Storia degli Italiani, vol. 09 (di 15)
Part 32
Alessandro Farnese, creato cardinale da Alessandro VI pei meriti della sorella Giulia, possedea buone lettere, molta perizia d’affari, mansuetudine ed affabilità; amoroso di belle arti, cominciò in Roma il più bel palazzo del mondo, e tenne villa splendidissima presso Bolsena; amatissimo, garbato, magnifico, non voleva usar parola che classica; credeva all’influsso degli astri; dalle fragilità umane non si tenne guardato, e frutto ne fu un figlio, diffamato poi col nome di Pierluigi. Dopo essere intervenuto a cinque conclavi, Alessandro fu eletto successore a Clemente VII col nome di Paolo III, e non volle in magnificenza parer da meno dei Medici. Ordinò a Michelangelo continuasse il cartone del Giudizio universale, fece gli orti Farnesiani sul Palatino, la Sala Regia e la cappella Paolina nel palazzo Vaticano, e animò a fabbricar quello dei conservatori sul Campidoglio, la scala doppia del senatorio e l’altro palazzo presso Araceli. Introdusse di dare udienza una volta al mese a chiunque si presentasse: tolse ai Colonna i dominj, da cui infestavano il patrimonio di San Pietro: volle gravare ai Perugini la gabella del sale, ed essi resisterono colle armi, ajutati dai vicini e condotti da Rodolfo Baglione; ma costui se l’intendeva coi papalini, che sperperarono il paese, e senza venir a battaglia (1540) rimisero al giogo i sollevati; molti furono sbanditi, di molti diroccate le case, e colle imposizioni e coi servigi obbligati a fabbricare la fortezza Paolina. Quanto alla politica esterna, Paolo III vedeva Carlo ispirare alla supremazia universale, blandire i Protestanti di Germania, e mostrare maggior cura della propria autorità che non dell’integrità della fede cattolica; ma d’altra parte non osava scoprirsi per la Francia, mobile troppo, sempre di precaria dominazione in Italia, e che non esitava collegarsi colla Turchia; laonde vacillava nelle risoluzioni.
Delle quali la più decisa era quella di fornire lautamente il suo Pierluigi. Ad Alessandro, figlio di questo, conferì la porpora a soli quattordici anni, e gli attribuì la collazione di quasi tutti i benefizi della diocesi di Novara. Pretendendo vacante e ricaduto il feudo di Camerino, il papa mosse guerra a Guidubaldo d’Urbino che lo tenea come dote dell’unica erede dei Varani; guerra grossa e lunga, finchè Guidubaldo si rassegnò a vedere il ducato conferito a Ottavio, altro figlio di Pierluigi, a quindici anni già governatore di Roma. Margherita, la bastarda di Carlo V e vedova di Alessandro duca di Firenze, avea bottinato le gioje e il denaro dell’ucciso marito; e sebbene pel sangue e per le ricchezze ne ambisse le nozze Cosmo de’ Medici, il pontefice la ottenne al suo Ottavio, confidando per mezzo di essa ottenere grande stato a’ suoi. Di fatto Margherita, troppo lontana dal contentarsi del piccolo Camerino, e così istrutta dai Farnesi, si gittò ai piedi del padre supplicandolo desse a suo marito il Milanese, giacchè il tenerlo per sè metteva tanto mal umore nei potenti. Carlo non era uomo da cedere a moine donnesche, sicchè il papa disgustato ripeteva: — Ho bell’e veduto dalla storia e dall’esperienza mia ed altrui, che mai la santa Sede non fu potente o prospera se non quando alleata coi Francesi». Messosi allora a diservire Carlo, avea favorito la congiura del Fiesco contro i Doria, e quando la udì fallita, esclamò: — Vedo chiaro che Dio ha designato che questo imperatore prevalga per rovinar la Chiesa e tutta la cristianità» (SEGNI). Tali propositi già indisponeano Carlo V, e viepiù il prodigare che Paolo III faceva dei beni della Chiesa a Pierluigi.
