Storia degli Italiani, vol. 09 (di 15)

Part 26

Chapter 263,825 wordsPublic domain

Le antiche fazioni rincalorivano, e vendette esercitavansi a furore tra Orsini e Colonna, tra Guelfi e Ghibellini, sempre a maggior esterminio del paese. — Non è stato possibile (scriveasi al conte Baldassarre Castiglioni) contenere li signori Colonnesi dalla vendetta contro l’abate di Farfa (Napoleone Orsini), perchè il signor Giulio e il signor Camillo Colonna hanno abbruciato e distrutto qua più castella, che non abbruciò lo abate case, nè si sono contenuti di non offendere ancor gli altri Orsini, che non aveano parte negli errori dello abate, bruciando anco lo stato del cardinale Orsini e l’abbadia di Farfa, che è cosa ecclesiastica, donde pur oggi son venuti a nostro signore de’ frati, alli quali non è rimasto un calice, non un paramento, non una lampada da tener accesa in onore di Dio. Di che è dispiaciuto gravemente a nostro Signore; ed avendone fatto querela con quelli signori di Napoli, è pur venuto ordine che desistano, ma in tempo che già è fatto quasi ciò che si poteva fare a distruzion del paese, e pur anco l’arme non son posate. Non mi basteria un quinterno di carta per narrare tutta la perturbazione di questo paese; per che, come in un corpo dopo una lunga infermità spesso qualche malo umore si risente, così restando il paese afflitto e debile della gran ruina dell’altro anno, ogni dì si sente qualche nuova afflizione. Scrissi già a vostra signoria lì danni che avea fatto l’abate di Farfa nelle terre dei Colonnesi: ultimamente, per chiarire ognuno che quel che faceva era contra la mente di nostro Signore, ha trattato le terre di sua santità come quelle del signor Ascanio, saccheggiato Tivoli, fatti prigioni, e tutte le crudeltà possibili; poi levatosi di là, e andato per congiungersi col signor Renzo per Marca, ha fatti tutti li mali portamenti che può. Dall’altra parte il signor Giulio e il signor Camillo hanno abbruciato non solo le castella dell’abate e degli altri Orsini, ma saccheggiato anco Anagni, e fatto in Tivoli del resto di quel poco che l’abate ci avea lasciato: il signor Giambattista Savello ha fatto il simile nella Sabina per una controversia che ha col reverendissimo Cesarino: seco è anco il signor Cristoforo Savello, il signor Pirro di Castel di Piero, Ottaviano Spiriti, e molti altri di quelli che, non per servire a sua maestà cesarea, ma per coprirsi sotto l’ombra di quel nome, vogliono esser tenuti imperiali. Questi tali con la fame grande che è per tutto, e con la licenza del rubare si tirano dietro buon numero di gente, e le terre dove entrano si ponno mettere per ruinate, come occorse l’altro dì a Rieti, dove essendo stati ricettati amichevolmente per essere quella terra molto ghibellina, come drento, cominciarono a saccheggiarla; ma avendo già saccheggiata una parte, li Reatini si risentirono, e presono l’arme, e li ributtarono fuora con uccisione di circa trecento».

Otto mesi era continuato lo sperpero di Roma, quando gl’Imperiali (17 febb.) sopravanzati s’indussero ad uscirne, e Napoleone Orsini vi entrò, eroe tardivo, scannando quanti infermi aveano essi lasciato. Udito gli armamenti di Francia, l’Orange andò a chiudersi in Napoli, dove lo raggiunse il Lautrec, il quale, sempre in attesa degli accordi ch’erano in pratica, o de’ soccorsi svizzeri, guasconi o veneti, avea procrastinata la marcia: e dopo unitesegli le Bande nere stipendiate dai Fiorentini, contava sessantamila uomini. Soggettato il Napoletano colla facilità che è solita dove ai popoli non importa qual sia il padrone, e abbandonate al saccheggio e alla strage le città che prendeva, si opponessero o no, cinse Napoli per terra, mentre per mare l’assaltava Andrea Doria. Questo, praticando sul mare quel che gli altri per terra, avea posto in essere dodici galee per proprio conto; e ruppe la flotta castigliana venuta a soccorso, uccidendo lo stesso vicerè Moncada che la comandava, e prendendo il marchese Del Vasto, il principe di Salerno e molti gentiluomini.

