Storia degli Italiani, vol. 09 (di 15)

Part 25

Chapter 253,292 wordsPublic domain

Alloggiati per le case, e non paghi d’aver mandate a sperpero le campagne, a sacco le botteghe, teneano legato ciascuno il proprio ospite, per potere ad ogni voglia coi tormenti estorcerne se alcun che avesse nascosto. Il Leyva non badava che a trovar nuovi modi di estorcer denaro; fece arrestare i prevosti affinchè notificassero gli arredi d’oro e d’argento delle chiese nascosti; un giorno proibiva, pena la vita, d’uscir di città; un altro ne dava licenze a prezzo; al domani proibiva di vender pane se non bollato coll’aquila imperiale. Le botteghe stavano chiuse; le ricchezze delle case e gli ornamenti delle chiese non erano sicuri perchè i soldati, sotto specie di cercare dove fosser le armi, andavano frugando per tutto, sforzando i servi a manifestarle, e insieme contaminando i corpi. «Donde era soprammodo miserabile la faccia di quella città, miserabile l’aspetto degli uomini ridotti in somma mestizia e spavento; estrema commiserazione ed esempio incredibile della mutazione della fortuna a quegli che l’avevano veduta poco innanzi pienissima di abitatori, e per la ricchezza dei cittadini, per il numero infinito delle botteghe ed esercizj, per l’abbondanza e delicatezza di tutte le cose appartenenti al vitto umano, per le superbe pompe e suntuosissimi ornamenti così delle donne come degli uomini, e per la natura degli abitatori inclinati alle feste ed ai piaceri, non solo piena di gaudio e di letizia, ma floridissima e felicissima sovra tutte le altre città d’Italia; ed ora si vedeva restata quasi senza abitatori per il danno gravissimo che vi aveva fatto la peste, e per quelli che si erano fuggiti e continuamente si fuggivano; gli uomini e le donne con vestimenti inculti e poverissimi; non più vestigie o segno alcuno di botteghe o di esercizj, per mezzo dei quali soleva trapassare grandissima ricchezza in quella città; e l’allegrezza ed ordine degli uomini convertito tutto in sommo dolore e timore;... alcuni per finire tante acerbità e tanti supplizj morendo, poichè vivendo non potevano, si gittarono dai luoghi alti nelle strade; alcuni miserabilmente si sospesero da se stessi» (GUICCIARDINI).

Eguali trattamenti soffriva Lodi da Fabrizio Maramaldo, uffiziale calabrese, che fu poi l’uccisore del Ferruccio; sinchè Luigi Vestarini, sorpresa una posterla, v’introdusse i Collegati (1526 24 giugno), che costrinsero gl’Imperiali a sfrattare. Questo fatto aperse ai Veneziani la via di congiungersi coi Pontifizj, e di spingersi sovra Milano, forti di numero e d’artiglieria. Il duca d’Urbino, o diffidente delle truppe italiane, o voglioso di veder umiliati i Medici, che un tempo l’aveano spoglio del suo ducato, negò sempre assalire: una volta si mostrò fin sotto la porta Romana; poi indietreggiò con tal dispetto di tutti, che Giovanni de’ Medici volle rimanervi solo con le sue Bande nere una giornata, e potè ritirarsi senza che alcuno l’offendesse. Così si lasciò che il Borbone arrivasse con rinforzi da Genova; e mentre i Confederati, dopo ricevuti i soccorsi svizzeri condotti dal Medeghino, tenevano quattro giorni a marciare da Marignano a Casoretto, passeggiata di tre ore, il castello di Milano fu costretto capitolare (24 luglio), pattuendo la libera andata a Francesco Sforza, cui più non rimasero che Lodi e Cremona, cedutegli dai Confederati.

Altrettanto fiacchi erano i procedimenti della Lega in Toscana; Siena, spiegata la bandiera imperiale, non potè essere forzata dai Fiorentini, mostratisi inettissimi battaglieri[241]; nè Genova da Andrea Doria ammiraglio dell’armata papalina.

