Storia degli Italiani, vol. 09 (di 15)
Part 29
I Medici trovavansi piantati in Firenze dall’armi forestiere, quando non rimaneva di lor famiglia alcun degno rampollo, ma un cumulo d’odj pei mali causati. A vero dire, Carlo V non v’avea spento il governo repubblicano; a quella famiglia restituiva i diritti che avanti il 1527; ad Alessandro competerebbero ventimila fiorini, non le totali entrate. Ma ai Palleschi non garbava un governo a tempo, sicchè bastò che i Medici li lasciassero fare, perchè si togliesse ogni rimasuglio di libertà. Girolamo Benivieni, l’antico discepolo del Savonarola, scrisse a Clemente VII con quella franchezza che tante volte si concilia colla devozione, «esortandolo a dare una forma di governo lodevole, come a cittadino conviene; insieme difendeva la memoria di frà Girolamo, e come le profezie di esso fossersi in parte avverate, le altre si avvererebbero» (VARCHI). Ma Filippo Strozzi, che tutto ambizione non badava per quali vie la soddisfacesse, divenuto pallesco malgrado della moglie, sollecitava Clemente a estirpar le reliquie del governo popolare; l’Acciajuoli consigliava a spoverire i nemici e la città, e fingere congiure che irritassero l’imperatore; il Vettori gli suggeriva: — Non ponete fiducia che nei soldati mercenarj, ma più ancor di questi vale il bargello»; il Guicciardini: — Invano cerchereste con qualsifosse maniera di dolcezza o benefizj rendere popolare questo governo; nè utile è, nè ragionevole aver pietà di coloro che hanno fatto tanti mali, e che, potendo, farebbono peggio che mai; meglio tornerà il compromettere col popolo i ricchi e destri, affinchè riconoscano non aver salute che nell’appoggiarsi ai Medici. Non bisogna esaurire le entrate della città, anzi mantenerla viva per poterne cavar pro; non obliando ma dilazionando di giungere al fine proposto; agli amici prodigare oneri ed utili di modo che, chi ne partecipi, diventi odioso all’universale; non concentrar tutto nel principe, ma spargere dei feudatarj pel dominio; togliere i consigli e l’altre chiacchiere vecchie, facendo una taglia di ducento, tutti confidenti. Insomma vorrei procedesser tutte le cose con questa massima, che, a chi non è dei nostri, non fosse fatto beneficio alcuno, eccetto quelli che sono necessarj per trarre da loro più utile si potesse: gli altri non solo son gettati via, ma son nocivi»[287].
Conforme a tali suggerimenti, Clemente così s’esprimeva col Nerli in Roma: — Dirai a quei cittadini che più giudicherai a proposito, che noi siamo ormai alle ventitre ore, e che intendiamo e abbiamo deliberata di lasciare dopo di noi la casa nostra in Firenze sicura. Però pensino a un tal modo di governo, ch’eglino vi corrano i medesimi pericoli che la casa nostra, e lo disegnino di tal maniera, che alla casa nostra non possa più avvenire quello che nel 1494 e nel 1527 avvenne, che noi soli ne fossimo cacciati, e quelli che con noi godevano i comodi dello Stato restassero in case loro. Dell’altre cose ci contenteremo ch’elle s’acconcino in modo, che gli amici, disposti a correre la fortuna di casa nostra, tirino dei comodi dello Stato quella ragionevol parte che a ciascheduno ragionevolmente si convenga».
Il papa non ebbe che a commettere a questi vili la riforma del governo (1532 5 aprile). L’antica costituzione non abbracciava nell’eguaglianza nobili e plebei, città e campagna; ma distinguevansi i Sopportanti, cittadini che pagavano le decime de’ loro beni, e i Non-sopportanti, che viveano delle braccia. De’ sopportanti, godeano la piena cittadinanza e gli uffizj que’ soli, i cui antenati avessero partecipato ai tre uffizj maggiori della signoria, del collegio e dei buoni uomini. Di questi ammessi o statuali, dicevansi andar per la maggiore quegli iscritti nelle arti maggiori, e per la minore quei delle quattordici arti inferiori. Alcuni pagavano le gravezze di Firenze, ma abitavano pel contado, e chiamavansi cittadini selvatici[288]. Nel nuovo statuto fu abolita la distinzione delle arti maggiori e minori, proclamando eguali in diritto i cittadini, nè più distribuiti gl’impieghi per quartieri; cassati i privilegi, che sono l’ultimo rifugio d’un popolo oppresso; tutti siano abili del pari a tutti gli uffizj, e formino un medesimo corpo e un medesimo membro; il principe è capo della repubblica, in luogo del gonfaloniere di giustizia; e Alessandro in futuro si abbia a chiamare il duca della Repubblica fiorentina, come si chiama il doge di Venezia[289].
