Storia degli Italiani, vol. 09 (di 15)
Part 14
Padova, dove s’era ricoverata gente quattro volte più dell’ordinario, fu da Massimiliano assediata (7bre) con centomila soldati tra suoi e francesi, pagati dal saccheggio e animati dalla speranza di maggiore, e ben ducento cannoni così grossi che alcuni non potevano mettersi sul carretto. Egli medesimo con coraggio attendò sotto il tiro delle batterie nemiche; ma ignorava la costanza, nè riusciva a chetare le pretensioni de’ cavalieri. Mandò una volta al generale francese La Palisse, che mettesse a piedi i suoi uomini d’arme perchè salissero alla breccia co’ lanzichenecchi; ma il cavaliere Bajardo riflettè: — Come mai scavalcare tanta nobiltà, e perigliarla con pedoni che sono calzolaj, maniscalchi, panattieri e gente meccanica, cui l’onore non sta a cuore come a ben nati? Non ha egli molti conti, signori, gentiluomini di Germania? li metta a piedi coi gendarmi di Francia, e volentieri mostreranno loro la strada, poi i lanzichenecchi terranno dietro»[135]. Ma i gentiluomini tedeschi neppur essi degnavano esporsi fra la pedonaglia, onde Massimiliano si ritirò a Verona (3 8bre) congedando l’esercito. Sebbene poi alla Polesella fosse distrutta la flotta veneziana che assaliva Ferrara per punire la slealtà di quel duca, rivoltatosi contro la repubblica sotto le cui ali era cresciuto; e sebbene morisse il conte Pitigliano, mente di quella guerra, le cose pigliavano miglior indirizzo; a Luigi Malvezzi, poi a Gianpaolo Baglione fu dato il bastone di generalissimo; il comando delle fanterie a Renzo di Ceri degli Orsini, permettendogli d’adoprar le armi riposte negli arsenali.
Meglio che le armi, riuscivano a Venezia i maneggi. Re Luigi, ricuperato quanto gli assegnava l’accordo di Cambrai, pensava andarsene dall’Italia, dove mal volentieri avrebbe veduto l’Austria prendere radici, e dove ben piccol conto facea sul versatile Massimiliano. A Fernando il Cattolico era stata tolta ogni ragione di nimicizia coll’aprirgli le città staggite sulla costa napolitana; sicchè egli si oppose all’assaltare Venezia, adducendo non essersi fatta la lega che per torle la terraferma; ma in effetto perchè bramava si traesse in lungo la guerra, acciocchè Massimiliano non si mescolasse della tutela del suo nipote Carlo. Al papa la Signoria esibì quanto teneva in Romagna, purchè l’assolvesse; recedeva dall’appello fatto al futuro concilio; non porrebbe ostacoli alla giurisdizione ecclesiastica; lascerebbe libero ai sudditi pontifizj il navigare l’Adriatico. Giulio dunque (1510 24 febb.) piegatosi levò l’interdetto, e accettò i loro ambasciatori a baciargli prima il piede, poi la mano, in fine la bocca[136]; e sempre volendo governare e non esser governato, tornò sul divisamento, sol per vendetta abbandonato, di liberare l’Italia dai Barbari. Sprezzando Massimiliano, egli temeva il Cristianissimo, onde drizzate le mire ai danni di questo, sollecitò contro di lui Enrico VIII nuovo re d’Inghilterra; e come derivanti da benefizj ecclesiastici, reclamò alla Camera apostolica gli undici milioni che avea lasciati morendo il cardinale d’Amboise, frutto della savia ma non disinteressata amministrazione delle finanze francesi: a Fernando diè la sempre contesa investitura delle Due Sicilie, in onta alle pretensioni di Francia: volse poi gli occhi ai monti svizzeri, dove sono accumulati la neve e il valore, e donde rotolano sulla Lombardia la valanga e il mercenario.
