Storia degli Italiani, vol. 09 (di 15)
Part 16
Nel vivo di questi trattati Luigi XII moriva (1513 gennajo), carissimo al suo paese per l’economia con cui maneggiò le rendite pubbliche: parve che solo per interesse nazionale assumesse le guerre d’Italia; giacchè, se avesse lasciato sussistere qui le piccole Potenze, esse avrebbero oppresso lui; se non si fosse alleato con Alessandro VI, quelle e questo insieme avrebbero schiacciato lui; se non invocava Fernando, non avrebbe potuto conquistar Napoli, e sarebbe soccombuto al papa; se avesse preferito d’abitare Napoli, perdeva e questo e la Francia. Così i successori di san Luigi, avendo innanzi a sè tutta l’Asia da potere strappare ai Musulmani, tutta l’America da redimere dalla barbarie, lasciavano questo glorioso compito alla Spagna e al Portogallo, per rodere qualche cantuccio dell’Italia, e non che ottenerlo, vi si facevano sconfiggere dagli Svizzeri, dagli Spagnuoli, fin dai papalini. Come Napoleone, Luigi XII volea che la guerra in Italia fosse pagata dall’Italia, col che alleggeriva la propria nazione, che lo loda di non aver fatto debiti, come poi lodò quei che seppero farne di ingenti; ma accumulava odio negli Italiani, a cui comparve perfido senza politica, ambizioso senza capacità; comprò a denari la cattura di Lodovico il Moro a Novara, che poi tenne dieci anni in fortezza; favorì di tutta possa Cesare Borgia; gettò lo scisma nella Chiesa; fu promotore della lega di Cambrai; la guerra esercitò crudelmente, eppure senza riuscire; atroce nelle vittorie, scoraggiato dalle sconfitte, tradì Fiorentini, Pisani, i Bentivoglio, i duchi di Ferrara, tutti i piccoli popoli o principi che in lui posero fidanza[149]: l’essergli mancato il primario ministro, il cardinale d’Amboise, fin allora suo senno, forse fu cagione della debolezza ed esitanza che mostrò sul fine di sua vita.
Francesco I succedutogli, dall’araldo in Reims si fece, tra gli altri suoi titoli, acclamare duca di Milano, e sollecitò una spedizione mentre era sul tappeto la pace. Fattala coll’Austria e coll’Inghilterra, egli non potè trar dalla sua gli Svizzeri, onde si fermò coi Veneziani (1515 27 giugno). Francia struggeasi di riparare l’onta di Novara, e amava secondare il giovane re, brillante delle doti che affascinano quella nazione, e che scese (15 agosto) col miglior esercito che mai passasse le Alpi; duemila cinquecento lancie che contavano per quindicimila uomini, ventiduemila lanzichenecchi, ottomila avventurieri francesi, seimila guasconi, tremila zappatori, settantadue grossi pezzi d’artiglieria. Erano in quell’esercito i marescialli Trivulzio, La Palisse, Lautrec, i prodi La Trémouille, Montmorency, Crequí, Bonnivet, Cossé-Brissac, Claudio di Guisa; e tornavano con loro Bajardo a capo de’ Guasconi e Pier Navarro il minatore, che, fatto prigione nella battaglia di Ravenna e non riscattato da Fernando, prese servigio colla Francia.
Si opponeva altrettanto grossa la lega avversaria degli Svizzeri, il papa, Massimiliano imperatore, Fernando il Cattolico, Firenze, Milano. Il _generale tonsurato_, come chiamavano il cardinale di Sion, nemico giurato de’ Francesi, non colle retoriche arringhe postegli in bocca dal Giovio e dal Guicciardini, ma collo spargere denaro e coll’affratellarsi agli esercizj e alle privazioni loro, animò gli Svizzeri a conservar Milano, sicchè cresciuti fin a trentamila, munirono i valichi delle Alpi; così fecero gli altri confederati, persuadendosi, come si ricanta in prosa a in poesia, che esse siano insuperabili se appena difese. Ma l’instancabile vecchio Trivulzio tanto studia quei passi, che trova un varco per l’inusata valle della Stura, donde i Francesi trassero a gravi difficoltà le artiglierie per Barcellonetta e Rôcca Sparviera fin a Cuneo e Saluzzo, mentre gli Svizzeri gli attendevano a Susa[150]. Il cavaliere Bajardo piomba sui nemici così improvviso, che a Villafranca coglie a tavola Prospero Colonna, il miglior generale italiano, togliendogli un grosso bagaglio, tutti i cavalli, e la reputazione di prudente, fin allora non disputatagli; e per varj sbocchi l’esercito francese si ricongiunge a Torino, lietamente accolto da Carlo III di Savoja, che forse ne aveva agevolato il viaggio.
