Storia degli Italiani, vol. 09 (di 15)

Part 13

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Nel Friuli principalmente, ma anche in altri paesi duravano feudatarj, sui quali Venezia faceva sentire il suo alto dominio, imponendo leggi e gravezze[120]. Nè Venezia lasciava libertà ai cittadini, e tanto meno ai sudditi: ma il non esservi una volontà unica che prevalesse su tutte, bastava per farla contare come uno Stato libero. A chi poi l’accusasse, ella poteva opporre due argomenti di peso, la durata e la potenza. Perciò il Machiavelli non vedeva che tre repubbliche al mondo degne di lode, Sparta, Roma e Venezia: il Guicciardini, il Giovio, il Varchi, gli altri speculativi nostri partecipavano a quest’ammirazione; e qualvolta si trattasse di riformare uno Stato, affacciavano quel modello. Anche esternamente era protetta dall’opinione di ricchezza e prudenza; aveasi per buon augurio quand’ella si unisse a una potenza; «v’è un’opinione universale (scriveva un loro ambasciadore) che tanto sia dire la Signoria di Venezia, quanto sia dire monti d’oro; e credono che, non solo l’erario pubblico sia tutto pieno, ma ancora gli scrigni dei particolari, e che infine tutta la città sia oro e argento»[121].

Aveva essa perduto molte terre in Levante; eppure coll’acquisto di qualche brano della Romagna e del Milanese e di alcune fortezze nella Puglia, parve alle Potenze emule scompigliasse l’equilibrio; o piuttosto esse dolevansi che nel decennio precedente sola non avesse sofferto; Giulio II non men che il Machiavelli ne mostravano sgomento, e l’ispiravano agli stranieri: deplorabili gelosie, le quali diedero pretesto alla prima lega che, dopo le crociate, tessessero i principi d’Europa; lega di momentanee amicizie e dispetti personali che dava tristo iniziamento al nuovo diritto pubblico col divisare lo spartimento d’uno Stato libero, e col considerarlo nemico soltanto perchè repubblicano[122].

Re Luigi XII, che nelle sue strettezze non solo aveale consentito il possesso di Bergamo e Brescia conquistate, ma ceduto Cremona e la Geradadda, pentito come chi più non ha bisogno, or pretendeva intero il Milanese. Massimiliano, come successore degl’imperatori romani, ripetea Padova, Verona, Vicenza, e come duca d’Austria Roveredo, Treviso e il Friuli. Giulio II, che pur riconosceva in gran parte la sua elezione dal favor di Venezia, s’indispettì quando questa non volle accettar vescovo di Vicenza un suo nominato, e ridomandò Ravenna, Cervia, Faenza, Imola, Rimini e Cesena, terre che i tiranni aveano tolte alla Chiesa, Cesare Borgia ai tiranni, i Veneti al Borgia. Il re di Napoli voleva Trani, Brindisi, Otranto, Gallipoli, Mola, Polignano, da Ferdinando II consegnate in pegno ai Veneziani: il duca di Savoja pretendeva Cipro, di cui egli portava il titolo: Estensi e Gonzaghi, le terre un tempo dominate: infine l’Ungheria le città della Dalmazia e Schiavonia, pertinenza della corona angelica.

Questi erano i titoli; nella realtà una sorda gelosia moveva i re contro di una repubblica, la quale, non governata dal genio di un uomo che coll’uomo perisce, ma dall’immortale sapienza del senato, senza dispendj di corte, con appena tre milioni di sudditi e un decimo del territorio della Francia o della Spagna, avea tenuto testa a Turchi e Tedeschi, prosperato di commercio e manifatture; ed elevatasi fra i maggiori potentati, ardiva dir di no a Roma, impediva ai Francesi di prevalere in Lombardia, e agli imperatori di calarvi quando volessero. Di tale bassa invidia non facea mistero Luigi Eliano, ambasciadore francese, che diceva alla dieta germanica: — Fa appena un secolo che sbucarono dai loro paduli, e già occupano più terre che non acquistassero in ducent’anni i Romani. Soggiogata che abbiano l’Italia, divisano valicare le Alpi, gettar ponti sul Danubio, sul Reno, sulla Senna, sul Rodano, sul Tago, sull’Ebro. Feccia delle nazioni, vissero di pesca, poi si fecero riverir principi per via di furti, assassinj, avvelenamenti. Si dicono padroni del mare, lo sposano come fosser mariti di Tetide e mogli di Nettuno. Quante città non distrussero! quante oppressioni ai loro popoli! Non rammenterò le loro gozzoviglie, gl’infami stravizj, ma è ben certo che hanno beccherie di carne umana, han caverne dove sepelliscono i vivi, han tori di rame come i tiranni antichi. Noi non vestiamo di porpora preziosa; le nostre tavole non sono imbandite con servizj d’oro e d’argento; non d’oro rigurgitano i nostri scrigni... Certamente, se disdice a principi far da mercanti, più disdice a mercanti l’elevarsi alla condizione di principi».

