Storia degli Italiani, vol. 09 (di 15)
Part 27
CAPITOLO CXXXVI.
Assedio di Firenze. Affannoso assodarsi della dominazione medicea.
Nella pace non era stata compresa Firenze, vittima predestinata. Della prosperità di essa e d’una civiltà, gran tratto superiore alle altre nazioni, dove altro ne mancasse, dan cenno le feste con cui celebrò l’assunzione di Leon X al pontificato. Appena avutone l’annunzio, «si cominciò a sonare in palazzo, e di poi tutte le chiese; e il popolo corse in piazza e a casa i Medici, benchè non vi lasciavano entrare se non cittadini amici loro, per paura di non andare a sacco, come si costuma a Roma; e per non essere a quell’ora aperte le botteghe (ch’era di quaresima), cominciarono a ardere gli assiti, che non rimase nessuno in Firenze. Di poi la mattina le botteghe arsono scope, corbelli, botti e ciò che veniva loro alle mani; e per la città fastella di scope a ogni casa, e lumiere per tutti i campanili e in sulla cupola; e a casa del papa e di Giuliano de’ Medici gittarono dalle finestre mantelli, cappucci, berretti per magnificenza. Di poi il sabato gittarono fiorini d’oro e battesimi e grossoni e crazie[261] per parecchie centinaja di fiorini; e alla chiesa di San Lorenzo pane e vino a ogn’uomo; il simile la casa di Giovanni Tornabuoni e Jacopo Salvioli; e molte altre case di cittadini parenti e amici in buon numero davano pane e vino a ogni uomo. E in un tratto ognuno faceva fare l’arma del papa; tutti i magistrati fecer fare tondi di tela, dipintavi quell’arme; di modo che di arme del Comune non si faceva più conto alcuno. Di poi si mise in palazzo e nell’udienza e su tutte le porte di chiese, e nemmen si faceva festa di santi che non fosse sopra a crocifissi l’arme; di modo che pareva una mezza idolatria, più esaltandosi quella che la croce di Dio» (CAMBI).
D’entusiasmi, cambiati poco appresso in esecrazioni, non ci occorre andar fin là per cercare esempj: quel che c’importa è che in esse feste gareggiarono i primarj artisti; eretti archi dal Granacci e dal Rosso, finte facciate e prospettive da Antonio di Sangallo, e da Jacopo Sansovino una a Santa Maria in Fiore; chiaroscuri da Andrea del Sarto, grottesche dal Feltrino, statue dal Rustici, dal Bandinelli, dal Sansovino stesso; poi il Ghirlandajo, il Pontormo, il Franciabigio, l’Ubertini ornarono a chi meglio l’appartamento del pontefice; mentre Michelangelo e Rafaello con altri maestri deliberavano della facciata di San Lorenzo e d’altre opere da Leone meditate[262].
Quel lusso intelligente sfoggiavasi anche in men solenni occasioni, nelle molte brigate sollazzevoli, e nelle sagre delle confraternite. Di queste ben settantacinque noverava il Varchi, e vogliono special ricordo i Laudesi, consorzj secolari, istituiti già nel XIII secolo, e ordinati con certe leggi e colla consuetudine di alternare, nelle chiese e davanti a tabernacoli, l’innodia latina ecclesiastica con canzoni melodiose nella lingua del popolo. «Si adunavano ogni sabbato dopo nona in una chiesa, e quivi a più voci cantavano cinque o sei laudi o ballate composte dal Giambullari, dal Pulci, da Lorenzo de’ Medici, dalla madre di lui Lucrezia Tornabuoni, da ser Francesco d’Albizzo, da Feo Belcari, da Castellano Castellani e da altri» (SANSOVINO). In occasione d’interdetto della città, supplivano al silenzio de’ riti sacerdotali; crebbero al tempo di Savonarola; talora musica ed arti congiungevano in devote rappresentazioni.
