Storia degli Italiani, vol. 09 (di 15)

Part 28

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Luigi Alamanni poeta, appartenente col Martelli, col Vettori, col Brucioli, col Machiavelli a una società che adunavasi negli orti Rucellaj per ragionare di studj e di politica, côlto di notte con armi proibite, era stato multato, ond’egli per dispetto entrò in una congiura coi Buondelmonti contro la vita di Giulio allora cardinale; e scoperti e condannati gli altri, egli provvide alla propria salute col ricoverare in Francia, che trovò più cortese che la patria[275]. Tornato alla cacciata de’ Medici, sebbene avverso a questi, non cessava di ripetere a’ Fiorentini: — Andrea Doria, che brama altre repubbliche vicine a quella che a lui deve l’esistenza, vi raccomanda di imitare gli esempj di Genova e d’appoggiarvi all’imperatore; io stesso, se volete, andrò mediatore presso di questo, nelle cui mani stanno omai le sorti italiche»: ma l’antipatia nazionale e l’abbajare de’ piazzeggianti prevalsero, tanto che l’Alamanni dovette sottrarsi all’indignazione popolare. Passato col Doria in Ispagna, di là avvisò che si tramava contro Firenze, ma non riscosse che sgradimento, come chi disnuda il vero alle fazioni, che vogliono essere ingannate.

Al contrario, Baldassarre Carducci, che, per allontanarlo, era stato spedito ambasciatore alla corte di Francia, prometteva mari e monti; e il 1529, mentre si praticava la pace, scriveva di là: — Stringendo io molte volte questa maestà a ricordarsi della divozione e fede delle signorie vostre verso di lei in questa composizione, ha con tanta efficacia dimostro l’obbligo sommo che gli pare avere con quelle, affermandomi non esser mai per fare alcuna composizione senza total benefizio e conservazione di cotesta città, la quale reputa non manco che sua. Ed ultimamente m’ha ripetuto queste medesime ragioni ed assicurazioni il granmaestro (Montmorency), dicendomi: _Ambasciadore, se voi trovate mai che questa maestà faccia conclusione alcuna con Cesare, che voi non siate in precipuo luogo nominati e compresi, dite che io non sia uomo d’onore, anzi ch’io sia un traditore_. Ed a Bartolomeo Cavalcanti il re disse espressamente con giuramento, non esser mai per comporre con Cesare altrimenti; e piuttosto voler perdere i figliuoli che mancare a voi confederati»[276].

Più sincera la regina erasi lasciato sfuggire che darebbe mille Firenze per riaver uno de’ suoi figliuoli. E in fatto si concordò la pace senza la minima riserva a favor di Firenze, e il deluso Carducci scriveva: — L’empia ed inumana determinazione di questa maestà e de’ suoi agenti aveano dato mille promessioni e giuramenti di non concludere cosa alcuna senza partecipazione degli oratori, degli aderenti e dei collegati; e nondimanco, senza farne alcuno di noi partecipe, questa mattina hanno pubblicato la composizione e pace con grande solennità, senza includerci altrimenti; di modo che non s’è alcuno di noi potuto contenere (gli ambasciatori veneti trovansi nello stesso caso) di non mostrare a questi signori la loro ingiustizia ed irrazionabile rimunerazione di tanta osservanza e spese ed incomodi, patiti per questa corona di Francia. Sarà una perpetua memoria alla città nostra e a tutta Italia, quanto sia da prestar fede alle leghe, promissioni e giuramenti francesi». Alle stesse lagnanze rispose il granmaestro: — Adunque voi volete impedire la ricuperazione dei nostri figliuoli? Guardate che, avendo voi un nemico, non ne abbiate due». In questi accordi dunque poneasi che i Medici, spossessati illegittimamente nel 27, doveansi rimettere; e poichè Ippolito era cardinale, restava come principe Alessandro, generato in una schiava mora da Lorenzo d’Urbino, o, come diceasi, da Clemente VII, e fidanzato colla Margherita bastarda di Carlo V.

