Storia degli Italiani, vol. 09 (di 15)

Part 24

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Perduta la speranza di vincere e saccheggiare, molti Imperiali disertavano, gli uffiziali dissentivano nei partiti, e Francesco, se gli avesse incalzati, compiva la vittoria; ma il Bonnivet distoglieva dalle imprese ardite, quasi disdicessero alla dignità di re: sicchè si limitò ad assediar Milano e Pavia (8bre); e quivi indugiandosi fra i piaceri d’un mite inverno, le lautezze della Certosa e gli spassi del parco di Mirabello, confortato anche dall’alleanza di Clemente VII, credendo aver di fatto tanti soldati quanti gliene facevano pagare, ne spedisce porzione alla conquista di Napoli. Ma il tempo ch’egli logora, lo guadagna Anton de Leyva, valoroso spagnuolo che aveva assistito a trentatre battaglie e quaranta assedj[232]; il Borbone faceva denari d’ogni parte; il Pescara cercava corrompere i fedeli di Francesco; e Gian Giacomo Medeghino, avventuriero milanese che fra quei trambusti erasi creato una dominazione sul lago di Como, potè, assalendo Chiavenna, impedire i soccorsi che mandavano i Grigioni alleati di Francia; sicchè gl’Imperiali, raccozzatisi d’ogni banda col Lannoy per allargare Pavia, tolsero in mezzo i Francesi. Mentre già la guerra si era ridotta a tattica, il re si ostinava sulle prodezze dell’antica cavalleria e sul puntiglio di non ritirarsi mai; e quantunque assai inferiore di numero, accettò la battaglia (1525 24 febb.), ove perirono ottomila de’ suoi con una ventina de’ maggiori capitani, tra cui il Bonnivet, Galeazzo Sanseverino, La Palisse, Aubigny, La Trémouille: il re medesimo, circondato da nemici che nol conoscevano, si difese finchè incontrò il vicerè Lannoy, al quale rassegnò la spada, ch’egli ricevette in ginocchio, e gliene rese un’altra. Erano pure rimasti prigioni il re di Navarra, il bastardo di Savoja, il maresciallo di Montmorency, due Visconti e un venti altri personaggi di conto, tutti gli attiragli del re e le sue artiglierie, mentre la ciurma ne saccheggiava perfino i vestimenti. L’esercito francese non oppose più la minima resistenza; gli Svizzeri, per sottrarsi all’odio nazionale de’ Tedeschi, gettaronsi nel Ticino, ove moltissimi affogarono.

Sebbene il re scrivesse a Luigia di Savoja sua madre, «Tutto è perduto fuorchè l’onore»[232a], Carlo V sentiva non esser perduto nulla, e che Francia rimaneva intera anche senza il suo re. Pertanto sulle prime mostrò quella moderazione che raddoppia merito alle vittorie; non feste nè _Tedeum_; riconoscervi la mano di Dio, rallegrarsene solo perchè tale accidente farebbe cessar l’effusione del sangue; non ascoltò al duca d’Alba che consigliava subitamente d’invadere la Francia costernata; null’ostante fece chiudere Francesco in Pizzighettone; se voleva liberarsi gli cedesse la Borgogna, Milano, Asti, Genova, Napoli; e avutone il niego, lo mandò cattivo a Madrid.

Questo caso inaspettato recideva i sotterfugi d’una politica che si era appoggiata a un uomo, anzichè ad una nazione; i principi d’Italia, che aveano sperato vedere i due re indebolirsi a vicenda, si trovarono agli arbitrj d’un esercito vincitore, insubordinato, rapace, e d’un imperatore inorgoglito. I generali spagnuoli, più non temendo la concordia de’ principi italiani, colpirono i singoli con enormi contribuzioni, e così pagato l’esercito, tiranneggiarono ed espilarono. Clemente VII, scoperto de’ suoi maneggi, trovavasi esposto alla procella, mentre la sua finezza compariva malizia, la generosità medicea risolveasi in lesinerìa, la sua politica in quel tentennare, che avversa tutti i partiti e stomaca il popolo, disposto ad ammirar la risolutezza anche quando gli è nocevole: e vistosi alla mercede degli stranieri per non aver osato porsi a capo de’ nostri, mutò linguaggio, e unì i suoi ai rammarichi di tutta Italia.