Delle compagnie godereccie menzioneremo due di signori e gentiluomini, denominate del Diamante e del Broncone dall’insegna che aveano assunto, preseduta quella da Giuliano e questa da Lorenzo Medici. La prima preparò un trionfo alla romana, con tre carri, rappresentanti la puerizia, la virilità, la vecchiaja, disegno di Rafaello delle Viole, del Carota intagliatore, di Andrea di Cosmo, Andrea del Sarto, Pietro da Vinci, Bernardino di Giordano, Jacopo da Pontormo, e con iscrizioni e canti analoghi. Di rimpatto lo storico Nardi dispose gli apparati della compagnia del Broncone, in sei trionfi: il primo rappresentava la saturnia età dell’oro con simboli di pastorali felicità e cavalli coperti di pelli di lioni e di tigri coll’unghie d’oro, e d’oro le corde, e per staffe teste di montoni, e freni di verzure; seguiva Numa Pompilio con insegne religiose, e sacerdoti con turiboli e altri arredi da sacrifizj; il terzo trionfo figurava il consolato di Manlio Torquato, con senatori togati e fasci e scuri; veniva poi Giulio Cesare trionfante di Cleopatra, con pitture di quei fatti, e armi e torce; il quinto era di Augusto, circondato dai poeti che abbellirono la sua corte; sopra il sesto carro seguiva Trajano coi giureconsulti in toghe dottorali e scrivani e notaj; poi il trionfo dell’Età, con figure di Baccio Bandinelli e pitture del Pontormo; il tutto accompagnato da allusioni, ricche sempre, talvolta anche ingegnose, fra cui un uomo corcato sopra un globo e tutto armato fuorchè alla schiena, donde gli usciva un fanciullo dorato per esprimere che un secol d’oro veniva dopo quello di ferro.
Il carnevale uscivano «ventiquattro o trenta pariglie di cavalli ricchissimamente abbigliati co’ loro signori travestiti secondo il soggetto dell’invenzione, sei o otto staffieri per uno, vestiti d’una livrea medesima, con le torce in mano, che talvolta passavano il numero di quattrocento; e il carro poi o trionfo pieno d’ornamenti e di spoglie e bizzarrissime fantasie»[263]. Le varie scuole d’artisti solevano dare spettacoli pubblici, mandando attorno carri di trionfo in gara di nuove invenzioni e di splendidi decoramenti, sopra soggetti or della storia or allegorici: una volta erano i trionfi di Paolo Emilio, un’altra quelli di Camillo, diretti da Francesco Granacci; Baccio Baldini ci descrive la genealogia degli Dei, atteggiata in ventun carri; il Vasari ci mostra occupati i pittori in siffatte invenzioni.
In casa di Gianfrancesco Rustici convenivano Andrea del Sarto, Aristotele da San Gallo, Roberto Lippi e altri nove, formando una compagnia detta del Pajuolo, ove ciascuno dovea portare qualche vivanda artifiziosa, e potean menare quattro amici. Una sera, per allusione al nome loro, si allestì la tavola entro un immenso pajuolo, il cui manico serviva da lumiera. Postisi a sedere, ecco sorgere di mezzo un albero, i cui molti rami portavano il servito, poi discendeva per risalire con altri, e tutto ciò fra suoni e vini. Il Rustici offrì un pasticcio in forma di pajuolo, entro cui Ulisse tuffava il padre per ringiovanirlo, e padre e figlio eran due capponi. Andrea del Sarto un tempio, fondato sopra gelatina a varj colori, salsicciotti per colonne, capitelli di cacio parmigiano, cornicioni di paste dolci; nel coro era il leggìo con un libro di lasagne, avente le note e le lettere di grani di pepe, e in giro tordi in atto di salmodiare. Così gli altri sbizzarrirono in invenzioni.
La compagnia della Cazzuola, di ventiquattro, fece le più strane capresterie, massime una volta che fu proposto di vestirsi ognuno al modo che gli piacesse, e quel che si scontrasse nella foggia d’un altro pagasse una penitenza. Una volta comparvero tutti da muratori e manovali, colla cazzuola e il martello; e cominciarono un edifizio portando vassoj pieni di lasagne e ricotte, per rena cacio e spezie, per ghiaja confetti, per quadrucci e pianelle pani e stiacciate. Spezzato un imbasamento, si trovò composto di torte, fegatelli e altre leccornìe; poi una colonna di lesso, fasciata di trippe e col capitello di capponi arrosto e cimase di lingua; indi un architrave con fregio e cornicione di manicaretti. E così godeansi finchè venne una finta pioggia con tuoni che li fece abbandonar l’edifizio.