Allora infervorano brighe e corruzioni tra il papa vacillante, gli Svizzeri venderecci, gl’imperiali sgomentati. Massimiliano Sforza, educato inettamente alla corte imperiale[151], non poteva impedire il male, non sapea far il bene, nè tampoco addolcire le sofferenze del suo popolo; trovatosi inaspettatamente padrone e ricco, regalava città e tesori, si stordiva in feste e in amorazzi, mentre per satollare gli Svizzeri doveva rincarire le imposte. Al 18 giugno egli pubblica una taglia di trecentomila scudi d’oro per difesa dello Stato; al 24 è obbligato pubblicar ribelli e rei di Stato quei che fanno conventicole contro la taglia imposta, «poichè le cose non sono in termini da disputare nè di trattar di evitare il pagamento, nè anche di moderarlo, essendo già stabilito e deciso per necessità della pubblica salute, la quale non manco rimarria in pericolo se la somma diminuisse come se nulla si scotesse»; e perciò, d’accordo coi signori Svizzeri minaccia morte e confisca de’ beni a chi si raduni per tale oggetto, quand’anche sieno in minor numero di dieci, ripetendo che «la totale disposizione di sua eccellenza è accompagnata dalla necessità, ed anche con il consiglio e voluntate de’ signori Elvetici». I suoi Milanesi, pigliati e ripigliati, una volta spogli perchè guelfi, l’altra perchè ghibellini, stavano a guardare sui due piè, sperando, infelici! tra il picchiarsi di due padroni recuperare l’indipendenza; e il Morone ministro dello Sforza alimentava l’ardore patriotico, e coll’operosità sua cercava rimediare all’inettetudine del padrone. Il Trivulzio avvicinato sin alla porta Ticinese, ebbe insulti dalla plebaglia; ma quelli che s’intitolano uomini d’ordine mandarono a capitolare. Se non che in quel mezzo giunsero nuovi Svizzeri, che a Marignano affrontarono i Francesi.
Due giorni durò la mischia (1515 13 e 14 7bre); e il Trivulzio diceva, le diciotto cui aveva assistito esser battaglie da fanciulli a petto a questa di giganti; re Francesco scrisse a sua madre, che da duemila anni non se n’era combattuta altra così feroce e sanguinosa. I _domatori de’ principi_ furono domati, poichè diecimila Svizzeri rimasero sul campo, ove i Francesi ricuperarono l’onore perduto nelle sconfitte che aveano avute dagli Svizzeri stessi a Novara, dagl’inglesi a Crecy, a Poitiers, a Agincourt. Re Francesco volle esservi armato cavaliere da Bajardo, che esclamava: — Fortunata mia buona spada, d’avere a sì virtuoso e possente re conferito la cavalleria! Spada mia buona, tu sarai come reliquia custodita, e sopra ogni altra onorata; nè ti brandirò mai che contro Turchi, Saracini o Mori».
Gli Svizzeri varcarono le Alpi giurando tornare alla riscossa; lo Sforza, per quanto il Morone vi si opponesse[152], rese il castello di Milano per trentamila scudi di pensione e la promessa di un cappello cardinalizio, e si lasciò condurre in Francia, ove morì prigioniero come suo padre. Francesco entrò allora in Milano (23 8bre), e quando l’imperatore mandò a chiedergli con qual titolo il possedesse, e’ gli mostrò la spada; unica arbitra de’ poveri popoli.
Al vedere vinti gli Svizzeri, in cui i papi solevano confidarsi come nei meno pericolosi fra gli stranieri, Leone X si fece perduto, e al Zorzi veneziano diceva: — Vedremo ciò che farà il re Cristianissimo; ci metteremo nelle sue mani, dimandando misericordia». Lasciati dunque i puntigli, si pose a sviare il re dall’acquistar tutta Italia; e temendo il suo avvicinarsi a Roma, chiese abboccarsegli a Bologna[153], ove (10-15 xbre) convennero di restituire Modena al duca Alfonso d’Este, al re come duca di Milano cedere Parma e Piacenza, straziate dalle fazioni[154], purchè egli desse serva ai Medici quella Firenze, che alla sua casa era sempre devotissima. Anche cogli Svizzeri il re conchiuse a Ginevra la _pace perpetua_ per la difesa del Milanese, e perchè si obbligassero alla Francia contro chiunque, eccetto il papa e l’imperatore, e rinunziassero ai baliaggi italiani.
