Storia degli Italiani, vol. 09 (di 15)

Part 15

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Firenze, tuttochè alleata di Francia[141], si conservava quieta e ne’ doveri, nessuno offendendo; eppure non evitò la sorte dei deboli fra i prepotenti. Già per punirla del radunato concilio, il papa avea tentato soppiantare il gonfaloniere Soderini e la parte popolare, e lasciato che il cardinale Giovanni de’ Medici intrigasse per ripristinarvi la sua famiglia. Ora il vicerè Cardona move sopra di essa (1512), promettendo rispettare i beni e le franchigie, purchè siano cacciato il Soderini e ricevuti i Medici. Poteva ella salvarsi offrendo denari, unico movente di quei capitani; ma parendo che il pagare fosse un confessarsi in colpa, ricorse alle ragioni, quasi abbiano luogo fra le armi; e il Soderini, nobile patrioto anzichè uomo risoluto, tentennò e non fece armi se non quando il pericolo era irreparabile. Il Cardona traversò l’Appennino senza ostacoli; Prato, ove prima un corpo soldato fermò gli aggressori (30 agosto), fu mandata a inumana carnificina, sotto gli occhi del legato pontificio uccidendo da tremila persone, e violando fin le vergini sacre[142]; i rimasti, messi a strazio perchè pagassero enormi taglie. Firenze ne fu sbigottita: l’ordinanza non osava tener testa alle bande: poi una mano di giovani, che solevano adunarsi negli orti Rucellaj a ragionamenti letterarj, proclamano esser inutile il resistere, cacciano il Soderini con minaccia d’ucciderlo (2 7bre), lo fan deporre dai consigli, dare al Cardona quanti denari domanda, e acclamare Giuliano Medici terzogenito del magnifico Lorenzo.

Gli antichi dominatori, restituiti in quella che consideravano casa loro, ma dove erano resi stranieri dall’esiglio, se sulle prime condiscesero alla democrazia, ripigliarono ben tosto il vantaggio; e colla solita ciurmeria del voto universale abolendo le leggi (16 7bre) emanate dopo la loro cacciata, sostituirono una stretta oligarchia, congedata l’ordinanza, rigorosamente esclusi d’ogni carica gli antichi Piagnoni, fautori della libertà e della riforma morale; con un prestito forzoso pagarono lautamente gli Spagnuoli; e Firenze entrò anch’essa nella Santa Lega.

Nel costoro disaccordo Luigi XII potè sperare alleati in quelli medesimi che testè lo combattevano, e rinterzava trattati e proposizioni. Solo nel contrariarlo non allentavasi Giulio II; puniva e lodava; trasferiva al re d’Inghilterra il titolo di cristianissimo, e il regno di Francia offeriva al primo occupante; convocava un congresso per chetare le irreconciliabili pretensioni dei collegati; intanto preparavasi a togliere Ferrara all’Estense, la Garfagnana ai Lucchesi: riceverebbe dall’imperatore Modena per ipoteca d’un credito, per prezzo Siena, che donerebbe al nipote duca d’Urbino; sostituirebbe un altro doge in Genova; forse ricaccerebbe di Firenze i Medici, di cui già non era abbastanza soddisfatto; e sollecitando gli Svizzeri, ch’egli destinava barriera all’Italia dopo cacciatone i Barbari, mandava loro la spada e il cappello benedetti. Fra tanti divisamenti la morte lo colse (1513 21 febbr.), e ancor nel vaniloquio dell’agonia ripeteva: — Via i Francesi d’Italia.

Se a quest’unico intento avesse misurato le azioni, poteva ben meritare del paese, come già s’era mostrato degno di governare uno Stato più grande; ma operando per collera, e volendo ogni cosa piegasse alla sua dispotica volontà, empì l’Italia di stranieri e di sangue. Noi lo lasciamo ammirare e rimpiangere dai classici adoratori della forza; come dagli idolatri del bello il suo successore.

CAPITOLO CXXXII.

Leone X e Luigi XII.