Intanto s’ode che Carlo V manda un esercito per la via di Trento col feroce duca di Brunswick; nuovo spavento ai sopravvissuti. Anton de Leyva, che non avea mai rallentata l’oppressione di Milano, ne mena fuori le truppe acciocchè non muojano di fame e di peste, e congiuntosi al Brunswick, che dilagavasi saccheggiando pel Bresciano e il Bergamasco, ripigliando Pavia con altri scempj, assedia Lodi, che unica rimaneva ai Francesi fra l’Adda e il Ticino, e che vigorosa si sostenne, finchè un tifo che chiamavano _mal mazucco_ gittasi in quell’esercito, ne stermina duemila in otto giorni; gli altri disfatti tornano in Germania, qui rimanendo il Leyva a proteggere Milano. Alla lor volta allora ingrossavano i Francesi, condotti da Francesco di Borbone conte di Saint-Pol, ripigliano Pavia (19 7bre) con nuovo sterminio di vite e di robe, e s’accostano a Milano.

Gl’Italiani suggerivano al re di Francia come far guerra all’imperatore, e — S’ha bisogno di vigilanza ed estrema cura, avendo a fare con inimici pieni d’astuzia e di malizia, e li quali han pazienza d’aspettar l’occasione, e par che sempre abbino in presupposto che gli eserciti di sua maestà e suoi collegati s’abbino a consumar da se stessi; la qual cosa, perchè già più volte s’è visto avvenire, bisogna con tutte le necessarie provvisioni provvedere nelle imprese che ora si faranno... Sarà bene condur di Francia una conveniente quantità di guastatori..., che difficilmente si troverà in Italia, per esser morti tra di fame, di peste e d’altro la maggior parte de’ contadini»[253].

Ma altri s’accorgeano che debolissimi sforzi facea quella nazione, e «il ricordarmi che di nessuna impresa che sia andata in lungo, mai i Francesi sono stati vincitori, mi fa temere di questa il medesimo; e perchè so quanto confidano sempre delle cose loro, e si promettono della debilità degli inimici, mi pare già vedere che, come abbino avviso che i lanzichenecchi imperiali se ne tornano a casa, allenteranno ancor loro delle provvisioni, e monsignor di San Paolo si troverà condotto in Italia, e imbarcato, come si dice, senza biscotto, cioè che si mancherà di provvederli di denari»[254].

Di fatto il Saint-Pol, lentissimo procedendo (1529) per mancanza di paghe, per disaccordo col duca d’Urbino e per l’annunzio della rivolta di Genova e del Doria, non seppe tampoco impedire che duemila _Bisogni_ spagnuoli, sbarcati a Genova senz’armi nè vesti nè scarpe nè paghe, si traforassero fin a Milano, la quale fu sottoposta dal Leyva a nuove angherie, e validamente fortificata. Saint-Pol a Landriano, presso Milano, fu sorpreso e sconfitto dall’instancabile Leyva (1529 21 giugno), che spasimando allora di gotta, erasi fatto portar nella mischia sopra una bara: caduto prigione il capo, l’esercito francese si disperse.

Il Lautrec s’era indugiato sotto Napoli tanto, che fallirongli i denari (1528), sempre a miseria ministratigli dal re; poi sopravvenne l’epidemia; onde tra la malignità dell’aria e il mal governo e il tanfo degli alloggiamenti, gli assedianti si ridussero in un mese da venticinque a quattromila, non risparmiando le vite dei capi nè del Lautrec istesso. Egli fu sepolto a Poggioreale, ma un fantaccino spagnuolo lo dissepellì, e mezzo fracido recosselo sulle spade, fra il popolo e i soldati, in una cantina, sperando che di Francia verrebbe qualche parente suo a riscattarlo, e così egli ne guadagnerebbe. Nessun barone lo ricomprò per dargli degna sepoltura, tanto aveano paura dell’Orange; ma i Romani, tenuto consiglio in Campidoglio, gli resero onorevoli esequie, da rinnovarsi ogn’anno in S. Giovanni Laterano. Dappoi Gonsalvo de Cordova duca di Sesse pose al Lautrec un monumento in S. Maria la Nuova di Napoli, con epigrafe composta da Paolo Giovio.

