Storia degli Italiani, vol. 08 (di 15)
Part 7
Egli armò per ricuperare la Sardegna ribellatasi, e le vittorie sue ridestarono il valor siciliano; ma non appena avviati i miglioramenti, nuove turbolenze suscitò la morte di lui. Non si vuole più re straniero: Palermo propone al trono un Peralta (1410); Catania e Siracusa negano dipendere da quella città; Messina, ancor memore degli antichi sforzi, e sempre aspirando ad essere la prima città del regno, scuote il giogo straniero, e promette fede a papa Giovanni XXIII, che dichiara scaduti gli Aragonesi perchè più non aveano pagato il tributo feudale. Ma ai baroni conveniva quel che al popolo rincresceva, onde ajutarono la guerra, che durò finchè Ferdinando di Castiglia, nipote di Martino II, fu da tutti riconosciuto re legittimo (1412). Non badò alle domande ripetutegli di fare della Sicilia un regno distinto, anzi costituì non dovesse mai separarsi dall’Aragona, ch’egli aveva acquistato.
Egli non approdò mai nell’isola; bensì Alfonso d’Aragona (1416) succedutogli vi pose dimora, fosse per desiderio di sottrarsi agl’impacci che nel suo regno gli davano le cortes e la gelosia de’ signori, fosse per colorire i suoi disegni sopra la Corsica. Cupido d’imprese, dal suo regno di Sardegna aveva invaso quest’isola; ma trovato gagliarda resistenza per parte de’ Genovesi, era stato costretto a recedere (1420). Fu allora che gli venne dalla regina Giovanna l’invito d’assisterla e la promessa d’adottarlo; intanto nominandolo duca di Calabria, e dandogli per sicurtà Castel Nuovo e Castel dell’Uovo. Quest’adozione avviava a ricongiungere le due parti separate dell’antico regno: ma Alfonso alla Corte di Napoli si accorge d’essere circuito da intrighi e tradimenti; e non sapendo tollerare la burbanza del Caracciolo e le costui trame per soppiantarlo, il fa arrestare. Giovanna spaventata appena ha tempo di chiudersi in Castel Capuano, disereda Alfonso per Luigi III d’Angiò (1425), invita a soccorso lo Sforza, il quale a rincalzo di combattimenti la salva. Lo Sforza, dopo avere avuto molti figli d’amore, sposò due mogli di sempre più elevata fortuna, e ultimamente una duchessa di Sessa, vedova di Luigi II d’Angiò: fu dichiarato ancora gran connestabile, e allorchè Giovanna gliene conferiva il bastone, e disputavasi sulla formola migliore per impegnare la fede di lui, ella proferì: — Chiedetela a lui stesso, il quale tanti ne diede a me ed ai nemici, che nessuno meglio sa in che modo si obblighi e disobblighi». Menò egli robustamente la guerra contro del papa buttatosi cogli Aragonesi, e professava volergli far dire cento messe per un quattrino; fu soddisfatto del lungo odio col cogliere a forza, e far processare e mandare al patibolo il Tartaglia; ma poco dopo (1424 4 genn.) egli pure, nel guadare il Pescara, annegavasi al cospetto del figlio Francesco e dell’emulo Braccio.
Mentre Alfonso era dovuto recarsi a chetare il suo regno d’Aragona, Giovanna co’ sussidj di Genova recupera Napoli; e Braccio, combattendo le bande sforzesche e Giacomo Caldòra sotto Aquila, rimane sconfitto (2 giugno), e ferito si lascia morir di fame e di rabbia, perendo quasi contemporanei i due caporioni delle bande italiane. Il pontefice, di cui Braccio circuiva quasi d’ogni parte gli Stati, ne festeggiò per tre giorni la morte, e lasciò il cadavere di lui insepolto: il suo dominio fu reso allo Stato pontifizio e al napoletano. Giovanna, per capricci amorosi che l’età rendeva ridicoli, venne in broncio col Caracciolo; e i nemici di lui, strappatole l’ordine d’arrestarlo, affrettaronsi ad ucciderlo (1432) prima che ella pentisse. La regina non potè che tributargli splendide esequie, e lasciare che il popolaccio saccheggiasse le case degli uccisori di lui; poi si abbandonò alla duchessa di Sessa, incapace com’era di volere o di risolvere da se medesima.
