Storia degli Italiani, vol. 08 (di 15)

Part 8

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Firenze, sempre rôcca dell’italica indipendenza, spiava gelosa i progressi di Filippo Maria, e con lui stipulò (1419) che il fiume Magra tra il Genovesato e la Lunigiana, e il Panàro tra il Bolognese e il Modenese fossero i limiti, di qua e di là dei quali nessun di loro acquisterebbe nè mesterebbe. Ma Filippo, ottenuto Genova (1421), al doge Tommaso Campofregoso diede in compenso Sarzana, posta di là della Magra; poi trasse a sè la tutela del principe di Forlì, e mandò truppe sul Bolognese contro gli eredi della casa Bentivoglio; sicchè esclamando ai patti violati, i Fiorentini gli scoprirono guerra.

Allora la solita gara di procacciarsi ciascuno alleanze e fautori, e massimamente di trarre a sè Venezia. Questa avea tocco l’apogeo di sua grandezza, e non mancava chi la consigliasse ad estendere le sue conquiste sopra tutta Italia, al modo dell’antica Roma: ma altri mostravano quanto pericoli la libertà dove preponderano le armi, e come dai possessi in terraferma resterebbe danneggiata una repubblica che, sorta in mezzo alle acque, dalle acque doveva aspettarsi salute e gloria. La politica conservatrice era rappresentata dal doge Tommaso Mocenigo; e quando nel 1421 si dibatteva nel maggior consiglio se mettersi in lega co’ Fiorentini contro il duca di Milano, egli stette sempre al no; e perchè Francesco Fóscari procurator giovane infervorava alla guerra, ne ribatteva con lunga parabola le insinuazioni.

— Il nostro procurator giovane ha detto ch’egli è buono soccorrere i Fiorentini, perchè il loro bene è il nostro, e per conseguenza il nostro è il loro male. Noi vi confortiamo siate in pace. Se mai il duca vi facesse guerra ingiusta, Iddio, il quale vede tutto, ci darà vittoria. Viviamo in pace, perchè Iddio è la pace; e chi vuol guerra, vada all’inferno».

Qui il Mocenigo scorre la storia sacra, mostrando come Dio premiasse i pacifici, e i superbi e guerreschi disajutasse, e prosegue: — Così intraverrà de’ Fiorentini per voler fare i loro desiderj; Dio disferà la lor terra e il loro avere, e verranno ad abitar qui pel modo che sono venute altre loro famiglie colle donne e putti. Altramente, se verremo a far il volere del nostro procurator giovane, i nostri si partiranno e anderanno ad abitare in terre aliene. Discese Attila per tutto rovinando, e cacciando gli uomini occidentali, e saccomannandoli; e Iddio ispirò alcuni potenti, i quali vennero per sicurezza ad abitare in queste lagune, per modo che si trovarono salvi, come da Dio eletti. Se noi facessimo a modo che propone il nostro procurator giovane, Dio non ci avrebbe più per eletti, e aspetteremmo quello che hanno aspettato tutte le altre terre, rovinate e poste a sacco, e uccise le genti, e avuti mali assai. Se i Fiorentini vanno cercando il male, lasciateli: ma noi che siamo della città eletta su tutte l’altre, restiamo in pace.

«Procurator giovane; Cristo pe’ suoi vangeli disse _Io vi do la pace_. Se noi facessimo a modo vostro, e preterissimo i comandamenti di Cristo, cosa potrebbesi aspettare se non male e distruzione? Procurator giovane: andiamo commemorando il Testamento vecchio e il nuovo. Quante città grandi sono diventate vili per le guerre? e per la pace si sono fatte grandi con moltiplicare la generazione, palagi, oro, argento, gioje, mestieri, signori, baroni e cavalieri. Come entrarono a guerreggiare, ch’è il mestiere del diavolo, Iddio le abbandonò e restarono divise; distruggevansi nelle battaglie gli uomini; l’oro e l’argento mancava; infine furono distrutte così com’eglino distrussero l’altre terre, e andarono schiave d’altri. Dove questa terra ha regnato mille e otto anni, Iddio la distruggerà».