Quando cominci la legittimità d’un possesso sarà sempre il problema più scabroso di quella politica che si fonda unicamente sui fatti; ma certo Venezia possedeva almeno tanto legittimamente quanto gli emuli suoi: eppure questi divisarono spartirsela. Già nel trattato di Blois n’avevano preso accordo Massimiliano e Luigi XII; ma l’inettitudine dell’uno e le occupazioni dell’altro sospesero l’effetto. Il mal esito dell’ultima spedizione indispettì Massimiliano a segno, che non esitò ravvicinarsi agli odiati Francesi. Luigi poi, per quanto a conservar il Milanese gli giovasse l’amicizia de’ Veneziani, chiamavasi offeso dell’aver essi conchiuso tregua coll’imperatore, anzichè rovinarsi a vicenda.

Margherita, figlia di Massimiliano d’Austria, perduto il marito Filiberto II di Savoja, per tomba gli elevò la chiesa di Brou, colla spesa di trenta milioni; eppure nel resto di sua vita si mostrò semplice, famigliare, cucitora di camicie, come s’intitolava; governò economicamente le Fiandre, e fidando nel denaro, e trattando gli affari mercantilmente, arrivò poi a comprare l’impero per Carlo V, e adesso cominciò l’obbrobrio della Francia e il disastro d’Italia colla lega di Cambrai. Perocchè, animati da frivole stizze, essa e l’imperatore e il cardinale d’Amboise ministro di Francia (1508 10 xbre), adunatisi col titolo di pacificare i Paesi Bassi, conchiusero una lega, che avea per pretesto solito la guerra contro i Turchi, e per iscopo reale il por freno a Venezia, usurpatrice, tiranna, seminatrice di risse; e tutto quel peggio che possa apporsi a chi si vuol opprimere; trovavano dunque «non solo utile ed onorevole, ma anche necessario il chiamar tutti ad una giusta vendetta, perchè con incendio comune si spegnesse l’insaziabile cupidigia de’ Veneziani e la loro sete di dominare». Il re di Francia menerebbe l’esercito; Giulio II, quel desso che volea risciacquar l’Italia dai Barbari, farà strada ai Barbari lanciando interdetti contro le città più italiane; Massimiliano buttava al fuoco il libro rosso, su cui registrava man mano i torti che dalla Francia riceveva Casa d’Austria, e, tregua o no, verrebbe qual protettore della Chiesa; ciascun pretendente occuperebbe la destinatagli porzione; ciascuno che avea temuto Venezia, le tirerebbe una stoccata, «per ridurla (diceva il luogotenente Chaumont) a non occuparsi che della pesca»[123].