Perito anche Luigi III senza figli (1434), Giovanna privilegiò erede in testamento Renato fratello di questo; poi a sessantaquattro anni, logora di corpo e di spirito moriva (1435), e con essa la prima casa d’Angiò, da censessantott’anni regnante. Le volubili adozioni di lei costarono infinite guerre a Francia e Aragona, che per disputarsi quella bella corona toglievano appiglio da donnesche velleità. Per allora la Calabria fu congiunta alla Sicilia: ma Renato si fece innanzi allegando il testamento di Giovanna; il papa pretendeva che il regno vacante ricadesse come feudo alla Chiesa, ma essendo così debole da non potere sostenersi, prese la parte di Renato; e i regnicoli si divisero tra i due, che s’accinsero a meritare il Reame col farne quel peggiore strazio che sapessero. Alfonso che stava parato agli eventi, volle prevenire l’arrivo de’ Francesi, e assediò Gaeta difesa dai Genovesi, che l’avevano fatta emporio delle loro merci nelle passate turbolenze, e l’aveano per volontà de’ cittadini ricevuta in deposito. Egli la ridusse all’estremità; ma essendone mandati fuori fanciulli, donne, vecchi, a chi lo consigliava respingerli per affamare la città rispose: — Piuttosto non prendere Gaeta che rinnegare l’umanità», e gli accolse e nutrì.
L’avere Alfonso cercato di conquistare la Corsica e farsene investire dal papa, aveagli nimicato Genova, la quale, giuratasi a guerra, non esitò a spendere ducentomila genovine per armare contro di lui. Biagio Assareto ammiraglio, affrontata la flotta del re all’isola di Ponza, la sconfisse (1435), e agli anziani di Genova ne dava ragguaglio nel patrio dialetto in questi sensi: — Magnifici e reverendi signori; innanzi tutto vi supplichiamo a riconoscere questa singolare vittoria dal nostro Signore Iddio, dal beato san Giorgio e da san Domenico, nella cui festa in venerdì fu data la sanguinosissima battaglia, della quale siamo rimasti vincitori non per le nostre forze, ma per la virtù di Dio, avendo la giustizia dalla nostra parte. Il quarto dì di questo mese, di mattino per tempo, trovammo sul mare di Terracina l’armata del re d’Aragona di navi quattordici scelte fra venti, sei delle quali erano grosse e le altre comuni, e con uomini seimila, talchè la nave più piccola ne aveva da tre in quattrocento, le mezzane cinque in secento, e la reale ottocento, sulla quale erano il re d’Aragona, l’infante don Pietro, il duca di Sessa, il principe di Taranto con altri cenventi cavalieri. Avevano inoltre undici galee e sei barbotte. Il vento spirava dal Garigliano, sicchè era in loro potere quel giorno d’assalirci. Noi avendo a mente gli ordini vostri di non prender battaglia s’era possibile, ma soccorrere Gaeta, ci sforzammo tirare al vento, e navigammo verso l’isola di Ponza sempre seguitati dagli Aragonesi, che in poco d’ora ci ebbero raggiunti. La nave del re c’investì la prima nello scarmo di prua, e si concatenò amorosamente con noi. Avevamo dal lato opposto un’altra nave, una da poppa, una a prua. Non pensate già che i nostri marinari e patroni fuggissero, che anzi si spinsero addosso, e così rimanemmo essi e noi tutti legati insieme. Le galee aragonesi davano gente fresca alle navi loro; e le navi ci traevano bombarde e balestre ove più loro piaceva, perchè la calma era grandissima. Non pertanto, dopo combattuto dalle dodici sino alle ventidue senza riposo, in grazia della giustizia della causa nostra l’Altissimo ne diè vittoria. Primamente pigliammo la nave del re, e le altre nostre ne presero undici; una galea loro fu abbruciata, una sommersa e abbandonata, due si sono levate dalla battaglia e fuggitesi per portarne le nuove. Sono rimasti prigioni il re d’Aragona, il re di Navarra, il gran maestro di San Jacopo, il duca di Sessa, il principe di Taranto, il vicerè di Sicilia, e molti altri baroni, cavalieri e gentiluomini, oltre a Meneguccio dell’Aquila, capitano di cinquecento lance; gli altri prigioni sono a migliaja. Non so donde cominciare per degnamente riferire le lodi e le prodezze di tutti i miei compagni e marinari, insieme con l’ubbidienza e riverenza grande che mi hanno sempre usata, e massimamente il dì della battaglia; che se avessero combattuto alla presenza delle signorie vostre, non avrebbero potuto fare di più. Cristo ne presti grazia che possiamo andare di bene in meglio»[30].