Michelangelo Buonarroti era stato più giorni ascoso in un campanile per sottrarsi alla prima furia, e i Medici lo salvarono perchè contribuisse ad immortalarli. Luigi Alamanni, relegato in Provenza, avendo rotto il bando, fu processato come ribelle; poi piantatosi in Francia, da re Francesco ebbe stimoli e comodò a poetici lavori. Fu anche destinato ambasciadore a Carlo V, che l’accolse bene, il felicitò d’un tal protettore, e deplorò il duca di Firenze che lo avea perduto. Ma le sue opere toscane furono pubblicamente bruciate a Roma, d’ordine di Clemente VII, e un librajo, che le vendeva a Firenze, multato e bandito dal duca; di che sempre più lo favorì Caterina, delfina di Francia, la quale lo prese maestro di casa.
Fuoruscirono pure Donato Gianotti, il vecchio Jacopo Nardi, il giovane Bartolomeo Cavalcanti, il dottore Silvestro Aldobrandino, Anton Francesco degli Albizzi, Lorenzo Carnesecchi, e a tacer altri, fin quel Baccio Valori, che avea servito da commissario papale al campo liberticida. Ridottisi a Pesaro, ad Urbino, in Venezia, alcuni esercitavano nobilmente l’ingegno o nel fare scuola o nell’avvocatura, massime a Venezia, dove, secondo la consuetudine della repubblica romana (NARDI), si agitavano pubblicamente le cause; carezzati, ben voluti, sino a permettere che portassero armi in quella città dove nessun altro. Aveano essi creato sei _procuratori della libertà fiorentina_, che promovessero la causa di questa; intanto ai molti bisogni sovvenivano con denaro offerto da case stabilite in Roma ed altrove, e da frati che n’andavano raccogliendo[290]. Ma non vi mancava pure la feccia solita che s’arrabatta nel calunniare a vicenda, nello sfidarsi, nel denigrare, nell’esagerare i torti e le speranze.
I rimasti, giacchè della libertà più non era quistione, carezzavano l’idolo dell’indipendenza; e come salvaguardia dalla servitù straniera, Alessandro de’ Medici in sulle prime fu sofferto in pace. Ma trovandosi in mano un potere illimitato, e attorno tanti adulatori, costui non tardò a riuscire quel ribaldo che la sviata sua gioventù già lasciava temere. Portato alla signoria da armi straniere, guardando i sudditi come nemici, come vili quei che a suo pro abbattevano le barriere costituzionali, cinto da satelliti che aspettavano ogni suo cenno, fabbricata una cittadella[291], minacciando di morte chiunque tenesse armi, collo spionaggio, colle segrete, col mandare a male oggi uno doman l’altro, soffogava il repetìo della perduta libertà, mentre con frequenti feste, or per la venuta di Carlo V (1533), or pel matrimonio colla costui figlia, spiegava pompe solennissime e sovrattutto allettevoli al vulgo, che correva a mangiare e bevere ed applaudire[292]. Dilettavasi a scorbacchiare persone gravi e onorate. Le arti belle e le lettere, seconda vita di Firenze, recavasi a vile, benchè desse commissioni al Vasari, e per lui mandasse saluti e doni all’infame Aretino. Nelle caldezze dei ventidue anni, non rispetto di famiglie, non santità di talami o di chiostri frenava il brutale, prorompente alle libidini senza distinzione di sesso e d’età, di condizione, di santimonia; e piacentesi d’umiliare più spiegatamente quelli che più apparivano amici della libertà e riveriti dal popolo. I delitti che palesassero vigoroso animo, puniva severo; a quelli di sensualità conniveva: ma non ponea divario tra le persone: e nato un giorno romore nell’affollarsi a uno spettacolo, egli mandò i servitori a bastonare i romoreggianti; e dettogli che v’avea giovani nobili e persone di qualità, — Non importa (rispose), tutti son del pari miei nemici». Il cardinale Ippolito suo cugino gl’invidiava onori che a sè credea dovuti, e propenso alle lettere e all’armi, carezzava i fuorusciti che confidavano nell’ambizione e ne’ denari di lui, e che come rappresentanti della patria lo elessero «padre e protettore, e principale autore della recuperazione della libertà»; ma fra breve Alessandro se ne sbrigò col veleno (1535 10 agosto), dicendo: — Si veda che ci sappiam levare le mosche d’attorno».