Un’altra volta era Cerere, che in traccia della rapita Proserpina, pregava i compagnoni della Cazzuola d’accompagnarla all’inferno. Moveano dunque, e per una bocca di serpente che chiudevasi sopra ogni coppia che entrasse, si condussero in una camera buja, ove la mensa era apparecchiata di nero, finchè Pluto, che gl’invitò alle nozze, ordinò cessassero le pene, e subito si videro illuminati i quadri figuranti le varie bolge; e tutte le vivande pareano animali sozzi e schifezze, ossa di morti, corna, serviti da diavoli con pale; finchè sparve quello squallore, e venne un ricchissimo apparato per recitare una commedia.
Altri finsero uno spedale, dove ricoveravano coloro che si erano rovinati in feste e cene, vestendo da paltonieri; e dicean le cose più ladre del terzo e del quarto, finchè compariva sant’Andrea, loro patrono, che cavandoli dallo spedale, li menava in una stanza magnificamente arredata, e comandava che d’allora innanzi non facessero che una festa l’anno. E così osservarono, in quell’occasione disponendo una cena e una rappresentazione; ora Tantalo dava mangiare a tutti; ora sant’Andrea mostrava le glorie de’ cieli; ora Marte sanguinante di stragi o preso alla rete.
Con divisamento strano Cosimo Ridotti figurò il carro della morte, tirato da bovi neri, dipinto a teschi e ossa e croci bianche, e sovr’esso lo scheletro colla falce e il polverino, e attorno sepolcri spalancati, donde al fermarsi della processione sbucavano scheletri spolpati che cantavano: — Fummo già come voi siete; Voi sarete come noi. Morti siam, come vedete; Così morti vedrem voi». La quale moralità messa in burletta e cerca a divertimento, non mi fa meraviglia minore che le oscenità ostentate spesso negli atti, sempre nelle canzonacce onde si accompagnavano que’ simulacri degli antichi baccanali.
Questi gaudj esprimevano una prosperità, che stava per finire. I primi Medici, saputa l’arte di elevarsi per mezzo della borghesia, aveano governato cittadinescamente; ma quando, dopo diciotto anni di libertà, vennero rimessi in dominio, Lorenzo II, benchè non valesse che per l’appoggio del papa, si comportò da signorotto borioso e soverchiatore, opprimeva o corrompeva sfacciatamente, e col trascurare fin quelle forme che illudono sopra le perdute libertà, mostravasi cupido d’usurpare l’autorità suprema. Non fu dunque compianto allorchè morì (1519 28 aprile), ed essendo ultimo discendente da Cosmo il Vecchio, nè rimanendo alcuno della famiglia abile al governo[264], molti esortavano il papa a far opera pia e gloriosa col restituire alla patria una libertà che i suoi più non potevano usufruttare. Di questa generosità non si sentì capace Leone, e appoggiatosi a casa d’Austria, pose un governo di suoi fazionieri, preseduti da Giulio, figlio naturale e postumo dell’ucciso Giuliano, e ch’egli avea fatto cardinale e arcivescovo di Firenze. Neppur quelli che bramavano franca la patria non voleano male a costui, che dimorava quasi continuo a Roma, essendo anima de’ consigli del papa; e che resse con prudenza e modestia, pazientissimo nelle udienze, conciliatore delle discordie, avverso ai delatori; non arrogavasi le nomine agl’impieghi nè altra principesca prerogativa, e buttava polvere negli occhi de’ liberali col farsi da questo e da quello presentare consulti sul riordinare lo Stato. Non manca mai chi le passioni dei governanti aizzi a sfogo delle sue proprie: e gli ottimati[265] metteangli timore de’ popolani e de’ devoti; e con questi sospetti, e col ripetergli che bene non potevasi aspettare se non da lui e sua casa, traevano a sè ogni potere, nè lasciavano salire alle cariche altrimenti che per loro procaccio.