Il re prigioniero, con due fratelli e un centinajo di baroni spagnuoli e siciliani, fu spedito a Milano a Filippo Maria Visconti allora signore di Genova; al quale il re colle cortesi e colte sue maniere seppe ispirare fiducia, e gli persuase come la grandezza dei duchi di Milano fosse derivata dalla debolezza dei reali di Napoli, sicchè ne sarebbe guasta, e con essa l’indipendenza italiana, se una casa francese si stabilisse laggiù, la quale certo intaccherebbe anche la Lombardia. Il freddo Filippo restò capace di quelle ragioni, e non solo il rese in libertà senza riscatto, ma il fornì di mezzi per ricuperare quel regno.
Anche l’altro re di Napoli Renato, valorosamente combattendo nelle guerre di Francia, era caduto prigione del duca di Borgogna; ma avendo con grossi sacrifizj ricuperato la libertà, si cominciò una guerra, dove i competitori fecero gara di valore e di generosità. Renato, signore di piccolo paese, esausto dalle taglie pagate per riscattarlo, nè sostenuto che da un papa esule, non avrebbe potuto pettoreggiare Alfonso, se non fossero state le bande di Giacomo Caldóra duca di Bari, che avea raggomitolato le truppe lasciate da re Ladislao, e dopo la morte di Braccio e di Sforza restava in nome di primo capitano d’Italia; ma come, lui morto, Antonio suo figlio degenere si guastò cogli Angioini, questi precipitarono; e Alfonso, scoperto un condotto sotterraneo, penetrò in Napoli; Renato, che colla bontà e col dividere pericoli e patimenti erasi fatto amare dai Napoletani, ritirossi in Francia (1442); il papa, che non gli aveva dato sin allora che promesse, lo riconobbe, e coronò re d’un paese che aveva perduto.
Alfonso, entrato trionfalmente con una corona in capo e sei al piede per dinotare gli altri suoi regni di Aragona, Sicilia, Valenza, Corsica, Sardegna, Majorca, dotò i nobili spagnuoli e napoletani suoi fautori a spese degli avversarj; al Regno aggiunse lo Stato di Piombino e l’isola del Giglio, ch’erangli come porte verso la Toscana; brigò in tutte le vicende italiane, intanto che in una corte voluttuosissima abbandonavasi alle delizie ed agli studj; manieroso e scaltrito, generosissimo nel donare, suntuoso negli spettacoli, nelle caccie, nei concerti, negli edifizj, faceasi leggere continuamente qualche classico, frapponendo erudite interrogazioni, e neppure fra l’armi lasciava Giulio Cesare e Quinto Curzio: ma Tito Livio era il suo manuale, sino a far tacere la musica per udirlo; gli parve un gran che l’ottenere dai Veneziani un osso del braccio di lui, che con solennità fece trasportare a Napoli; e Cosmo de’ Medici lo calmò, dopo un torto fattogli, col donargli un bell’esemplare delle _Deche_. Pedestre si recava a udire i professori dell’Università; e quando morì Giulian da Majano, ne fece accompagnare il mortorio da cinquanta suoi vassalli in corrotto. La più frequente sua conversazione era cogl’illustri eruditi d’allora, Giorgio da Trebisonda, il Valla, il Filelfo, il Panormita, il Manetti, il Decembrio, il Bruno, l’Aretino, Giovanni Aurispa, Giovian Pontano, Teodoro Gaza, il Crisolara. Aveva anche letto quattordici volte la Bibbia coi commenti di Nicolò da Lira, e l’allegava ogni tratto; recitava tutti i giorni il rosario, sentiva due messe piane e una cantata, nè per qualsiasi caso se ne sarebbe dispensato; alle solennità assisteva ginocchioni, scoperto, cogli occhi immoti sul libriccino; il giovedì santo lavava e baciava i piedi ai poveri, ogni notte sorgeva a dir l’uffizio, digiunava tutte le vigilie e i venerdì in solo pane, accompagnava il viatico agl’infermi[31]. Passeggiava in mezzo al popolo, e a chi gli insinuava qualche sospetto, — Di che può temere un padre tra’ suoi figliuoli?»