Costui, più che a governo o a guerra, valeva a sporcizie e ladrerie, sicchè serravansi le robe e le donne dovunque egli passasse; Paolo gli compativa come _leggerezze giovanili_ colpe che faceano fremere il mondo; e per alimentarne il lusso e le ambizioni disanguava lo Stato. Procuratogli dai Veneziani il titolo di gentiluomo, benchè le loro consuetudini il ricusassero a’ bastardi, dall’imperatore la nobiltà e il marchesato di Novara e lauto assegnamento sui dazj del Milanese, lo costituì gonfaloniere e capitano generale di santa Chiesa; e poichè non potette ottenergli il Milanese o Siena, l’investì dei ducati di Nepi e Castro di Maremma; poi al sacro concistoro dimostrando che queste città erano troppo utili allo Stato della Chiesa, propose (1545 agosto) di surrogarvi Parma e Piacenza, lontane e in procinto d’essere assorbite dal potente vicino; e il concistoro disse di sì. Di tal guisa Pierluigi ebbe quel nobilissimo ducato, e il tenne come Dio vel dica. Intento ad abbassare i nobili, tanto più che nel servire a Francia s’erano addestrati alle armi, esigette che tutti i feudatari dimorassero in città, vi menassero le loro mogli al carnevale, e così tenendoseli sotto mano, li disabituava dal comandare, e ne toglieva i privilegi quando non potesse torne i possessi con fiscali sottigliezze. E in fatto privò de’ feudi i Rossi, i Pallavicini, i Sanvitali, gli Scotti, ed anche alcuni forestieri, come i Borromei, i Fieschi, i Dal Verme: dagli altri smungeva denaro, e valeasene per fabbricare fortezze con cui tenerli in soggezione; e proponeasi a modello Cesare Borgia.
Parma[322] e Piacenza aveano formato parte del ducato di Milano, fin quando Leone X se l’era fatte cedere; onde Carlo V mal soffriva di vederle in mano altrui, massime Piacenza, chiave del Po. Lo subillava don Ferrante Gonzaga governatore del Milanese, che particolarmente astiato contro del papa, sollecitavalo a permettergli «di far rubare alcuna delle terre del Farnese, con dar nome di poi d’averlo fatto di mia testa, senz’ordine e saputa di sua maestà, acciocchè con questo venisse disgravata dal carico che di ciò potesse esserle dato d’esser fatto per ordine suo»[323]. Non disdetto dal padrone, divisò un sucidissimo intrigo, e se non palese eccitamento, diè conforto a una congiura, ordita da gentiluomini delle case Anguissola, Landi, Confalonieri, Pallavicini. Costoro offrivano Piacenza a Carlo V[324], il quale a vicenda prometteva lasciar impune il sangue o i furti che si facessero quel giorno, e ricevere a omaggio tutti i feudatarj piacentini[325]. Questi dunque, assalito nel suo palazzo Pierluigi (1547 10 7bre), liberarono la terra da un mostro[326]; Piacenza gridava libertà; e quel giorno stesso don Ferrante la occupava a nome dell’imperatore, secondo il prestabilito, e sotto certe condizioni, osservate al solito modo[327]. Ottavio Farnese, genero di Carlo V, accorse per occupare Parma di nascosto del papa, minacciandolo a tal fine di collegarsi fin cogli uccisori di suo padre: del che Paolo III provò tanto dolore che ne morì (1549 9bre), e il successore Giulio III fece rilasciare quella città a Ottavio. Ma quel piccolo paese fu (come in tempi più vicini) per mettere in fuoco l’Europa, non soffrendo Carlo che potessero da quello i Francesi minacciare il Milanese, o piuttosto volendo egli da quello minacciare Modena e Bologna.
Perocchè la morte di Francesco I non aveva tronche le rivalità fra gli Austro-Spagnuoli ed i Francesi; e il suo figlio Enrico II, per far dispetto a Carlo V, tolse in protezione il Farnese, e mandò il maresciallo Cossé-Brissac nel Piemonte. Ferrante Gonzaga, i cui superbi e subdoli portamenti erano stati fomite a quella guerra, inveleniva i Tedeschi contro gl’Italiani, asserendo che costoro, «spenti che avranno gli Spagnuoli, spegneranno anche voi»; a Carlo V raccomandava di non fidarsi delle soldatesche italiane, «gente inquieta, disobbediente, infedele»; e per assicurare la Lombardia suggeriva di ridurre a un deserto il Piemonte[328]. E in fatti, costretto allargare Parma, dove assediava il Farnese e lo Strozzi, venne a desolare il Piemonte (1551), ove i soldati di Francia parevano coppe d’oro a fronte degli sregolatissimi Spagnuoli e’ Tedeschi. Intanto i Luterani davano duro intoppo a Carlo V, che, sorpreso da loro a Innspruck, fu ad un punto di restarne prigioniero; i Francesi, che avevano incitato quel partito, sollecitavano Roberto Sanseverino a ribellar Napoli; dappertutto rinverdiva la parte francese; e i malcontenti di tutti i paesi, e massime napolitani, congregati a Chioggia, pensavano ogni via di nuocere agl’Imperiali, neppur esitando a chiamare in Italia i Turchi, da cui furono abbruciate Reggio, Nola, Procida.