I Milanesi eransi lusingati che il connestabile di Borbone userebbe alcun riguardo per un paese che gli era stato promesso: ed egli prodigò compassione e buone parole; ma intanto gli dessero trentamila ducati. Somma esorbitante per città consumata; pure tutti per abbonirlo si tassarono: ma come l’ebber data, non ritirò i suoi soldati, nè in veruna guisa assicurò gli abitanti da truppe, a cui già gran tempo l’imperatore non dava soldi, e che chiedevano a piena gola il saccheggio d’una ricca città. Al Morone, divenuto allora suo prigioniero, domandò centomila scudi per riscattarlo, e avendo questi risposto essergli impossibile dare tal somma, gli mandò il prete, il ceppo e il boja; poi s’accontentò di trentaduemila, esprimendo nel breve di liberazione _cum nihil sit magis necessarium pecuniæ, et sumtus sint ingentes et fere intollerabiles_; e se lo prese a segretario ed anima de’ suoi consigli.

Papa Clemente, scombujato il senno in quell’affollarsi di avvenimenti, porse ascolto all’ambasciadore imperiale Ugo di Moncada, che vantavasi discepolo del Valentino, e che, nel mentre ingrossava truppe sul confine napoletano, promette ridurlo in pace coll’imperatore e coi Colonna che guatavano armati dai loro castelli. Fu astuzia diplomatica, poichè non sì tosto Clemente ebbe stipulato col Lannoy vicerè di Napoli e congedato le truppe, il cardinale Pompeo Colonna[242], ch’eragli stato competitore al papato e che sperava da Carlo essergli surrogato, d’intesa col Moncada, raccozza ottomila villani (7bre), e pel Laterano li guida su Roma, saccheggia Transtevere e il palazzo Vaticano, e gran parte del borgo Nuovo, con quanti cardinali e prelati si lasciarono cogliere. Clemente invia deputati a patteggiare, e intanto eccita alla difesa il popolo: ma a questo che caleva d’un papa cagione de’ suoi mali? Egli dunque pensa rinnovar le scene della Roma antica aspettando gl’invasori sul proprio trono e nella maestà della tiara; poi, come più prudente, preferisce il salvarsi in castel Sant’Angelo: ma non vi trova vittovaglie per tre giorni, onde gli è forza capitolare, pattuendo di perdonare ai Colonnesi e richiamare di Lombardia le sue truppe e la flotta che bloccava Genova. Sì dure condizioni gl’imponeva il Moncada stando a ginocchi e cogli atti di maggior riverenza, onde il papa ricordò quel del Vangelo, _Davangli schiaffi e diceano, Salve re de’ Giudei._ Svilita la sua dignità, e compromessa la sua reputazione d’accortezza, appena libero disdice la tregua ai Colonnesi, toglie il cappello ai loro cardinali, avventa sulla lor testa le scomuniche, sulle lor terre Renzo di Ceri e Paolo Vitelli, che ai ridenti dintorni del lago d’Albano e fin agli Abruzzi recarono uno sterminio da cui più non si ristorarono; e di Marino, Montefortino, Zagarolo, Subiaco e di quattordici altri villaggi non rimasero che le macerie. Quali eran più fieri all’Italia, i difensori o gli aggressori?

Ma l’avere, secondo i patti, dovuto i Pontifizj allontanarsi dall’esercito della Lega, tolse a questa ogni nerbo e il titolo di santa. Poteva però ancora ben sostenersi contro Tedeschi che l’imperatore non era in grado di pagare; ma questi si rivolsero a Giorgio Freundsberg, comandante del Tirolo. Costui, infervorato nelle dottrine di Lutero, giurava pel sacrosanto sacco di Roma, e portava allato capestri di seta e uno d’oro per istrozzare i cardinali e l’ultimo de’ papi. Col proprio credito e con pegno trovati denari, e mostrando le grasse prede che altri faceva in Italia, ammassa trentacinque compagnie di lanzichenecchi, scende per val Sabbia, Rôcca d’Anfo e Salò nel Bresciano senza assaltare veruna città forte; e poichè la Lombardia era esausta, prende accordo col Borbone di campeggiar Roma, ringorgata dell’oro smunto alla cristianità. Ecco dunque da quattordicimila Tedeschi, cinquemila Spagnuoli, duemila Italiani, cinquecento uomini d’arme, e forse mille cavalleggieri[243], ciurma di lingue e di religioni varie, senza disciplina, senza magazzini, senza bagagli, non d’altro in cerca che di prede, non rispondendo agli uffiziali se non _Pagatemi_, traversano lentamente l’Italia, diffondendosi su larghissimo spazio per trovar da vivere come uno sciame di locuste.