Francesco Sforza, in cui nome era stato ricuperato il Milanese, sentiva che Carlo, sebben ne l’avesse investito per seicentomila zecchini e coll’obbligo di tener guarnigioni tedesche, mirava ad aggregare il ducato ai suoi possessi ereditarj. Buono ma inetto, e a discrezione degli stranieri che l’aveano rimesso, non poteva che gemere dell’agonia del paese, dilaniato dalla peste, e da quell’altra de’ lanzichenecchi, i quali nè tampoco capivano la lingua in cui i nostri ne imploravano la misericordia. Il cancelliere Morone, dopo procurato amicarsi i Milanesi coll’istituire un senato, corpo irremovibile e irresponsale, che vigilava l’esazione delle imposte, rendeva robusta e imparziale l’amministrazione della giustizia, rivedeva gli atti legislativi del principe, non sapeva darsi pace di quell’abiezione, e concepì il divisamento d’una lega italica per assicurare l’indipendenza; Enrico VIII la favoriva per gelosia di Carlo; la reggente di Francia prometteva sussidj, fidando per questa diversione ottenere migliori patti a riscattare il marito.

Capitanava allora l’esercito imperiale Francesco marchese di Pescara, nato in Italia dagli Avalos spagnuoli. Segnalatosi alle battaglie di Ravenna, della Bicocca, di Pavia, lodato per ingegno inventivo, operosità, stratagemmi, prendeva a vile la coltura italiana, doleasi di non esser nato in Ispagna, nè parlava che spagnuolo; e gl’Italiani lo trovavano «superbo oltremodo, invidioso, avaro, ingrato, venenoso e crudele, senza religione, senza umanità, nato proprio per distruggere l’Italia» (VETTORI). A lui davasi principal merito della vittoria di Pavia, nella quale era anche stato gravemente ferito[233]; sicchè corrucciossi dell’avere il Lannoy mandato in Ispagna il reale prigioniero, che l’esercito volea serbare come pegno delle dovutegli paghe: per queste promise libertà a Enrico II re di Navarra per ottantamila ducati, ma Carlo V non v’assenti. Di queste due scontentezze erasi egli aperto più volte col Morone, il quale sperò trarlo al partito italiano, se non per sentimento nazionale, almeno lusingandone la vanità. E scandagliatolo, gli espose: «Una lega fra la reggente di Francia, il re d’Inghilterra, gli Svizzeri, tutti i principi e le repubbliche d’Italia, si tesse per cacciare i Barbari: capo ne sarete voi stesso, che colle vostre disarmerete le truppe dell’altro capo d’esercito comandato dal Leyva, aiutandovi l’ira del popolo, esasperato da tanti strazj. Colle forze unite moveremo alla conquista di Napoli, di cui il papa è disposto a darvi l’investitura, e dove i regnicoli anelano di vedersi governati da voi, loro compatrioto. Sbrattata Italia dagli stranieri, a chi meglio che a voi potrebbe conferirne la corona il voto popolare? A voi i posteri asseriranno il glorioso titolo di liberatore dell’Italia». Non rimase egli sordo: consulti di gentiluomini e di teologi tranquillarono l’onor suo e la sua coscienza, prima che capitano di Cesare essendo egli cittadino di Napoli e suddito del papa.

Ma presto il Pescara si ravvide; e educato ne’ romanzi spagnuoli a idee esagerate di lealtà, non aborrì per essa di scendere all’infamia di agente provocatore: continuò a tenere in susta i congiurati; poi richiese il Morone a nuovo colloquio nel castello di Novara (1525 14 8bre). Quivi si fece divisare per filo e per segno le pratiche, i complici e i mezzi di riuscita; ma dietro agli arazzi avea nascosto Anton de Leyva: onde subito il cancelliere fu sostenuto ed esaminato alla presenza del marchese medesimo. Il quale poco dopo morì di trentasei anni (30 9bre), e mentre poteva aspirare all’immortalità, preferì affiggersi alla gogna di spia, non temperatagli dai poetici laj della sua vedova Vittoria Colonna[234].

