantone, salvato al duca, erano occupati da guarnigione imperiale. Il re di Francia pareggiava i Piemontesi ai proprj sudditi, e istituì a Torino un parlamento, destinandovi presidente il milanese Renato Birago d’Ottobiano[317]; ma i popoli non sapeano indocilirsi al giogo straniero, studenti e maestri sparvero dall’Università torinese, e i contadini lasciavano il grano non raccolto alla campagna.

Il duca d’Orléans, cui era destinato il Milanese, morì poco poi, e si volle dire per veleno propinatogli da Carlo V; sicchè la sorte del Milanese tornava in discussione, e con essa la pace: tanto più che Carlo querelava Francesco di non isgombrare il Piemonte. Francesco poco tardò a morire (1547 31 marzo), lasciando il trono ad Enrico II: ma l’odio nazionale sopravviveva, e presto proruppe con nuove jatture della povera Italia.

CAPITOLO CXXXVIII.

Doria e Fieschi. I Farnesi. Gli Strozzi. Guerra di Siena. Cosmo granduca.

Erasi ricantato che la debolezza d’Italia veniva dall’impedire i signorotti ogni potenza più vigorosa; che le sue turbolenze derivavano dalle repubblichette e dalla mancanza di regolari successioni: ora i signorotti erano repressi, le repubblichette soffogate, stabilite le dinastie; bella felicità che ne seguì! Fu anzi chiaro che la moralità di un popolo, ben più che dalle guerre civili ove in battaglia aperta cade chi colpito dal giudizio di Dio, è peggiorata dai repressi rancori, dalle impotenti trame, dal cupo terrore; dagli assassinj, siano quelli che i potenti mascherano col velo della giustizia e il pretesto dell’ordine, siano quelli in cui si sfogano le passioni, invelenite dalla compressione e ammantate di politica. Siffatti delitti esprimevano gli spasmodici guizzi dell’agonia dell’indipendenza italiana.

Genova, accomodata da Andrea Doria di nuova costituzione, oltre esser divisa in parte guelfa e ghibellina «come generalmente tutte le terre d’Italia» (VARCHI), era ancora in nobili e popolani, questi ultimi in cittadini e plebei, e i cittadini di nuovo in mercanti ed artefici. Le famiglie, nobili o no, che avevano primeggiato negli affari politici, soleano crescersi potenza coll’aggregarsene altre meno illustri ma numerose; laonde, non per vincolo di sangue, ma per comunanza d’interessi o di fazione, si erano formati degli _alberghi_, portanti il medesimo cognome e stemma, associati nei litigi, negl’impegni, nelle votazioni. Del popolo parte si schierava cogli Adorni guelfi, parte coi Fregosi ghibellini: prevalsi questi, a nessuna persona nobile o di parte guelfa erano accessibili le magistrature, e ghibellino e plebeo fu sempre il doge fin dalla metà del secolo XIV. Siffatte discordie partorirono la servitù; e la servitù comune ritemprò la fratellanza degli oppressi, talchè, se non spente, rimasero sopite le rivalità.

Allora dunque che fu assicurata l’indipendenza dal disinteresse di Andrea Doria, dodici riformatori istituiti per istabilire un governo tolsero ai Ghibellini e popolani quel privilegio delle cariche, accomunandole a tutte le antiche case possidenti e contribuenti, che vennero a costituire i _gentiluomini_; ciascuna famiglia avente in Genova sei case aperte, formasse un albergo, al quale come a nocciolo si aggregassero le stirpi meno facoltose, mescolando guelfi e ghibellini, nobili e popolani, di modo che le stirpi cessassero di rappresentare i partiti, e si scomponessero i casati degli Adorni e Fregosi, che perpetuavano la memoria de’ rancori. Questi ventotto alberghi uscirono così: Calvi, Cattani, Centurioni, Cicala, Cybo, Doria, Fieschi, Fornari, Franchi, Gentili, Grillo, Grimaldi, Giustiniani, Imperiali, Interiano, Lercaro, Lomellino, Marini, Negro, Negroni, Pallavicini, Pinelli, Promontorio, Salvaghi, Sauli, Spinola, Usodimare, Vivaldi; dai quali si scelsero quattrocento senatori annui a sorte, e cento a palle, che nominavano alle altre cariche. Di tali alberghi doveva essere il doge; e il primo fu Oberto di Lazzaro Cattaneo.

Al Doria, sebbene avesse ricusato d’esser principe, una specie di dominio assicuravano i benefizj e la virtù; teneva in porto navi proprie, e proprj soldati su quelle e a custodia del suo palazzo. Egli non trascese le condizioni di cittadino, ma quelli stessi che ne rispettavano la benemerenza, temevano volesse trasmettere l’autorità al nipote Giannettino, al quale invecchiando avea ceduto il comando delle galee; valente uomo di mare, ma superbo e dissoluto, e che della potenza dello zio e della grazia dell’imperatore abusava a soddisfacimento di sue passioni. Particolare dispetto ne concepiva Gianluigi del Fiesco, conte di Lavagna e signore di Pontremoli, disordinato, ambizioso, cupido non di liberare la patria, ma di dominarla, e che nel mentre piaggiava il Doria, s’intese con Francia, col papa, col duca di Parma per disfare ciò che l’imperatore avea ricomposto, e scassinare in Italia la potenza imperiale, ch’era minaccia di tutti. Dentro poi carezzava artigiani e marinaj largheggiando; col pretesto di allestir navi contro i Barbareschi, chiamò da’ suoi feudi molti fidati, e trasse a sè l’antica parzialità dei Fregosi. Tutto preparato, i congiurati levano rumore, uccidono Giannettino (1547 2 genn.), han in mano la flotta di Andrea Doria, al quale riuscì di fuggire; gridano libertà, ma fra il trambusto Gianluigi s’annega casualmente, i suoi perdono la testa e vanno dispersi, e il Doria tornato, sanguinosamente racconcia il freno alla patria.