Tradimenti, coltelli, veleni, corruzioni che allora più che mai frequentavano, io li tacerò volentieri; solo dicendo come Carlo mandò il duca d’Alba con grosse armi, il Doria genovese portò quelle e il denaro americano a’ danni nostri, il Medeghino milanese vi unì le proprie bande. Carlo V, tenendo alle due estremità il Milanese e il Napoletano, legandosi il papa col timore de’ Protestanti, Cosmo colla necessità de’ benefizj, poteva disporre a suo senno delle forze e della politica italiana, sicchè il consolidarsi di lui guardavasi come servaggio comune; badavano dunque i nemici a suscitargli qualche avversario, e sperarono nuocergli almeno in Toscana col rivoltargli Siena.
Questa piccola repubblica meriterebbe storia ben più che alcuni grandi imperj; tanto fu piena d’attività, di senso estetico, di fede in quel medioevo, la cui virile operosità vorrebbero i liberalastri eclissar nella luce che concentrano sopra la beatitudine odierna. Le arti belle forse colà resuscitarono, certo vi fecero delle prime e più felici prove, e vi conservarono le tradizioni cristiane anche dopo che Firenze e Roma le aveano cambiate collo stile classico e coi concetti pagani. La rendeano venerabile tante memorie di santi colà fioriti, massime dacchè vi nacque l’ordine de’ Serviti, che sul cadere del XIII secolo fu un focolajo di vita spirituale. In quella era arso di zelo per Maria e pei poveri Gioachino de’ Pelacani; il bealo Giovanni Colombini, da gonfaloniere della città ridottosi mendicante volontario, con Francesco Vincenti aveva fondato un nuovo ordine; a quel di Santa Maria di Montoliveto aveva dato origine Bernardo Tolomei, dottore in ambi i diritti e in filosofia, armato cavaliere da Rodolfo d’Habsburg, e che con Ambrogio Piccolomini e con Patrizio Patrizi erasi ritirato al deserto. Vivaci erano la memoria e il culto di Bernardino da Siena, di Ambrogio Sansedoni e di Antonio Patrizi; di quel Pietro Petroni certosino, che morendo mandava a dire al Boccaccio riparasse gli scandali del suo scrivere; e viepiù di quella Caterina, che colla semplicità onde assisteva gl’infermi e ne succhiava fin le ulceri, andava a rappacificare gl’infelloniti Ghibellini, mitigare i capitani di ventura, e dar consigli ai papi (tom. VIII, pag. 149).
Siena, anche in mezzo a incessanti dissensioni, dava prova di quella floridezza, per cui un tempo aveva emulato Firenze. Arrestò il fiume per formare un lago che fornisse di pesce la città, mediante una diga di seimila canne, sulla larghezza di quattordici passi, e doveano trasportarvisi ventimila libbre di pesce dal lago di Perugia: essendo però l’opera acciabattata per guadagnare molto più del dovere, nella fine del 1492 rovinò da un lato, allagando il paese circonvicino, con morte d’uomini e di bestiame (ALLEGRETTI). Fin negli ultimi suoi tempi fece terminare l’interno del duomo di Grosseto.
