Storia degli Italiani, vol. 09 (di 15)

Part 30

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Rimanevano dunque molte gozzaje; e quelli che aveano difeso la libertà, e quelli che si doleano di non avere una parte nella tirannia accomunavansi nell’odiar Cosmo. I fuorusciti numerosissimi, venuti al pasto dopo lo sparecchio, s’erano ristretti attorno a Filippo Strozzi, il quale aveva accolto a Venezia il fuggiasco Lorenzino, e maritate le costui due sorelle a’ suoi figli, bastando per dote la parentela del Bruto fiorentino; ma sotto manto di libertà aspirava a sottentrare al dominio[299]. Pensarono dunque assalire lo Stato, fidando nelle intelligenze interne, e, come sempre si suole, ne’ Francesi, larghi di promesse agli esuli; i cui fautori, attestatisi alla Mirandola, di là ajuterebbero certo lo Strozzi; che, soldato un grosso di mercenarj, e rinforzato dai sussidiarj più chiassosi e più inutili, gli studenti dell’Università, assalse Pistoja.

Questa città non avea mai dismesso le fiere accozzaglie tra Cancellieri ghibellini e Panciatichi guelfi, il contado vi prendea parte, e il ricco paese n’era rifinito. Neppur cessarono dopo assoggettati a Firenze, che avea tolto tutte le armi, messi bandi rigorosissimi; e destinativi tredici commissarj apposta. Questi inflissero pene gravissime, e stimarono che negli ultimi tre anni vi fossero bruciate quattrocento case in Pistoja (1537), mille seicento nel territorio, danneggiata la sola città in ventiduemila ducati d’oro. I Panciatichi, i Cancellieri, i Ricciardi, i Gualfreducci, i Vergiolesi e loro consorti furono sbanditi, poi richiamati, e le discordie rivalsero[300]: e coll’appoggio de’ Gabellieri, i fuorusciti vi si stabilirono. Ma mentre lo Strozzi, esitando fra un componimento coi Medici e l’aperta ostilità, guastava le cose, le guastava col precipizio Baccio Valori, un tempo capitano di Clemente VII contro Firenze, ora de’ fuorusciti contro i Medici, e che tutto facendo agevole, li spinse avanti in posizioni nè previste nè esplorate.

Alessandro Vitelli, che, per tenere Cosmo a devozione dell’Impero, aveva occupato la fortezza di Firenze rubando i tesori d’Alessandro ivi deposti, sorprende i fuorusciti a Montemurlo (2 agosto), si disse al solito per tradimento d’un Bracciolini, li manda in piena rotta, e piglia lo Strozzi, Baccio Valori, suo figlio, Alessandro Rondinelli, Antonfrancesco degli Albizzi ed altri repubblicanti di primarie famiglie. Giusta gli usi della guerra, costoro spettavano ai capitani stessi cui si erano resi, ma Cosmo ne mercatò con questi il riscatto, rincarendo sull’offerta dei loro parenti: volle vederli nella propria casa inginocchiarsegli davanti a chieder mercè, poi li mandò al bargello, e man mano li faceva torturare, indi mozzarne il capo a quattro ogni mattina. Un principe giovane, vincitore e che non sa perdonare, è spettacolo stomachevole ancor più che orrendo: e al quarto giorno il popolo mostrò la propria indignazione in modo, che i restanti furono confinati in fortezze, dove non tardarono a perire; tra essi il figlio di Nicolò Machiavelli.

Filippo Strozzi erasi reso al Vitelli, già suo particolare amico, il quale lo tenne in fortezza per ismungere denaro e regali da’ suoi figliuoli coll’usargli qualche cortesia. Era caldamente raccomandato da generali, da donne, dal Doria, da Bernardo Tasso, da Vittoria Colonna, da Caterina di Francia; nel colloquio di Nizza l’imperatore diede parola al papa di campargli la vita; pure alle incessanti istanze di Cosmo che già n’avea pagato la taglia al Vitelli[301], assenti fosse messo alla corda, per chiarire se avesse avuto intendimento dell’uccisione del duca Alessandro. Mentre Cosmo divulgava i processi, che rivelavano basse ambizioni mascherate di patriotismo, i profughi vollero di Filippo fare il Catone della loro causa, e sparsero voce che, stanco di due anni e mezzo di carcere, nè assicurandosi di resistere alla tortura, si segasse la gola e col sangue scrivesse: _Exoriare aliquis nostris ex ossibus ultor_. Forse l’aveano ucciso gli agenti dell’imperatore per risparmiare a questo l’obbrobrio del consegnarlo[302]: ma la fama del suicidio prevalse appresso dei più, come meglio confacente ad uomo che «nel tenore della vita e delle opinioni rappresentò gli spiriti del paganesimo, e parve nato nei tempi corrotti della romana repubblica»[303].