Dopo il Savonarola, l’amore della libertà erasi innestato colla devozione; e gli austeri e temperanti favorivano il _buono stato_, mentre pei Medici parteggiavano gli scapestrati e gli ambiziosi. Ai primi giorni del pontificato di Leon X, «dodici frati, ristretti in poverissima vita, andavano per Italia predicando e prenunziando cose avvenire. Di questi, comparse in Santa Croce di Firenze frate Francesco di Montepulciano, riprendendo severamente i vizj, ed affermando che Dio voleva flagellare Italia e particolarmente Firenze e Roma, con tanto spaventevoli prediche, che si gridava dagli uditorj con dirottissimi pianti, Misericordia. Era il popolo sbigottito tutto quanto, perchè chi non lo poteva per la gran moltitudine udire, lo sentiva dagli altri con non minore spavento raccontare. Sollevarono queste così fatte predicazioni non solamente alcuni frati a predicare e prenunziare rinnovazioni e flagelli sopra la Chiesa, ma ogni dì sorgevano monache, pinzocchere, fanciulli, contadini a far lo somigliante... Le quali cose confusero tanto, tanto insospettirono l’universale, che per rallegrarlo in parte, furono fatte da Giuliano e da Lorenzo de’ Medici grandissime feste, caccie, trionfi e giostre, presenti sei cardinali, venutivi travestiti da Roma»[266].
Di rimpatto, sparlare del clero, dar ragione ai Luterani, motteggiare le immunità ecclesiastiche, sfrenarsi a dissolutezze pareano segni di spirito forte, e fin le superstizioni, perchè repugnanti alla Chiesa. Nominandosi capitan generale Paolo Castelli, per dargli il bastone si attese che gli astrologi indicassero il felice punto delle stelle, aspettandolo essi nella corte del palagio co’ loro stromenti in mano[267]. Il Cambi si lagna «che pareva il ben vivere fosse dispregio, in modo che ognuno ch’era amico del frate stava cheto, sperando nella giustizia di Dio e nella sua misericordia. La notte di pasqua di natale, i giovani fiorentini scorretti condussero un cavallo in Santa Maria al mattutino, e fecionlo correre per la chiesa, e di poi l’ammazzarono a piè delle scalee; poi andarono nei Servi, e gittarono dell’assafetida in sul fuoco, e questo fu l’incenso che dettono alla nostra Donna; e a Santa Maria Novella andarono a dileggiare i frati coll’arme, e uno mescolò carte in sur una predella d’altare; a Santo Spirito ruppero la pila dell’acqua benedetta...» E segue narrando come tutto fosse pieno di sodomiti e meretrici, le quali più non voleano tenersi ne’ luoghi appartati, e poteano tanto, che, chi volesse nulla dagli Otto di balìa, raccomandavasi ad esse: i giovani andavano in volta con armi a far burbanze, e se alcuno se ne richiamasse alla balìa, la notte era ferito; sicchè i delitti non erano nè puniti, nè denunziati. «E però (conchiude) è da credere che il Signore manderà la spada e gastigheracci giustamente; e non volendo noi la sua misericordia, ci darà la giustizia a nostra dannazione».
Fra molti misfatti che dai cronisti potremmo racimolare, ne addurremo uno di quella famiglia Buondelmonti, che trovammo spesso pietra di scandalo nelle cittadine resie, e nel cui seno mai non erano mancati litigi e micidj atroci. Di cinque fratelli che restavano, due ammazzarono un altro per conto d’un cavallo, poi rifuggiti a Pergolata sulle loro possessioni, si gittarono al rubare con altri sbanditi. La Signoria ne colse uno e gli mozzò il capo; il secondo andò da un altro fratello prete, stranandolo perchè gli desse denaro; e il prete fattoselo coricare a lato, l’uccise nella camera stessa ove era stato assassinato quel primo. Citato dal vescovo, il prete si scagionò colla ragione del bando ch’era sopra la testa dell’ucciso; ma imputato d’altre colpe di carne, con un fiasco si tagliò la gola, «e coll’ajuto del diavolo quel nuovo Caino spirò di questa vita»[268].
Ubertino Risaliti, di famiglia che avea dato gonfalonieri sin dal 1326, ragguardevole egli stesso per lettere, costumi, parentele, stando provveditore dell’arte della lana, ne abusò involando molte centinaja di fiorini e falsando i conti; del che scoperto, ebbe mozza una mano, e fu confinato alle Stinche fin all’intera restituzione[269]. Un giovane de’ Corsini chiese dal papa di potere, contro il divieto, portare in Egitto acciaj ed armadure, onde col guadagno riscattar suo fratello caduto schiavo de’ Turchi: andò, e accontatosi con un Pisano, finse aver ricavato centododicimila scudi, ma il fratello esser fuggito di schiavitù, talchè quel denaro in altre mercanzie investì, facendole assicurare: passato un mese, scrisse essere il legno andato a traverso, e il Pisano venne per riscuotere la sicurtà a Firenze; ma si scoprì che mai non aveano nulla caricato, ond’egli fu preso, mozzatagli la mano, e chiuso nelle Stinche: bandito il Corsino contumace. Un artefice abusò del proprio figliuolo, onde fu tanagliato per tutti i luoghi pubblici della città. Un capitano di Mortara, arrivato con un condottier genovese a servizio del papa, la notte quando i giovani tornavano d’aver preso il fresco sulle scalee di Santa Reparata, ne rapiva qualcuno, a sfogo di libidine: scoperto, per quanto il condottiero reclamasse, fu impiccato alle finestre del bargello[270].