Caduti i Petrucci per opera di Leone X poi di Clemente VII, Siena ricevette un governo popolare (1523): ma parendole troppo stretto, si giovò delle traversie di esso Clemente per trucidare Alessandro Bichi capo del magistrato dei Nove; e a Carlo V, partecipe o connivente a questi fatti, raccomandò la propria libertà. Egli, visitatala nel 1536, lasciò a governarla il senese Piccolomini duca d’Amalfi, e poichè le turbolenze vi continuavano, cambiollo con Francesco Sfondrato, ma sempre era sommossa dai Francesi e dai malcontenti. I Fiorentini la voleano tener dipendente, e d’accordo con papa Clemente vi mandarono un grosso esercito; ma si trovò respinto dal caldissimo valore de’ Senesi. E fu ben deplorabile che le due principali città di Toscana si danneggiassero, a mero vantaggio della casa che entrambe dovea schiacciare. Siena, non che collegarsi a Firenze per respingere i Medici e gl’imperiali, questi provvide d’artiglieria; ma subito caduta quella città, si conobbe esposta agli arbitrj de’ Cesarei, che vi ristabilirono i fuorusciti, i quali pensarono a punire gli avversi e assodare la tirannia. Alfonso Piccolomini duca d’Amalfi, generale di Carlo V, era realmente il padrone di cotesti ringhiosi, che si cacciavano a vicenda e si uccidevano.
Da ciò prendendo titolo, e dalle mene che incessantemente vi facea la Francia, desiderosa d’inquietare lo spagnoleggiante Cosmo, e istigato dagli Strozzi e loro parteggianti, Carlo mandò il ministro Antonio Granuela (1541) colla guardia tedesca di Cosmo, acciocchè riformasse quello Stato, surrogando una stretta oligarchia da sè dipendente, e con tribunale a cui presedesse un cesareo; vi stanziò anche guarnigione propria, che, al solito, non pagata, dovendo vivere a discrezione come in terra nemica, diede motivo a più d’una sollevazione. Pertanto Carlo V la crebbe, e l’affidò a don Diego Hurtado de Mendoza. Grand’amatore delle lettere era costui, ed uno dei primi scrittori spagnuoli: ambasciadore a Venezia, poi al concilio di Trento e a Roma, valutava al vero quella posizione fra d’ingannatore e d’ingannato, e fu volta che esclamò, — Qual miserabile genìa è mai un ambasciadore!» A Siena si comportò con superbia e spavalderia, esigliava i giovani d’ingegno e valore, disarmava gli altri, mentre conniveva agli abusi de’ soldati ladri e non pagati; fece morire un Politi che consigliava a non festeggiarlo di troppo; consigliava a Carlo di darla a suo figlio Filippo, acciocchè di là tenesse in freno e il papa e la Toscana e il popolo riottoso; e per quanto i Senesi si opponessero e reclamassero all’imperatore, vi cominciò una fortezza; inevitabili spedienti d’un governo oppressore. Il romito Brandano, detto il pazzo di Cristo, andava gridando per le vie, _In vanum laborant qui ædificant eam_; i Senesi menarono devote processioni e offrirono alla Madonna chiavi finte della città; al che il Mendoza esclamava: — Gliele presentino, purchè le chiavi vere stiano in mia mano». Con questi trattamenti la città più ghibellina, fu ridotta avversissima agli Imperiali.
Cosmo, che pur era il più necessario alleato di Carlo, oltre vedere di mal occhio così vicini gl’Imperiali, desiderava per sè quella città, come parte del proprio paese: la desiderava Paolo III per suo nipote Enea Piccolomini, e per mortificare Cosmo. Fra gli amici di Francia adunati a Chioggia discuteasi del come soccorrerla; proponeasi che i Francesi assalissero Orbitello, e quando gli Spagnuoli uscivano a difenderlo, i sollevati ucciderebbero il Mendoza: intanto i Senesi, che indarno aveano tentato ripristinare la democrazia, e che nelle elezioni annuali erano sempre straziati dai parteggiamenti de’ popolani e del monte dei Nove, congiurarono, capo Cesare Vajari, insorsero (1532), e colle barricate e col fuoco costrinsero gli Spagnuoli a ritirarsi: fecero quelle gazzarre, troppo solite in cotesti trionfi popolari; ma uno spagnuolo uscendo diceva: — Senesi valorosi, bellissimo colpo voi faceste, ma badate bene all’avvenire, che avete offeso troppo grand’uomo». I sollevati tenevansi sicuri sui Francesi, allora tornati in guerra cogli Austriaci, e che mandarono navi di conserva colle turche per devastare quella marina e le isole, rimedio peggiore del male; poi entrarono in Siena, promettendo libertà. I cittadini si smaniarono a distrugger la fortezza, colle lagrime agli occhi gridando _Vittoria, Libertà, Francia_; fecero dipingere dal Sodoma sulle pareti i santi loro cittadini Ausano, Caterina, Bernardino, e su porta Pispini una vergine in gloria colle parole _Vittoria e Libertà_; trassero fuori lo stendardo di san Sebastiano, che moveasi solo per le grandi occasioni,e «passarono due mesi allegramente, senza più ragionare di guerra, ma solo si attendeva a banchetti, caccie e piaceri»[329]. Tanto i vulghi s’assomigliano sempre e dappertutto!