«Era in tutto l’universale una tacita mestizia e scontentezza. La plebe e la maggior parte del popolo minuto e degli artigiani, i quali vivono delle braccia, perchè non si lavorando non si guadagnava, ed erano tutte le grascie carissime, stavano incredibilmente tristi e dolenti. I cittadini popolani veggendosi sbattuti, e avendo chi il padre, chi il figliuolo e chi il fratello o confinati o sbanditi, e dubitando ognora di nuovi accatti e balzelli, non ardivano scoprirsi, e non che far faccende e aprire traffichi nuovi, serravano gli aperti e si ritiravano per le chiese e nelle ville, parte essendo e parte infingendo d’essere non che poveri, meschini. I Palleschi, conosciuto quanto si fossero ingannati, si guardavano in viso l’un l’altro senza far motto; perciocchè s’erano persuasi di dover essere piuttosto compagni che servi, e che Alessandro, bastandogli il titolo di duca, dovesse, riconoscendo così fatta superiorità da loro, lasciarli trescare a lor modo, e non ricercare, come si dice nel proverbio, cinque pie’ al montone. Ma egli, con tuttochè non passasse i ventidue anni, essendo desto e perspicace di sua natura, instrutto da papa Clemente e consigliato dall’arcivescovo di Capua, uomo sagacissimo, aveva l’occhio e poneva mente a ogni cosa, e voleva che tutte si riferissono a lui solo. Dispiaceva ancora universalmente il vedere che non il palazzo pubblico dei signori, ma la casa de’ Medici sola si frequentasse, e fosse tutte l’ore piena di cittadini; dava terrore a tutto il popolo la guardia (cosa non usitata di vedersi a Firenze) che menava seco continuamente il duca con una maniera nuova d’arme in aste, le quali avevano in cima due braccia di largo e taglientissimo ferro» (VARCHI).
Sull’esempio di lui, ministri e soldati faceano a chi peggio, la giustizia si mercatava, vendeansi grazie ed impieghi; oggi diceasi che un suo satellite avesse saccheggiato un nobile fiorentino; domani che un altro avesse ucciso a bastonate un ragazzo; e chi rapito, chi stuprato; e si era a quel fondo di miseria ove non rimane più nemmeno l’ardire di lamentarsi. Come è stile dei tiranni, voleva la gente allegra, divertentesi; onde i suoi fautori insultavano alle miserie con «sontuosissime cene, dove convitando le più belle e più nobili giovani di quella città, consumavano tutta la notte in far feste, intervenendo sempre il duca immascherato a intrattenerle, di tal maniera niente di manco, che era da ognuno conosciuto... Furono le spese di que’ pasti sì smisurate, che non mai da que’ tempi indietro erano state vedute nella nostra città; perchè non ve ne fu nessuna che non arrivasse alla somma di quattro e di seicento scudi;... e tre arrivarono ala somma di mille»[293].
Non son questi i modi da far rassegnati ad una signoria nuova; e i fuorusciti erano tanti e così irrequieti, da impedire che essa durasse con pace. Più volte ricordammo Filippo Strozzi, marito della Clarice Medici, «nella ricchezza senza comparazione di qualsivoglia uomo d’Italia: perchè alla morte sua si trovò che aveva scudi trecentomila di denari contanti, e ducentomila di beni, di gioje e d’entrate d’uffizj; onde appariva fortunatissimo, avendo aggiunto una prole di figliuoli maschi e femmine senza alcun paragone di bellezza e di destrezza d’ingegno e di accortezza di giudizio»[294]. Passava anche per valente in maneggi di Stato e in guerra; ma quanto alla mercatura e agli studj, tanto si dava ai piaceri; donde gli venne quello svigorimento d’animo, che rende incapaci a compiere i generosi concetti. Del resto pien di dottrina come di cortesia, di eccellente gusto, di gran generosità coi letterati, fu ripagato a lodi, le quali non tolgono di vedere come fosse sprezzatore delle cose sacre, e trascinato da un’ambizione senza intenti elevati. Stimolato dalla moglie contro i Medici nella prima cacciata, destò sospetto di favorirli segretamente, sicchè alla malevolenza popolare si sottrasse ricoverando a Lione: poi quando i Medici rivalsero, ne sposò gl’interessi.