Matteo Schinner, fanciullo mandriano del Vallese, mostrò tale ingegno, che i suoi lo mandarono a studiar lettere a Como; a diciassett’anni sapeva greco, italiano, latino; onde il vescovo di Sion se lo volle vicino, e se l’ebbe poi successore. Cristiano e svizzero, volea l’indipendenza della Chiesa e de’ suoi monti, entrambi minacciati dalla dominazione francese in Italia. Pertanto predicava le armi a’ suoi, così ascoltato come nessun mai da san Bernardo in poi; e dividendosi tra gli uffizj di sacerdote e di guerriero, a sè attribuiva il titolo di duca di Savoja, di marchese di Saluzzo a un suo fratello. Giulio II, chiamatolo cardinale e legato pontifizio in Lombardia, contrattò con esso seimila soldati a tutelare la Chiesa contro qualfosse nemico. I quali passarono le Alpi, preceduti dallo stendardo sotto il quale aveano vinto Carlo il Temerario, e dov’era scritto, _Domatori de’ principi, amatori della giustizia, difensori della santa romana Chiesa_. Ma ben presto, atterriti dal valore o vinti dal denaro di Gastone di Foix, tornarono alle loro montagne.
Ercole I d’Este aveva ingrandito Ferrara, e fuor di essa fabbricato un magnifico parco, a pubblico uso; eresse e dotò chiese e monasteri; il giovedì santo dava mangiare a cinquanta poveri; avea la cappella meglio fornita di musici e cantori; apriva caccie, combattimenti, tornei; e ogni anno facea rappresentare la Passione del Signore o l’Annunziazione o la vita di qualche santo, con indicibile sontuosità, ai quali spettacoli antichi univa il novissimo di qualche commedia di Plauto o Terenzio e di composte allora, a tal uopo cominciando un teatro stabile; e alla corte teneva Matteo Bojardo, Pandolfo Colenuccio, Tito Strozza ed Ercole suo figlio, Nicolò Leoniceno, Pellegrino Prisciano, Antonio Cornazzano, Battista Guarino il vecchio, Antonio Tibaldeo ed altri begl’ingegni[137]. Egli sostenne guerra con Venezia, che, pretendendo il monopolio del sale, gl’impediva di cavarne a Cervia. Alfonso suo figlio, che dicemmo sposato a Lucrezia Borgia, ottenne da papa Alessandro VI di ridurre il tributo da mille ducati a cento: entrò nella lega di Cambrai, ma sarebbe soccombuto alla vendetta de’ Veneziani se papa Giulio nol salvava. Il quale ora pretendeva lasciasse l’alleanza francese, e facesse pace coi Veneziani; cavillava sulle saline; e perchè tardò a obbedirgli, lo proferì scomunicato e decaduto. E subito rotte le ostilità, egli in persona menò gli eserciti impaziente d’ogni ritardo, esponendosi di ottant’anni alla neve e al fuoco, dirigendo le batterie contro la Mirandola, per la cui breccia entrò (1511 20 genn.); e ripeteva: — Ferrara, Ferrara, corpodidio ti avrò». Ma Alfonso, impegnando le gioje proprie e della moglie onde non gravare i popoli, si sostenne contro il papa, che mai non lasciossi placare.
Giulio, non dimentico de’ guasti recati da Luigi XII a Genova sua patria, aveva raccolto molti profughi da essa, e sempre favoritovi la parte popolana. Ora egli cercò ribellarla ai Francesi, spedendovi Ottaviano Fregoso; ma il colpo fallì. I Francesi allora avventaronsi alla riscossa; i prelati loro, raccolti in Tours, autorizzarono Luigi a respingere coll’armi l’aggressione dell’indegno capo della Chiesa, e contro i suoi interdetti appellare al concilio generale (1 maggio). Si attizzò dunque la guerra; i Pontifizj, capitanati da Francesco Maria della Rovere, furono rotti a Casaleccio; Bologna, la città del cui acquisto Giulio si compiaceva e che vantava d’avere restituita dalla servitù dei Bentivoglio alla libertà, nè avervi mai commesso crudeltà o sopruso alcuno, fu presa; l’esercito del papa insultato; la sua statua, opera di Michelangelo ch’era costata cinquemila ducati, fu dal popolo abbattuta e ridotta in un cannone. Giulio mandò il cardinale Alidosi a lagnarsi col duca d’Urbino avesse per la sua negligenza causato tanta perdita; e il duca lo maltrattò ed uccise sulla strada.
Attristato e fremente, Giulio crebbe d’impeto nel menare le imprese, mentre d’una guerra contro la potenza ecclesiastica molti della parte francese prendevano scrupolo, e massime Anna di Bretagna moglie del re; onde il maresciallo Trivulzio, al quale era stato restituito il comando supremo alla morte di Chaumont, era ridotto ad operare con esitanza. Luigi medesimo chiedeva perdono al papa che osteggiava: non riuscendo però a calmarlo, appellò ad un concilio ecumenico per giudicarlo mal eletto, e fece battere una medaglia, iscritta _Perdam Babylonis nomen_.