Qui ripiglia la storia profana insino a Roma. — Per le lunghe guerre, imposte alle terre angarie grandi, i cittadini desiderando nuovo stato, Cesare se ne fece signore, e di male in male si stettero. Questo medesimo occorre a’ Fiorentini; gli uomini d’arme tolgono loro denari e sono i signori; ed essi obbediscono a que’ che sono loro servi, villani, genti maledette, uomini d’arme. Così intraverrà a noi se faremo a modo del procurator giovane. Pisa si fece grande, ricca ed abitabile per la pace e pel buon governo; come desiderò quel d’altri, in far guerra s’impoverì de’ cittadini, uno cacciava l’altro, tanto che la più vile comunità d’Italia li sottomise, che fu Firenze. Così interverrà a’ Fiorentini; e già si vede che sono impoveriti e stanno divisi. Così intraverrà di noi se faremo a modo del nostro procurator giovane. Come ho detto di questa, si dica di tutte l’altre città.

«Adunque voi, ser Francesco Foscari nostro procurator giovane, non parlate mai più nel modo che avete fatto, se prima non avete buona intelligenza e buona pratica; perocchè Firenze non è il porto di Venezia nè da mare nè da terra, il suo mare essendo lontano dai nostri confini cinque giornate. I nostri passi sono il Veronese; il duca di Milano è quello che confina con noi, ed egli dev’essere tenuto in amicizia, perchè in manco d’un giorno si va a una sua città grossa ch’è Brescia, la quale confina con Verona e Cremona. Genova potrebbe nuocere, ch’è potente per mare sotto il duca, e con essa si vuole star bene: ma quando i Genovesi volessero novità, abbiamo la giustizia con noi; noi ci difenderemo valentemente e contro i Genovesi e contro il duca, colla ragione. La montagna del Veronese è la nostra difesa contro al duca, la quale per se medesima s’è già difesa: oltre a ciò, difendono tutto il nostro paese il paludo e l’Adige e tremila cavalli con tremila fanti e con duemila balestrieri; e se abbisognasse più gente fare, faremmo resistenza a tutta la potenza del duca con altre tremila persone. Però godete la pace. Se il duca avrà Firenze, i Fiorentini, che sono usi a vivere a comune, si partiranno da Firenze, e verranno ad abitare a Venezia, e condurranno il mestiere de’ panni di seta e di lana, per modo che quella terra rimarrà senz’industria, e Venezia moltiplicherà, come intravenne di Lucca quando un cittadino se ne fece signore, che la ricchezza sua venne a Venezia, e Lucca diventò povera. Però state in pace.

«Ser Francesco Foscari, se voi vi trovaste un giardino in Venezia, che vi desse ogni anno tanto frumento da viverne cinquecento persone, e oltre a questo ne aveste molte staja da vendere; che il detto giardino vi desse tanto vino per cinquecento persone, e oltre ne aveste da vendere molte carra; che vi desse ogni sorta biade e legumi per assai denari, e ancora ogni sorta di frutta da viverne cinquecento persone ogni anno, e che ve ne fosse da vendere; e il detto giardino vi desse ogni anno tra buoi, agnelli, capretti e uccelli di ogni sorta per bastare a cinquecento persone, e ne avanzassero da vendere; e similmente tanto formaggio ed uva e pesce, e non avesse spesa alcuna d’essere guardato, converrebbe dire che questo giardino fosse nobilissimo, dando tante cose. Se poi una mattina vi fosse detto: _Ser Francesco, i vostri nemici sono andati in piazza a togliere trecento marinaj, e hannoli pagati per entrare in questo vostro giardino, e questi portano cinquecento ronconi per guastare gli alberi e le vigne; e cento villani con cento buoi e con cento erpici per guastare tutte le piante, e far danno a tutti animali grossi e minuti;_ e se voi foste savio nol soffrireste, ma sodereste alla casa, e terreste tanto denaro per assoldare mille uomini incontro a quei che vogliono menar guasto. Ma se voi pagaste, ser Francesco, quei cinquecento uomini co’ ronconi e que’ cento villani a guastare il giardino cogli erpici? verrebbe detto che siete diventato pazzo.