Sedeva egli più spesso a Napoli, dove istituì la Sacra Corte reale di santa Chiara, ossia Capuana, giustizia suprema, estesa su tutti i suoi Stati. Ai baroni napoletani concedeva nelle investiture la giurisdizione col mero e misto imperio che mai non aveano avuta, di sì preziosa prerogativa della corona facendo prodigalità perchè non s’opponessero alla successione di Ferdinando suo figlio legittimato.
Questo credeasi nato da Margherita di Hijar; e la moglie d’Alfonso fece strangolare questa damigella, che dicono coll’onor suo salvasse quello di dama più alta. Alfonso mandò la moglie in Ispagna giurando non più andarvi esso; poi, d’intesa col pontefice, in testamento nominò esso Ferdinando re di Napoli, cioè del paese da lui conquistato, mentre a suo fratello Giovanni re di Navarra lasciava gli aviti di Sicilia, Sardegna ed Aragona. In morte raccomandò al figlio: — Se volete vivere quieto, non imitate me in tre cose: primo, sbrattatevi di tutti gli Aragonesi e Catalani da me esaltati; e Italiani, massime regnicoli, elevate agli impieghi, mentr’io gli ho guardati d’occhio sinistro: secondo, i nuovi aggravj da me posti ritornate alla misura antica: terzo, conservate la pace fatta colla Chiesa, e tenetevela amica se sapete»[32].
CAPITOLO CXV.
L’ultimo Visconti. Gli Svizzeri. Il Carmagnola. Il Piccinino. Lo Sforza.
Filippo Maria Visconti duca di Milano, non sanguinario come il fratello, ma cupo e diffidente, abile a celare i sentimenti proprj e succhiellare gli altrui, fatta pace oggi, la rompeva domani per rannodare bentosto nuovi accordi; abbatteva chi dianzi aveva sollevato; diffidava di tutti, di tutti ingelosiva, nè mai sapea perdonare i ricevuti benefizj. Non solo pospose a una druda la moglie Beatrice, ma volle svergognare lei e sbarazzar sè coll’imputarla d’adulterio con un paggio Orombello, e affrontando il proprio disonore mandolla al patibolo: la posterità esita sulla colpa di lei, non perdona al rigore e alla procedura di lui. Verso i migliori condottieri alternò lusinghe e minaccie, carezze e insidie; in trentacinque anni di regno, tre sole volte convocò il consiglio generale, intanto che fidavasi a malvagi consiglieri, ad aguzzetti di sue ingenerose passioni, ad Agnese del Maino sua amica, a Zannino Riccio suo astrologo; perocchè all’astrologia sottoponeva egli spesso le sue risoluzioni. Negletto del vestire, pigro, corpulento, sul fin della vita anche cieco, e della pinguedine e della cecità vergognando, chiudevasi con pochissimi a ravviluppare una tortuosa e meschina politica, e passionato per l’intrigo, non credea ben riuscire ove a questo non ricorresse. Vero è che molti ebbe a disgustare nel ricuperare i possessi aviti; ed essi lo avversarono a segno, che molto bisogna dedurre dal male che ne dissero, e che gli storici hanno ripetuto.
Filippo Maria, estendendo il dominio, diè di cozzo in tre repubbliche, la svizzera, la fiorentina, la veneta. Talmente la storia italiana fu intrecciata colla svizzera, che ci corre obbligo d’arrestarci alquanto su questa.
Gli Elvezj, collocati nel gruppo centrale delle Alpi donde scendono i fiumi alla Germania e all’Italia, aveano opposto alla conquista romana il coraggio di montanari; poi sottomessi, parte restarono coll’Italia, parte colla Gallia e la Germania. I Barbari diretti all’Italia attraversarono quel paese, alcuni vi presero stanza, e di mezzo alla conquista e alla feudalità vi si compirono le vicende stesse della Germania e dell’Italia. San Gallo, Appenzell (_Abbatis Cella_), San Maurizio, Zurigo, Glaris, Lucerna erette intorno a conventi, le insigni badie di Einsiedlen e Dissentis, attesteranno in perpetuo che l’incivilimento vi fu recato da que’ monaci, ai quali testè parve liberalismo il negare fin un ricovero.