Ai Veneziani ne venne avviso dall’ambasciatore a Madrid; ma Luigi XII diede la sua real parola che nulla erasi stipulato a loro danno; il re Cattolico assicurò non entrava nella lega che contro i Turchi. Intanto il cardinale di Amboise raddoppia d’attività nel sollecitare la spedizione prima che la riflessione sottentri; ed egli stesso, tutto gottoso, traversa le Alpi in lettiga. Già la guerra era rotta sull’Adda (1509 gennajo), quando un araldo di Francia si presenta alla Signoria veneta, e gettato il guanto, l’annunzia al doge Leonardo Loredano e a tutti i cittadini «uomini infedeli e violenti usurpatori» (DA PORTO). Il doge risponde, tal genere di sfida convenire piuttosto a Turchi che non verso una repubblica cristiana, e stata a quel re sempre amica; pure coll’ajuto di Dio si difenderebbero, quand’anche egli doge dovesse menar nei campi l’ottagenaria sua persona. Insieme il papa, in una bolla che allungasi per ventidue pagine di stampa, mise all’interdetto Venezia, le autorità, i cittadini; tutti dovessero aversi in conto di nemici al nome cristiano, e schiavi di chiunque li pigliasse; scomunicato chi desse loro rifugio; tutto ciò se fra ventiquattro giorni non facessero incondizionata sommessione.

A tanto sobisso trovavasi esposta Venezia, sola. E se non bastava che le finanze sue fossero peggiorate dall’aver perduto il monopolio delle spezie indiane e dalla guerra contro Carlo VIII e contro i Turchi, la polveriera vicino all’arsenale prese fuoco, il fulmine diroccò la cittadella di Brescia, diecimila ducati spediti a Ravenna naufragarono, arsero gli archivj: lo che, oltre il danno, funestava gli animi come sinistro presagio. Ben si parve in tanto frangente la prudenza dei padri nel porre al miglior servizio le ricchezze pubbliche e private, ed accorgersi che bastava tenersi sulle difese, giacchè non durerebbe a lungo una lega di elementi così eterogenei.

Venezia da gran tempo usava le _cerne_, dovendo ciascun provveditore nella sua provincia descrivere tutti gli uomini atti a servire come combattenti o guastatori o nel treno; una o due volte il mese erano passati in rassegna, e all’occorrenza chiamati alle bandiere. Nel 1490 avea sparso degli archibugieri pel dominio, affinchè in quella nuova arma addestrassero la gioventù, stabilendo tiri al bersaglio e premj. Alle cerne tenevano dietro in guerra i _partigiani_, fanteria leggera. Ai savj di seconda classe spettava il sovrantendere alla milizia terrestre; ma il comando generale affidavasi sempre a stranieri, al cui fianco come consiglio e freno si ponevano due provveditori.

Oltre questi ordinamenti, Venezia cercò lancie spezzate e stipendiarj; e quantunque il papa trattenesse i condottieri romagnoli da essa patteggiati, potè sull’Oglio raccorre (aprile) duemila cento lancie, mille cinquecento cavalleggeri italiani e mille ottocento greci, mille ottocento fanti e dodicimila cerne. Li guidavano come capitan generale il conte di Pitigliano, e come governatore Bartolomeo d’Alviano, entrambi degli Orsini, due delle migliori spade: ma l’uno, vecchio, lento, ostinato, nulla volea fidar nella sorte, e credea vittoria il non perdere; l’Alviano, «giovane ardito, nell’armi e nella forza, non nella prudenza e nel consiglio stimava esser posta la virtù della guerra» (BARBARO), e volonteroso ai fatti, sarebbesi avventurato a una sconfitta nella speranza della vittoria. Quello volea si prendesse posizione fra l’Oglio e il Serio, proteggendo di là la terraferma, e aspettando che i Francesi esalassero «quel primo bollore pel quale son più che uomini, mentre diventano men che femmine coll’allungarsi del tempo»; l’Alviano spingeva a pigliar l’offensiva e passare l’Adda, assalendo inopinati i Francesi sul proprio territorio.

Fra il disparere di due intelligenti gl’inintelligenti credono mostrar sapienza coll’appigliarsi a un di mezzo; onde la Signoria, che, gelosa fin ne’ maggiori frangenti, a nessun dei due volea mostrarsi deferente, ordinò si accostassero all’Adda per difendere anche la Geradadda, ma non venissero a battaglia. Fu il peggior partito; avvegnachè il Trivulzio di trotto serrato guidò l’esercito della Lega alle loro spalle, onde dovettero accettare tra Vailate e Agnadello una battaglia (1509 maggio), che riuscì la più sanguinosa che da tempo si vedesse. Il re di Francia gridava: — Chi ha paura, si collochi dietro me»; il La Trémouille, vedendo i suoi voltare le spalle: — Ragazzi, il re vi osserva». In effetto, malgrado il gran valore, gl’Italiani soccombettero, e Bartolomeo medesimo restò preso.