Abbiamo la vita di lui scritta da suo fratello Lorenzo, tutta scuse e lodi; ove, da quei piccoli ambiziosi che transigono colla propria coscienza meritano esser notate le progressive condiscendenze di Filippo a una causa che disamava, e come egli o il biografo ne versino la colpa sovra la necessità, scusa dei fiacchi. Clemente desidera svellere le apparenze di libertà, ma che l’opera paja condotta da Fiorentini; onde chiama a Roma Filippo, e gliene affida l’incarico: «parve a Filippo duro; nondimeno, temendo più i propinqui pericoli che i lontani, offerse largamente l’opera sua in tutto quello che a sua beatitudine fosse grato». Adunque in un congresso si tratta di concentrare tutta l’autorità in Alessandro; e Filippo, conoscendo che il domandar di ciò consiglio era fatto solo per cerimonia e per far partecipi altri di sì fatto carico, per non nuocere a se stesso senza giovare alla patria, aderì». Allora Clemente a molti cittadini chiede pareri di riforme, e man mano che arrivano li mostra a Filippo, coll’approvare e col disapprovare chiarendo quai fossero i suoi desiderj; e «come gli parve che Filippo possedesse la mente sua appieno», gl’impose andasse a Firenze e mettesse d’accordo que’ consiglianti nello stabilire un governo a suo beneplacito. «Sebbene Filippo aveva aderito alla sua opinione, gli parve strano d’averne ad essere palesemente ministro; nondimeno non potè fare di non obbedire». E così va e inganna i cittadini, consolida il duca, «e per questa e per altre dimostrazioni egli si persuadeva aver riguadagnato appresso al duca tanta fede che lo rendesse sicuro». Eppure subisce l’ingratitudine de’ Medici: ma quando Clemente lo prega di condurre in Francia Caterina, sposata al Delfino, e di farsi garante della dote, Filippo, «sebbene conoscesse l’astuzia di sua santità, pure, pensando che la servitù e le buone sue opere potrebbono vincere l’ingrata natura sua, si offerse paratissimo a tutti i desiderj di quella». E via di questo passo, col quale si spiace ai liberi non meno che ai servili.
Di fatto Alessandro, dopo averne avuto consigli e denari per fabbricare la fortezza di Basso, guardava Filippo d’occhio sospettoso, l’imputò d’aver tentato avvelenarlo in una pozione amatoria, cercò anche disonorarlo in Luisa sua figlia, e non la potendo avere alle sue voglie, la avvelenò. Filippo allora colla restante famiglia fugge in Francia, poi cambiato il pontefice, e avendo la Corte francese incarcerato i suoi agenti affinchè pagasse la dote di Caterina di cui stava responsale, torna a Roma, si fa centro de’ fuorusciti; e con essi porta i lamenti loro e della patria a papa Paolo III, avverso ai loro nemici, e manda esporre a Carlo V (1535) le miserie di Firenze e l’infamia del duca, spendendo e spandendo per indursene favorevoli i cortigiani. Carlo diede ascolto e buona intenzione a costoro, come chi disapprova l’inutile provocare; ma troppo alieno dal voler restaurare una repubblica guelfa, accettò le discolpe del tiranno, sostenute dalla prostituita eloquenza del Guicciardini, e da quattrocentomila fiorini. E importandogli di correre ad assicurarsi il vacante ducato di Milano, propose un’amnistia di cui nessuno si fidava, e riforme di poco rilievo e di niuna sicurezza; talchè i fuorusciti risposero: — Non venimmo per dimandare a vostra maestà con che condizioni dovessimo servire, nè per chiedere perdono di quel che liberamente abbiamo fatto per la libertà della patria nostra, nè per potere colla restituzione dei nostri beni tornare servi in quella città, dalla quale siamo usciti liberi, ma per pregarla a restituirci intera la libertà, promessaci nel 1530 dagli agenti e ministri suoi in suo nome. Se le pare obbligo di giustizia torla da sì aspra servitù, si degni provvedervi conforme alla sincerità della fede sua: quando altrimenti sia la sua volontà, noi aspetteremo che Iddio e la vostra maestà meglio informata provveda ai desiderj nostri; risolutissimi a non macchiare per privati comodi il candore degli animi nostri col mancare a quella carità che tutti devono alla patria»[295].