_Casa de’ Medici._

GIOVANNI DI BICCI 1421-29 | | COSMO _Padre della patria_ 1429-64 | | | | PIETRO 1464-69 | | | | | | Cosmo | | | | | | Nanina Bianca in Guglielmo Pazzi | | | | | | LORENZO il _Magnifico_ 1469-92 | | | | | | | | PIETRO II 1492-1503 | | | | | | | | | | LORENZO II 1513-19 duca d’Urbino 1516 | | | | | | | | | | | | Caterina in re Enrico II | | | | | | | | | | | | ALESSANDRO 1531-37 | | | | | | | | | | Clarice in Filippo Strozzi | | | | | | | | Giovanni (Leone X) 1513 | | | | | | | | GIULIANO II 1512 abdica 1513 | | | duca di Nemours 1515 | | | | | | | | cardinale Ippolito -1535 | | | | | | GIULIANO 1469-78 | | | | | | Giulio 1519-27 fu papa Clemente VII 1523 | | | | Giovanni -1463 | | | | Carlo | | Lorenzo | | Pier Francesco | | Lorenzo | | | | Pier Francesco | | | | Lorenzino -1548 | | Giovanni m. di Caterina Sforza-Riario | | Giovanni dalle Bande Nere -1526 | | COSMO I 1537-74 granduca dal 1569 | | FRANCESCO I 1574-87 | | | | Maria in Enrico IV di Francia | | Giovanni cardinale -1562 | | Garzia | | FERDINANDO I 1587-1609 | | | | COSMO II 1609-21 | | | | FERDINANDO II 1621-70 | | | | COSMO III 1670-1723 | | | | Ferdinando | | | | GIAN GASTONE 1723-37 | | | | Anna princip. palatina -1743 | | D. Pietro

Il magnifico Lorenzo de’ Medici ebbe tre figliuoli, che educò domesticamente in colta cortesia. Una volta taluno ritrovò lui e il fratello Giuliano che, messisi carponi e fattisi montare in groppa que’ bambini, trottavano a maniera di cavalli; e vedendolo meravigliarsi, il pregarono a non farne motto finchè egli pure non fosse padre[143].

Sono codesti i due mostri de’ romanzi e delle tragedie. Giuliano, trucidato dai Pazzi (tom. VIII, pag. 280), lasciò orfano Giulio, che col tempo divenne papa Clemente VII. Dei tre di Lorenzo, Pietro toccò le sventure pubbliche che narrammo, finchè s’annegò alla battaglia del Garigliano; Giuliano s’imparentò coi reali di Francia, e fu creato duca di Nemours; Giovanni, nato il 1475, dalle fasce fu predestinato alla chierica, e suo padre notava con compiacenza ne’ registri di casa i benefizj ecclesiastici che man mano accumulavansi su questo fanciullo. — A’ 19 di maggio 1483, venne la nuova che il re di Francia per se medesimo aveva data la badia di Fontedolce a Giovanni nostro... A dì 31, da Roma, che il papa gliel aveva conferita, e fattolo abile a tenere benefizj sendo d’anni sette... A dì 8 giugno venne Jacopino corriere di Francia sulle tredici ore con lettere del re, che aveva dato a messer Giovanni nostro l’arcivescovado d’Aix in Provenza, ed a vespro fu spacciato il fonte per Roma per questo... A dì 15 a ore sei di notte, venner lettere di Roma che il papa faceva difficoltà di dare l’arcivescovado a messer Giovanni per l’età, e subito si spacciò il fante medesimo al re di Francia...»