Più non avendo a temere degli Svizzeri, e non credendo matura l’Impresa di Napoli, Francesco se n’andò, lasciando a governo del Milanese Odetto maresciallo di Lautrec, fratello della Chateaubriand sua ganza, prode e alieno d’avarizia e lussuria, ma superbo s’altri mai e sdegnoso di consigli: e dai bisogni della guerra obbligato a gravare di sempre nuove tasse i Milanesi, ed esigerle con rigore, si fece esecrabile. Egli favoriva l’inetto e intrigante Galeazzo Visconti, capo de’ Ghibellini, quanto invidiava il magno Trivulzio; al quale fece colpa d’essersi mostrato aderente al Veneziani, e più d’aver chiesto la cittadinanza svizzera; e imputandolo di tramare per l’indipendenza d’Italia, fece togliergli il comando e la grazia del re. Questo prode, in cui non si può cercare nè unità di scopo nella vita, nè unità di bandiera nelle imprese, servito per quarant’anni a causa non sua, e combattuto in diciotto battaglie, accorse per giustificarsi personalmente, ma si vide fino negata udienza da quel re, per cui vantaggio s’era fatto odioso ai proprj concittadini; dovette soffrirne i raffacci; e nelle amarezze d’un potere che più non si ha, finì i giorni a Chartres (1518).
Milano, o più probabilmente la famiglia di lui ne fe celebrare le esequie collo sfarzo che allora metteasi in tutte le solennità. Il corpo suntuosamente vestito rimase esposto in Sant’Eustorgio, donde poi in processione fu recato a San Nazaro. Precedevano cento della famiglia del morto, a bruno e incappucciati; cinquecento soldati suoi, cento croci, ciascuna con cinque candele; cinquecento poveri, a cadauno de’ quali eransi dati quattro braccia di panno e un torchio; tutti poi i regolari, dei quali il Morigia, che rozzamente ci descrive quel corteo, contò mille trecencinquantacinque in ventidue ordini, indi trecento parroci e cappellani, e i capitoli formanti duemila ducento persone con sessanta croci d’argento: seguivano gli araldi del morto, i trombettieri, e capitani, e destrieri colle insegne di esso; dei re di Napoli e di Aragona e del papa, e l’araldo di Francia; poi gran codazzo di cavalli e somieri, il governatore Lautrec, l’ambasciadore del papa, il senato, quattrocento parenti del morto, i magistrati, i varj collegi, e un per casa di tutta la città. La chiesa di San Nazaro, cui è unita una cappella da esso fondata, era messa con pompa di stemmi, di torchj, di gramaglie, e sul catafalco fu deposto il cadavere; e senza più basti dire che vi si spesero ventottomila scudi d’oro, che al tempo del Morigia valevano più di ottantamila. Sull’avello fu scritto: _Quel che mai non posò, or posa; taci._
Re Fernando pagava l’imperatore affinchè continuasse a tenere in sulle brighe re Francesco; sicchè non pensasse a Napoli; Enrico VIII avea ripigliata guerra; Francesco Sforza, altro figlio del Moro, ricantava i suoi diritti sul ducato; sicchè presto si fa a nuove ostilità. L’imperatore, sempre disopportuno nelle mosse e sciagurato nell’esito, menato per Trento un nuovo esercito al campo presso Milano, minacciava trattarla come Barbarossa: ma vedendo la risoluzione dei Francesi, che bruciarono i vasti sobborghi per meglio difenderla, e inviarono in Francia le persone sospette, Massimiliano diè volta, multando Lodi, Bergamo e quante città traversava; mentre gli Svizzeri, privi di paghe, devastavano il resto. I Veneziani ricuperarono Verona, difesa mirabilmente da Marcantonio Colonna; ma poco soccorsi da Francia, avendo perduto Bartolomeo d’Alviano, generale adorato dalle truppe, e trovandosi sviato il commercio, minacciati dai Turchi, esausti dalla diuturna guerra fin a dover porre all’incanto le dignità, non osarono misurarsi in campo aperto per ricuperare gli antichi dominj. Il Lautrec procedeva anch’egli esitante, forse servendo a segrete intenzioni del suo re: onde la guerra trascinavasi lenta, cioè rovinosissima pei popoli.