Giovanni delle Bande nere, non sentendosi bastante ad affrontarli, li bezziccò alla coda con tale insistenza, che lo denominarono il Gran Diavolo; ma presso a Mantova un colpo di falconetto lo mandò a morte, di soli ventotto anni; e la fine precoce, e quando maggior bisogno se n’avea, fece vantarlo come il valorosissimo tra gl’Italiani.

Alfonso duca di Ferrara, che vedeva i papi trasmettersi da un all’altro la voglia di spodestarlo, sovvenne gl’Imperiali di buona artiglieria e munizioni, purchè presto sbrattassero i suoi paesi[244]. Il duca d’Urbino poteva reciderne la marcia: ma per conservare la gloria di non esser mai vinto, subiva l’obbrobrio di trascurar le occasioni di vincere; al vanto di liberar Roma preferiva il gusto di vendicarsi di Clemente VII; e per quanto lo pregassero Machiavelli e Guicciardini, si consumò nell’assedio di Cremona, contento di difendere il Veneto. Lannoy mosse incontro all’esercito del Borbone per concertare con questo sul da farsi; ma quella ciurma efferata gridò: — Niente pace, niente patti», impedì ogni colloquio, e fu assai se gli risparmiò la vita: tanto i capitani stessi erano in balìa de’ soldati. Clemente, trascinato dalle sonore promesse di re Francesco, e dalla perfida tregua del Lannoy, poi abbandonato da tutti all’approssimare del formidabile esercito, cercò riconciliarsi l’Estense, e far denari vendendo cappelli, ciò che fin allora avea ricusato, inducendo i cittadini a spontanee offerte, invocando quegli alleati che fiaccamente aveva abbandonati.

Intanto quella bordaglia che s’intitolava imperiale, irreparabile come la lava del Mongibello, spinta da inesorata fatalità come le torme di Alarico[245], procedeva, saccheggiando le terre che s’erano arricchite con saccheggi precedenti. Agognavano Firenze; ma le genti della Lega s’erano postate in modo che il Borbone, schivando l’affrontata (1527 gennajo), pel Valdarno di sopra si sgroppò sopra Roma. Traverso a strade rotte e fangose inoltravano, lasciandosi dietro la desolazione; il papa udiva ogni giorno che Brisighella, che Meldola, che Russi, Acquapendente, San Lorenzo, Ronciglione erano state fracassate; onde affidava la difesa di Roma a Renzo di Ceri degli Orsini. Costui avea servito i Veneziani contro la lega di Cambrai, e il suo corpo di fanti italiani fu il primo che sapesse tener testa ai battaglioni svizzeri e spagnuoli; sostenne valorosamente l’assedio di Bergamo, ma credendo che l’Alviano l’avesse in quell’impresa disajutato, passò al soldo di Leon X, che l’adoprò a conquistare Urbino; a stipendio di Francesco I devastò l’Italia, e difese Marsiglia dal Borbone, al quale adesso non poteva opporre che una ciurmaglia inesperta, senza coraggio nè disciplina, eppure vantavasi salverebbe Roma e l’Italia.