Però non era perduta se non la retroguardia d’un florido esercito; e se il paese fosse stato avvezzo all’armi, poteasi palmo a palmo disputare il terreno: ma i Veneti non impedirono che i Francesi con rapidità proseguissero la vittoria. Immediatamente Caravaggio e Bergamo si rendono, indi Brescia, Crema, Cremona, Pizzighettone: fin Peschiera fu presa d’assalto, e il re ne fece impiccare il comandante che avea fatto il suo dovere difendendosi, e passar per le spade il presidio. Così furono appiccati i difensori di Caravaggio; quanti nobiluomini si trovassero, il _buon re_ li voleva prigionieri, onde, esausti dai grossi riscatti, non fossero in grado di sovvenire la repubblica. Gli alleati di Francia, tenutisi in bilico, accorrono dacchè la vittoria non è dubbia; e Mantova col versatile marchese, Ferrara con Alfonso d’Este, Spagnuoli e Pontifizj con Francesco Maria duca d’Urbino fanno a chi prima ghermisca un brano dello spennacchiato leone: gl’Imperiali occupano le terre dell’Istria e del littorale, ed entrano pel Friuli e pel lago di Garda: Luigi XII (almen lo vantarono i Francesi) spingesi a Fusìna e fa tirare cinque o seicento colpi contro Venezia, «perchè si dicesse all’avvenire che il re di Francia avea cannoneggiato l’inespugnabile città» (BRANTÔME).

Questa parea spacciata, e lo scoraggiamento invadeva gli animi. «Era la Sensa[124], ma tutti pianzeva: quasi forestiere niun vi venne; niun vedevi in piaza, li padri di colegio persi, e più il nostro doge, che non parlava e stava come morto e tristo. E fu parlato di mandar il doge in persona fino a Verona (1509) per dar animo ai nostri e a la zente; il qual movendosi, andria cinquecento zentilomeni con sua serenità e a sue spese: ma quelli di colegio non voleano metter la parte, nè il doge si oferiva andarvi. Era detto a soi filioli, e loro dicevano, _Il doge farà quello vorrà questa terra_. Tamen è più morto che vivo... Concludo, zorni cattivi; védemo la nostra ruina, e niun non provede».

Così Marin Sanuto ne’ _Diarj_; e Luigi Da Porto nelle _Lettere_: — Li provveditori, pieni di avvilimento e di una certa sonnolenza, si possono vedere cento volte al giorno sbadigliare e stirare le membra, come se la febbre aspettassero; e non più l’usato altero umore del loro alto grado ritenendo, fuor di modo umili e domestici si mostrano anche verso persone indegne della loro domestichezza. Nè a tante avversità si sa per questa urgenza fare alcun provvedimento; sì questa città si vede avvilita, ed il governo pavido e smarrito. E già alcuni nobili viniziani, abbracciandomi e piangendo, mi hanno detto, _Porto mio, non sarete oggi mai più de’ nostri_. E volendo io render loro la solita riverenza, mi dissero ch’io nol facessi, perocchè eramo tutti conservi in una potestate ed eguali: poichè la fortuna gli avea ridotti a tal punto che più non ardivano di stimarsi signori, nè più chiamare il loro doge serenissimo. Alcuni altri di maggior ordine ancora, si veggono con fronte priva d’ogni baldanza andare per la mesta città con passo non continuato, ma ora frettoloso ora lento, ed abbracciando ora questo ora quello, far certe accoglienze sproporzionate, ed alcune blandizie alle genti, che non amore, ma timore smisurato dimostrano. Tutta Vinegia in dieci giorni è cambiata d’aspetto, e di lieta è divenuta mestissima: ed oltre che molte donne hanno dimesso il loro modo superbo di vestire, non s’ode più per le piazze e per li rii nella notte alcuna sorte di stromenti, di che con sommo diletto degli abitanti questa città a tale stagione suol esser abbondevolissima. E sì poco sono a tali percosse usi li Viniziani, che temono, non ch’altro, di perder anche Vinegia, non calcolando l’inespugnabile sito; e molti che hanno navi, più di prima le stimano ed hanno care; altri che non ne hanno parlano di farne l’acquisto, per fare forse come si disse d’Enea. Tanto smisurato timore è entrato ne’ cuori loro».