Il Morone protestò contro l’arresto, non essendo egli suddito di quel che il sosteneva e giudicava; ma benchè trattato con riguardi, fu sempre tenuto prigione. Il duca Sforza venne sottoposto a processo come complice a guisa d’un privato. Milano assediata, bombardata, esposta agli orrori d’un governo militare, infine fu costretta di viva forza giurar fedeltà al re di Spagna. Allora gl’Italiani conobbero a che estremo si trovasse la loro indipendenza. Venezia, assumendo il posto di tutrice della libertà, che Firenze avea perduto, armava e raddoppiava istanze a papa Clemente, che da senno unendosi con essa, la quale aveva un esercito intatto, e col duca di Ferrara, avrebbe potuto sostenere l’onore italiano contro un esercito sbandantesi per mancanza di paghe.

Clemente non amando il fatto, adoprò parole, e descrisse all’imperatore lo sbigottimento cagionato dall’occupazione del Milanese: — Con quest’apparenza manifesta della ruina d’Italia, quelli che di sè temevano ed a vostra maestà erano poco amici, non cessarono confortarci che, da buon principe italiano e da vero papa, proibissimo la servitù e l’oppressione d’Italia...; e benchè noi alcuna volta fossimo d’animo sospesi, e dubbj della mente della vostra maestà verso noi, vedendo da’ ministri di quella fattici molti oltraggi nel nostro Stato e sudditi, nientedimeno mai non volemmo stringere conclusione, che ci levasse dall’amicizia e dall’amore di quella... tenendo ferma speranza che quel che tante volte ha promesso di stabilire in libertà i potentati d’Italia, ora tanto più diligentemente farà, quanto l’occupazione del Milanese fu a questa aspettazione più contrario. Vostra maestà tante volte ha detto voler la pace e la libertà d’Italia; eccone il tempo: col restituire lo Stato al duca di Milano levi dagli animi d’ognuno una paura e disperazione tale, che può accender grave incendio. Questi atti, figliuol nostro carissimo, la morte e il tempo non possono annichilare; col sacrificare qualche disegno particolare al ben pubblico si guadagna il cielo, ed appresso la posterità nome immortale. Se vostra maestà si lasci persuadere da un suo buono ed affettuoso padre, noi le offriamo non solo decime e crociate e cappelle e tutto quello che per la spirituale e temporale podestà da noi si può fare, ma il sangue ancora e la vita nostra ad ogni esaltazione e satisfazione sua»[235]. Clemente dunque sentiva i doveri di Carlo e i suoi proprj; poi al fatto barcollava e ricorreva alle subdole vie, tanto conformi alla politica d’allora; e appena Carlo assicurò ai Medici Firenze, il papa si chiarì per esso e l’accomodò di denaro.

In questo mezzo la Sicilia ripeteva indarno i suoi privilegi da un re padrone di mezzo mondo; Napoli era a baldanza rapinata dai capitani e dai magistrati, che nello smungere le ricchezze ne esaurivano le fonti; Toscana vedeva agonizzare la sua libertà; Romagna avea sofferto a vicenda da indocili tirannelli e da pontefici ambiziosi; in Lombardia non cessava la guerra guerreggiata, dove molte città furon prese e riprese, e le campagne rifinite; a tutti poi sovrastavano eserciti di reclute straniere, compre alla spicciolata, o condotte da capitani intesi solo al bottino, disposti a voltarsi contro colui che gli assoldava, e volenti la guerra, unica loro vita, dovessero anche condurla per proprio conto.