Però gli uomini, presi da terror panico a quello sbaratto, gemeano e rabbrividivano, anzichè pensare al riparo: pochi giovani armatisi, inesercitati e sfavoriti dai Ghibellini che rideano al trionfo degl’Imperiali, vanno in fuga all’apparire di questi (5 maggio). Il Borbone accampò ne’ prati sotto Roma; e poichè l’esercito collegato lo serrava alle spalle e la campagna era talmente sperperata da non trovar vitto, determinò abbandonare la città del cattolicismo e delle arti alla ingordigia di barbari e protestanti. I lanzichenecchi mancando di scale, s’ajutano coi loro spadoni per ascendere la mura: il Borbone monta dei primi verso porta San Spirito, ma un colpo di fuoco lo stende morto (6 maggio); aveva trentott’anni. Già il Freundsberg s’era ritirato[246], tocco da un accidente d’apoplessia; onde l’esercito rimase senza capi che potessero frenare quell’avidità di vendetta, di ruba, di sacrilegio, e in due ore fu presa la città Leonina. Gl’invasori, pel ponte Sisto cacciatisi di qua dal Tevere, trucidano i Romani e le guardie svizzere, che ancor resistessero; il resto è abbandonato irremissibilmente alla sfrenata furia di quarantamila masnadieri e dei villani dei Colonna, che sopravvenivano al nuovo strazio allettati dal precedente. Traverso al lungo corridojo che lo congiunge al Vaticano, Clemente fuggì in castel Sant’Angelo, coperto da monsignor Giovio col suo mantello violaceo perchè gli aggressori nol conoscessero, e di là potè vedere la città sua in preda alla brutalità soldatesca ed all’ira luterana.

I saccheggi del tempo d’Alarico e Genserico non offrono nulla di così tremendamente schifoso come quel che avveniva nel meriggio della civiltà, in nome del re Cattolico. Spagnuoli cattolici, Tedeschi luterani, Italiani scredenti non pareano più emularsi che nel fare a chi peggio, non soltanto ai ricchi e al clero, ma all’innocente popolazione. Unitisi a suon di tamburi e pifferi, davano l’assalto ad un palazzo, mentre di dentro si adoprava ogni mezzo di difesa, moltiplicandosi così gli attacchi e le ragioni del nuocere. Molti, già riscattatisi a gran prezzo dei Tedeschi, sono ripigliati dagli Spagnuoli, e toccano nuovi strapazzi, e torture e taglie nuove. Matrone e fanciulle vanno ad osceno ludibrio sugli occhi de’ padri e de’ mariti incatenati. Vi furono genitori che scannarono le figliuole, matrone che invocarono un pugnale per sottrarsi all’obbrobrio; nè il tempio le proteggeva; che dico? neppur la morte preservava i cadaveri dalla contaminazione.

Letterati e artisti, ammucchiati allora a Roma dalla protezione dei Medici, ebbero tutti a soffrire, e ne empirono le memorie loro e l’Italia ove si dispersero. Il Sansovino architetto, Maturino e Polidoro da Caravaggio e gli altri scolari di Rafaello fuggirono: il Peruzzi fu costretto fare il ritratto dell’ucciso connestabile di Borbone: Marco Dente intagliatore ravegnano fu ucciso: Marco Fabio Calvi, suo compatrioto, traduttore d’Ippocrate, uomo d’incontaminata gravità, morì di miseria: il pensatore Telesio, vantato per sapienza e virtù, fuggì ignudo: Cristoforo Marcello, vescovo di Corfù, ebbe la casa saccheggiata dai Colonnesi prima, poi dai Tedeschi, i quali gl’imposero la taglia di seimila ducati, e non potendo egli pagarla, l’incatenarono a un tronco d’albero e gli forarono le unghie, tanto che dallo spasimo, dall’intemperie e dal digiuno morì[247].