Molti signori si erano, al modo feudale, spartito il paese in dominj militari ed ecclesiastici, che riconoscevano la supremazia dell’Impero: vi si contavano cinquanta contee, cencinquanta baronie, mille famiglie nobili; varie città possedeano franchigie e privilegi comunali alla germanica; e attorno al lago de’ Quattro Cantoni, Schwitz (che poi diede nome a tutto il paese) godeva una tranquilla libertà all’ombra del monastero di Einsiedlen, e davasi mano con Uri e Unterwald per respingere chi a quella attentasse.
E v’attentavano di fatto i signorotti vicini, e massime i conti d’Habsburg castello dell’Argovia, e viepiù da che Rodolfo salì imperatore di Germania. Egli rispettò quelle comunali franchigie: ma Alberto d’Austria suo figlio e successore cercò ridurre que’ cantoni patriarcali in sua immediata dipendenza; e lasciava che i balii suoi soprusassero. Quei poveri ma robusti mandriani pertanto si confederarono (1307) onde resistere alla tirannia austriaca, e «in nome di Dio che ha fatto l’imperatore e il villano, e dal quale derivano i diritti degli uomini», giurarono non far torto ai signori Absburghesi, ma non soffrire veruna diminuzione de’ proprj diritti.
Alberto considerò siffatto accordo di difesa come una cospirazione ad offesa, e veniva coll’armi per punirla, allorchè tra via fu assassinato da un nipote, di cui aveva usurpato l’eredità. Leopoldo suo figlio mosse l’esercito feudale contro i confederati (1315), ma a Morgarten la sua esercitata cavalleria fu messa in piena rotta dalle subitarie bande paesane. Le vittorie assodano quella libertà, cioè l’esercizio dei diritti naturali e civili di ciascun paese: ai tre cantoni s’aggiungono Lucerna, Zurigo, Glaris, Zug, Berna, poi Aarau, Friburgo, Soletta, Basilea, Sciaffusa e Appenzell. Sempre invocando la Madonna, san Fridolino, sant’Ilario, alla battaglia di Sempach (1386) distruggono un nuovo esercito degli Austriaci, i quali, dopo altre sconfitte, sono costretti a lasciare i cantoni in pace, benchè trecento anni ancora tardassero a riconoscerne formalmente l’indipendenza. Poco mancò che gli Svizzeri traessero nella lega anche il Tirolo, lo che avrebbe anche da quel lato riparata l’Italia dalle ambizioni dell’Austria.
Nella Rezia s’erano forse ridotti in antichissimo gli avanzi degli Etruschi; poi, allo sfasciarsi dell’Impero, buon numero di Romani, come lo attesta la lingua ladina e romancia che vi si parla finora, di fondo latino mescolato al tedesco. Ivi pure acquistarono preponderanza varj tirannelli e i vescovi di Coira, per gran tempo suffraganti al metropolita di Milano: ma i popolani, alleandosi fra loro e istituendo i Comuni, ne frenarono le prepotenze. Come i nostri nel convento di Pontida, così alcuni Reti presso a quello di Dissentis radunaronsi per giurare di difendersi a vicenda; e così costituirono la lega Caddea (_ca de Dio_) (1401). Altri ne presero coraggio a domandare ai loro signori giustizia e sicurezza; e i signori adunatisi a Truns (1424), giurarono d’essere buoni e fedeli confederati nella lega Grigia, che diede agli altri il nome di Grigioni. Morto poi l’ultimo conte di Tockenburg (1436), i suoi vassalli strinsero la lega delle Dieci Dritture; e le tre a Vazerol combinarono la repubblica de’ Grigioni (1471), la quale alleatasi poco stante colla Confederazione svizzera (1497), represse gli Austriaci, ed assicurò l’intera libertà.
Libertà di fatti positivi, semplici, intesi da tutti, non stillati da accademici e da avvocati; benedetta dalla religione, assicurata col proprio sangue, e che poterono conservare fin ad oggi, mentre l’ha perduta il paese nostro che ad essi serviva d’esempio. Sventuratamente però anch’essi l’abusarono in interne riotte; poi li prese il mal vezzo di vendere il proprio valore a chi li richiedesse, e l’ambizione di voler fare conquiste. Buon’ora essi volsero gli occhi di qua dell’Alpi Lepontine e delle Retiche per agognare il bel paese, dal quale ricevevano il bestiame loro, le pelli e i formaggi.