Vilmente tradita dal re di Francia (1529), la città mandò all’imperatore, rimostrandogli che, se era entrata nella lega contro di lui, l’avea fatto quando obbediva ai Medici e al papa, e chiedeagliene perdonanza, esibendosi pronta ad ogni accordo purchè le conservasse la libertà: «ma i messi, piuttosto uccellati che uditi» (VARCHI), furono rimessi a Clemente VII; ottenessero il perdono di lui e bastava. Clemente, offeso anche come papa e ne’ prelati più eminenti dagli Imperiali, avea perdonato a questi per forza; ma secondo lo stile de’ fiacchi che si rivendicano sui deboli, metteva l’onor suo nel castigare i Fiorentini del rispetto mancatogli come principe.

Acciò dunque che sola non galleggiasse fra l’universale diluvio, l’imperatore, mentre se n’andava dalla pacificata Italia per non udirne i nuovi ejulati, spediva le sue torme, lorde del sangue e delle rapine di dieci anni, a spegnere quest’ultimo anelito della fazione guelfa.

I Fiorentini, più non potendo confidare che in se stessi, benchè da tanti anni avessero dismesso le armi pei traffici e le arti, non mancarono all’estremo momento: respinti i patti della servitù, voltano il viso alla fortuna, e attirano l’attenzione del mondo con fatti che rimangono fra’ più eroici della storia. Nicolò Capponi, che un’onorevole conciliazione preferiva all’inutile resistenza[277], non solo ebbe rimproveri pubblicamente, ma processo di secrete pratiche col papa; e sebbene provasse l’intemerata sua intenzione, ed anche la posterità non gli trovi altra colpa che d’essersi lasciato illudere da Clemente, il quale colle trattative voleva addormentar la città e remorarne gli armamenti, quelli che non sanno urlare se non _traditore_ e _morte_ lo voleano al patibolo; salvato dai moderati, fu deposto dal ben tenuto uffizio; perchè nelle febbri popolari non vuolsi la prudenza che modera, ma la violenza che spinge.

Il surrogatogli gonfaloniere Francesco Carducci, uom nuovo negli affari, ma sviscerato della repubblica, addomestica Piagnoni e Arrabbiati, e fa i preparativi più risoluti. Solennemente si pronunziano decaduti i Medici: e poichè i popoli sogliono di Dio ricordarsi nelle gravi urgenze e nelle inaspettate fortune, si fecero processioni, si tornò a pietà come al tempo del Frate, proibiti i giuochi di zara, corretto il lusso, puniti la bestemmia e il mal costume; una quarentìa renderà la giustizia pronta e severa con appello al consiglio generale; e Jacopo Alamanni, giovane nobilissimo, condannato da quella, nel montare al patibolo congratulavasi co’ cittadini che il suo supplizio servirebbe a saldare le recenti ordinanze.

A soccorso di Firenze trassero i residui delle Bande nere, con diciotto capitani reputati; si fece una «descrizione generale per tutta la città di una milizia civile»[278], giurata di non adoprar le armi se non per onore di Dio, per lo ben comune e per difesa della libertà; le rinnovate bande dell’ordinanza si trovarono salire a diecimila uomini, fior del contado, armati e disciplinati meglio che non s’aspettasse da gente divezza; in piazza San Giovanni, cantata messa, giurano che nessuno abbandonerà mai l’altro, ma ad ogni estremo la libertà difenderanno. In fatto, «sebbene erano fra di loro di molte gozzaje e di cattivissimi umori, essendo di tanti pareri e in tante parti divisi, nondimeno si astenevano, non che di manomettersi l’un l’altro coi fatti, d’ingiuriarsi colle parole, dicendo, — Questo non è tempo di far pazzie; leviamoci costoro d’addosso, e poi chiariremo le partite» (VARCHI).

Michelangelo Buonarroti, come già Archimede, dirigeva le fortificazioni, e bastionava la città col Sangallo, col Peruzzi, col Serlio, col d’Alberti; Donato Giannotti serviva da segretario di Stato; da cancelliere Francesco Aldobrandino, padre di Clemente VIII, che ora stendeva sapientissimi consulti, ora argute satire; Bartolomeo Cavalcanti, Luigi Alamanni, Pier Vettori combatteano a vicenda ed arringavano (1529); Andrea del Sarto dipingeva ad infamia i traditori; il Nardi, il Segni, il Busini, l’Adriani, il Nerli cooperavano ad imprese che poi doveano tramandare alla posterità; prestiti forzosi, gli argenti delle chiese e de’ privati, le gemme de’ reliquarj, le facoltà dei corpi religiosi e d’arte, vendute o poste a pegno, procurarono il denaro, con cui si presero al soldo Malatesta Baglione, Stefano Colonna, Napoleone Orsini ed altri venturieri; nove commissarj con amplissimo potere aveano il maneggio della guerra.