Dal concilio di Basilea in poi la Germania non aveva cessato i lamenti contro Roma, contro l’ignoranza e avidità dei nunzj e dei prelati, contro la vendita delle indulgenze, e le annate e le aspettative. Pertanto l’imperatore Massimiliano, qual patrono della Chiesa, indìce un sinodo a Pisa, sotto la protezione dei Fiorentini, che, smunti dalla passata guerra, si erano tenuti neutrali, benchè inchinevoli a Francia. Se sbuffò Giulio dell’insulto a quella dignità, di cui era gelosissimo! e l’interdetto di lui lasciò che ben pochi prelati s’adunassero, questi pure oltraggiati dal popolo, e colà e dopo che furono trasferiti a Milano.
Pontefice singolare, bisognoso d’intrighi, di trattati, di guerra; infaticabile fin nella decrepitezza; superiore a riguardi personali o a interessi proprj o di famiglia, non sapeva piegarsi a verun punto che credesse svantaggioso alla santa Sede; e soddisfatto in ciò dai Veneziani, trovava imperdonabile che altri persistesse in una guerra, da lui per quest’unico fine suscitata. Combinò una lega (1511 5 8bre), detta _Santa_, perchè diretta a prevenire lo scisma e restituire Bologna a san Pietro; e v’entrarono Venezia e re Fernando, il quale, famoso per palliare di santità le ambizioni, speravano occasione di buscarsi la Navarra spagnuola, reclamò sussidj da’ suoi Aragonesi col pretesto della guerra agli Infedeli, e mentre tutti lo credeano diretto sull’Africa, eccolo sbarcare in Italia avanti che trapelasse il suo accordo col papa. Giulio II volea trarre in questi interessi anche l’Inghilterra; al qual uopo, mentre stava adunato il parlamento, spedì a Londra una galeazza carica di vino, di prosciutti e d’altre leccornie, che lo fecero lodare a cielo; ed Enrico VIII s’associò alla lega nell’intento di ricuperare la Guienna. Gli Svizzeri, a cui Luigi XII non avea voluto aumentare la pensione o per intempestiva avarizia, o per nobile sdegno della costoro insaziabilità, corsero fin alle porte di Milano taglieggiando: il Friuli, intanto che anche i tremuoti lo scotevano, continuava ad esser guasto dalle masnade imperiali.
I Francesi prosperavano sotto Gastone di Foix duca di Nemours; nipote del re e governatore del Milanese; gran generale quasi prima d’essere soldato, che a ventidue anni vinse in tre mesi quattro battaglie, espugnò dieci città, creò la fanteria francese; e per omaggio all’amica sua non portava piastrone, ma la camicia sporgente dal gomito al guanto. Eroe pei Francesi, manigoldo per gl’italiani, egli animava i suoi alla carnificina, nè ai vinti risparmiava strapazzo o aggravio, nè ai soldati fatiche o pericolo. Era seco Pietro Bajardo, il _cavaliere senza paura e senza rimprocci_, guerriero d’alto grido, che non comandò mai in capo verun esercito, benchè nessun’impresa importante si ardisse senza il braccio e i consigli suoi; quasi egli amasse meglio combattere dove e come gli pareva, ed avventarsi nei pericoli senza che lo rattenessero i riguardi al posto che occupava. Ultimo de’ paladini del medioevo, venuto ad acquistare rinomanza non in foreste e rôcche, ma fra la civiltà italiana, e fra palazzi abbelliti d’oro e di pitture, egli rappresenta il valor cavalleresco in mezzo alle brutalità della nuova soldataglia; fece appiccar due di quelli che aveano messo fuoco al Covolo di Masano; ad Alfonso di Ferrara impedì d’avvelenare papa Giulio, o l’avrebbe denunziato: pure mostravasi feroce contro i soldati gregarj, e massime gli archibugieri, che gli parevano la ruina del valor vero. Non è a tacere che, passando per Carpi, egli, La Palisse e Gastone andarono interrogare un famoso astrologo, e n’ebbero assicurazioni di vittoria, con particolarità che il seguito avverò.