Nelle stanze vaticane, dove era dipinto Attila arrestato dalla spada dei santi Apostoli, i Tedeschi accesero fiammate che affumicarono i mirabili dipinti di Rafaello: i celebri arazzi di questo furono rubati, essendo ai Luterani gioja lo strapazzo delle cose sacre e il distruggere l’_idolatria_ dei quadri e delle statue. Si traevano dai conventi le vergini per essere violate a gara nelle orgie imbandite sugli altari coi sacri vasi. Gente briaca, messisi a vilipendio i cappelli cardinalizj e i parati ecclesiastici, menavano lubriche danze. Posto il cardinale d’Araceli in un cataletto, il portano per Roma con esequie beffarde; indi il mandano in groppa d’un Tedesco a mendicare di porta in porta il riscatto. Neppure dalle tombe astennero le scellerate mani; e un anello fu strappato dal dito di Giulio II, postuma punizione del suo _Via i Barbari_. Delle bolle papali stabbiano i cavalli; chiamano un prete perchè accorra col viatico, e condottolo in una stalla, vogliono forzarlo a dar la comunione a un asino, e perchè ricusa l’uccidono; indi accoltisi in una cappella del Vaticano, contraffacendo parati e cerimoniale, degradano il pontefice, e ad una voce acclamano a succedergli Lutero. Elettosi poi per capo Filiberto principe d’Orange, rizzarono trincee contro il Castello, tutti i viveri della città riducendo in borgo, talchè di fame e rabbia molti Romani s’appiccarono o affogarono.

Qualche ritegno alle masnade posero Ugo di Moncada e il cardinale Pompeo Colonna, il quale, venuto per godere dell’umiliazione dell’emulo, s’impietosì ed aperse il suo palazzo a quanti vi ricovravano; molti cardinali riscattò, a molti diede pane. I cardinali non presenti a Roma si erano raccolti a Piacenza, risolvendo sottrarsi all’oppressione col trasferire ancora la sede in Avignone: ma il cardinale Cibo nipote del papa, che già aveva contribuito a mantener in fede le rumoreggianti Legazioni, distolse i prelati da un passo che avrebbe dato l’ultimo tuffo all’Italia. Ah! ben avea vaticinato il veneziano Girolamo Balbo, quando disse a Clemente VII: — Fabio Massimo temporeggiando salvò la repubblica romana; voi temporeggiando rovinerete Roma e l’Europa»[248].

Di queste calamità cavano profitto i nemici de’ Medici, e Firenze congeda i nepoti del papa, ne abbatte le insegne e gridasi libera; i Veneziani riprendono Ravenna e Cervia; Sigismondo Malatesta entra in Rimini; Alfonso d’Este ricupera Modena. A quai dolorose meditazioni dovette allora essere condotto Clemente dagli effetti disastrosi della sua perplessa politica! Aspettava pur sempre che arrivasse l’esercito della Lega: ma Guido Rangone, che il conduceva, nol credè bastante ad assalir quelle masnade, quantunque sparpagliate dietro al saccheggio; atteso che una divisione avea dovuto staccarne per custodire Firenze. Disperato d’ogni soccorso, il papa dovette capitolare, obbligandosi a rimanere ostaggio dell’esercito con tredici cardinali sinchè fossero pagati quattrocentomila ducati, cedere Parma, Piacenza e Modena, ricevere guarnigioni cesaree ed aspettare gli ordini dell’imperatore.

Carlo V aveva di quest’assassinio la colpa di chi volge sopra la campagna un torrente, senza prevedere i guasti ch’egli non potrà impedire[249]. O perchè in fatti nulla potesse sovra quelle bande sbrigliate e chiedenti paga, o perchè volesse illudere il mondo e la coscienza propria, decretò e fece preghiere per la liberazione del papa, vestì il bruno, mandò ai potentati per iscusarsene innocente: ma insieme gli piaceva che i politici comprendessero com’egli fosse in grado di vendicarsi di chi propendeva a Francia; laonde non diminuiva d’uno scudo il riscatto del pontefice, anzi procurava trarlo in Ispagna, e «si credeva per li più prudenti che l’intendimento suo fosse di volere il papato a quell’antica semplicità e povertà ritornare quando i pontefici, senza intromettersi nelle temporali cose, solo alle spirituali vacavano. La qual deliberazione era, per gl’infiniti abusi e pessimi portamenti de’ pontefici passati, lodata grandemente e desiderata da molti, e già si diceva infino da plebei uomini che non istando bene il pastorale e la spada, il papa dover tornare in San Giovanni Laterano a cantar la messa» (VARCHI).