Insomma il popolo fiorentino appariva diviso in due sêtte opposte: gli uni, tutta moralità e austero liberalismo, a guisa de’ moderni Puritani, attendeano a litanie, e far missioni, stabilire conventi nuovi e l’ospedale degl’incurabili in via San Gallo, e nelle pesti buttaronsi a cura degl’infermi; gli altri scorretti e licenziosi, avidi di godimenti, beffardi e calunniosi alla pietà. Alcuni di costoro, alla tavola del cardinale de’ Medici, presero a cuculiare il frate Savonarola, le sue profezie, e chi vi credeva: e Girolamo Benivieni, voltosi animosamente al cardinale, — Io sono de’ seguaci del frate, e insieme con tutti gli uomini dabbene desidero la libertà comune; ma nè io nè coloro faranno per tal conto fellonìa, nè verranno colle armi contro allo Stato giammai: ben pregheremo Dio e voi che ne la conceda, per mantenerla in pubblico giustamente e con fede, e in privato con industria e parsimonia. Ma questi vostri affezionati in vista, aborriscono la libertà e le leggi per tiranneggiare crudelmente; e tanto vi si mostreranno ossequiosi, quanto permetterete loro la violenza e le rapine: nè anco per questo empirete mai le loro voglie insaziabili; onde un dì vi si volteranno contro. Però, lasciate da parte uomini sì malvagi, e compiacete delle cose oneste questo popolo, che sempre esalterà il nome e la gloria vostra»[271].
Giulio, divenuto Clemente VII, da principio mostrò clemenza e liberalità, anche per tema di Giovanni dalle Bande nere, e finchè non ottenne che Ippolito, figlio di Giuliano terzogenito del Magnifico, d’appena quindici anni e già cardinale, fosse dichiarato abile (1525) a tutti gl’impieghi della repubblica: allora il pose governatore di Firenze, nè la Signoria poteva risolvere alcuna cosa senza consultare questo fanciullo.
Clemente intanto nelle sue velleità politiche ravviluppò Firenze, la quale, perduta ogni importanza di Stato, e costretta a dar uomini o denaro per gli intenti altrui, fino a tassare i beni ecclesiastici e vender quelli delle corporazioni di arti, rimpiangeva il Savonarola, il Soderini, l’antico buono stato, e come avviene dei malcontenti, facea suo gaudio d’ogni traversìa del papa. Quando il Borbone minacciava la patria loro co’ suoi ladroni, che già depredavano la val di Chiana e il Casentino, i giovani chiesero armi secondo l’usanza per respingere quell’esterminio; e vedendosele negate, le tolsero per forza, e munirono la mura, mentre domandavano d’assicurare l’interno contro la guarnigione forestiera; alzarono l’antico grido di _Popolo e libertà_, e proponeano si facessero banditi i Medici. Capitanava e aizzava gl’insorgenti Clarice figlia di Pietro II Medici, la quale alla morte di Lorenzo d’Urbino suo fratello avea preteso sottentrargli ne’ diritti, e invece vedeasi preferiti due bastardi, e nè tampoco ornato cardinale il figlio ch’essa aveva da Filippo Strozzi.