Egregi provvedimenti, ma tardi, quando era spalancato il varco, che sarebbesi potuto ben chiudere ai giorni di Carlo VIII colle campane minacciate da Pier Capponi, e colla ispirazione del Savonarola. Ora contro alla libertà stavano i Medici, fatti onnipotenti da che univano oro, spada, croce; stavano i principi tutti, risoluti a spegnere le antiche libertà; stavano l’odio delle provincie mal governate, il dispetto dei grandi conculcati dal popolo, immensa turba di servili comprati dai Medici, i quali con arte secolare aveano guasto anche le forme buone, e col voto de’ loro creati portavano agl’impieghi le persone meno meritevoli, affinchè screditassero quel modo di governo.

Il duca di Ferrara, non che mandasse, come avea stipulato, a capitanarli il giovinetto suo figlio[279], si rappattumò col papa, e lo fornì d’artiglierie. All’abate di Farfa spedirono tremila zecchini perchè facesse mille fanti, ma il portatore fu côlto presso Bracciano per ordine di Clemente VII, e spogliato. Che fa l’abate? apposta il cardinale Santacroce, che dal papa era mandato a Genova incontro all’imperatore, e menatolo prigioniero, nol rilasciò finchè il papa non gli ebbe restituiti i tremila zecchini. Allora egli tenne alcun tempo la campagna pei Fiorentini, ma poi compro o sgomentato dalle prime disgrazie, tornò al suo Bracciano e a riconciliarsi col papa. Malatesta Baglione, preso a capitano generale per compiacere al re di Francia (1529), staccasi da Cortona ed Arezzo che aveva assunte a difendere, e mena i suoi a Firenze traverso il Valdarno, non provveduto di vittovaglie, perciò violentandolo alla peggio; le truppe mercenarie, di scarsa fede, pareano più timorose del vincere che della sconfitta; nessun ajuto dall’Italia, spossata dai conflitti, o sbalordita dalla vittoria. Clemente VII, oltre le proprie truppe comandate da Baccio Valori, dirizzava sopra la sua patria quegli stessi imperiali e luterani della cui ferità avea fatto così deplorabile sperimento, e ai quali or dava autorità di esiger dai Romani le somme che per terrore avessero promesse durante il sacco: e quegl’ingordi, affacciatisi (24 8bre) dal colle dell’Apparita al ridentissimo prospetto che presentano la città e i colli popolati di vigneti e di ottocento palazzine[280], urlarono con selvaggia bramosia: — Prepara, o Firenze, i tuoi broccati d’oro, che noi veniamo a misurarli colle picche». Erano guidati da Filiberto principe d’Orange, che partecipe delle cospirazioni del Borbone, con esso era disertato dalla Francia a Carlo V, e a quello succeduto nel comando degl’Imperiali e nel guasto d’Italia: e benchè detestasse senza rispetto la cupidità del papa e l’ingiustizia di quella impresa, nondimeno aveva chiarito non poter mancare di continuarla senza la restituzione dei Medici» (GUICCIARDINI). Sua madre gli scriveva dissuadendolo da quella come ingiusta, o gliene arriverebbe male: e indovinò.

Una città dopo l’altra cede a costoro; molti Palleschi disertano dalla patria, tra’ quali Francesco Guicciardini, che forse increscevasi di non ottenere bastante considerazione in governo popolare, come altri di gran famiglia, e sperava di assodare un’aristocrazia coi Medici, mal prevedendo che questi si eleverebbero deprimendo i nobili; e recò ai nemici il soccorso del proprio ingegno politico, più utile dacchè fu morto Girolamo Morone (15 xbre), il quale prestava ai nemici d’Italia quell’accorgimento che contro di loro aveva aguzzato.