Michel Antonio marchese di Saluzzo, sottentratogli al comando (15 agosto), scioglie l’assedio e si ritira in Aversa, e costretto ad arrendersi, ne muor di vergogna (30 agosto); i brani del bellissimo esercito conquistatore d’Italia perirono di stento chiusi nelle scuderie; e l’infezione dell’aria prodotta dalle loro malattie estese fieramente la mortalità e le imprecazioni contro gli stranieri. Le Bande nere, che aveano mostrato non esser morto il valore italiano, allora si sciolsero: l’illustre Pietro Navarro, attore importante in tutte queste guerre, restò preso in battaglia, e Carlo V ordinò fosse decapitato; se non che il governatore della fortezza, compassionando a quel vecchio prode, andò e strozzollo di propria mano.

Il principe d’Orange, portato vicerè di Napoli, colmava nella pace i mali della guerra; apponeva a molti feudatarj d’aver favorito ai Francesi, onde mandarli al patibolo e incamerarne i beni; e fece pagare dai natii sei mesi di soldo dovuti all’esercito saccheggiatore di Roma. Principj violenti di quel governo assurdo e tirannico, che per due secoli fece miserabile la più bella parte d’Italia.

Così gravi e così indecorose miserie infondevano un cupo spavento, un bisogno di ricorrere a Dio quando più negli uomini non v’era pietà. Il Savonarola lasciò dietro di sè lunga scuola ne’ Piagnoni che deploravano la corruttela e i mali presenti e i futuri. Quando Lodovico Moro era in pratica di chiamare i Francesi, un frate cieco predicando sulla piazza del Castello di Milano gli diceva: — Signore, non gli mostrare la via, o te ne pentirai». Di molti miracoli si fa memoria in quel torno. A Perugia sul fine del Quattrocento avea rivelazioni e rapimenti la beata Colomba di Rieti, ed eccitò gran devozione: l’ombra di san Romualdo cacciò a sassate l’Alviano dalla badia de’ Camaldoli di Cesena: tre capitani, entrati in un monastero, udirono chiamarsi a nome e intimare non nocessero alle vergini sacre: gli Spagnuoli saccheggiando Prato, tolsero la corona d’argento alla Madonna della Cintola, e questa sudò tutta, e rivolse la faccia verso il Bambino, che le pose la mano al capo[255]: il Lautrec stava per abbandonare al saccheggio la borgata di Treviglio, quando una Madonna pianse, e la vista di quel miracolo frenò i violenti; come pianse la Madonna di San Calocero a Milano allorchè egli opprimeva questa città: presso la rotonda a Roma i lanzichenecchi trafissero una Madonna, e ne stillò sangue. Nel 1522 comparve la Madonna sui monti veronesi presso Rivoli, ove poi fu eretto il santuario della Madonna della Corona.

«Non pure i frati sui pergami, ma eziandio cotali romiti su per le piazze andavano, non solo la rovina d’Italia, ma la fine del mondo predicendo, nè mancavano di coloro i quali, dandosi a credere che a peggiori termini dei presenti venir non si potesse, dicevano papa Clemente esser l’anticristo» (VARCHI). Un pazzo de’ Brozzi che chiamavano Martino, andava predicendo guaj e penitenza: — Quest’inverno morirono di freddo gli aranci, le viti, gli ulivi, i fichi, gli allori; non morì il lino che tanto lo teme. Chi mi sa dirne il perchè? perchè in questi tempi ogni cosa va al contrario, e Dio vuol governar lui, e non la sapienza vostra. E Dio flagellerà Firenze e Roma e l’Italia: perchè hanno morto frà Girolamo e gli altri profeti suoi, in iscambio de’ quali Iddio ha mandato me, profeta pazzo». Un Senese che chiamavano Brandano, vestito di sacco andava attorno per Roma prima del saccheggio, predicando che sovrastava un gran flagello, venissero a penitenza, placassero Dio, il quale non avrebbe risparmiato nè papa nè cardinali: e fu cacciato prigione, ma non quetò il terrore di quelle ominazioni. Anche per Cremona predicava un bimbo di undici anni, traendo grandissimo concorso di persone[256].