Piace il trovare quest’amorevole padre di famiglia sotto le dissolute reminiscenze, questo principe cittadino quando sottentravano le Corti. E mandando Pietro suo al papa il 1484, quando cioè avea quattordici anni, gli dava di proprio pugno istruzioni minute, e insegnavagli le lusinghe da usar colle signorie e coi privati: — Ne’ tempj e luoghi dove concorreranno gli altri giovani degli ambasciadori, pórtati gravemente e costumatamente, e con umanità verso gli altri pari tuoi, guardandoti di non preceder loro se fossero di più età di te, poichè, per esser mio figliuolo, non sei però altro che cittadino di Firenze, come sono ancor loro: ma quando poi parrà a Giovanni di presentarti al papa separatamente, prima informato bene di tutte le cerimonie che si usano, ti presenterai alla sua santità, e lasciata la lettera mia che avrai di credenza al papa, supplicherai che si degni leggerla; e quando ti toccherà poi a parlare, prima mi raccomanderai a’ piedi di sua beatitudine, come feci alla santissima memoria del predecessore di quella... Farai intendere a sua santità, che avendogli tu raccomandato me, ti sforza l’amore di tuo fratello raccomandargli ancora Giovanni, il quale io ho fatto prete, e mi sforzo e di costumi e di lettere nutrirlo in modo, che non abbia da vergognarsi fra gli altri. Tutta la mia speranza in questa parte è in sua beatitudine, la quale avendo cominciato a fargli qualche dimostrazione d’amore, supplicherai si degni continuare per modo, che alle altre obbligazioni della casa nostra verso la Sede apostolica s’aggiunga questo particolare; ingegnandoti con queste ed altre parole raccomandarglielo, e metterglielo in grazia più che tu puoi. Avrai mie lettere di credenza per tutti i cardinali, le quali darai o no, secondo parrà a Giovanni. In genere, a tutti mi raccomanderai... Visiterai tutti que’ signori di casa Orsina che fossero in Roma, usando ogni riverente termine, e raccomandandomi a loro signorie, e offrendoti per figliuolo e servitor loro, poichè si sono degnati che noi siamo lor parenti, del quale obbligo tu hai la maggior parte per essere tanto più degnamente nato; e però ti sforzerai a tua possa di pagarlo almanco con la volontà.

«Io ti mando con Giovanni Tornabuoni, il quale in ogni cosa hai ad obbedire, nè presumere far cosa alcuna senza lui, e con lui portandoti modestamente, e umanamente con ciascuno, e soprattutto con gravità, alle quali cose ti debbi tanto più sforzare, quanto l’età tua lo comporta manco. E poi gli onori e carezze, che ti saranno fatte, ti sarebbono d’un gran pericolo, se tu non ti temperi e ricorditi spesso chi tu sei. Se Guglielmo[144] o i suoi figliuoli o nipoti venissero a vederti, vedigli gratamente, con gravità però e modo, mostrando d’aver compassione delle loro condizioni, e confortandogli a far bene, e sperar bene facendolo».