Così il popolo; ma il senato non dispera; e risanguando l’erario con imprestiti e con patriotiche oblazioni, pensa a riparare la _dominante_, e fornirla di viveri[125]; i capitani vuotino le piazze e si rannodino; e più che nelle milizie scoraggiate fidando nel tempo, nelle pratiche e nella fatale sperienza de’ popoli, spogliasi volontaria di quanto eccitava l’invidia altrui, come uom getta la borsa al masnadiero che l’insegue.

Di fatto l’essere sospesi i ricambj di commercio fra le provincie e la metropoli tornava di grave scapito ai minuti trafficanti; le città, che, esposte ai patimenti d’un assedio, avrebbero maledetta la Signoria, ribramaronla non appena fatto assaggio de’ fieri oppressori; dappertutto era ridesiderato San Marco appena si cessò di temerlo. «I Tedeschi (scriveva il Machiavelli) tendono a rubare il paese e saccheggiarlo, e vedesi e sentesi cose mirabili senza esempio: di modo che negli animi di questi contadini è entrato un desiderio di morire e vendicarsi, che sono diventati più ostinati e arrabbiati contro a’ nemici dei Veneziani, che non erano i Giudei contro a’ Romani; e tuttodì occorre che uno di loro preso si lascia ammazzare per non negare il nome veneziano. E pure jersera ne fu uno innanzi a questo vescovo (di Trento, governatore di Verona a nome di Massimiliano) che disse ch’era marchesco, e marchesco voleva morire, e non voleva vivere altrimenti; in modo che il vescovo lo fece appiccare; nè promesse di camparlo nè d’altro bene lo poterono trarre di questa opinione. Di modo che, considerato tutto, è impossibile che questi re tenghino questi paesi con questi paesani vivi»[126].

Chiave una volta del Friuli verso la Marca Trevisana era Sacìle, in un avvallamento sopra il fiume Livenza; sicchè i patriarchi d’Aquileja che n’erano signori, gli diedero la libertà comunale fin dal 1190, coll’emancipazione dei servi e colla facoltà di vendere i terreni; e lo munirono come loro difesa contro di Treviso e dei signori di Camino. Caduti questi, ingranditi in Sacìle i Pelliccia, subì l’influenza dapprima, poi il dominio dei Veneti, che ne crebbero le fortificazioni in modo che avea tre castelli, e una cinta di mura e torrioni attorno ai due borghi, difesi anche dal fiume[127]. Questo apparato non valea più contro le armi nuove, e gl’Imperiali vi passarono facilmente. Ma quando Leonardo Trissino, fuoruscito vicentino, si presentò a Treviso (1509 giugno) per riceverne la dedizione, un Marco Calligajo, spiegato lo stendardo di san Marco, condusse il popolo a respingere il disertore, e saccheggiare i palazzi de’ nobili che eransi affrettati a sottomettersi, e chiamò in soccorso milizie italiane: primo passo al risorgere di Venezia, che assolse per quindici anni dalle imposte i Trevisani.

I Sette Comuni Cimbri, colonia tedesca, conservatasi in mezzo al Bassanese[128], di Venezia piuttosto alleati che sudditi, pagandole un tenue tributo, reggevansi per comunità, ciascuna indipendente dall’altra, con un consiglio composto delle famiglie originarie. Per gl’interessi di tutti si facea capo ad una reggenza di due deputati ogni Comune, sedente in Asiago. Il sindaco di ciascun Comune decideva le controversie in prima istanza; l’appello recavasi alla reggenza, che in casi straordinarj rimetteva a due arbitri, e ne’ più complicati al senato veneto. Anch’essi presero caldamente le parti di Venezia, con non piccolo giovamento.