Tra ciò Fernando il Cattolico moriva (1516 15 gennajo), e Carlo d’Austria, chiamato a succedergli, affrettava la pace colla Francia per non incontrarne l’opposizione; stesine i patti a Noyon (13 agosto), seguì il rabbonacciamento di tutta Europa. Già Francesco aveva pigliato assetto cogli Svizzeri, nella pace perpetua determinando i soldi che a ciascun Cantone pagherebbe per poter levarne quanti uomini gli abbisognassero; colla corte di Roma, alla quale spedì il Budeo, il maggior dotto del suo regno, fece un concordato che aboliva la prammatica sanzione di Bourges, cedendo al papa la collazione de’ benefizj in Francia, mentre il papa lasciava al re l’entrata d’un anno de’ benefizj che conferiva.
Non per ciò l’Italia fu quieta. Quel Giuliano de’ Medici, per fare uno Stato al quale tanti garbugli avea preparati Leone X, era morto (17 marzo), onde questo concentrò l’affetto e l’ambizione sul nipote Lorenzo II, e da un pezzo desiderando investirlo del ducato d’Urbino, intentò processo a Francesco Maria Della Rovere, poi coll’armi sue e con quelle de’ Fiorentini lo spodestò. Ma costui, soldate le truppe rimaste libere per la pace, le menò improvvisamente a ricuperare Urbino. Il Medici gli oppose altre bande, che spesso venivano alle mani tra sè, come di nazione diversa, e le mantenne col vendere trentun cappelli cardinalizj per duecentomila zecchini; il Della Rovere portò le sue a vivere sul territorio fiorentino, poi, perduta la speranza di vincere, cedette, trasferendo a Mantova la sua artiglieria e la bella biblioteca.
Lorenzo, tornato duca, con cinquemila cavalli e infiniti carriaggi passò in Francia per isposare Maddalena Della Torre d’Auvergne, e v’ebbe feste indicibili, altrettante ne fece a Firenze; ma presto di tormentosa e forse vergognosa malattia morì (1519 28 aprile), lasciando unica figlia Caterina, che poi diventò regina di Francia in Enrico II, e il bastardo Alessandro, che fu poi duca; nomi entrambi diffamati. Il ducato d’Urbino rimase incorporato al patrimonio di san Pietro.
Firenze vide in quella morte la propria libertà, attesochè il papa più non aveva in casa chi porvi principe; ma egli vi mandò governatore il suo cugino cardinale Giulio, nel tempo stesso gratificandola col donarle la fortezza di San Leo e il Montefeltrino in compenso delle grosse spese sostenute nel ricuperare l’Urbinate. Gianpaolo Baglione, che utilissimamente avea servito papa Giulio, poi i Veneziani contro la lega di Cambrai, tornato in patria al cessar della guerra, vi esercitava la tirannide; e Leone X, voglioso di ricuperare quella città, lo chiamò a Roma con un salvocondotto di proprio pugno, e quivi lo fece prendere e decapitare. Fermo pure fu tolta al Freducci che la tiranneggiava, e che combattendo per difendersi morì. Non pochi furono messi alla tortura, dove, confessando i delitti di cui nessuno era immune, comparivano degni di morte. Di ciò sgomentati gli altri signori delle Marche affrettarono a sottoporsi. Sappiamo che l’imperatore Massimiliano aveva investito Modena al duca Alfonso d’Este, il quale privatone poi per titolo di ribellione, studiava continuamente a ricuperarla, quand’esso imperatore la vendè a Leone X per quarantamila ducati d’oro, ch’erano appena la rendita di un anno. Secondo l’ultima pace, il papa avrebbe dovuto restituirla ad Alfonso con Reggio, ma, non che tener la promessa, tentò anzi spogliarlo di Ferrara, e nol potendo a forza, praticò di farlo avvelenare: se non che un Tedesco di cui si era valso il rivelò, ed Alfonso ne fece fare processo, che spedì al papa senza altro aggiungere.