Pietro Strozzi suo figlio salvossi in Francia presso la delfina Caterina, che come ultimo rampollo di Lorenzo il magnifico, considerava Cosmo quale usurpatore del suo patrimonio. Seco esularono molti nostri valorosi[304], che empivano il mondo di querimonie, obbrobriavano il lor vincitore, e cercavano alle speranze un appiglio qualunque, siccome chi non ne ha alcuno di fermo. Cosmo sempre si resse a beneplacito dell’imperatore, il quale, come vide che sapea da sè vincere e infierire, prese a stimarlo; e in onta delle costituzioni e de’ proprj fatti, dichiarò dovere il principato trasmettersi nella linea di esso, per sempre escludendone quella del _traditore_.

Sciolto da’ nemici, Cosmo seppe sbrigarsi anche degli amici. Francesco Vettori, perito lo Strozzi, cui era strettissimo, più non uscì di casa: il Vitelli, che avea fatto denaro col saccheggiare anche a danno di Cosmo, fu da questo congedato, ma l’imperatore lo compensò con un feudo nel Napoletano: il cardinale Cybo, che era stato principale autore del succedere di Cosmo, poi l’aveva sorretto di opportuni consigli, ebbe accusa d’averlo calunniato a Carlo V, sicchè si ritirò a Massa. Una magistratura militare domò le ostinate parzialità de’ Pistojesi. Arezzo, che si era messa in repubblica durante l’assedio di Firenze, dai vincitori ch’essa avea dispendiosamente favoriti, fu presto ritornata a obbedienza de’ Medici, che vi posero fortezze: ai renitenti il bando e il supplizio.

CAPITOLO CXXXVII.

Terza guerra fra Carlo V e Francesco I. Casa di Savoja. Spedizione in Africa.

Anche sull’antica e gloriosa repubblica di Firenze è dunque suggellata la lapide principesca. I Liberali, che fremettero contro il papato del medioevo perchè scomunicava gl’imperatori liberticidi, applaudiscanlo ora che, azzoppato, s’appoggia da una parte sul re di Francia, dall’altra sugli Austriaci.

Clemente VII, il pontefice più funesto all’Italia, in ogni parte di questa perseguitò i Fiorentini fuorusciti, sollecitò una fortezza a Firenze, e introdusse a Siena un governo favorevole a’ suoi divisamenti. Ancona era vissuta sotto i papi con forme repubblicane, e con patti che in fondo si riduceano a non mostrarsi loro nemica; e a Clemente negò il denaro ch’e’ domandava. Egli dunque struggeasi di sottometterla; ma non osando tentarlo colla forza aperta nel timore ch’essa chiamasse i nemici, col pretesto d’un imminente sbarco dei Turchi (1532) ottenne di alzarvi fortificazioni, dalle quali calando sulla città, le tolse l’indipendenza. Il tesoriere aveva in quel frangente nascosto il denaro pubblico; e il cardinale Accolti, che avea suggerito quell’inganno e pattuito per la sua famiglia il perpetuo governo della città, lo fece decollare, e i tesori portò in casa propria: indi forche e torture ed esigli domarono gli Anconitani, e negli impieghi furono surrogati da Fiorentini. Di ciò passarono impuniti gli Accolti fin che visse Clemente; ma Paolo III fece carcerare Benedetto; e nol rilasciò che per lo sborso di cinquantamila scudi d’oro.

Gli altri paesi della Chiesa non rimanevano quieti. Napoleone Orsini, col nome d’abate di Farfa infamato di mille delitti, a capo di masnade assalì i toltigli castelli, e corse il paese come nemico, facendo prigioni, ponendo taglie, esigendo riscatti. Girolamo e Francesco suoi fratelli a fatica camparono lasciandogli il ricco arredo. Sua matrigna Felicia, figlia di Giulio II, impetrò che il papa spedisse armati contro di lui, che vinto si ritirò a Farfa, poi in Francia, sinchè il re gli ottenne perdono e di tornare in Roma. Quivi saputo che sua sorella andava sposa a un principe napoletano, egli appostò il corteo per rapirla; ma Girolamo fratello la convogliò con trenta uomini, e scontrato l’abate, lo uccise.