In Lombardia si erano anche rideste le fazioni dei Guelfi e Ghibellini, e sorti molti capibanda, che in tempi quieti si chiamano masnadieri, e ne’ torbidi pretendon nome d’eroi; fra essi e con essi elevavansi alcuni signorotti, coll’unica ragione della spada, coll’unico desiderio di potere ogni lor voglia. Tra questi ottenne rinomanza Gian Giacomo, d’una famiglia Medici milanese in nulla attinente alla fiorentina, e soprannominato il Medeghino. Cominciò sua carriera con _virili vendette_, e cercato al castigo, si buttò all’armi; nè la sua potenza sarebbe spiegabile quando non si ricordasse che, nei giorni d’agitazione, migliaja si rannodano a chi mostri forza ed offra probabilità di esercitar il valore e di rubare; si riesca o no, poco monta. Il Medeghino parteggiò coi Ghibellini, che volea dire coi fautori di Spagna; per secondare il Morone a cui era caro, colse un corriere francese, l’ammazzò, e dai toltigli dispacci prese norma; e cogl’Imperiali entrato in Milano, gli ajutò ad occupare il lago di Como. A Francesco Sforza tornato in dominio prestò il braccio per disfarsi di Astore Visconte, particolare suo nemico; e in premio dell’assassinio chiese il castello di Musso. Lo Sforza e il Morone finsero dargliene la patente, diretta al castellano; ma invece conteneva l’ordine d’arrestarlo. Egli, insospettito, aperse la lettera e ne sostituì un’altra, in vista della quale gli fu rassegnato il castello: egli dissimulò, e il duca dovette inghiottire.

Quel castello accavalcia un promontorio nelle parti superiori del lago di Como, ed oltre la naturale difficoltà del monte da tre parti scosceso, il maresciallo Trivulzio, cui era appartenuto, l’avea cinto di buone fortificazioni, alle quali il Medeghino ne aggiunse di nuove, tanto da renderlo inespugnabile. Il lago e le montagne circostanti erano infeste da banditi, che facendosi parte da sè fra lo scompiglio universale, rubavano, uccidevano, sfidavano le leggi, sicchè guaj ai pacifici. Il Medeghino fiaccò gli uni, altri raccolse intorno a sè disciplinandoli; istituì un consiglio di finanza ed uno di giustizia per tenerli in freno; ebbe eccellenti ingegneri; con soldatesca affabilità amicandosi i subalterni, i signori coll’ajutarli di denaro, di braccia, di protezione, signoreggiò in quel contorno, ed ora secondò il duca, ora l’affamò impedendo il trasporto de’ grani; assalendo la Valtellina e Chiavenna, obbligò i Grigioni a revocar le truppe che servivano sotto re Francesco, il che fu precipua causa della rotta di Pavia. Occupato dagl’Imperiali il ducato, neppur a questi egli piegò; e leone e volpe alternamente, si sostenne atterrendo le vicinanze. Ebbe anche il contado di Lecco, che apparteneva al Morone, il quale fu compensato con terre in Brianza; ivi battè moneta; a poco più otteneva anche Como; e possente d’oro, d’uomini, di delitti, furbissimo in età di furbi, guadagnando con tutti i partiti, tenendo intelligenze e spie in ogni canto, affettava un esteso dominio e forse l’intero ducato, col procaccio degli Svizzeri che sperava comprare. A quest’uopo coglieva denari in ogni modo, fin con piccoli riscatti e con tasse sulla pesca. Ma diecimila Grigioni, di cui era nemico dichiarato, accordaronsi a suo danno con Carlo V, di cui era incomodo amico; eppure egli menò sì bene di mani e di trattati, che dall’imperatore ottenne larghe condizioni, trentacinquemila scudi e il marchesato di Marignano (1532).

I Lombardi intanto non sapevano adagiarsi nella servitù; anche spogliati della nazionalità, nutrivano quel patriotismo che più non produce ispirazione ma ambasce; speravano nell’insurrezione, nell’assassinio, nell’Inghilterra, ne’ Francesi principalmente, interessati a danno di Carlo V per vendicare il re prigioniero: ma la reggente di Francia (ne abbondano prove) riceveva i progetti e le speranze degl’Italiani, poi li trasmetteva all’imperatore, onde persuadergli che imminesse una generale conflagrazione, e farlo così più agevole agli accordi. Ma Carlo duro, finchè il re prigioniero condiscese alle condizioni impostegli (1526 14 genn.), cioè di rinunciare alla Borgogna, al dominio sopra la Fiandra, l’Artois, il Napoletano; sposar Eleonora di Portogallo sorella di Carlo; conferire al Borbone i feudi confiscatigli e il ducato di Milano; come statichi consegnare i figliuoli. Mercurino Gattinara italiano, gran cancelliere di Carlo e l’unico fra’ costui agenti che mostri carattere elevato[236], gli suggeriva di tener Francesco sempre prigione, o liberarlo senza patti: e Carlo ben vedea che questi erano inattendibili; ma, più che l’acquisto della Borgogna, forse importavagli disonorare l’eroe di Marignano, l’ultimo paladino, col mostrarlo codardo se osservava la condizione, e mentitore se falliva. Di fatti il re cavalleresco credè lecito ingannare chi lo violentava; e appena restituito in libertà, aduna a Cognac (18 marzo) i grandi, che lo dispensano da un accordo estortogli, e pel quale intaccava illegalmente l’integrità del regno, e votano due milioni d’oro per rinnovare la guerra.