Confermato Alessandro, i fuorusciti, perduto ogni ripiego legale, non poterono che ritorcersi in quelle trame, le quali fan rampollare mille speranze, non ne maturano alcuna. Lo Strozzi diceva: — Chiedo la libertà della mia patria a Dio, al mondo, al diavolo; e a qualunque di questi me la dia, sarò egualmente tenuto»; e confiscatigli i beni, ricoverava a Venezia, riverito da’ profughi come capo e speranza. I cittadini che delle trame aveano sentore, guardavano verso questi liberatori; quei che non ne sapevano, desolavansi senza conforti, quando la vendetta venne donde niuno aspettava.
Dei Medici popolani sopravvivevano due rami, all’un de’ quali apparteneva Cosmo, all’altro Lorenzino di Pierfrancesco, garzone sui ventun anno, colto ma sviato, procace a cavarsi tutte le voglie, e detestato universalmente come spia, compagno, ministro e stromento alle dissolutezze del duca. V’intervenisse rivalità d’amore, o il toccasse virile vergogna o libidine di rinomanza, costui pensò rintegrarsi nella stima de’ suoi con un’azione, ch’egli misurava secondo le idee de’ classici, dei quali era studioso. Già a Roma aveva abbattuto statue d’antichi tiranni; di che papa Clemente, che viziosamente l’amava, fu per mandarlo alle forche. Ebbe un tratto l’ispirazione di uccidere esso papa, e non l’osò o non gli venne fatto. Parvegli poi bello sbrattare la terra da un mostro qual era Alessandro, tanto più facile che spesso erano insieme a ribalde avventure. Una volta gli capitò il destro di trabalzarlo da un muro di monastero, che scalavano insieme, ma s’astenne perchè potea credersi caso, non deliberato proposito. E questo covò, sinchè un giorno trasse il duca nella propria camera, col pretesto di condurgli la bella Caterina Soderini, zia di esso Lorenzo, da Alessandro lungamente desiderata (1537 6 genn.); e qui assalitolo con un tal Michele del Tavolaccino, soprannomato Scoronconcolo, che da lui sottratto alla forca, se gli era profferto ad ogni servigio, invano resistente lo passò fuor fuori.
Ad ammazzare basta il coraggio d’un ribaldo; e il far un colpo senza pensare al dopo è eroismo da piazza, che troverà sempre seguaci perchè insano, lodatori perchè vulgare. Tal fu Lorenzino, il quale del suo proposito non avea fatto motto a persona; non concertato coi fuorusciti; scannato il duca, chiude a chiave la camera ove lo lascia cadavere, e senza manco far prova di sollevare il popolo, fugge, non so se più inetto o più tocco da rimorso. Per ricoprire il quale ai proprj occhi, da Venezia manda fuori una retorica diceria a dimostrare che operò da eroe; ma se qualche letterato applause al nuovo Armodio, se i fuorusciti «lo portavano con sommissime lodi di là dal cielo, non solo agguagliandolo, ma preponendolo a Bruto» (VARCHI), il mondo non gli fece onore d’un atto compito per _immensa cupidigia di lode_; ond’egli andò fuggiasco in Francia, in Turchia, finchè alcuni sicarj in Venezia guadagnarono la taglia bandita sul capo di lui[296].