Gian Francesco Pico era tornato signore della Mirandola; ma Galeotto suo nipote, signore di Concordia, assalse la città, penetrò nella camera di Gian Francesco, davanti a un crocifisso lo trucidò col figlio Alberto e cogli altri della casa, e unì il paese alla sua signoria. A Malatesta Baglione non era stata mantenuta veruna delle promesse fattegli perchè tradisse; onde coi denari e coll’infamia si ritirò nella sua Perugia, ove morì trentanovenne. Rodolfo suo figlio che n’era sbandito, s’impossessa della città a viva forza, brucia il palazzo del prolegato, e lui con due auditori mette alla tortura perchè rivelino i denari, poi nudi li fa decapitare, e si costituisce signore. — La bella pace portata all’Italia dai forestieri!

Nè riposava il Milanese, stremo da tanti guasti, e in pendente per la preveduta vicina morte del duca. Le prepotenze del Medeghino (pag. 350), che minacciava gran parte dello Stato, obbligarono il duca a una guerra di dieci mesi che costò tesori, e ad impor gravezze che esacerbarono lo scontento. Cremona, che aveva sofferto orribili guasti dall’esercito della Lega, si sollevò contro le tasse ducali, e chiedendo pane, sotto un tale Luchetto saccheggiò, uccise alcuni signori; il castellano uscì colle armi, e Luchetto si ricoverò nel Torrazzo; donde cavato a larghe promesse e assicurazioni, fu ucciso. Truppe accorse da Milano moltissimi imprigionarono; «non furono però condannati a morte se non uomini e una donna; e molti furono banditi» (CAMPI).

Re Francesco I, che al proprio vantaggio avea indegnamente sagrificato l’Italia, uscito del pelago non seppe rassegnarsi all’averla perduta; e per contrariare Carlo V, dava mano ad Enrico VIII d’Inghilterra e ai Protestanti tedeschi, i quali traducendo la religiosa in libertà politica, eransi levati in armi (1533) formando la lega Smalcaldica; e per distaccare Clemente VII dall’imperatore, chiese sposa al suo secondogenito Enrico Caterina figlia di Lorenzo II Medici. Tali regie nozze versavano tanto lustro sulla sua famiglia, che il papa venne a trattarne in persona a Marsiglia (8bre), mutandosi in paraninfo, per quanto ne scapitasse la pontifizia dignità; le assegnò in dote centomila scudi d’oro, e quanti beni possedeva in Francia la madre della sposa, fruttanti diecimila zecchini l’anno.

Il re, sapendo che Francesco Sforza duca di Milano tante ragioni aveva di chiamarsi scontento dell’imperatore e del Leyva, gli spedì Alberto Meraviglia come ambasciatore, ma segreto, e coll’incarico di sollecitarlo a una lega. Il duca gli diede orecchio; ma sempre tremebondo de’ suoi padroni, appena si temè scoperto, col pretesto di un omicidio lo fece arrestare e decapitare. Il re a strepitare del violato diritto delle genti; e Carlo V, soddisfatto di tale dimostrazione, diè sposa allo Sforza sua nipote Cristierna di Danimarca. Ma poco appresso il timido duca e crudele moriva incompianto (1535 1 9bre) di quarantacinque anni, e con lui s’estingueva la famiglia Sforza, che in ottantasette anni avea dato sei duchi a Milano, un’imperatrice alla Germania (Bianca Maria), una regina a Napoli (Ippolita), una alla Polonia (Bona)[305].

Il ducato conserverà l’indipendenza, o cadrà servo? e di chi? Per risolverne si raddoppia l’affaccendamento de’ gabinetti: l’imperatore l’occupa come feudo ricaduto all’impero e come lasciatogli in testamento dal defunto, riceve il giuramento, e conferma tutti ne’ prischi impieghi. Ma il Cristianissimo si fa innanzi asserendo nel trattato di Cambrai avervi rinunziato soltanto a pro dello Sforza.