— Il papa non s’ostinerà a’ nostri danni, o l’Europa non rimarrà indifferente a vederci perire», dicevano i Fiorentini; e Clemente: — Non reggeranno a vedersi guastare i loro orticini». D’altra parte, che valor ripromettersi, che costanza da mercanti, esercitati solo in arti sordide, non in quella nobilissima dell’ammazzare?[281] Ma il patriotismo gl’infervora di modo che giurano uccider mogli e figli, metter fuoco alla città anzichè cedere. Demolite chiese e conventi colle loro bellissime pitture, distrutte le ville, deliziosa ghirlanda di Firenze, vedeansi recar di là fasci d’aranci, di rosaj, d’ulivi recisi, per crescere le fortificazioni della patria. — Perchè esporre cotesto innocente?» fu chiesto ad un vecchio che trascinava un fanciullo a combatter sulla mura; — Perchè scampi o muoja con me a salvezza della patria»[282].

Pareva il Savonarola rivivesse in frà Benedetto da Fojano, frà Zaccaria da Fivizzano, frà Bartolomeo da Faenza, che promettevano vittoria e schiere d’angeli a protezione. La balìa scriveva a Baldassarre Carducci: — Noi qui stiamo di bonissima voglia, confidando, oltre all’ajuto di Dio, nelle buone provvisioni che abbiamo fatte sì di ripari e di gente, come d’ogni altra cosa; nè pare altro ci possa far male, salvo che la lunghezza del tempo, la quale ancora tollereremo mentre che avremo vita; poichè siamo disposti a mettervi tutte le nostre facoltà prima che venire sotto il giogo della tirannide. Ai nostri cittadini, ancorchè fossimo consumati per tante altre incomodità, non è grave alcun peso per mantenere questa libertà, la dolcezza della quale tanto più si gusta, quanto maggiore è la guerra che le è fatta. E nonchè altro, niuno è che spontaneamente non concorra a fare i ripari della città con le proprie mani... Trovandosi oggi la terra ottimamente fortificata, non temono forza alcuna; ed essendo disposti a non perdonare al resto delle nostre facoltà, dureremo insin tanto che si apra qualche spiracolo alla nostra liberazione. Abbiamo assai da ringraziare Iddio che, avendo dentro tanta gente forestiera, non è mai seguita cosa alcuna di quelle che hanno sopportato le altre città che sono state assediate: anzi si è generato tanto amore e benevolenza tra’ soldati e li nostri giovani, che pajono tutti fratelli; e si vede nei forestieri tanta prontezza alla nostra difensione, che pare che non meno combattino per li proprj loro interessi che per li nostri: il che nasce perchè sono benissimo pagati, ed amorevolmente da ciascuno intrattenuti; onde seguita, aggiunto i mali pagamenti de’ nemici, che moltissimi tutto giorno si partono da loro, e vengono agli stipendj nostri. Talchè tutta questa nostra fanteria è ridotta a tanta perfezione sì di numero come di bontà, che se uscisse in campagna farebbe tremare tutta quanta Italia»[283].

Nelle prime avvisaglie col principe d’Orange si segnalò Francesco di Nicolò Ferruccio, uomo austero che sarebbe vissuto alla campagna o al fondaco oscuramente per sottrarsi alla dipendenza, se l’occasione non l’avesse fatto patrioto fervoroso e tipo dell’eroe popolano. Messosi capo di bande, seppe mantenere l’abbondanza e, che più era difficile, la disciplina; e credendo che i partiti medj guastino e non salvino, neppur si ratteneva dalle crudeltà. A Pisa adoprò tutta la severità d’un conquistatore; se non gli dessero armi e vittovaglie minacciava impiccare i facoltosi, e infliggere a tutti la morte del conte Ugolino; e per prevenire qualche sollevazione mandò via tutti i cittadini capaci delle armi. A Volterra «dopo la vittoria fece impiccare quattordici Spagnuoli che avea presi prigioni;... messe di poi le mani in sulle robe dei cittadini e sull’argenteria sacra, e comandato pena la vita che nessun cittadino uscisse dalla città, alloggiò i soldati nelle case loro con modi aspri e insolenti;... usò molto rigore nel trovar denari, facendo impiccare per tal conto due cittadini alla finestra del palazzo dov’egli abitava» (SEGNI); un trombetto speditogli dal capitano Fabrizio Maramaldo calabrese, fece appiccare alla mura, dalla quale intanto i soldati sbeffeggiavano con un miagolare che somigliava al nome di quel capitano; e difese quella città contro diecimila assalitori.