Domò colla forza o colla perfidia i capi, alzatisi al cadere del Valentino; anche al sacro collegio strinse il freno non solo col nominarvi d’un colpo trentun cardinali, mentre a dodici soli erano ridotti, ma non risparmiando i membri di esso. Il cardinale Alfonso Petrucci, figlio di quel Pandolfo che lungamente governò la repubblica sanese, fedele ai Medici nella sventura, s’invelenì col papa perchè avesse fatto cacciar di Siena suo fratello Borghese, fattosene signore, e cercò farlo avvelenare da Battista di Vercelli chirurgo. Scoperta l’ordita, il papa si finse malato, e quando il Petrucci andò a trovarlo, il fece prendere e decapitare in castel Sant’Angelo, squartare il medico, il segretario ed altri; perpetua prigione ai cardinali complici Bandinelli de’ Santi e Rafaello Riario, che poi a denari ricuperarono la dignità.
Massimiliano, rimasto solo in ballo, aderiva finalmente al trattato di Noyon (1517 4 xbre), lasciando Verona ai Veneziani, e conservando Riva di Trento, Roveredo e quanto aveva acquistato del Friuli. Solo allora potè dirsi finita la guerra suscitata dalla lega di Cambrai; e Venezia, a cui danno erasi congiurata tutta Europa, ricuperava nella pace quanto avea perduto in una sola battaglia, poi ricercato con otto anni di guerra. V’erano stati uccisi migliaja d’uomini d’ogni nazione, sobissato il commercio nostro, Italia esposta ai Turchi ed agli ambiziosi, che presto vennero a recarle mali più fieri e più durevoli.
Poco tardava anche Massimiliano a finire una vita (1519 19 genn.), passata fra gravi disegni e inette attuazioni; senza denari e pur prodigo; di coraggio cavalleresco nelle battaglia e tutt’immaginazione ne’ consigli, attento ad ogni via d’ingrandir sè e casa sua, fino a pensare di buon senno a farsi eleggere papa.
CAPITOLO CXXXIII.
Francesco I e Carlo V. Gli storici. I Turchi.
Filippo il Bello, figliuolo di Massimiliano cesare e di Maria di Borgogna, avea sposato Giovanna (1506), unica figlia di Fernando il Cattolico e d’Isabella; ed essendo egli morto di vent’otto anni, rimaneva successore Carlo suo figlio. Il quale così dall’ava paterna ereditava gran parte dei Paesi Bassi e la Franca Contea; dalla madre i regni di Castiglia, Leon e Granata; dall’avo materno quei di Aragona e Valenza, le contee di Barcellona e del Rossiglione, i regni di Navarra, Napoli, Sicilia, Sardegna; poi da Massimiliano d’Austria la Stiria, la Carniola, il Tirolo, la Svevia austriaca; aggiungetevi un lembo dell’Africa settentrionale e mezza America, talchè potette vantarsi — Sui miei regni mai non tramonta il sole».
Si presentò anche a domandar la corona imperiale: ma, a tacere gli altri, competea Francesco I re di Francia, l’eroe di Marignano, a cui l’altro dava il titolo di _mio buon padre_; e mandava suggerire agli elettori germanici non perpetuassero in casa d’Austria una corona elettiva, che già vi stava dal 1438; disennato chi, sovrastando i Turchi, esitasse, al minacciar di tale tempesta, al confidare al più valente il governo dei vascello. Ma appunto i talenti da Francesco mostrati il faceano posporre dai principi tedeschi, che, avvezzi a operare di propria voglia, temevano che il Francese non portasse le abitudini del regnare assoluto in impero temperato.
Carlo V, sebbene i prudenti gl’insinuassero d’accontentarsi alla Spagna e assicurarsene il pericolante dominio; Carlo, a cui tra via giunse l’annunzio che Ferdinando Cortes gli avea nel Messico acquistato un nuovo impero ch’egli mai non vedrebbe, brigò meglio dell’emulo; e sebbene papa Leon X mandasse avvertire gli elettori, essere di prammatica che il re di Napoli non fosse anche imperatore, meglio valse Margherita zia di Carlo (p. 189), la quale piantò regolare mercato di voti, facendone centro i Fugger di Augusta, ch’erano banchieri poderosissimi quanto quelli di Firenze e di Genova senz’averne l’ambizione, contentandosi di guadagnare in di grosso e d’avere assicurati i loro prestiti. Ma Francesco non potea dare che la parola di re: Carlo impegnava i pedaggi che le navi retribuivano entrando nella Schelda, e ch’erano esatti dalla città d’Anversa, e da questa versati alla banca d’Augusta, la quale scontava a contanti le promesse fatte agli elettori[155]; e così per oro fu prescelto l’Austriaco ad imperator romano (1519).