Carlo V, per non dover mantenere grosso esercito di qua dall’Alpi, aveva tessuto una lega fra tutti gli Stati d’Italia, eccetto Venezia, che contribuissero un contingente, al quale comanderebbe il Leyva, mentre le ladre e micidiali bande dei Bisogni erano mandate in Morea e in Sicilia. Ma poichè quella fina politica dell’equilibrio mal comportava che si unissero s’un capo solo la corona imperiale e quella della Spagna, che allora comprendeva mezzo mondo, Carlo rinunziò la prima al fratello Ferdinando, massime che la Germania era volta sossopra dalle conseguenze della Riforma, e minacciata gagliardamente dai Turchi. Perocchè Solimano non avea voluto comprendere Carlo V nella pace, col pretesto ch’egli s’intitolava imperatore; mentre Francesco I, al titolo di Cristianissimo anteponendo la politica nuova che non guardava a religione, col granturco non solo fece trattato di commercio (1536), ma propose collegarsegli ai danni di Carlo per invadere Napoli; e lo facea se Venezia non avesse negato aderirvi.

I fratelli Arugi e Kaireddin Barbarossa, formidabili pirati di Lesbo, segnalatisi giovanetti col prendere due galee del papa, s’erano allogati a servizio del sultano afside di Tunisi. Il primo perì dopo essere stato terrore de’ littorali europeo ed africano: l’altro, ucciso il dey d’Algeri, prese il dominio di questa e di Tlemecen, come vassallo dell’impero ottomano; si diede in corso più largamente, e tutte le coste desolò, salvo le francesi garantite da Solimano; il quale, credendolo unico capace di tener testa al grande ammiraglio Doria, gli affidò sessantasei vascelli. Aggiungendone diciotto suoi proprj, Kaireddin traversò lo stretto di Messina, sorprese Capri, saccheggiò Procida e Terracina, menando schiavi quantità di Cristiani. Saputo che in Fondi dimorava Giulia Gonzaga moglie di Vespasiano Colonna, vantata fra le belle, pensò sorprenderla e farne dono al harem di Solimano: assalì in fatto la città, ma la duchessa ebbe tempo a fuggire.

Kaireddin, sbarcato a Tunisi con ottantamila gianizzeri datigli dal sultano, detronizzò Muley-Hassan (1533), ventesimosecondo sultano afside, e sottopose quel paese all’alto dominio della Porta. Lo spossessato rifuggì a Carlo V, il quale dalle costui sollecitazioni e da quelle de’ cavalieri di Malta si lasciò persuadere che alla grandezza non solo ma alla sicurezza della Spagna importava ristabilire la propria autorità sulle coste d’Africa, e distruggere la pirateria. Pertanto a Cagliari raccolse cinquecento navigli, guidati da Andrea Doria, con più di trentamila uomini delle antiche bande spagnuole sotto Alfonso d’Avalos marchese del Vasto; il pontefice v’aggiunse dieci galee, capitanate da Virginio Orsini; altre i Genovesi; Ferrante Gonzaga venne di Sicilia; e l’imperatore medesimo vi salì col principe di Salerno ed altri signori italiani. Prosatori e poeti celebravano l’Ercole che andava a soffocare Anteo, ma i maligni vollero dire che Carlo avesse assunta la spedizione contro il Barbarossa per isfuggire d’affrontare Solimano in Ungheria; onde si dicea che mai principe non s’era veduto fuggir dal nemico con tanto apparato[306].

Il Barbarossa avea sapientemente fortificato Tunisi e il porto della Goletta, cui proteggeano diciotto galee con cento bocche di fuoco, ventimila cavalieri mori e innumera fanteria: pure gl’Imperiali espugnarono quel porto (1535), prendendo l’arsenale e le navi. Il Barbarossa, costretto uscirne con cinquantamila uomini, prima di andarsene volea trucidare diecimila Cristiani ivi dimoranti, ed ebbe a pentirsi d’essere una volta stato pietoso; giacchè insorti voltarono contro di lui i cannoni della cittadella, onde preso tra due fuochi, fuggì in rotta a Bona, mentre gl’Imperiali entravano in Tunisi, uccidendo trentamila persone, e diecimila facendo schiavi.

Tornava Carlo carico di gloria e di debiti dalla spedizione di Tunisi, quando udì che i Francesi avevano invaso Savoja e Piemonte. In tante vicende appena ci accadde far menzione di questo paese, del quale gli storici nostri pochissime particolarità ci tramandarono, non considerandolo per italiano.