Guidava i federati Raimondo di Cardona vicerè di Napoli, e sotto lui generali di gran nome, quali il minatore Pietro Navarro e Fabrizio Colonna sullodati. All’esercito papale presedeva Giovanni Medici, che fu poi Leone X, e sotto lui stavano Marc’Antonio Colonna, Giovan Vitelli, Malatesta Baglione, Rafaello de’ Pazzi, condottieri di prima reputazione. Chiamavasi esercito della _Santa Lega_, eppure vi militavano molti Mori e trecento rinnegati d’ogni religione; e le cronache riboccano degli orrori che commisero, senza riguardo a sesso, età, condizione, santità; l’ingegno brutale esercitando nell’inventar nuove guise d’impiccare or per un membro or per l’altro, or in questo or in quell’atteggiamento, or ad un albero o ad un muro o ad un trespolo, e tagliare e storcere le parti più delicate, frangere le ossa, bruciacchiare dov’è più sensibile, e ai tormenti far assistere i cari prima di sottoporveli essi pure. Con tutto ciò in nessun luogo si trova che gli abitanti resistessero, o mostrassero se non il valore almeno la rabbia: ben di molte donne è memoria che precipitarono sè e i figli ne’ pozzi e ne’ fiumi, o difesero l’onestà uccidendo gli offensori.
Bologna contro l’esercito pontifizio fu difesa (1512 genn.) dal Bentivoglio e dai Francesi. Brescia era stanca delle prepotenze di questi, ma partita fra i Gàmbara e gli Avogadro, non valeva a liberarsi. Nel castello di Monticolo erasi fortificato Valerio Paitone, educato dalle armi e dai libri a studiare gli uomini e sprezzarli, e circondato dai migliori buli bresciani, facea vita indipendente e soperchiatrice, taglieggiando i viandanti e i valligiani, ottenendo rispetto dalla repubblica veneta, il cui doge in pien senato si abbassò «da la sedia alquanto per farghe honore»[138]. Fremendo del veder la patria sottoposta a Francia, con Lorenzo Gigli di Rovato, Giammaria Martinengo, ed altri gentiluomini bresciani congiurò per sollevare il paese (5 febb.), e consegnarlo al provveditore Gritti. Scoperti, furono chi cacciati, chi morti; Ventura Fenaroli ch’erasi ascoso in una sepoltura, trovato si trafisse da sè e fu appiccato. Però il Paitone unì quanti potè dalle valli Camonica, Sabbia, Trompia, dalla Franciacorta e dalla riviera di Salò, e secondato da Bergamo e da’ vicini paesi, assalse e prese Brescia; ma forse impedito dalla prudenza del Gritti non attaccò il castello. I collegati speravano che, occupato da Bologna, Gastone non potrebbe impedire quest’altro acquisto; ma egli colla celerità li previene (19 febb.), ed entrato nel castello, di là assale Brescia. I natii si difesero col coraggio che è loro abituale, e ferirono il cavaliere Bajardo sulla breccia; onde i suoi presero furore a vendicarlo, ed entrativi, e combattuti via per via, la mandarono a guasto e sangue; seicento cittadini si dissero uccisi, violati fin gli asili sacri ove le donne s’erano ricoverate, fattovi un bottino di tre milioni di scudi (72 milioni); l’Avogadro con due figliuoli ed altri generosi, inviati al supplizio de’ traditori, volendo assistervi il cavalleresco Gastone, e ricevendone lode da storici e poeti[139].
Bajardo ferito fu portato in una casa, la cui signora gli si buttò ginocchione, offrendogli quanto possedea purchè salvasse l’onore di lei e di due sue figliuole da marito; ed esso glielo promise, e che da gentiluomo non le deruberebbe. Gratissima la Bresciana, gli usò ogni attenzione nella lunga malattia, e quando risanato ei fu per partire, gli offerse uno scrignetto pien di denaro, quasi in riscatto della casa non ispogliata, dell’onore non violato: tali erano le relazioni dell’Italia co’ suoi invasori! Ma Bajardo, saputo che conteneva duemila cinquecento ducati d’oro, chiamò le due ragazze, che belle e di buona educazione, gli aveano alleviato le noje e i dolori col leggere, cantare e sonare del liuto e della spinetta; e ringraziandole, pose di que’ ducati mille nel grembiale di ciascuna, il resto alle monache della città state saccheggiate. Le donne, piangendo e ringraziando e donandogli due braccialetti ed una borsa di lor fattura, presero congedo dal leale cavaliero, augurandogli ogni ben di Dio.