Un re e l’altro a vicenda si accusano di fellonia, e si preparano di armi; il Gattinara stende una consultazione per dimostrare che Francesco ha tutti i sette peccati capitali, e perciò lo si deve guerreggiare; Francesco, confortato da Clemente VII e da’ Veneziani, entra in una _santa lega_ (22 maggio), di cui si chiamavano protettori il re d’Inghilterra e il papa, e che aveva per iscopo di liberare i suoi figliuoli, assicurare allo Sforza il Milanese, al papa Napoli, all’Italia l’indipendenza.

E buona cagione di sperare davano la gelosia eccitata dall’insaziabilità austriaca, lo scompiglio delle finanze di Carlo V, e la disperazione che spingeva gl’Italiani ad avventurarsi ad ogni estremo, dopo che da trent’anni soffrivano il turpe supplizio, inflitto ad una popolazione inerme da una soldataglia feroce e ribalda. Sciaguratamente i nostri mancavano di capi; quelli che per rubare e soperchiare affrontavano la giustizia o vendevano il valore, erano sprovvisti del vero coraggio che nasce da sentimento, e stavano separati dalla nazione; i Governi aveano disimparato la fermezza d’altre volte; l’ingerenza guelfa di Firenze andava in dileguo; Venezia provvedeva giorno a giorno; il papa se ne vivea tra due. Perocchè, a tacere le promesse che Carlo gli raddoppiava, lo spettro dell’ingrandito Lutero lo sgomentava, sicchè nella rovina d’Italia sperò almeno la salvezza della Chiesa, mediante l’ingrandimento di Carlo ch’egli credeva cattolico infervorato, e al quale suggeriva una lega coi principi ben pensanti, onde estirpare a ferro e fuoco la velenosa pianta. Ma se l’imperatore Massimiliano avea protetto Lutero dicendo, «Un giorno potrà venire a taglio», Carlo V tenne il papa collo spauracchio de’ crescenti eresiarchi e del minacciato concilio.

Rottasi la guerra tra Francia e l’Impero, con ardore l’assunsero i nostri, sentendo che non era fatta «per un puntiglio d’onore, o per una vendetta, o per la conservazione d’una città, ma si trattava della salute e della perpetua servitù di tutta Italia»; e sperando «veder rinnovare il mondo, e da un’estrema miseria Italia cominciare a tornare in grandissima felicità». Son parole del datario Ghiberti[237], il quale a don Michele Silva così ragionava delle cose di qua: — Vi scrissi che, se nei Francesi non era in tutto estinta ogni virtù, e il re di Francia corrispondesse a quello che diceva di voler essere con noi per liberare Italia e i figliuoli, e vendicarsi delle ingiurie di Cesare, ancor noi saremmo uomini, e ci ajuteremmo per non istare a discrezione del malissimo animo di Cesare. Così abbiamo continuate le nostre pratiche tanto, che alli 22 del passato fu conchiusa in Francia la lega tra noi, re di Francia, Veneziani e duca di Milano, lasciando loco al re d’Inghilterra d’entrarvi fra tre mesi, come tenemo per certo che farà. Se i Francesi tengon saldi, ed io sia creduto, faremo che Cesare conosca quanto perde per essere stato sì ingrato a Dio ed agli uomini del mondo. Senza forza son certo non ne possiamo aspettar altro che male; nessun conto della Sede apostolica; una sete infinita di regnare per _fas et nefas_; e tanti mali, che spero in Dio non sia per sopportar più tanto disprezzo delle cose sue»[238].