«Per provare se siamo in proposito, abbiamo deliberato di esporre il commercio che fa Venezia al presente e con chi. Ogni settimana vengono da Milano ducati diciassette in diciottomila, che farebbono in un anno la somma di ducati novecentomila, che entrano in questa città:

alla settimana all’anno da Monza 1000 52,000 — Como 2000 104,000 — Alessandria della Paglia 1000 52,000 — Tortona e Novara 2000 104,000 — Cremona 2000 104,000 — Bergamo 1500 78,000 — Parma 2000 104,000 — Piacenza 1000 52,000

«S’introducono nel paese del duca di Milano merci per un milione seicentododicimila ducati d’oro all’anno. Vi pare che questo a Venezia sia un bel giardino e nobilissimo senza spesa?

«Alessandria, Tortona e Novara vi mettono

per pezze di panno che valgono all’anno 6,000 ducati 90,000 Pavia » 3,000 » 45,000 Milano » 4,000 » 120,000 Como » 12,000 » 180,000 Monza » 6,000 » 90,000 Brescia » 5,000 » 75,000 Bergamo » 10,000 » 70,000 Cremona » 40,000 fustagni » 170,000 Parma » 4,000 panni » 60,000 —————— ——————— in tutto pezze 90,000 ducati 900,000

«Oltre a questo abbiamo per l’entrata, magazzino ed uscita de’ Lombardi, a ducati uno per pezza, ducati ducentomila, che monta con le merci a ventotto milioni ottocentomila ducati. Vi pare che questo sia un bellissimo giardino a Venezia?

«Ancora vengono canepacci per la somma di ducati centomila all’anno. Delle seguenti cose i Lombardi traggono da voi ogni anno:

Cotoni, migliaja 5,000 per ducati 250,000 Filati » 20,000 da 15 fino a 20 ducati il centinajo 30,000 Lane catalane a ducati 60, il migliajo 4,000 240,000 Lane francesche » 30 4,000 120,000 Panni d’oro e di seta all’anno 250,000 Pepe, carichi 3,000 a ducati 100 300,000 Canelle, fardi 400 » 160 64,000 Zenzero, migliaja 200 » 400 80,000 Zuccari d’una, due, o tre cotte, sossopra ducati 15 il cento 95,000 Zenzeri verdi, per assai migliaja di ducati. — Cose d’ogni sorta per ricamare o per cucire 30,000 Verzino, migliaja 4,000 a ducati 30 120,000 Endaghi e grane 50,000 Saponi per ducati 250,000 Uomini schiavi 30,000

«Per modo che, fatta la stima del tutto, verrebbe ad essere due milioni ottocentomila ducati. È questo un bel giardino a Venezia senza spesa?

«Ancora assai si vantaggia co’ sali che si vendono ogni anno. Il quale trarre che fa la Lombardia da questa terra, è cagione di fare navigare tante navi in Sorìa, tante galere in Romanìa, tante in Catalogna, tante in Fiandra, in Cipro, in Sicilia e in altre parti del mondo; per modo che riceve Venezia, tra provvigioni e noli, due e mezzo e tre per cento; sensali, tintori, noli di navi e di galere, pesatori, imballatori, barche, marinaj, galeotti e messetterie coll’utile dei mercatanti tra il mettere, eccovi un’altra somma di seicentomila ducati ai nostri di Venezia senz’alcuna spesa. Dal qual utile vivono molte migliaja di persone grassamente. È questo un giardino da doversi disfare? mai no; bensì da essere difeso da chi lo volesse disfare. Ci converrebbe togliere uomini d’arme che andassero sopra il detto paese guastando alberi e ville, abbruciando case e villaggi, depredando animali, e buttando giù mura di città e castelli, uccidendo uomini con desolazione, mettendo angarie alle nostre terre, sì ai cittadini come ai villani, e in questa città mettendo angarie alle case, prestiti alle mercatanzie, alle navi e alle galere? Dio sa quello che volessimo fare sul paese del duca: ma potrebbe occorrere che il duca salvasse il suo, e rimediasse ad ogni modo al male, e noi intanto saremmo stati cagione di disfare i luoghi nostri. Che varrebbero allora tante spezierie, e panni d’oro e di seta? niuno li torrebbe più, perchè non avrebbene il potere. E affinchè voi, signori, n’abbiate qualche notizia, sappiate che Verona toglie ogni anno broccato d’oro, d’argento e di seta, pezze ducento, Vicenza centoventi, Padova ducento, Treviso centoventi, il Friuli cinquanta, Feltre e Cividal di Belluno dodici; pepe, carichi quattrocento; cannelle, fardi centoventi; zenzeri di tutte sorta, migliaja e altre spezierie assai; zuccari, migliaja cento; pani di cera, ducento.