Firenze sentì il fatto (1537) come avviene d’accidente imprevisto, lieta di trovarsi tolto dal collo costui, ma incerta sul da fare. Palla Rucellaj co’ repubblicanti esortava, giacchè era caduto impensatamente il tiranno, a coglier l’occasione di rassettare il buono stato antico; i Piagnoni trassero la testa fuor de’ cappucci dicendo: — È il dito di Dio»; gli artigiani, quando vedeano cotesti nobili affrettarsi a cogliere i frutti d’un colpo, a cui non aveano nè merito nè peccato, esclamavano: — Se non sapete o potete far voi, chiamate noi che faremo»; ma nessuno sorse capace di ghermire una vittoria, ch’era sicura a chi più pronto. I fuorusciti, dopo tanto chiacchierare e promettersi pronti ed aizzare gli altri, si trovarono côlti alla sprovveduta, e si diedero fretta di raccor gente, e ajutarsi anche con soccorsi del papa. Ma il cardinale Cybo, principal ministro del duca, potè conservare l’ordine in Firenze e impedire che mutamento di stato seguisse. S’aduna l’assemblea, ed il Guicciardini adopra il suo ingegno a mostrare quanto gli oligarchi avrebbero avuto a soffrire dalla reazione popolare. Maggior effetto faceano le guardie d’Alessandro Vitelli, disposte a saccheggiare o a gridare viva: sicchè i prudenti determinarono evitare i rischi d’una rivoluzione, le vendette degli oppressi, l’ingordigia della plebe, dando un successore ad Alessandro.
Lasciava egli Giulio, figliuolo d’amore, ma troppo fanciullo, sicchè prevalsero quei che portavano Cosmo, de’ Medici popolani, figlio di Giovanni dalle Bande nere. A soli diciassett’anni, «colla tenue facoltà di sette in ottocento scudi d’entrata tutti in litigi e garbugli, essendo in poca grazia del duca Alessandro, al quale non parea giovane di riuscita, non frequentando la corte ma stando sempre in villa e dilettandosi di uccellare e pescare sotto la tutela della madre, povera e sconsolala vedova»[297], era mondo delle malvagità de’ Medici, erede d’un nome tradizionalmente caro ai Fiorentini e più agli antichi commilitoni di suo padre. In cosiffatte urgenze prevale chi fa più presto; onde i suoi amici, vistolo venir dalla villa per sapere le novità, lo acclamarono capo della repubblica fiorentina (1537 9 genn.), col grado stesso di Alessandro.
I tre cardinali Salviati, Ridolfi, Gaddi, accorsi alla patria per procacciarne la libertà, conobbero tarda l’opera, o più utile la connivenza; onde ai fuorusciti che s’erano mossi da Roma, mandarono dire che voltassero indietro, vinta anche questa volta l’inconsideratezza di quei di fuori dalla pronta sagacia de’ governanti. Il Vettori aveva già scritto allo Strozzi: — Non stiamo in su’ Bruti e Cassj, nè in sul voler ridurre la città a repubblica, perche è impossibile. Fate che questo infermo viva; vedete non li siano date medicine forti che l’ammazzeranno; e nel farlo vivere si potrebbe un dì ridurre a miglior abitudine, da poterne sperare qualche bene». Da poi a chi gli rinfacciava quest’opera scellerata di avere costituito un tiranno, scusavasi dicendo: — In questi tempi non si può trovare strada che sia men rea». Il Guicciardini, sempre intento a fabbricarsi il nido fra le ruine, parteggiava per Cosmo, che s’era impromesso ad una figlia di lui, ma insieme volendo cattivarsi i grossi cittadini, proponeva che al nuovo signore si mettesse una costituzione, stretta quanto a un doge di Venezia; però il Vettori, da soldato, derideva siffatte restrizioni; e, — Se gli date la guardia, l’arme e la fortezza in mano, a che fine metter poi ch’ei non possa trapassare un determinato segno?»
In fatti tra un mese Cosmo ebbe dimenticati gli accordi e gli amici[298]; la parentela stipulata col Guicciardini da privato rinnegò da principe, sicchè quello, riscosso dal suo tristo sogno, prorompeva: — Ammazzate pure de’ principi, che subito se ne susciteranno degli altri», e si ritirò ad Arcetri, dove il rancore dell’ambizione delusa e dell’orgoglio umiliato amareggiò gli ultimi suoi anni. Matteo Strozzi, Roberto Acciajuoli, altri che aveano intrigato per Cosmo, tardi gemeano fra la costui ingratitudine e la popolare esecrazione. Palla Rucellaj, che unico si era opposto al ragionamento del Guicciardini, ricoverò in Francia, e tenne mano a una congiura; e Cosmo credette ingannare la posterità col farlo dipingere dal Vasari in atto di prestargli omaggio.