La signoria di Savoja sedeva sui due pendìi delle Alpi dalla Saona alla Sesia, e dal Mediterraneo al lago di Neuchâtel. Vedemmo (tom. VII, pag. 431 e seg.) i conti di Moriana ottenere per matrimonio il marchesato di Susa e la contea di Torino, e per conquista la Tarantasia; da Enrico VII il titolo di principi dell’impero e il feudo d’Aosta: v’aggiunsero poi la Bressa, le baronie di Faucigny e Gex e di Vaud, il Bugey, il Valromey, gli antichi comuni liberi di Chieri, Savigliano, Fossano, San Germano, Biella, Cuneo, le contee di Nizza, Ventimiglia, Tenda, Beuil con Villafranca e la valle di Barcellonetta, smembrate dalla Provenza; il Genevese, che toglieva la continuità fra gli Stati d’oltremonte; Briga e Limone, che agevolarono il passo del Col di Tenda. Il Piemonte, esteso dalla Dora Riparia alla Vauda di San Maurizio, da Gassino a Savigliano, Fossano e Mondovì, restò quasi appannaggio della linea cadetta di Acaja, fin quando nel 1418 l’imperatore Sigismondo lo investì col titolo ducale ad Amedeo VIII, il quale dal conte d’Angiò si fece confermare le terre staccate dalla Provenza, e dal duca di Milano cedere Vercelli, sicchè avesse per confine la Sesia.

Di quel tempo furono unite al ducato molte terre del paese di Vaud, sette altre ne’ contorni di Mondovì, tolte al marchese di Monferrato, come Chivasso e altri castelli del Canavese, oltre l’omaggio di molti signori e Avogadri del Vercellese, dei Fieschi di Masserano e Crevacuore, del Tizzone di Crescentino, e dei popoli della val d’Ossola. Ne restavano ancora disgiunti la contea di Tenda e il Monferrato, che, spenta l’antica famiglia d’Aleramo nel 1305, era passato in un ramo de’ Paleologhi di Costantinopoli, e si divideva nelle case di Monferrato e di Saluzzo (tom. VII, pag. 434). Inoltre grosse porzioni erano assegnate in appannaggio a principi della casa; poi la Francia teneva sempre alcuni passaggi; e nel 1375, col pretesto dell’omaggio resole dal marchese di Saluzzo, piantò sua bandiera in questo piccolo Stato, incentivo a mestare nelle vicende italiche, e contrasto perpetuo agl’incrementi della casa di Savoja, ne’ cui interessi, mediante le donne maritate in quella, troppo intrigarono e poterono i re francesi[307].

I quali, tolto di mezzo quello Stato dacchè possedettero Genova e il Milanese, vi operavano ad arbitrio, e vi passavano continuo cogli eserciti, senza tampoco chiederne licenza; tanto più ch’era dominato da principi deboli. Nel Monferrato Guglielmo IX, succeduto il 1493 a Bonifazio V di sette anni, variò sistema secondo i tutori, nè mai figurò. Alla morte di Bonifazio figlio di lui non restavano della casa Paleologa che Gian Giorgio suo zio, abate di Lucedio, e Margherita sposata a Federico Gonzaga di Mantova. Gian Giorgio, schiericato, gli succedette nel 1533, sposando Giulia d’Angiò figlia d’Isabella ch’era stata regina di Napoli; ma ben presto morì anch’egli, si disse avvelenato dal duca di Mantova, che anticipatamente avea compra da Carlo V l’investitura di quello Stato. Ma ecco disputarglielo Carlo III duca di Savoja, Francesco marchese di Saluzzo, oltre molti che allegavano ragioni su paesi particolari; cominciando di quelle gare, ove i popoli a guisa d’un patrimonio sono barattati per nozze o per stipulazioni di principi.

Carlo III il Buono (1504), di diciott’anni succedeva nella signoria di Savoja, che comprendeva tutta la riva destra del lago di Ginevra, e nel principato del Piemonte, che trovava in gran parte impegnato per appannaggio a tre vedove duchesse e ad altri principi; oltre il marchesato di Saluzzo, ancora distinto, e ligio a Francia. Carlo, debole di carattere, s’avvolse d’oscurità; lasciò che gli Svizzeri gli occupassero molte fortezze, che il Piemonte fosse corso e taglieggiato da quelli che si disputavano la Lombardia, che Ginevra si togliesse alla sua obbedienza per accomunarsi con Friburgo, poi abbracciando la Riforma, gli si sottraesse per sempre; infine si trovò infelicemente trascinato nelle guerre dei vicini.