«Come noi devastassimo il loro ricolto, eglino non avrebbono di che spendere, e se ne danneggerebbero tutte le mercatanzie di Venezia. Però non si vuol credere al nostro procuratore giovane. Al duca di Milano converrebbe, per difendersi, assoldare gente d’arme, mettere angarie ai villani, cittadini e gentiluomini, per modo ch’e’ non avrebbe danaro da comperare le sopradette cose, in discapito e rovina della nostra città e cittadini.

«Però, signori, siate contenti che rispondiamo agli ambasciatori dei Fiorentini, ch’essi chiedano alla comunità loro licenza di praticare di pace. Se starete in pace, raunerete tant’oro che tutto il mondo vi temerà, e avrete Iddio sopratutto che sarà per voi. Iddio, signore di tutto, colla Nostra Donna e con messere san Marco vi lasci prendere la pace ch’è ben nostro»[33].

L’anno seguente rinnovando i Fiorentini le istanze, e dicendo, se Venezia non li soccorresse, dovrebbero fare come Sansone, che uccise se stesso con tutti i nemici suoi; e se restassero vinti, il loro servaggio produrrebbe quello di tutta Italia, esso doge in consiglio parlò: — Signori; voi vedete che per le novità d’Italia ogni anno vengono nella città di Venezia assai famiglie colle donne e’ figliuoli e coll’avere, e vanno empiendo la terra nostra; e pel simile da Vicenza, Verona, Padova, Treviso, con utilità grande della nostra città; e da ogni parte contadini e famiglie buone vengono ad abitare nelle nostre terre per vivere pacificamente coi loro mestieri, essi e i figliuoli. Vorrete guerra? questi si partiranno, struggendo la vostra città, e tutte l’altre; e de’ nostri partiranno. Però amate la pace. Se i Fiorentini si daranno al duca, loro danno; che ne darà impaccio? la giustizia è con noi. Essi hanno speso, consumato, e si sono indebitati: noi siamo freschi, e abbiamo in giro un capitale di dieci milioni di ducati. Vogliate vivere in pace, e non temere alcuna cosa, e non fidarvi ne’ Fiorentini, i quali pel passato ci hanno messo in guerra coi signori della Scala, e ci domandarono in prestito mezzo milione di ducati; quando volemmo darli loro, si accordarono con que’ della Scala contra di noi: questo fu del 1333. Del 1412 fecero scendere contro di noi Pippo fiorentino, capitano degli Ungheri, il quale ci fece grandi danni....

«Signori, non ve lo diciamo per gloriarci, ma solo per dire la verità e il bene della pace. I nostri capitani d’Acquamorta, di Fiandra, per le nostre ambasciate che vanno attorno, pe’ nostri consoli e pe’ nostri mercatanti, sapete che si dice ad una voce: _Signori Veneziani, voi avete un principe di virtù e di bontà, che vi ha tenuto in pace, e vi tiene per modo vivendo in pace, che siete i soli signori che navigate il mare e andate per terra, per modo che siete la fonte di tutte le mercatanzie, e fornite tutto il mondo, e tutto il mondo vi ama e sì vi vede volentieri. Tutto l’oro del mondo viene nella vostra terra. Beati voi finchè vivrà questo principe, e ch’egli sarà con simile proposito. Tutta l’Italia è in guerra, in fuoco e in tribolazione, e pel simile tutta la Francia e tutta la Spagna, tutta la Catalogna, Inghilterra, Borgogna, Persia, Russia ed Ungheria. Voi avete solo guerra cogl’infedeli che sono i Turchi, con vostra grande laude e onore._ Però, signori, finchè vivremo, seguiremo simil modo; e vi confortiamo che dobbiate vivere in pace, e dar risposta a’ Fiorentini, come facemmo già un anno, presa da tutto il consiglio».