Tre anni dopo, Giulio Cybo cognato del Fiesco ritessè la congiura, e fu decapitato. La Corte spagnuola, pentita della generosità dopochè fu signora del Milanese a cui per Genova avrebbe avuto libero accesso, tentò alcuna volta occuparla, ma Andrea la schermì; acquistò alla repubblica il marchesato del Finale; mosse pure contro la Corsica, ammutinata dai Francesi finchè la rinunziarono nella pace di Cateau-Cambrésis (1560); e sino ai novantaquattro anni egli continuò a proteggere la patria, mentre Dio proteggeva lui dai coltelli, cui ricorrevano allora i regnanti non meno che i cittadini.

Però le gelosie interne ribollivano; e alle antiche distinzioni tolte dalla legge del Garibetto, pubblicata dopo la congiura di Fiesco, ne sottentrarono altre fra l’antica nobiltà e la nuova, e fra esse due classi e il popolo escluso: quelle fuggivano ogni contatto con questo, tenendo e banchi e divertimenti e fôro separati[318]. Prorompeva dunque la discordia civile, finchè il papa, il re di Spagna e l’imperatore chiamati arbitri (1576), stabilirono fossero scomposti gli alberghi, ripigliando ciascuna famiglia i prischi nomi, senza divario da vecchi a nuovi, da popolani ad aggregati; il doge fosse biennale, come continuò fino al 1797; il maggior consiglio constasse di quattrocento, dei quali, cento formassero il minore; e trenta scelti da questo nominassero i membri de’ due consigli. Il potere esecutivo apparteneva al doge coi due collegi del senato e di otto procuratori del comune, specialmente attesi alle finanze, estendendosi fino al far grazia, derogar testamenti, avocare cause da qualsifosse magistrato, accordare o negare l’esecuzione de’ brevi pontifizj, vigilare sulla religione. Al potere legislativo partecipavano i due collegi coi due consigli annuali. Li coadjuvavano molti magistrati, la più parte collegiali, e tutti con qualche brano anche di giurisdizione: l’ordinaria spettava a una rota civile e ad una criminale, composte ciascuna di tre giurisperiti stranieri, eletti dai consigli sovra proposizioni de’ collegi; al qual modo era pure eletto il procuratore fiscale. La repubblica allora contava da trentacinquemila abitanti[319].

Tolta ogni differenza di setta e d’origine, i cittadini attivi e in pieno possesso de’ diritti politici, erano iscritti nel _Liber civitatis_, che poi si tramutò in libro d’oro, dove si registravano tutti i nati legittimi, i quali a ventun anno partecipavano al governo. Poteano esserne depennati, per esempio, se esercitassero arte meccanica; e ogni anno s’apriva il libro a dieci popolani: ma poichè si richiedeva grossa spesa e i nobili stessi doveano trovarli meritevoli, tale aggregazione s’avverava rarissimo. Quest’eguaglianza fra i nobili saldò l’aristocrazia. Veruna parte restava al popolo minuto, nè a quel della campagna: pure non ne rimase mai tolta l’energia, come a Venezia; e sì poco invecchiò, che ducent’anni più tardi seppe mostrare l’aborrimento a quella servitù, cui l’Italia avea fatto il callo.

Lucca[320] tentava grandemente l’avidità di Cosmo de’ Medici; ma essa se ne schermì tollerando le provocazioni di lui, e tenendosi raccomandata all’imperatore, i cui consiglieri guadagnava a gran prezzo. Però Francesco Burlamacchi, scaldato dalle storie antiche di Plutarco, e massime dalle glorie tirannicide di Timoleone, Pelopida, Arato, Dione, e propenso alle dottrine protestanti, divisò di resuscitare a libertà l’Italia (1546), e delle poche truppe che per l’uffizio suo di gonfaloniere potea radunare, fare il nocciolo attorno a cui si unissero Pisa sempre sospirante l’antica indipendenza, Pescia, Pistoja, Siena, Perugia, Bologna; presa Firenze, si sbratterebbero degli stranieri, tedeschi fossero o francesi, e insieme terrebbero i dominj temporali al papa, ricorrendo per ciò anche all’imperatore, il quale n’avrebbe un mezzo di contentare i suoi Tedeschi, e ricomporre le scissure della Chiesa. I profughi Strozzi, disposti sempre agli scompigli di Toscana, lo sovvenivano di denaro e di promesse: ai liberi pensatori, che non erano pochi in Lucca, prometteva colla libertà cittadina l’indipendenza religiosa. Il colpo era già sullo scocco, quando un traditore lo rapportò a Cosmo, e Cosmo a Carlo V, che obbligò la repubblica a processarlo nelle orribili guise d’allora, indi consegnarglielo, e a Milano (1556) il mandò a morte[321].

Ogni colpo fallito diviene pretesto e opportunità a serrare i freni, laonde Martino Bernardini fece ai Lucchesi accettare che si ammettessero alle cariche del governo le sole famiglie che in tale istante godevano di quell’onore, col diritto di trasferirlo alla loro discendenza, «esclusone però chiunque fosse nato in Lucca da padre forestiero o da persone di contado». Così la repubblica venne a stretta aristocrazia, che qualificavasi scherzevolmente intitolandoli i _Signori del cerchiolino_. E chi si elevasse per meriti di qualsia genere, veniva mandato via per la legge del discolato: legge odiosa, come quella che non puniva il delitto, ma la possibilità del delitto.