Montalcino, la terra più salda di quello Stato, fu difesa da Giordano Orsini, finchè gli Spagnuoli se ne staccarono per proteggere le coste dai Turchi, i quali devastavano la Sicilia, spogliavano la Pianosa e l’Elba, prendeano quasi tutta la Corsica, sterminando i Genovesi. Carlo V, non lasciandosi abbattere dai rinascenti guaj, drizzò verso Italia molta gente tedesca; molta spagnuola fece portare sulle galee del Doria, con l’oro americano; e a don Pier di Toledo, vicerè di Napoli e suocero del duca Cosmo, diede incarico di ridurre Siena all’obbedienza. La costui morte ritardò l’impresa; però fu lasciato arbitrio a chiunque di correre sopra Siena, talchè ne venne guerra di stupri e assassinj contro paesani e imbelli. Poi mentre i Francesi munivano i castelli del Grossetano, e il governo senese metteva in assetto diecimila fanti e cinquecento cavalli, l’imperatore affidava l’esercito ad Alessandro Vitelli.
Il duca Cosmo, se odiava i Francesi, temeva gli Spagnuoli, e prevedendo si troverebbe in balìa di qual dei due vincesse, reggevasi su due piè; mostrando non darsi per inteso dei moti di Siena, adocchiava al proprio profitto; lasciava che truppe ed eserciti francesi attraversassero la Toscana, ma intanto allestitosi d’armi, assalse i castelli che circondano Siena. I Senesi, che mai non aveano temuto da Cosmo un attacco risoluto, si accinsero a respingerlo con quell’eroismo, che i popoli spiegano negli estremi loro momenti. L’annunzio d’una guerra suona speranza ai popoli oppressi, che non s’accorgono com’essa non faccia che aggiungere un nuovo male ai precedenti: e subito vennero a farvi prove molti gentiluomini d’Italia, Aurelio Fregoso, Cornelio Bentivoglio, Flaminio d’Astabbia, Mario Sforza di Santafiora, Paolo e Giordano Orsini, Bonifazio Gaetani, Gerolamo della Corbara; altri furono soldati dai Francesi come condottieri, Lodovico Carissimi, Camillo Martinengo, Ottavio Thiene, Fulvio Rangoni, Adriano Baglione, il conte della Mirandola.
Pietro Strozzi, figlio della Clarice Medici e di quel Filippo che finì in carcere, partecipò alcun tempo ai vizj del duca Alessandro, poi stomacatosene fuggì in Francia, e sostenuto da Caterina de’ Medici regina e dal proprio valore, divenne gentiluomo del re, e fin maresciallo. Avea menato seco «la più bella compagnia che mai si fosse veduta di duecento archibugieri a cavallo, i meglio in punto che si potessero, ciascuno con due buoni cavalli, con eccellenti armi dorate, e avvezzi i più alla disciplina di Giovanni dalle Bande nere»[330]. Questi veterani, più non potendo spiegarlo per la patria, usarono il valore per Francia nella guerra di Borgogna e di Piemonte, poi in quella contro gl’Inglesi.
Lo Strozzi intanto mestava senza riposo nelle cose d’Italia; la girò più volte travestito per togliere or la Corsica a Genova, or Genova al Doria, or Piacenza ai Cesarei, soprattutto Toscana ai Medici, e in generale l’Italia agli Imperiali, proposito ch’egli diceva impressogli dal cielo. Parve venirgliene il destro quando il re di Francia lo destinò suo generale a difendere Siena da Cosmo e da Carlo V; e drappellava una bandiera verde col dantesco _Libertà vo cercando ch’è sì cara_. Appoggiavalo la flotta comandata da suo fratello Leone, priore dell’ordine di Malta, uno de’ più arditi uomini di mare, che a servizio di Francia avea menato l’armata navale a difendere Maria Stuarda contro la regina Elisabetta d’Inghilterra; erasi costituito emulo del Doria; una volta, fingendosi imperiale, con ventidue galee francesi cercò sorprendere Barcellona, e vi sparse un terror panico, che sarebbe stato funesto se Emanuele Filiberto di Savoja non avesse improvvisato una difesa. Guastatosi con Francia, Leone era ito a combattere i Turchi: ora riconciliatosi con quella, portava il suo valore in Toscana, e osò perfino assalire Firenze, gareggiando in crudeltà coi nemici. Perocchè tutti professavano che il fine giustifica i mezzi.