L’autorità del doge ottagenario elise gli sforzi dei partigiani della guerra; però sentendosi approssimarsi al suo fine, egli chiamò alquanti senatori, e così prese a dire: — Signori, abbiam mandato per voi dacchè Iddio ci ha voluto dare questa infermità come fine del nostro peregrinare. A Dio Padre, Figliuolo e Spirito Santo, trino ed uno, siamo obbligati per molte ragioni. Esso insegna ai Quarantun elettori di difendere la religione cristiana, d’amare i prossimi, di fare giustizia, di pigliar pace e conservarla. Nel tempo nostro abbiamo diffalcato di quattro milioni d’imprestiti, fatti per la guerra di Padova, di Vicenza e di Verona; il nostro monte si trova in sei milioni di ducati; e ci siamo sforzati che ogni sei mesi si abbiano pagate due paghe degl’imprestiti, e tutti gli offizj e reggimenti, e tutte le spese dell’arsenale, e ogni altro modo.

«Per la pace nostra la nostra città manda dieci milioni di capitale ogni anno per tutto il mondo con navi e galere, per modo che guadagnano, tra mettere e trarre, quattro milioni. Al navigare sono navigli tremila, d’anfore dieci fino a ducento, con marinaj diciannovemila; navi trecento, che portano uomini ottomila; fra galere grosse e sottili ogni anno quarantacinque, con marinai undicimila; abbiamo sedicimila marangoni. La stima delle case somma a sette milioni, gli affitti delle case cinquecentomila; sono mille gentiluomini, che hanno di rendita annua ducati settantamila fino a quattromila. Voi conoscete il modo con cui vivono i nostri gentiluomini, cittadini e contadini. Ben però vi confortiamo che dobbiate pregare l’onnipotenza di Dio, la quale ci ha inspirato di fare nel modo che abbiasi fatto, e di proseguire così. Se questo voi farete, vedrete che sarete signori dell’oro de’ Cristiani, e tutto il mondo vi temerà. Guardatevi, quanto dal fuoco, dal togliere le cose d’altri e dal fare guerra ingiusta, che Dio vi distruggerà. Perchè possiam sapere chi toglierete per doge dopo la nostra morte, segretamente lo direte a me nell’orecchio, per potervi confortare a quello sia meglio alla nostra città».

Udito i nomi, li collaudò, ma — Quei che dicono di volere ser Francesco Foscari, dicono bugie e cose senza fondamento. Se voi lo farete doge, in breve sarete in guerra; chi avea diecimila ducati non ne avrà che mille, chi avea dieci case non si troverà che su di una, e così d’ogni altra cosa; per modo che vi disfarete del vostr’oro e argento, dell’onore e della riputazione dove voi siete, e di signori che siete, sarete servi e vassalli d’uomini d’arme, di fanti, di saccomanni e di ragazzi. Però ho voluto mandare per voi, e Dio vi lasci reggere e conservar bene. Per la guerra de’ Turchi, di valentissimi uomini in mare porrete ad ogni intromessione sì nel governo che nell’utilità. Voi avete otto capitani da governare sessanta galere e più, e così di navi: avete tra’ balestrieri, gentiluomini che sarebbono sufficienti padroni di galere e di navi, e saprebbonle guidare: avete cento uomini usi a governare armate, pratichi per togliere un’impresa; e compagni assai per cento galere, periti e savj galeotti assai per galere cento; per modo che ognun dice che i Veneziani sono signori dei capitani, dei padroni e dei compagni. Similmente avete dieci uomini, provati a grandi faccende in più volte a consigliare la terra, mostrando le ragioni sugli arringhi a tutti; molti dottori savj in scienza, e assai savj al governo del palazzo. Seguite secondo che vi trovate, e beati voi e i vostri figliuoli.

«La nostra zecca batte ogni anno ducati d’oro un milione, e d’argento ducentomila tra grossetti e mezzanini, e soldi ottocentomila all’anno. Ducati cinquecentomila di grossetti vanno all’anno tra la Soria e l’Egitto; e ne’ vostri luoghi e ne’ luoghi di terraferma vanno, tra mezzanini e soldi, ducati centomila; altrettanti ne’ nostri luoghi da mare, altrettanti in Inghilterra, il resto rimane in Venezia. I Fiorentini mettono ogni anno panni sedicimila finissimi, fini e mezzani in questa terra; e noi li mettiamo nell’Apulia, pel reame di Sicilia, per la Barberia, in Soria, in Cipro, in Rodi, per l’Egitto, per la Romania, in Candia, per la Morea, per l’Istria. E ogni settimana i detti Fiorentini conducono qui ducati di tutte le sorta settemila, cioè trecennovantaduemila all’anno, comperando lane francesi, catalane, cremisi e grane, sete, ori, argenti, filati, cere, zuccheri e gioje, con benefizio della nostra terra: così tutte le nazioni fanno. Però vogliate conservarvi nel modo in cui vi trovate, che sarete superiori di tutti. Il Signor Iddio vi lasci conservare, reggere e governare in bene».