A Padova la nobiltà si era chiarita per l’imperatore, sperando col suo mezzo ricostruire la feudalità, e ridurre i contadini servi alla tedesca; e subito mostrò l’arroganza di chi tiensi appoggiato dal vincitore. I cittadini se ne indispettirono; trovarono stomachevole il rimanere sotto nazione lontana e diversa[129], che ai nuovi suoi sudditi imponeva intollerabili taglie per le passate e per la futura guerra, e coi modi rozzi e soldateschi contrastava alla colta affabilità de’ nostri. S’intesero dunque con una mano d’uomini del lago di Garda, che condotti (1509 17 luglio) da Francesco Calsone di Salò[130] sorpresero Padova nottetempo, e saccheggiarono le case degli avversi. Alcuni de’ più caldi che eransi rifuggiti in conventi, furono colla speranza del perdono invitati a una cena, ma quivi côlti e spediti ai Dieci, che alcuni imprigionarono in vita, alcuni relegarono oltremare, altri condannarono alle forche, sebbene reputati per sapere e prudenza[131]. Così periva il fiore delle famiglie padovane; e ne rimase indelebile macchia a Massimiliano, che non avea pensato a difendere la città a lui datasi.

Quelli che aveano aspirato ad esser primi a sottomettersi, si vergognavano in faccia a’ proprj concittadini, dacchè erano cessate le illusioni e le speranze: rinnovatesi le battaglie e il coraggio, i nobili veneti, che non aveano mai combattuto se non per mare, furono autorizzati a porsi nell’esercito di terra, e seicentoquattordici di essi a proprio conto fecero leva di soldati. Alcun savio suggeriva di chiedere ajuti ai Turchi[132], e Bajazet ne aveva esibiti; ma per quanto offesa dal papa che le imponeva d’abbandonare il dominio dell’Adriatico, Venezia se ne astenne. A re Luigi non sapea perdonare la turpe fede, le ingannevoli promesse, l’atrocità dopo la vittoria, sicchè non cercò mai ravvicinarsegli. Ma Antonio Giustinian, traverso ai gravissimi pericoli che gli sovrastavano come scomunicato, giunse fin a Massimiliano, e il tentò con sommessione e con promesse di soddisfarlo d’ogni pretensione[133]; ma quello, che fin allora non avea mosso un dito, s’ostinava: — Voglio veder Venezia al nulla; la città medesima si occupi, e si partisca in quattro giurisdizioni fra i sovrani alleati, che vi porranno ciascuno una fortezza»; e davasi aria di gran politico col non palesare a nessuno i suoi divisamenti, di gran guerriero col menare di qua di là le truppe ne’ paesi che per altrui fatica aveva ricuperati. Poi udita la presa di Padova, Vicenza avere aperto le porte al provveditore Andrea Gritti, e l’esercito aver riprese da una parte Bassano, Feltre, Belluno, Castelnuovo del Friuli, dall’altra Monselice, Montagnana, il Polesine di Rovigo, accorse con truppe senz’ordine nè disciplina, che lasciavano orribili orme, fino ad avere addestrati cani a pigliar e sbranare uomini.

A Monsélice i Tedeschi posero il fuoco, bruciandovi gli stradioti di presidio, e riceveano sulle punte delle picche quei che precipitavansi dalle mura incendiate. Dappertutto poi i lanzichenecchi non pagati rifaceansi col rubare, e fin tre volte in una settimana Verona fu saccheggiata[134]. Seicento Vicentini s’intanarono nel Còvolo di Masano, e i soldati accesero legna alla bocca e ve li soffocarono. Orrendo spettacolo si affacciò a costoro quando entrarono a vedere le proprie vittime, ammucchiati in fondo alla grotta, stretti ai loro cari, o in atti rabbiosi; alcune donne sconciarono; una tenea sotto la sottana i sei figliuoletti, come ultimo schermo; un ragazzo, che unico sopravvisse, narrò come, al primo addensarsi del fumo, alcuni nobili si fosser mossi per offrire grossi riscatti, ma gli altri vollero che tutti l’egual sorte corressero. Tali inumanità riproduceansi altrove; e ciò ch’è orrendo, i Francesi reclamano per sè questo fatto che altri appone ai Tedeschi; e i loro cronisti celiano di que’ villani di Venezia appiccati ai merli.