Principale oggetto di quest’invio era l’ottenere a Giovanni il cappello cardinalizio: e l’ebbe quando ancor non finiva i tredici anni. A minorare lo scandalo della precoce liberalità, non fu lasciato prendere la porpora nè posto in concistoro se non due anni più tardi; e gli ammonimenti che in quell’occasione gli dava Lorenzo, son quali suole un padre al figlio che va in collegio: — Il primo mio ricordo è che vi sforziate a esser grato a monsignor Domenedio, ricordandovi ad ogn’ora che non meriti vostri, prudenza o sollecitudine, ma mirabilmente esso Iddio v’ha fatto cardinale, e da lui lo riconosciate, comprobando questa condizione con la vita vostra santa, esemplare ed onesta; a che siete tanto più obbligato per aver già voi dato qualche opinione nell’adolescenza vostra da poterne sperare tali frutti... L’anno passato io presi grandissima consolazione intendendo che, senza che alcuno ve lo ricordasse, da voi medesimo vi confessaste più volte e comunicaste; nè credo che ci sia miglior via a conservarsi nella grazia di Dio, che l’abituarsi in simili modi e perseverarvi... È necessario che fuggiate come Scilla e Cariddi il nome dell’ipocrisia e la mala fama, e che usiate mediocrità, sforzandovi in fatto fuggir tutte le cose che offendono in dimostrazione e in conversazione, non mostrando austerità e troppa severità; cose le quali col tempo intenderete e farete meglio che non lo posso esprimere. Credo per questa prima andata vostra a Roma sia bene adoperare più gli orecchi che la lingua. Oggimai v’ho dato del tutto a monsignor Domenedio e a santa Chiesa; onde è necessario che diventiate un buono ecclesiastico, e facciate ben capace ciascuno, che amate l’onore e stato di Santa Chiesa e della sede apostolica innanzi a tutte le cose del mondo, posponendo a questo ogni altro rispetto... Nelle pompe vostre loderò più presto stare di qua dal moderato, che di là; e più presto vorrei bella stalla e famiglia ordinata e polita, che ricca e pomposa. Ingegnatevi di vivere accostumatamente, riducendo a poco a poco le cose al termine, che, per essere ora la famiglia e il padron nuovo, non si può. Gioje e sete in poche cose stanno bene a’ pari vostri. Più presto qualche gentilezza di cose antiche e bei libri, e più presto famiglia accostumata e dotta che grande; convitar più spesso che andare a conviti, nè però superfluamente. Usate per la persona vostra cibi grossi, e fate assai esercizio; perchè in codesti panni vien presto in qualche infermità chi non ci ha cura. Lo stato del cardinale è non manco sicuro, che grande; onde nasce che gli uomini si fanno negligenti, parendo loro aver conseguito assai, e poterlo mantenere con poca fatica; e questo nuoce spesso e alla condizione e alla vita, alla quale è necessario abbiate grande avvertenza; e più presto pendiate nel fidarvi poco, che troppo... Una regola sopra l’altre vi conforto ad usare con tutta la sollecitudine vostra; e questa è di levarvi ogni mattina di buon’ora, perchè oltre al conferir molto alla sanità, si pensa ed espedisce tutte le faccende del giorno, e al grado che avete, avendo a dire l’ufficio, studiare, dar udienza ecc., vel troverete molto utile. Un’altra cosa ancora è sommamente necessaria a un pari vostro, cioè pensare sempre, la sera innanzi, tutto quello che avete da fare il giorno seguente, acciocchè non vi venga cosa alcuna immediata...»

Il cardinale de’ Medici, costretto esular da Firenze quando i suoi ne furono espulsi, e vedendo non poter vivere a Roma con dignità e sicurezza sotto Alessandro VI, prefisse di andar viaggiando. Prese seco undici giovani gentiluomini, la più parte suoi parenti, fra cui Giulio; e tutti vestiti a una divisa, comandando un per giorno alla brigata, percorsero Germania, Francia, Fiandra; a Genova alloggiarono presso il cardinale della Rovere anch’esso profugo da Roma; onde, fra quei fuorusciti, tre erano futuri papi.

L’anno santo il Medici visitò Roma incognito; passò il restante tempo fra pericoli, finchè salì papa il Della Rovere col nome di Giulio II, che l’accolse e onorò. Alla Corte il Medici si metteva attorno letterati e artisti, a comodo de’ quali apriva una biblioteca, ricca anche dei moltissimi manoscritti raccolti già da Cosmo e Lorenzo, dispersi nella cacciata di Pietro e compri dai frati di San Marco, dai quali esso li riscattò per duemila ducensessantadue scudi; disputava coi dotti, componeva, giudicava con fino gusto, e scialava più che nol permettessero le avite ricchezze, scompigliate nella cacciata, poi ne’ tentativi di ricuperare lo Stato; e non rade volte egli dovette mandare in pegno a macellaj e pizzicagnoli i vasi d’argento della propria tavola. Se alcuno gliene facesse appunto, rispondeva: — La fortuna sussidia chi è destinato a gran cose, purch’egli non invilisca».

Giulio II, genio militare, tramutò questo suo favorito in capitano, e per ingelosire i Fiorentini, deputollo legato all’esercito che mandava contro i Francesi (p. 207). A Ravenna il cardinale restò prigioniero, ma condotto a Milano, dove conservavasi ancora aperto il conciliabolo, v’ebbe onoranze festevoli, potè riguadagnar molti alla Chiesa, poi colle buone maniere si amicò anche gli uffiziali francesi, talchè, mentre pensavasi mandarlo cattivo in Francia, ebbe modo a fuggire, e variando travestimenti arrivare a Bologna, mescere nuovi partiti, e infine, scavalcato il Soderini gonfaloniere, ricuperar Firenze.