Nel 1523 predicava nel duomo di Milano un frate di San Marco confortando contro i Francesi; non avea riguardo all’uffiziatura, ma seguitava a predicare; e faceva profezie che sebbene non si avverassero, non gli scemavano credito. Nel 29 si fece per quella città una processione per mitigar il Signore; e quando il tabernacolo «entrò dentro della porta maggiore del duomo, tutto il mondo si mise a cridare Misericordia; poi arrivato al mezzo della chiesa, il medesimo cridare Misericordia; arrivato all’altare, crida Misericordia; tanto che il clero volendo celebrar le litanie non poterono far ristare li clamori, e non fu uomo nè donna che non si movesse a piangere». Era stato consiglio d’un frà Tommaso, che predicava in duomo «e diceva non voler mancare di confortarne fino che Dio ne liberasse: e sempre dava qualche suo comando di qualche devozione, e dalla maggior parte era tenuto profeta... E ai 5 settembre fece una predica molto disperata, e con gran minaccie non tanto a Milano quanto a tutta la cristianitade; ma che da Milano avria principio la rinnovazione della ecclesia, e per questa bisogna sia da prima afflitta e in ultimo rinnovata» (BURIGOZZO).

Altrettanto ripetevasi dappertutto; talmente gli uomini, non vedendo più che demonj nei loro simili e nei governanti, sentivano la necessità di rifuggirsi alle divozioni e fin alle superstizioni. Che più? invidiavasi la dominazione turca; tanto che Lodovico Vives da Bruges dirigeva un discorso agl’Italiani[257], compatendoli come i più miseri fra gli uomini, pur mostrando a quanto peggior condizione si troverebbero cadendo sotto Solimano.

Ultimo colpo alle fortune di Francia portò la defezione di Andrea Doria. Stratto di famiglia un tempo dominante in Oneglia, giovanissimo entrò uom d’arme del papa, poi di Guidubaldo d’Urbino; servì al re di Napoli contro Carlo VIII; e come vide le cose andare a quello sfascio, prese il bordone e il sanrocchetto, e pellegrinò in Terrasanta. Da quel pio entusiasmo, nuovo suono d’arme il richiamò: fermatosi col duca d’Urbino, a questo difese Sinigaglia contro il Valentino; poi a Genova mostrò tale abilità sul mare, ch’ebbe il comando di quattro galee, colle quali, allorchè la sua patria cadde agli Imperiali, passò a servizio di Francia, e vi divenne famoso, e giovò alle imprese più arrisicate. Irato agl’Imperiali che aveano saccheggiato la sua patria, più non volea riceverne riscatti, e quanti cogliesse teneva a remare sulle sue galee. Ma presto fu messo in punto contro i Francesi, perchè da’ cortigiani ricevette superbe sgarbatezze: re Francesco nominò altri alla carica d’ammiraglio nel Levante, e pensava trasferire il commercio di Genova a Savona, inoltre pretendeva per sè i prigionieri dal Doria fatti a Napoli, sperandone grossa taglia. S’avvide di questi rancori il marchese Del Vasto, caduto prigioniero del Doria a Napoli, e vi soffiò sì destramente, che il persuase a sottrar la patria da’ Francesi; non l’hanno anch’essi saccheggiata? non ne conculcano i privilegi e minacciano l’esistenza? facile è l’accorgersi come Genova sia destinata ai turpi mercati fra Spagna e Francia, che la serba per venderla a miglior vantaggio.

Il Doria venne nel proposito di trarla dalle ugne dei due contendenti, e sagrificando il trepido rispetto dell’onor suo, mandò in Francia a chiedere soddisfazione dei torti recati a Genova e a sè. Non la ricevendo, anzi avendo motivo di credere che il re avesse dato commissione d’arrestarlo, spedì all’imperatore, e — Che patti mi fate, ed io vi do il mio braccio e l’Italia»[258]. L’imperatore non sottigliò sulle condizioni, e il Doria sventolò una bandiera imperiale (1528 12 7bre) che dianzi aveva conquistata; e sapendo che la peste avea ridotto scarsa la guernigione e poco attenta, entrò impensatamente in Genova con soli cinquecento fanti, e la chiamò a libertà. Colpo risolutivo alla somma delle cose di Francia, giacchè (dice Brantôme) chi non è signore di Genova e del mare non può ben dominare l’Italia.