Per acquistare il Monferrato, Carlo dovea blandire i due arbitri d’Europa: ma sebbene zio di Francesco I, il temeva come vicino; onde preferì Carlo V (1521-31), sposò Beatrice di Portogallo, prediletta cognata di questo, e ne ricevette in regalo la contea d’Asti e il marchesato di Ceva. Con queste guise egli divenne causa primaria del sormontare di Carlo V in Italia. Nè però questi gliene seppe grado; e dopo ch’ebbe tenuti lungamente in susta i varj pretendenti al Monferrato, l’occupò come feudo vacante, infine aggiudicollo al marchese di Mantova (1536), che con trentamila ducati erasi guadagnato uno de’ suoi consiglieri. Il duca di Savoja si gridò ingannato, ma quando Carla V già erasi invigorito in modo da non temere più le sue inimicizie.

Il Cristianissimo, vistolo parziale ai Cesarei, ne occupò gli Stati, e si fortificò a Torino e in altri luoghi, saccheggiando Rivoli[308], Grugliasco, Carignano, Chieri e Savigliano. L’imperatore, allorchè, reduce dalla spedizione contro Tunisi, udì avere i Francesi invaso il Piemonte, proruppe in invettive, rinnovò la sfida contro Francesco, e giurava ridurlo il più pitocco gentiluomo del suo paese. Ma cauto anche nell’ira, lo addormenta con trattati, mentre in Lombardia fa massa di Tedeschi, Spagnuoli, Italiani, coi quali ricupera gran parte delle terre piemontesi, e si propone d’invadere la Francia, e già ne scomparte fra’ i suoi le grandi signorie, e dice a Paolo Giovio: — Tempera la penna d’oro, che vo a darti gran materia di scrivere». Gli astrologi predicevano che il Leyva era fatato a conquistare la Francia, onde, contro al parere de’ migliori, fu a lui confidato l’esercito; ma avendo ad un prigioniero francese domandato quante giornate vi voleano dai confini a Parigi, — Dodici (gli fu risposto), ma giornate campali».

In fatti la spedizione trovava in Provenza le campagne deserte, la guerra di bande implacabile, alfine anche la peste, tanto che l’imperatore vergognosamente dovette ritirarsi, tra ferocissime vendette dei paesani; e il Leyva tal dolore ne concepì che gli consunse la vita.

Il conte Guido Rangone modenese, che s’era posto a capo di quanti favorivano ai Francesi in Italia, e che s’erano attestati alla Mirandola, con buon numero di questi tentò Genova (1537), ma essa non rispose; ond’egli, dato volta, prese Chieri, Carmagnola, Bricherasio, Cherasco, altre città, e sciolse l’assedio che a Torino avea posto Gian Giacomo Medici. E fra un re zio e un imperatore alleato, Carlo III restava spoglio de’ dominj, giacchè Francia teneva da Moncalieri all’Alpi; l’imperatore, col pretesto di sicurezza, metteva presidio in Asti, Fossano, Vercelli[309].

Ma improspere succedevano all’imperatore le fazioni ne’ Paesi Bassi, sollevatisi contro la tirannia di lui, che colla libertà religiosa volea strapparne anche le franchigie comunali; Solimano granturco, sollecitato da re Francesco, invadeva l’Ungheria, bersagliava il Napoletano, minacciava la Toscana; per sobillamento de’ Francesi moveasi a sollevazione Siena. Il nuovo pontefice Paolo III insinuò una tregua (1538), fissando all’uopo un congresso a Nizza di Provenza; e colà indirizzossi con gran solennità. Ma passando da Parma si litiga a chi deva toccare la mula di lui; nella baruffa il maestro di stalla resta morto, il papa e i suoi rifuggono in duomo. A Nizza poi esso papa voleva avere in mano il castello; il pretendeano Francesco I e Carlo V; il duca di Savoja ricusava di cederlo a chicchefosse, nè tampoco accolse entro la città il pontefice: i due re poi, l’uno volendo come preliminare il possesso del Milanese, l’altro negandolo, nè tampoco acconsentirono di abboccarsi; il papa, che si vantava abilissimo negoziatore, propose le condizioni separatamente (18 giugno), ma non potè ottenere che una tregua per dieci anni, serbando ciascuno quel che possedeva, cioè Piemonte e Savoja restando a tutt’altri che a’ suoi principi.