Bergamo atterrita comprò il perdono dal Trivulzio con trentamila ducati; ma fu spoglia de’ privilegi e de’ libri, annullati i consigli, imprigionati molti cittadini; fra’ quali Francesco Bellasini, autore dell’opera _De origine et temporibus urbis Bergomi_, segretario di quel Comune, fu tenuto nove mesi in una torre. I Francesi, arricchiti dalle spoglie nostre, non pensarono più che a ritornare a casa, il che rendette disastrose quelle vittorie.
Ancor più funesta fu quella dell’accannitissima battaglia di Ravenna. I cavalieri erano da un pezzo abituati a combattere con poco rischio della vita: coperti di ferro essi e il cavallo, esercitati dalla fanciullezza, trovavansi senza confronto superiori alla ciurma de’ gregari, che a piedi e colle picche gli assalivano, e che, se pure col numero li potessero sopraffare, anche dopo buttatili a terra non gli ammazzavano, preferendo trarne grosso riscatto. L’armi a fuoco cangiarono la vicenda; e, per quanto ancora imperfette, la palla di un cannone e la scaglia di un moschetto sparato da un villano poteano freddare il miglior eroe od un figlio di Francia.
La battaglia di Ravenna (1512 11 aprile) fu una delle poche ove la tattica operasse più che il valor personale, e la prima vinta mercè delle artiglierie. Massime i cannoni d’Alfonso di Ferrara operarono utilissimamente, e alcune colubrine opportunamente messe innanzi per consiglio di Bajardo, sfolgorarono gli uomini d’arme di Fabrizio Colonna, uccidendone, se credessimo al cronista, fin trentatre ogni colpo: da sedicimila persone rimasero morte, prigionieri Giovanni Medici legato pontifizio, il marchese di Pescara, Pietro Navarro, esso Colonna ed altri capi de’ collegati. Ma i capitani francesi, che non voleano buttarsi col ventre a terra come gli spagnuoli, rimasero esposti ai colpi di fuoco, sicchè di quaranta che erano, trentotto perirono, ed anche lo splendido Gastone di Foix; perdita che elise il vantaggio della vittoria.
Roma andò al fondo dello sgomento, e i cardinali, aspettando da un momento all’altro i Francesi vendicativi, stringeansi attorno al papa supplicandolo a chieder pace: le città di Romagna atterrite si rendevano al legato del concilio di Milano, ed eran messe a ruba dai brutali Francesi, per quanti ne impiccassero i loro generali. Ma come fu saputa la morte del capo, i più disertavano, e dispersi erano pigliati a insulti e peggio: il vescovo Giulio Vitelli riprese Ravenna che i Francesi aveano saccheggiata nell’atto che trattavasi la capitolazione, e la plebaglia se ne vendicò col sepellir vivi sino alla testa quattro ufficiali della guarnigione; sicchè re Luigi a chi nel congratulava rispose: — Augurate di tali vittorie a’ miei nemici».
Giacomo La Palisse, sostituito a Gastone, non n’aveva a gran pezza la rapidità e maestria di guerra, nè quella confidenza dei soldati che è metà della vittoria. Intanto il legato prigioniero vedevasi in Milano ricevuto con venerazione; i soldati si affollavano a invocarne l’assoluzione, colla promessa di non più militare contro santa Chiesa; lo stesso re di Francia supplicava perdono per le proprie vittorie e riconciliazione; il duca d’Urbino aveva ottenuto la ribenedizione dallo zio; la convocazione del V concilio di Laterano, fatta dal papa, toglieva sempre scusa allo scisma e credito al conciliabolo. Massimiliano, nel mentre si professava fedele alla Francia, stipulava tregue e ricevea denari da Venezia, e si lasciava menare dal Cattolico; il re d’Inghilterra minacciava le coste francesi; Giulio, che cresceva le esigenze a misura dell’altrui depressione, comprava diciottomila Svizzeri.