Vi stava tormentato da una fistola (1513) allorquando udì la morte di Giulio II; onde si fece portare in lettiga a Roma per assistere al conclave, nel quale tenne seco il chirurgo. Forse questa circostanza fece preponderare gli elettori verso di lui, insolitamente giovane, ma probabilmente di breve durata (8 marzo). Intitolatosi Leone X, fece la consueta cavalcata a San Giovanni Laterano sul destriero che eragli servito alla battaglia di Ravenna, e trovati trecentomila zecchini accumulati da Giulio II con risparmiare sull’amministrazione, pensò spenderli men tosto in guerre che in magnificenze, e un terzo ne logorò nelle sole feste della sua inaugurazione.

Riuscito a rimuovere lo scisma dalla Chiesa col compiere il concilio Lateranense V, e ricevere all’obbedienza quelli che aveano aderito al conciliabolo di Pisa, le principali cure volse alla propria famiglia. Non si trattava di toglierla dall’oscurità per satollarla di ricchezze e cariche; e già essendo ricca, accreditata, dominante, egli stesso si trovò, con nuovo esempio, papa insieme e principe secolare d’uno Stato confinante, e quindi larghissimo in mezzi d’ingrandire i parenti. Di Firenze conferì l’arcivescovado colla porpora al cugino Giulio; ed essendosi in quei giorni denunziata una di quelle congiure che ai governi nuovi somministrano occasione di stringere le briglie e dar di sproni, lasciò andare al patibolo Pietro Bòscoli e Agostino Capponi[145]; agli altri, fra cui il Machiavelli, fece perdonare.

Le emulazioni fra Austriaci e Francesi davangli speranza d’ottenere a’ suoi o il ducato di Milano o il regno di Napoli. Intanto al fratello Giuliano maritò Filiberta di Savoja zia di re Francesco I di Francia, spendendo cinquantamila ducati per le feste a Roma, oltre quelle a Torino e a Firenze; fu detto pensasse, alla morte di Massimiliano, far eleggere imperator di Germania il nipote Lorenzo, o almeno titolarlo re di Toscana. Di mezzo a questi divisamenti cercava i godimenti dell’intelletto, accoglieva artisti e poeti, non sempre da protettore che ne conosce la dignità, anzi spesso da buontempone che vuol farsene un trastullo; e «non meno amico de’ suoi parenti, che dell’ozio e della cantilena, solea dire a suo fratello Giuliano: _Attendiamo a godere, e facciam bene alli nostri_[146].

Re Luigi XII, pacificato a Blois coi Veneziani (24 marzo) che s’erano guasti coll’imperatore perchè ostinavasi a voler Vicenza e Verona, e sciolto l’Alviano che da quattro anni teneva prigione, accingevasi a riparare in Lombardia, le perdite sofferte, e mandò la Trémouille e il Trivulzio, che dappertutto accolti festosamente, ricuperarono Genova e il Milanese. Il duca Sforza, che non vi aveva avuto altro sostegno se non gli Svizzeri, si trovò assediato in Novara: ma un nuovo corpo di questi, colà sopraggiunto, forse risoluto di riparare verso il figlio la slealtà ivi usata al padre, lo difese intrepidamente; poi alla Riotta, côlta improvvista la gendarmeria francese, le diede la peggiore sconfitta che mai toccasse (1513 6 giugno); sicchè, perduti ottomila uomini, si volse al ritorno, anzi alla fuga. La Trémouille, che avea scritto al re farebbe prigione il figlio là dove era stato preso il padre, fu mal accolto da Luigi. Lombardia e Piemonte, sgombrati dai Francesi, s’affrettano a far sommissione allo Sforza; Genova ne respinge la flotta[147]; e ogni orma francese è cancellata d’Italia.