— L’ardimento è necessario ne’ casi estremi (diceva egli); al modo che già tenne il Borbone, assaliamo Roma; strasciniamovi gente colla speranza del saccheggio; corrompiamo i Tedeschi e pigliamoci prigioniero il papa»: altri parlavano di ricorrere ai Turchi, o almen faceano sperare ne’ loro ajuti[284]. E certo se Firenze commetteva la dittatura al Ferruccio o al Carducci o ad altro nazionale, avrebbe guidate le cose meglio che non esponendosi alle pretensioni de’ condottieri, sdegnosi di obbedire ad altri che a principi: ma, ahimè! il patriotismo agguagliato alla religione, le nobili virtù guelfe rideste nella gioventù, il valore inaspettatissimo in gente mercadante, non doveano riuscire che a rendere decorosa la caduta sotto la cospirazione delle armi, dei tradimenti, della fortuna.

I Fiorentini non aveano cessato ancora di sperare dai Francesi, nè questi d’illuderli. Francesco I assicuravali non esser la pace che uno stratagemma per recuperare i suoi figliuoli; eppure ai Fiorentini mercadanti in Francia proibì di spedir denari alla patria pericolante: ordinò a Malatesta Baglione e a Stefano Colonna si togliessero dal servire que’ ribelli, eppure secretamente gli avvisava non obbedissero: richiamò da Firenze il suo inviato pubblico, eppure ve ne conservò uno secreto, che tenesse ben edificati i cittadini, e promettesse che, appena pagato il riscatto, li soccorrerebbe a viso aperto. Così maneggiava la politica il cavalleresco.

Anche Venezia (1530), in cui avevano sperato come repubblica e come ombrosa di Cesare, erasi accordata con questo. Ma i Fiorentini si confortavano all’udire ora che papa Clemente stava in fin di morte, ora che il Turco minacciava di prender Vienna, ora che tutto il contado sorgeva in armi, ora che i nemici pensavano levarsi in fuga: le baje dileguavansi, rimaneva la realtà. L’imperatore, sciolto dalla paura de’ Veneti, mandava nuove truppe col Lodrone, col Belgiojoso, col Leyva; gli Spagnuoli, trattando i Fiorentini da bottegaj, non ne accettavano le sfide, nè il riscatto quando prigionieri: bande di Romagnuoli scorrazzavano le strade impedendo le vittovaglie, che ogni giorno più si stringevano; «le gatte erano venute in gran prezzo, e i topi erano cibo, e gli asini si mangiavano ne’ conviti, senza gustarsi vino; e i cittadini erano ridotti a tale disposizione d’animo, che ragionando famigliarmente cogli amici, quasi si vergognavano di mostrare di aver mangiato qualche vivanda delicata, come troppo molli ed effeminati»[285].

Onde rinfrescare le provvigioni, occorreva di aprire la strada per Prato e Pistoja, sicchè fu mandato al Ferruccio che piombasse sopra gli assediatori, mentre gli assediati farebbero una sortita con tutta la gente di guerra e la milizia cittadina; avendo determinato che quei che restavano a custodia, se vedesser rotti i combattenti, uccidessero le donne e i figliuoli, mettessero fuoco alle case, poi uscissero alla stessa fortuna degli altri. L’Orange, avuto spia di quell’ardito movimento, dovette abbandonare il campo per farsi incontro al Ferruccio nella montagna di Pistoja, e scontrollo a Gavinana (2 agosto). I Fiorentini, benchè i Cancellieri di Pistoja gli avessero traviati per farli cadere sopra San Marcello, rôcca de’ Panciatichi loro nemici e palleschi[286], combatterono eroicamente e uccisero l’Orange stesso: ma Alessandro Vitelli sopraggiunto, rifece testa, sicchè i repubblicani rimasero sconfitti, e preso il Ferruccio, il quale così inerme fu agramente insultato e trafitto dal Maramaldo. — Tu ammazzi un uomo già morto», gli disse l’eroe; e fu da cento colpi finito.

Gravissimo sconforto a Firenze, che sentivasi agli estremi. Vi erano periti ottomila cittadini e dodicimila soldati forestieri; colla fame si faceano le prove estreme, e le teneva allato la peste; i fautori de’ Medici macchinavano entro la città, e al solito i chiassoni, che non sanno far altro, andavano denunziando traditori, e domandando supplizj contro uno che trattò di vender Pisa, contro un frate che voleva inchiodare le artiglierie, contro un Soderini che teneva informato il nemico: erano sospetti, ma vi rispondeva la forca; che più? la forca a chi nominasse favorevolmente i Medici, o il Magnifico, o il Padre della patria.