Il duca d’Urbino, capitano dei Veneti, marcia sopra il Milanese, mentre Guido Rangone e lo storico Guicciardini in qualità di luogotenente vi vengono coi papali. Ma i Collegati non sapeano operare d’accordo: a Clemente sembrava gli mancassero de’ dovuti riguardi; il Medeghino, che da questo riceveva gran somme per soldare Svizzeri, le spendeva a proprio incremento; il duca d’Urbino, vantandosi imitare Fabrizio Colonna indugiatore, strascinava la guerra evitando le battaglie; «le provvisioni de’ Francesi, amplissime in parole, riuscivano ogni giorno più scarse di effetti, massime che Francesco era entrato in nuove trattative coll’imperatore». Tutto ciò riduceva miserabilissime le condizioni della Lombardia, «lacerata con grandissima empietà dai soldati della Lega; i quali, aspettati prima con grandissima letizia dagli abitatori, aveano, per le rapine ed estorsioni loro, convertito la benevolenza in sommo odio: corruttela generale della milizia del nostro tempo, la quale, preso esempio dagli Spagnuoli, lacera e distrugge non meno gli amici che gl’inimici; perchè, se bene per molti secoli fosse stata grande in Italia la licenza dei soldati, nondimeno l’aveano infinitamente augumentata i fanti spagnuoli per causa, se non giusta, almeno necessaria; perchè in tutte le guerre d’Italia erano stati malissimo pagati. Ma come dagli esempj, benchè abbiano principio scusabile, si procede sempre di male in peggio, i soldati italiani, benchè pagati, cominciarono a non cedere in parte alcuna alle enormità degli spagnuoli; donde non meno desolano i popoli e i paesi quelli che sono pagati per difenderli, che quelli che sono pagati per offenderli» (GUICCIARDINI).

Capitanava gli Spagnuoli Anton de Leyva, che, «non gli bastando di tôrre agli uomini insieme colla vita la roba, faceva ancora metter fuoco nelle case, e tutto quello ch’egli trovava ardeva barbarissimamente»; e al duca d’Urbino, che gli mandò a domandare qual modo di guerra fosse quello, rispose, sè aver commissione da sua maestà di dover così fare a tutti coloro i quali obbedir non la volevano; perchè il duca gli fece rispondere: — Se voi farete il fuoco, io cocerò l’arrosto, e abbrucerò quanti posso pigliare de’ Tedeschi» (VARCHI).

Costui, con Alfonso d’Avalos nipote del Pescara, accampato a Milano attorno al castello che era ancora tenuto dai Francesi, aspettava ogni tratto l’assalto de’ Collegati o degli Svizzeri, tiranneggiava per mantenere un esercito senza paghe, e con supplizj atroci e inesplebili esazioni eccitava sommosse, le quali giustificavano nuovi rigori e nuove ruberie. Non avendogli un gentiluomo fatto di cappello, mandollo a morte; del che irritato il popolo si ammutina, sforza la corte vecchia uccidendo cencinquanta fanti di guardia, prende il campanile del duomo, ne trabalza le sentinelle, e alcune centinaja di vite vi si consumano combattendo. Ma i lanzichenecchi mettono il fuoco a diversi quartieri della città: gli Spagnuoli, accorsi dal contorno più numerosi, mandano al supplizio o in esiglio i capipopolo, il resto tengono a discrezione. Due volte la plebe levossi a rumore per impetrare null’altro se non che i militari cessassero le violenze: n’aveano promessa, e subito raccheti si era da capo, nel tumulto avendo la plebe peggiorato le condizioni saccheggiando. All’avvicinarsi dell’esercito della Lega rinacque la speranza d’esser liberati, e il popolo quanti Tedeschi trovava divisi uccideva; poi rizzò barricate, e dai tetti e dalle finestre lanciava la morte sulle truppe sopraggiugnenti[239]. I nobili però, in cui si era confidato, non ardivano mettersi capi della riscossa, e tentennarono in parlamenti, finchè il Leyva potè rispondere colle forche all’agitazion popolare; gran numero di cittadini di qualità furono mandati in bando, altri vi andarono volontarj, e Milano fu abbandonata non al saccheggio, ma al lento sanguisugio dei soldati[240].