Venezia dunque trovavasi sola, esposta alle armi di Raimondo di Cardona, il quale si unì alle imperiali non tanto per vantaggio o gloria del Cattolico, quanto per arricchire i proprj soldati. A questi si collegarono le truppe pontifizie, e invano ostando l’Alviano, presero Padova, accamparono sul lembo della laguna, donde spararono contro Venezia. Questa ordinò fosse devastato il paese; sicchè dal Trevisano, dal Padovano, dal Vicentino, dal Bresciano accorsero i villani a saccheggiare ed ardere.

Non v’è lingua che basti a descrivere quello sterminio; Pieve di Sacco fu distrutta; deserte le rive della Brenta e fin a Mestre; ed avendo gli abitanti salvato molta roba in val Polesella, Veneti e Francesi vi accorsero. L’Alviano impetrò d’affrontare i Tedeschi, e in fatti essi dovettero cessare lo sperpero per farsegli incontro, e trattolo a battaglia presso Vicenza, lo sconfissero, gli tolsero tutta l’artiglieria, e moltissimi prigionieri. Il Friuli subì il resto della rabbia tedesca, e in un villaggio Cristoforo Frangipane, vassallo dell’imperatore, fece cavar gli occhi e tagliare l’indice destro a tutti gli abitanti. Verona fu più volte presa e ripresa, più volte taglieggiata. Francesi e Veneti assediarono Brescia con non minor furore dell’altra volta. A Cremona l’anno precedente fu tal tumulto di guerra, che non si distribuirono tampoco gli ulivi nella domenica delle palme: i Francesi aveano fatto levare i merli dalle mura, abbassare molte torri, abbattere le antiche porte ancor sussistenti in città, aggiungere due torrioni al castello, scavare e allargar le fosse, forzando i cittadini a lavorare, e ne cacciarono più di quattrocento principali, altri mandarono a supplizio, spogliando le loro case (CAMPI): ora altrettanti guasti recaronvi i liberatori. Eguali sventure sarebbero a raccontare delle singole città.

Casuale incendio (1514) mandò in cenere la più mercantil parte di Venezia, piena d’argenterie e merci di gran valuta, duemila fra botteghe e case, e il fondaco de’Tedeschi, perendo in una notte altrettanto quanto erasi speso in cinque anni di guerra. Gli eserciti soffrivano di fame perchè il paese era esausto da tante devastazioni, e le città più non sentivansi in grado di satollarli colle contribuzioni; lo sdegno de’ popoli non discerneva amici da nemici, e chiunque fosse sconfitto era certo di vedersi addosso i contadini, che voleano trucidare e svaligiare alla lor volta.

Ben doveano essere stanchi i popoli di tanto soffrire, i re di tanto tormentare. D’altra parte Leone X, men passíonato del suo predecessore, vedeva come la depressione della Francia lascerebbe l’Italia all’arbitrio degli Svizzeri e dei Tedeschi, e come rovinoso ad essa, e particolarmente alla santa Sede riuscirebbe lo stabilirvisi di quegli Austriaci, che stavano per riunire al loro patrimonio gli smisurati possessi di Spagna. Pure egli mancava d’ogni esteso concetto politico; e capriccioso, avventato, giocava di due mani; negoziava coll’imperatore, e da lui comprò Modena, che con Reggio, promessa invano formalmente ad Alfonso di Ferrara, e con Parma e Piacenza, destinava in principato a Giuliano suo fratello. Un vantaggio ancor maggiore sperava dalla Francia, cioè la vendita del regno di Napoli; lo perchè blandiva a re Luigi, che preparavasi a ricuperare il Milanese: poi sgomentato dalle minaccie di Selim granturco, procurò metter pace fra i principi[148]. Di fatto il Cristianissimo rinunziò allo scisma e al conciliabolo di Pisa, riconciliossi con Fernando il Cattolico lasciandogli la Navarra, di Enrico VIII sposò la sorella. Massimiliano solo persisteva in una guerra di molto danno e nessun esito, nè dal papa lasciossi rappattumare co’ Veneziani.