Mentre si delirava nelle imputazioni fraterne, non si teneva occhio al Baglione capitano generale, abilissimo guerriero, ma già altra volta traditor di Firenze; e forse bastò la tristizia del capitano a sperdere il buon volere di tutti. Ricusò assalire il campo mentre l’esercito s’era vôlto contro il Ferruccio, anzi in petto all’ucciso Orange furono trovate lettere che il rivelavano traditore: ma quando i Fiorentini lo licenziarono dal comando (8 agosto), assalì a pugnalate chi glielo intimò, e puntò le artiglierie contro le porte di Firenze. Se questa l’avesse trattato come Venezia il Carmagnola, sarebbesi avuto un altro tema contro l’ingratitudine delle repubbliche. Non l’osarono, ed egli procedette e accettò dal pontefice patti, leggendo i quali il doge di Venezia disse: — Ha venduto il sangue di quei poveri cittadini a oncia a oncia, e s’è messo un cappello del maggior traditore del mondo».

La città, che in tre anni di libertà avea speso un milione e mezzo di fiorini d’oro, e in undici mesi d’assedio sofferto fame, peste, privazioni, stenti d’ogni guisa, fu costretta a capitolare (1530 12 agosto) con Ferrante Gonzaga sottentrato all’Orange; stipulando salve e libere le persone, dimentiche le offese, restituito il territorio; pagherebbe ottantamila ducati all’esercito imperiale; rimetterebbe all’imperatore il regolar la forma del suo governo, «inteso però sempre che sia conservata la libertà». Tosto è eletta una balìa di dodici Palleschi, fra’ quali Pier Vettori, Baccio Valori, Francesco Guicciardini, Roberto Acciaioli; e spezzata la campana che per l’ultima volta avea convocato il popolo ad approvare col voto universale ciò che i suoi vincitori avevano ordinato, si cominciò con processi e torture ad abusar della vittoria. A Francesco Carducci già gonfaloniere, a Bernardo da Castiglione e ad altri quattro fervorosi patrioti è mozza la testa nel cortile del bargello, molti relegati, ad altri confiscati i beni; frà Benedetto da Fojano è mandato a Roma a morire non meno di sporcizia e di disagio, che di fame e sete. «Nè gli giovò ch’egli aveva umilmente fatto sentire al papa lui esser uomo per dovere (quando a sua santità fosse piaciuto tenerlo in vita) comporre un’opera, nella quale, mediante i luoghi della Scrittura divina, confuterebbe manifestamente tutte le eresie luterane» (VARCHI).

Tedeschi, Spagnuoli, Italiani dell’esercito nemico vennero spesso alle mani tra loro (1531), finchè col pagarne i soldi si ottenne partissero, a riserva di piccolo presidio in Firenze: poi Carlo V notificò che a questa restituiva gli antichi privilegi, ma vi poneva duca Alessandro Medici (5 luglio); e la balìa proclamò questo e i suoi discendenti «fra i viva del popolo e col rimbombo delle artiglierie, le quali senza palle ferirono il cuore di chiunque deplorava la perdita dell’antica libertà», dice il Muratori, con una semplicità ben più espressiva che non le declamazioni, affocatesi testè attorno a quel fatto, dove il romanzo rimarrà sempre inferiore di lunga mano alla storia.

Così dalla codarda vendetta di Clemente VII restava ribadita la supremazia imperiale sopra la città più guelfa d’Italia. Il vulgo superstizioso, cioè coloro che credono che Dio manifesti la sua collera anche in terra, vide la mano di lui nell’inondazione del Tevere (2 aprile), la più fiera che Roma ricordasse, con rovina di molti edifizj e di molte vite, e un conseguente lezzo che fomentò micidiale epidemia. Clemente patì sin di fame, e pericolò della vita in quella calamità, nè per questo si emendò della sordida politica. Per la quale, non potendo perdonare a Carlo il lodo proferito in favore d’Alfonso di Ferrara, ritorceva verso Francia, e spiava occasione di vendicarsi.