Fra il perire di tanti Stati antichi consola il vedere i Genovesi rivolere la libertà; e da tanti eserciti e da peste e fame non buttati in quello scoraggiamento che più non cerca rimedj, pensare a coglier l’occasione, per riordinare la propria indipendenza: e subito (21 8bre) sfasciano il Castelletto, empiono di sassi il porto di Savona destinato emulo. Il Doria diede l’ultimo tuffo all’Italia consegnandola a Carlo V, poi facendosi amico e sostegno di Filippo II; eppure fra i posteri gli dà certissima gloria l’aver restituito la libertà alla sua patria, e rifiutatone la sovranità, che gli offeriva Carlo V disamante delle repubbliche. Levato fin alle stelle dai Genovesi, da molti però veniva imputato come traditore; e il poeta Luigi Alamanni ragionandone con esso, gli disse così sorridendo: — Certo, Andrea, che generosa è stata l’impresa vostra; ma molto più generosa e più chiara ancora sarebbe se non vi fosse non so che ombra d’intorno, che non la lascia interamente risplendere». Andrea a quelle parole messe un sospiro, e stette cheto, poi con buon viso rivoltosi, disse: — È gran fortuna d’un uomo, a cui riesca d’operare un bel fatto ancorchè con mezzi non interamente belli. So che non pure da te, ma da molti può darmisi carico, che essendo sempre stato della parte di Francia, e venuto in alto grado co’ favori del re Francesco, io l’abbia ne’ suoi maggiori bisogni lasciato, ed accostatomi ad un suo nemico. Ma se il mondo sapesse quant’è grande l’amore che io ho avuto alla patria mia, mi scuserebbe se, non potendo salvarla e farla grande altrimenti, io avessi tenuto un mezzo, che mi avesse in qualche parte potuto incolpare. Non vo’ già raccontare che il re Francesco mi riteneva i servizj, e non m’attendeva la promessa di restituire Savona alla patria, perchè non possono queste occasioni aver forza di far rimutare uno dall’antica fede. Ma ben puote aver forza la certezza ch’io aveva, che il re non mai avrebbe voluto liberar Genova dalla sua signoria, nè che ella mancasse d’un suo governatore nè della fortezza. Le quali cose avendo io ottenuto felicemente col ritirarmi dalla sua fede, posso ancora, a chi bene andrà stimando, dimostrare il mio fatto chiaro senza alcun’ombra che gl’interrompa la luce» (SEGNI).

Clemente VII, non per anco disingannato dall’intrigare, tornò sulle ambizioni, riprese Imola e Rimini, cercò spossessare Alfonso d’Este e anche ucciderlo, il che costò la vita ai congiurati scoperti. Vedendo in dechino sempre maggiore le fortune francesi, si risolse alfine per l’imperatore, e praticò una riconciliazione che tutti sentivano necessaria. Nella pace di Barcellona (1529 20 giugno) ne ottenne condizioni, che le meglio non avrebbe potuto aspettarsi dopo una vittoria: l’imperatore gli farebbe restituire da’ Veneziani Ravenna e Cervia; Modena, Reggio e Rubiera dal duca di Ferrara; rimetterebbe i Medici in Firenze, lo Sforza a Milano, se si provasse innocente delle trame del Morone; sottoporrebbe gli eretici di Germania; ad Alessandro bastardo de’ Medici sposerebbe Margherita bastarda sua; il papa in compenso darebbegli la corona imperiale, e l’investitura del regno di Napoli mediante il solo omaggio della chinea.

D’altra parte Margherita zia di Carlo, a Cambrai dov’essa avea cominciata la ruina d’Italia, ora la compiva (5 agosto), con Luigia di Savoja madre di Francesco assettando tra questo e l’imperatore. Il quale, restituiti a peso d’oro i principi ostaggi, non dimenticò veruno di coloro che seco aveano parteggiato. Francesco non ne ricordò nessuno, non Firenze o Venezia, non i duchi di Milano o di Ferrara, non gli Orsini di Roma o i Fregosi di Genova, non i Napoletani suoi parteggianti che lasciava esposti all’esiglio o alle galere; scese perfino a stipulare non darebbe asilo a veruno che avesse portato le armi contro l’imperatore.

Va dunque, re cavalleresco, ed esclama, — Nulla è perduto fuorchè l’onore». Sulla capitana di Andrea Doria, cui a Barcellona avea prodigato onorificenze, Carlo V venne in Italia; e questa, vagheggiando le speranze d’un riposo, qual ch’esso fosse, ornò con tutte le arti il passaggio di colui (9bre), che ne portava in petto le sorti. In Bologna Carlo e il papa cinque mesi vissero sotto al medesimo tetto trattando. Quegli voleva risolutamente il Milanese, come appoggio del suo dominio in Italia. Ma perchè Venezia manifestamente, gli altri principi alla coperta sosteneano il duca Francesco Sforza, a questo il consentì Carlo (23 xbre), sottraendone però Pavia che investì al Leyva vita durante; Como e il castello di Milano tenendo in pegno de’ novecentomila ducati che doveano pagarsegli, metà subito, il resto fra nove anni. Venezia restituì al papa Ravenna e Cervia, all’imperatore i paesi che aveva occupati sulla costa napoletana, con trecentomila ducati di sopraggiunta; e reciprocamente provvidero ai fuorusciti e ricoverati.