A vicenda dunque, anzi a gara, quattro nazioni forestiere desolavano il bel paese. I Francesi in un paese di signorie divise e temperate recavano quelle indefettibili loro idee del despotismo monarchico, dell’accentramento, dell’unità, laonde erano a continui cozzi colla libertà, colla federazione, cogli statuti, colle varietà italiane. Meravigliati ancor più che indispettiti di trovare opposizione dopo che il conquistare era stato sì facile, nè tampoco sognavano che la gerarchia, che l’onnipotenza di un re avessero a riuscire disastrosi al paese nostro mentre erano così profittevoli al loro; e con imperturbabile ingenuità calpestavano le nostre tradizioni antiunitarie, le franchigie antimonarchiche, quasi ricoveri di deplorabili perfidie; armati di tutto punto, correano da un estremo all’altro d’Italia a vendicare torti, e ripristinar quello che credeano diritto; con pretensioni cavalleresche faceansi sostegno ai più ribaldi, al Moro, al Borgia, ai Bentivoglio; e con tutta serietà declamavano contro la slealtà italiana, essi autori della lega di Cambrai e del trattato di Noyon. Quanto ai soldati, appetitosi ma prodighi, è vero che «ruberiano con lo alito, ma per mangiarselo e goderselo con colui a chi lo han rubato; quando non ti possono far bene tel promettono, quando te ne possono fare, lo fanno con difficoltà o non mai»[140]: pure prendeano dimestichezza coi nostri, e seduceano le donne invece di violentarle. Gli Spagnuoli, alieni dalla famigliarità per orgoglio, dalla pietà per l’abitudine di trucidar Mori ed Americani, il vinto consideravano men che uomo. Svizzeri e Tedeschi, superbi della propria forza e delle ripetute vittorie, rozzi e bestiali, insaziabili nel saccheggio, sovrattutto ubriaconi, chiedevano orgie non amori, denari non parole. Quali eran dunque gli amici, quali gli avversarj? Avea ragione Alfonso d’Este allorchè, al fatto di Ravenna avvertito che le sue artiglierie colpivano anche i Francesi, rispose: — Tirate senza riguardi, chè son nostri nemici tutti». Eppure la povera Italia era costretta guardare i Tedeschi come redentori; e nel consueto inganno di credere libertà il mutar signoria, dappertutto insorgeva contro i Francesi, trucidando alla spicciolata quelli che non le era più dato affrontare in battaglia.
Il cardinale Schinner, di cui diceva il re di Francia che gli fecero più male ancora le parole che non le lancie de’ suoi, per Trento mena sulla Lombardia gli Svizzeri, e proclama duca di Milano Massimiliano Sforza (giugno), figlio del Moro, ch’era ricoverato da gran tempo alla corte imperiale, e che i potentati furono contenti di vedere in quel dominio, perchè n’escludeva i Francesi. Ma per recuperare il ducato lo Sforza avea dovuto sbranarlo; ed oltre le enormi taglie imposte dagli Svizzeri, i tre Cantoni montani si tennero Bellinzona; già la Federazione elvetica dominava i baliaggi di Lugano, Locarno e Val Maggia; i Grigioni la Valtellina; il papa, Mantova, Parma, Piacenza, come eredità della contessa Matilde. Di poi, o per gratificare i vecchi, o per farsi nuovi amici, lo Sforza regalò altre porzioni, come Lecco a Girolamo Morone suo consigliere, Vigevano al cardinale di Sion, Rivolta e la Geradadda a Oldrado Lampugnano; ed era costretto gravare d’enormi ed arbitrarie taglie i sudditi, onde satollare gli stranieri, lieti di rendere con ciò esoso il governo nazionale.
I Francesi, troppo deboli, e dispersi in paese ribollente, con gravi perdite dovettero partirsi di Lombardia: Milano, sollevata con quel codardo furore che prorompe contro i vinti, trucidò fin i mercanti di quella nazione rimastivi (29 giugno); così Como, così Genova che acclamò doge Giovanni Fregoso; e tutte le città ripigliavano chi questo chi quel dominatore, purchè non fossero i Francesi. Anche Bologna si arrese ai Pontifizj; e il papa, irritato de’ fattigli insulti, peritossi un tratto se distruggerla e trasportarne gli abitatori a Cento, poi si contentò di toglierle i privilegi e le magistrature: assolse Alfonso d’Este, ma ne fece occupar gli Stati dal duca d’Urbino, e cercò anche tenerlo prigione.
Anche di là dall’Alpi un tempo grosso minacciava la Francia; ed Enrico VIII d’Inghilterra entrava nell’Artois, Fernando il Cattolico nella Navarra, nella Borgogna gli Svizzeri. Se non che le pretensioni opposte dei collegati rivissero appena vittoriosi; ed avendo ciascuno oltrepassato l’oggetto della loro unione, s’inimicavano nello spartirsi le prede. Il papa volea tutto quanto giace a mezzodì del Po; Massimiliano accampava le antiche ragioni dell’Impero; il vicerè Cardona volea menar le sue truppe a vivere nella Lombardia, col pretesto di snidare i Francesi anche dalle fortezze; i Veneziani tentavano Crema e Brescia.