Dalla cresta del San Gotardo piove a settentrione la Reuss nel lago dei Quattro Cantoni, per una valle inaccessibile se l’arte non v’avesse praticato il ponte del Diavolo e la buca di Uri. Salendo dalla quale verso meriggio, traversata la pascolosa valle Orsera a millecinquecento metri sovra il mare, alla vetta del Gotardo il pellegrino trovava ricovero nell’Ospizio, mantenuto con cento scudi l’anno dagli arcivescovi di Milano e dalla carità de’ fedeli. Colà incominciava il Milanese; e scendendo pel pendìo meridionale a seconda del Ticino, dopo la scoscesa val Trémola, si veniva alla Leventina, già munita di torri longobarde, indi a Giorníco e Poleggio, poi a Bellinzona, cittadina che con buon castello ed estesa mura chiudeva quel passo, non guari distante dal lago Maggiore. Qui pure confluisce la Mesolcina, valle della Moesa, donde s’ha un altro passaggio all’alta Rezia pel San Bernardino. Varcando poi il monte Cenere, si cala al lago di Lugano, che fa già parte della pianura milanese, e che, coi laghi di Como a levante, di Varese a mezzogiorno, e Maggiore a ponente, forma la contrada più pittoresca della Lombardia.
Tra le alture alpine rimanevano ancora alquante piccole signorie, come i Sax nella Mesolcina e a Bellinzona, i Rusca a Lugano, gli Orelli a Locarno; delle valli Leventina, di Blenio e Riviera il capitolo della metropolitana di Milano fin dal X secolo tenea la dominazione spirituale e temporale. Gli abitanti della Leventina aveano avuto qualche rissa coi valligiani della valle Orsera, a vendicare i quali gli Svizzeri valicarono il San Gotardo e scesero fin a Giorníco (1331); ma il signor Franchino Rusca colle buone gli arrestò. Essi Rusca poi e i signori di Milano aveano invitato ora ad ora gli Svizzeri a sostenerli colle armi; modo di invogliarli d’un paese che potea porgere e vitto ed agi alla soverchiante popolazione delle montagne. Avendo poi i gabellieri di Gian Galeazzo Visconti (1405) tolto ai coloro paesani bovi e cavalli che conducevano al mercato di Varese, i tre Cantoni montani s’appellano agli altri, e non soddisfatti dal duca, varcano le Alpi; favoriti dalle dissensioni di Guelfi e Ghibellini, occupano la Leventina, e costrettala a giurar loro fedeltà, tornano in patria. Ma essendo dai Sax assalita quella valle, gli Svizzeri di fitto verno ricompajono, e a Faído dettano la pace (1406), per duemila quattrocento fiorini acquistando quant’è fra la Leventina e il monte Cenere, compresa Bellinzona medesima, il che assicurava loro il valico alla Mesolcina e al Milanese.
Gravava a Filippo Maria il lasciare in man loro quella chiave d’Italia; onde, côlto un bel destro, sorprese Bellinzona, e tornò la Leventina a sua obbedienza (1422). Tosto le vallate del Ticino e della Moesa echeggiano del corno di Unterwald e del toro di Uri, che guidano gli alpigiani alla riscossa; ma Angelo della Pergola e il Carmagnola con seimila cavalli e quindicimila fanti gli affrontano nel piano d’Arbedo (30 giugno). Erano ben altre pugne che quelle consuete in Italia. Gli Svizzeri, maneggiando a due mani i lunghi spadoni, senza rispetti cavallereschi cacciavanli nelle pancie dei destrieri, e non davano quartiere; onde fu necessario l’estremo del valore contro gente usata a morire sul posto assegnato, e in fitta ordinanza sostenere l’urto de’ nemici, come le roccie dei loro monti rompono la piena dei torrenti. L’intera giornata si pugnò, finchè il Pergola impose a’ suoi di scavalcare: allora l’arte prevalendo, duemila Svizzeri perirono, altri infissero a terra le punte delle labarde in segno d’arrendersi, e pochi e disordinati ripassarono le valli, che aveano dianzi fatto risonare coi canti di loro avida speranza. Era quella la prima grave sconfitta che gli Svizzeri toccassero, onde per allora si tennero quieti: ma non tardarono occasioni di capiglie: e quelli di Uri ripresero la Leventina, per più non lasciarla fin alle rivoluzioni dei nostri giorni. Trovandosi aperto quel varco all’Italia, vennero a scialacquarvi tante vite, che meglio avrebbero serbate a prosperare la loro libertà.