Ad Alfonso d’Este Carlo V aggiudicò Modena e Reggio (1530 20 marzo), e il papa gl’investì Ferrara per centomila ducati: poi morto Alberto Pio conte di Carpi, egli occupò anche il feudo di questo. A Federico di Mantova fu dato il titolo di duca (25 marzo). Carlo III di Savoja, cognato di Carlo V e zio di Francesco I, avea potuto conservarsi neutro, e veniva a partito vinto. Libere rimasero Genova, Lucca, Siena; Firenze in minaccia.

Al congresso di Bologna apparvero, fra altri, gl’inglesi Nicolò Carew e Ricardo Sampson, i quali ad Enrico VIII scrivevano: — Mai s’è visto nella cristianità desolazione pari a quella di queste regioni. Le buone città distrutte e desolate; in molti luoghi non si trova carne di niuna sorta. Tra Vercelli e Pavia, per cinquanta miglia del paese più ubertoso di vigne e di grano che il mondo abbia, tutto è deserto; nè uomo, nè donna incontrammo a lavorar le campagne, nè anima viva, eccettuate in un luogo tre donne povere che racimolavano quei pochi grappoli che c’erano rimasti. Vigevano, già buona terra con una rôcca, oggi è rovina e deserto. Pavia fa pietà; nelle strade i bambini piangevano domandando del pane, e morivano di fame. Ci dissero, e il pontefice lo confermò, che la popolazione di que’ paesi e di parecchi altri d’Italia fu consunta da guerra, da fame, da pestilenza, e che vi vorrà molti anni prima che l’Italia si riduca in buona condizione. Siffatto sperpero è opera dei Francesi non meno che degl’Imperiali, e ci dicono che il signor di Lautrec devastò dovunque passò»[259].

Carlo V volle risparmiarsi, se non il rimorso, la vergogna di veder Milano nè Roma, assassinate a quel modo dalle sue truppe: onde in Bologna medesima (22 febbr. e 24 marzo) ebbe la corona di ferro e quella d’oro. Essa non esprimeva più il patto fra il rappresentante del popolo e il capo dei conquistatori, divenuto imperatore dei conquistati, e che, inginocchiatosi uomo e con titolo mondano, sorgeva unto di Cristo e con apostolato divino. Era patrono del papa colui che pur anzi l’avea avuto suo prigioniero. e n’avea lasciato devastare la città? era salvaguardia della fede quegli che coll’_Interim_ avea riconosciuta e lasciata crescere l’eresia che staccava mezzo mondo da Roma? Quella cerimonia preservatrice, sociale, destinata a imprimere profondamente nei popoli il rispetto all’autorità, traeva dall’elemento religioso la riverenza che ispirava al popolo: ma ora prevaleva l’elemento regio, che nel popolo portava esitanza e opposizione; il diritto, mantenuto dai papi, soccombeva al fatto, proclamato dai cesari; tutta l’attenzione era rivolta alle feste, con cui si onorava in Carlo l’ultimo imperatore germanico che i pontefici coronassero. Il disegno, la poesia, la teatrica gareggiarono in quella solennità, splendidissima in un secolo di tante splendidezze[260]. Stanchi, sbigottiti, i nostri adulavano Carlo, e ripetevano non esser mai potuti immaginarsi tanto affabile e cortese l’autore di sì orribili disastri.

Fra queste allegrie consumavasi l’italico avvilimento, cominciato per le discordie, finito per la concordia dei potenti. Più non sussisteva equilibrio fra i piccoli Stati, depressi o fatti ligi all’Impero. Il papa, sgomentato dai progressi della Riforma, abbracciò le ginocchia di quella maestà, sul cui collo i suoi predecessori aveano altre volte messo il piede; e se l’opporsi all’Impero aveva un tempo formato la gloria e la grandezza sua, il papa allora indossò la casacca ghibellina, e così suggellò la pietra, che sull’Italia creduta cadavere posava la conquista mediante il degradamento, insegnato da Machiavelli, eseguito mediante un’amministrazione assurda, una calcolata oppressione del pensiero, del genio, dell’industria.