Pubblico lutto e generale indignazione prese la cristianità del trattamento usato alla metropoli del mondo e al capo della Chiesa; e tesoreggiata esecrazione contro l’Austriaco, ad Amiens (1527 18 agosto) si collegarono Francesco I ed Enrico VIII all’intento di rimettere in libertà il papa e i figliuoli di Francia, garantire allo Sforza il ducato di Milano, e reprimere le trascendenze di Carlo V. Questi tacciò Francesco d’aver fallita la parola, datagli quando lo sprigionò; e dichiaravasi pronto a mantenerglielo da persona a persona; Francesco gli diè la mentita secondo le regole; ne seguì sfida, ricambiaronsi i cartelli[250], assegnarono il campo e il giorno ove duellare. Se l’avessero fatto e fossero entrambi periti, quanto sangue e pianto risparmiato! ma elusero il combattimento lasciandolo alle nazioni; e la povera Italia, regalata anche della peste, doveva prepararsi a nuove battaglie.

Mentre Andrea Doria, staccatosi dal papa che nol pagava, a nome di Francia s’impadronisce di Genova, il Lautrec mena di qua dalle Alpi trentamila Francesi; e avrebbe potuto strappar la Lombardia alle deboli guarnigioni imperiali, se anch’egli non avesse barcollato nelle risoluzioni: avuta di sorpresa Alessandria, Pavia, invano difesa dal conte Lodovico Belgiojoso (1527 1 8bre), lasciò da’ suoi saccomannare e vituperare alla tedesca[251], per vendicar la vergogna che la nazione francese v’avea avuto dalla presura del suo re; poi risparmiando gli orrori d’una egual liberazione a Como e Milano, batte la marcia verso Roma per soccorrere il papa.

Quivi si muor di fame, non osando i villani portar roba sul mercato; i capitani cesarei, sprovvisti di moneta, non possono staccare i soldati dal sangue e dall’avere de’ Romani; e poichè Clemente, sebben mettesse all’incanto cinque cappelli cardinalizj per centomila scudi, e ducento altri mila ne accattasse a ingordi interessi (SEGNI), non basta a raccogliere le somme convenute, i Tedeschi levano rumore, facendo gran vista di volerlo trucidare. Vescovi, arcivescovi e primari di Roma, da lui offerti statichi, tre volte in catene furono condotti in Campo de’ Fiori, e minacciati della forca se il denaro tardasse; poi serbati come l’unico pegno per ottenerlo, infine poterono sottrarsi ubriacando i furibondi. Clemente stesso riuscì a fuggire travestito (9 xbre); ma si trovò in una strana cattività morale: ai Francesi doveva riconoscenza come a suoi protettori; Enrico VIII d’Inghilterra negava operare a suo pro se non proferisse il divorzio tra lui e Caterina d’Aragona zia di Carlo V; questo minaccia deporlo se a tal domanda accondiscenda, protesta di non desiderar che la pace, ma non chiamasi mai soddisfatto delle garanzie che il papa gli dà di non contrariarlo: onde questo si rimise di nuovo alla sua politica, oscillante nella sottigliezza delle antiveggenze; e per tener tutti buoni, tutti disgustò.

Tra siffatte ambagi, la peste e i soldati, non so qual peggio, continuavano le desolazioni in Roma. A questi l’imperatore aveva mandato ordini o piuttosto raccomandazioni di rispettare il papa; sapeano che il Lautrec s’avvicinava; d’altra parte, denari non poteano omai più aspettarne[252], e tanti morivano, che si asserì, degli assalitori di Roma, dopo due anni, non un solo sopravvivesse. Pertanto le masnade volteggiarono per Otricoli, Terni, Narni, Spoleto, tribolando e taglieggiando, sicchè a volta i paesani dettero nelle campane, e li tagliavano a pezzi; e le case o vuote o lasciavansi aperte.