Questo ricchissimo cittadino, figlio dell’altro Filippo che fabbricò il grandioso palazzo, l’avea sposata benchè la legge vietasse le parentele co’ ribelli, e pagò la multa, forse sperando che l’altalena della fortuna rialzerebbe casa Medici, e con questa la sua, la quale avea dato sedici gonfalonieri, novantatre priori, e nel 1520 contava ottanta capifamiglia, cenventi persone abili agli uffizj. Filippo era stato uno degli ostaggi dati ai Tedeschi da papa Clemente per liberarsi dalla cattività: e poichè questo ricusò pagare il riscatto, Filippo, dal Moncada sciolto spontaneamente, ne volle sempre malissimo al pontefice, e adesso procurò rivoltargli la città. Ma Luigi Guicciardini gonfaloniere di giustizia, «stato sempre ossequioso e beneficato dai Medici, ingegnandosi di trovarsi da chi vince, mostrava in un medesimo tempo un viso fedele allo Stato e un altro disposto a compiacere ai desiderj della gioventù»[272]; a questa ripeteva — Io sono dei vostri», mentre dava mano alle forze della Lega, le quali, giovandosi degl’imbarazzi d’un governo nuovo, vennero in città a colpi di moschetto, e il moto fu represso e perdonato. Ma ripigliato animo col crescere delle calamità di papa Clemente, si congedarono i Medici (1527 17 maggio), esuli per la terza ed ultima volta, e si costituì un governo libero e il gran consiglio del popolo.
La peste, come nel resto d’Italia, così a Firenze infierì per tre mesi, consumando da cinquecento vite il giorno, e ducencinquantamila in tutto lo Stato; e fu seguìta dalla peggior fame che uom ricordasse. Frà Bartolomeo da Ficaja corse predicando penitenza, sul tenore del Savonarola; la Signoria in pubbliche processioni e con tutti i magnati scalzi andò incontro alla miracolosa Madonna dell’Impruneta, che soleasi trasportare a Firenze nelle maggiori calamità, e «in cui non avea mai la repubblica sperato senza frutto» (AMMIRATO). Nicolò Capponi, succeduto gonfaloniere e discepolo del frate, nel gran consiglio, troppo diradato dall’infezione, usò il linguaggio di quel maestro suo, «dai fatti della repubblica e dalle presenti tribolazioni rivolgendo l’animo e le parole alla contemplazione della maestà di Dio» (NARDI), e «nell’ultimo si gettò ginocchioni in terra, e gridando ad alta voce Misericordia, fece sì che tutto il consiglio Misericordia gridò» (VARCHI): indusse ad eleggere Cristo per re perpetuo, e che solo a lui e alla sua legge volevasi obbedire; e il decreto scolpito in marmo fu posto sul palazzo della Signoria, dove ancora si vede. Fra la devozione provvedeva come meglio al governo, alle finanze, alla giustizia; e ordinò una milizia urbana di quattromila cittadini di famiglie statuali, e di fasciare con buone fortificazioni la città. L’amministrazione precedente e le ultime disgrazie aveano carico estremamente di debiti lo Stato, e ottantamila ducati l’anno assorbiva il Monte, dei ducentosettantamila d’entrata centomila spendeansi in impiegati, guardie, fortificazioni; sicchè alle altre spese bisognava supplire con nuovi balzelli o accatti, e fin con imposizioni sopra i più facoltosi[273].
Il Capponi, anima retta ma di quell’esitanza che sembra carattere de’ moderati, sentendosi soverchiare dagli Arrabbiati, sperò infrenarli mettendosi alla testa de’ magnati, e sempre lusingavasi di buoni accordi coi Medici, coi quali teneva arcana corrispondenza. In effetto i Palleschi s’erano ristretti a lui, non meno che gli antichi Piagnoni; ma Baldassarre Carducci, cognominato messer Scimitarra, e Dante da Castiglione, capi de’ popolani o de’ Libertini, schiamazzando recidevano ogni via di conciliazione[274].
Eppure la prudenza avrebbe suggerito ai Fiorentini d’aderirsi a Carlo V, il quale teneva prigione il peggior nemico della lor libertà, il papa; ma il popolo, esecrando l’insolenza spagnuola e quasi istintivamente presentendo che dagli Imperiali verrebbe la servitù d’Italia, e ricordandosi che frà Savonarola avea detto, gigli con gigli dover fiorire, prediligeva i Francesi, meno atroci nelle recenti guerre, e con un re cavalleresco. Machiavelli, Guicciardini, Capponi, Vettori scaltrivano a non confondere le luccicanti qualità del re colla politica d’un governo che sempre gli avea tirati nelle male peste onde salvar se medesimo; nè dalla gratitudine per tanti sacrifizj fattigli sarebbe rattenuto dall’abbandonarli: ma, come avviene quando la ragione parla contro l’immaginazione, non erano ascoltati, anzi ne venivano in pessima voce.