Francesco Foscari era conosciuto come abilissimo in intrighi, animoso all’intraprendere, e felice nel riuscire. In Venezia tenendo tante fila, cercava scostarsene il men possibile, non accettando che ambascerie di prima importanza; erasi amicati i Barnabotti col fare stabilir dotazioni pei figli di nobili poveri; e quattro figliuoli e molti amici gli erano d’appoggio a molto sperare. Vacando il dogato, scaltreggiò per modo, da prevalere a quei che il temevano perchè giovane e perchè attivo; e di fatto egli esercitò sui consigli della Signoria maggiore efficacia che non solessero i predecessori suoi. Favoriva quelli che lusingavano la vanità patriotica coll’idea di prepotere in Italia, e mettersi a capo d’una lega che equilibrasse i Visconti: sicchè la guerra, così temuta dal Mocenigo, allora proruppe.

Già i Fiorentini seguitavano le ostilità con poca fortuna. Oddo figlio di Braccio di Montone, Carlo Malatesta e Nicolò Piccinino, stipendiati dai Fiorentini, furono in due anni (dal 6 7bre 1423 al 17 8bre 1425) sei volte sconfitti, ne’ romani e ne’ liguri campi, da Angelo della Pergola. Oddo perì: e Malatesta, caduto prigioniero del Visconti, fu da questo guadagnato colla cortesia: altrettanto avvenne del Piccinino. Un settimo esercito allestirono i Fiorentini, e cercavano amicizie; aveano (come ebbe a dire Lorenzo Ridolfi nel senato veneto) sparsi per tutt’Italia i giojelli delle spose e delle figlie loro, venduto quanto possedeano di prezioso, speso più di due milioni di fiorini, che tanti non se n’avrebbero vendendo tutta Firenze[34].

E di peggio potea temersi se Filippo Maria, per quel suo andazzo di odiare cui dovea gratitudine, non avesse scontentato il Carmagnola. Avea questi ottenuto il titolo di conte e il cognome della famiglia regnante colla mano di Antonia, figlia naturale di Gian Galeazzo, e tra feudi e stipendj un’entrata di quarantamila fiorini; e si fabbricò a Milano il vasto palazzo che poi si disse Broletto. Il duca forse agognava ritorgli tanti doni, largiti non per cuore ma per bisogno; forse il Carmagnola credevasi inadeguatamente compensato con denari, quando vedea Sforza e Braccio essersi acquistato signorie indipendenti: fatto sta che ne cominciò malumore. Il Carmagnola vedendosi maltrattato e fin cerco a morte, si parte dal duca; e benchè questi ne trattenesse la moglie e le figlie, reca a servizio di Firenze un grosso esercito e la conoscenza dei divisamenti dell’ingrato padrone; e a danno di questo (1426 3 8bre) pratica un’alleanza con Venezia, col marchese di Ferrara, col signore di Mantova, i Sanesi, i duchi di Savoja e di Monferrato, gli Svizzeri e il re d’Aragona.

Dichiarata guerra a Filippo (1426), il Carmagnola, fatto capitano generale, con buona sentita di guerra e colle intelligenze occupa Brescia: ma il duca seppe cavarsi dalle male peste, sia comprando il valore di Francesco Sforza, Guido Torello, Nicolò Piccinino e Angelo della Pergola che formavano quindicimila corazzieri, sia spargendo zizzania fra i collegati, sposando Maria figlia del duca Amedeo VIII di Savoja, al quale cedette Vercelli; e con altri sagrifizj e coll’interposizione di papa Martino V, in Ferrara conchiuse pace (1426 30 xbre), a Venezia cedendo Brescia ed otto castelli sull’Oglio. Venezia, che così estendeva i dominj fino all’Adda, onorò e retribuì splendidamente il Carmagnola, e lo investì delle contee di Chiari e Roccafranca e d’altre terre fino a dodicimila ducati di rendita, con piena giurisdizione civile e criminale.