Da prima la guerra si esercitò a nome di Cesare, poi Cosmo propose toglierla sopra di sè, purchè l’imperatore gli desse truppe e compenso delle spese che anticiperebbe. Così convenuto, egli prese al soldo ventiquattromila fra Italiani, Spagnuoli e Tedeschi, scrisse di proprio pugno le disposizioni guerresche, affidò la capitananza a quel Gian Giacomo Medeghino (1554), che tanti mali aveva recato nelle guerre di Lombardia, e che fatto da Carlo V marchese di Marignano, con questo titolo avea prestato grand’appoggio agl’Imperiali nell’ultima guerra in Germania, massime per la sua abilità nell’artiglieria. Presa Ajuola, costui ne impiccò quasi tutti gli abitanti, bandendo tratterebbe così chiunque in una rôcca aspettasse una cannonata, e l’attenne: col che portava il patriotismo alla disperazione; ogni bicocca gli costò gran sangue, e col sangue egli puniva della lealtà e del valore. Lo Strozzi gli propose più volte di rispettare reciprocamente le donne e i fanciulli, come esso ne dava l’esempio; ma il Medeghino prometteva e falliva, forse perchè de’ riscatti la maggior parte entrava nella sua borsa[331].
Dovendo lo Strozzi tener la campagna, chiese al re di Francia un luogotenente, e fu Biagio di Monluc guascone, il quale ci lasciò ricordi curiosissimi. Messosi di buon’ora alla milizia, a diciassett’anni venne in Italia, tratto «dal racconto de’ bei fatti d’arme, che vi si compivano ordinariamente», e sopra un cavallino di Spagna regalatogli da suo padre, guadagna il grado di capitano a vent’anni, e toglie per divisa, _Deo duce, ferro comite_. Combatte alla Bicocca: resta prigioniero a Pavia, ma è rilasciato «perchè vedeano bene che non v’era da cavarne gran denaro»: in patria assolda una compagnia a piedi, e viene col Lautrec a Napoli; all’assalto di Capistrano presso Ascoli è ferito a morte: pure quando il castello fu preso, si fe cedere un numero di donne, le quali avea fatto voto alla Madonna di Loreto di salvare da oltraggi. Stentò per anni a guarire: poi rimessosi all’armi, giacchè «nulla odiava tanto quanto casa sua», gettasi una volta in Casale, città quasi smurata; v’improvvisa una fortificazione, obbligando tutti dal capitano allo zappatore a lavorarvi dalla punta del giorno, e fa alzar forche per chi ricusa, ed è obbedito «perchè avea voce di far giocare molto la corda».
A Napoli ebbe in dono Torre della Nunziata, e benchè ancora col braccio al collo, facea prodezze stupende, ch’e’ narra colla vanità d’un guascone. Precipitate le fortune francesi, torna addietro desiderando mille volte la morte «perchè avea perduto tutti i suoi signori ed amici». Appena si ripigliano le armi, con Francesco I combatte in Provenza, sempre smaniato di quel ch’è l’idolo de’ Francesi, la gloria. «Mi parea, quando mi facevo a leggere Tito Livio, che vedessi in vita quei bravi Scipioni, Catoni, Cesari; e quand’ero a Roma, guardando il Campidoglio, ricordandomi di quel ch’avevo udito dire (giacchè del leggere poco sapevo), pareami dovessi trovar là quegli antichi Romani». Nei consigli fa prevalere sempre il partito più risoluto, persuaso che «soldati francesi non si vincono, quand’anche avessero un braccio legato; pensate poi avendoli tutt’e due liberi»; non sa darsi pace di quei che riflettono _se perdiamo, se perdiamo_; e «Non c’è principe al mondo che abbia nobiltà più volenterosa della nostra; un piccol sorriso del padrone riscalda i più ghiacciati; e volentieri cangiando prati, vigne, mulini in cavalli ed armi, vanno a morire su quello che noi chiamiamo letto dell’onore».