Violento dispetto concepì Francesco nel vedere la precoce sua gloria punita col preferirgli questo giovane sconosciuto, menato da ministri, sorretto dall’intrigo; e ne cominciò la rivalità più famosa e micidiale delle storie moderne, più accannita perchè d’amor proprio anzichè d’interesse, e che, complicata dalla Riforma religiosa, concentra sopra due grandi Stati e due grandi uomini l’attenzione, la quale nel secolo precedente restava sparpagliata fra tanti piccoli.
Dei due giovani arbitri d’Europa, uno erasi già manifestato guerresco, l’altro propendeva a politica e girandole. Francesco, bello, coraggioso, eloquente, amabile, tutto francese di qualità e difetti, e amato per questi non men che per quelle, circondato da uno sfarzo non di nobili ma di favoriti che gl’impedivano di conoscere il popolo, arieggia ancora de’ Paladini del medio evo, ed ambisce il titolo di _primo gentiluomo di Francia_. Carlo, senza gli avvantaggi fisici dell’emulo, freddo, positivo, di lunghi divisamenti, rappresenta un re moderno; di qualità variatissimo come il suo dominio, fiammingo per nascita, tedesco per prudenza, spagnuolo per gravità, italiano per buon senso; sapeva, al dire di Marin Cavallo ambasciadore veneto, piacere a’ Fiamminghi e Borgognoni colla famigliarità, agli Spagnuoli col contegno, agl’Italiani coll’ingegno e la disciplina. Francesco le apparenze e lo splendore, Carlo volea la sostanza e riuscire; quello affettava scrupoli d’onore, questo la semplice lealtà della sua famiglia: ma nè l’uno nè l’altro si facea coscienza di mancarvi qualvolta metteva l’interesse, da buoni contemporanei del Machiavelli. Francesco oziava ogniqualvolta non fosse spinto dalla necessità e da un pericolo immediato: Carlo non riposa mai, e col viaggiare continuo riavvicina gli sparsi dominj. Egli profondo conoscitore degli uomini, scurante dell’adulazione quanto favorevole al merito, si tiene amici i generali senza lasciarli arbitri: alle donne concede sì poca ingerenza, che mai non si conobbe la madre de’ suoi bastardi: si mostra scarco fin de’ sentimenti della natura, avendo la madre pazza, disautorizzando la zia educatrice, ascondendo i proprj figliuoli. Francesco aggrava i sudditi per isprecare in magnificenze e in un libertinaggio senza delicatezza; affida i comandi ad immeritevoli; per intrighi di donne o puntigli di corte disgusta il Borbone, il Doria, il principe d’Orange, che l’oculato nemico s’affretta a trar sotto le sue bandiere. Le guerre più prospere di Carlo furono combattute da’ suoi generali, ma la politica di lui le diresse sempre; politica non di sentimento ma d’interesse, onde Bernardo Navagero rifletteva, ch’egli fu a vicenda l’amico e il nemico di tutti gli altri sovrani; e nell’arte di menare un intrigo, promettere, eludere, corrompere, superava di gran lunga il re soldato, che col voler combattere in persona complicò e corruppe le fortune del suo paese.
Riflessivo sin da ragazzo e pronto di vedute, Carlo si mise attorno persone di gabinetto, ma a nessuno abbandonandosi: inesorabile, circospetto, prendeva norma dal vantaggio personale, e sapeva aspettare, conforme alla sua divisa _Non dum_. Le facili conquiste dell’America doveano esaltarlo sin a fargli abbracciare tutto il mondo nella sua ambizione; e trovandosi il maggior potentato d’Europa, a contatto con tutti i paesi, e con tutti avendo alcun appiglio, poteva ben agognare una monarchia universale, se non come dominazione immediata, almeno come supremazia. Tale idea gli venne fomentata da vittorie più felici che meritate, le quali abbagliarono i contemporanei, e trassero i sudditi in quello sbalordimento, ove la cieca obbedienza del soldato è riputata eroismo, e onorevole qualunque via purchè rechi vantaggio e gloria al padrone[156].