Storia degli Italiani, vol. 08 (di 15)
Part 6
Più colla politica che col valore avea trionfato Carlo, nè però ebbe calma; e la fazione angioina, fedele al fanciullo Luigi II, erede della Provenza e delle pretensioni dei defunto duca, lungamente sconvolse il Regno. Inoltre egli si guastò affatto con papa Urbano, che essendosi piantato a Napoli, pretendeva esercitarvi padronanza, e voleva investisse a un tristo suo nipote il principato di Capua e d’Amalfi, e altri possedimenti promessi quando fu coronato: onde tempestò fra guerre e scomuniche scandalose, peggiorate dalla peste che in quegli anni rinnovò i guasti per tutta Italia. Carlo, inorgoglito dalla vittoria, era meno che mai disposto ad ascoltare le rimostranze del pontefice che pretendeva moderasse le molteplici imposte sul Regno: onde Urbano si chiuse in Nocera, pose alla tortura alcuni cardinali imputati di congiura, e scomunicò Carlo, il quale a vicenda tormentava i prelati napoletani che obbedissero all’interdetto, e mandò l’esercito ad assediare l’ostinato pontefice. Questi s’affacciava ogni tratto al balcone col campanello e colla torcia accesa scomunicando l’esercito del re, finchè dopo sei mesi vennero in soccorso truppe mercenarie, che lo trafugarono verso Salerno, d’onde s’imbarcò anelando vendetta (Cap. CXVII).
Alla sorte del Reame venne a recare nuovi viluppi la morte di Luigi il Grande d’Ungheria. Aveva egli menato frequenti guerre con Venezia, la quale conservava sempre il titolo di signora di Dalmazia, di Croazia e d’un quarto e mezzo dell’impero d’Oriente; mentre esso re, dacchè pretese al Napoletano, avrebbe trovato opportunissimo possedere Zara, anello fra i suoi paesi e la Puglia. Tentò dunque essa città, ma i Veneziani gliela disputarono, e dopo diciotto mesi d’assedio la presero. Ne serbò rancore Luigi, e favorì lo scontento degli Schiavoni, i quali dalla signoria veneta aborrivano perchè sagrificati al vantaggio della capitale, mentre sarebbero potuti fiorire di commercio diventando lo sbocco dell’Ungheria. Quando si sentì bastante vigore, Luigi intimò al veneto senato restituisse le città di Dalmazia, antiche pertinenze della corona ungherese. Il senato ricusò e fece navi; ed avendo l’emula Genova prestato a quel re sessanta galee comandate da Antonio Grimaldi, i Veneti uniti ai Catalani, e capitanati da Nicolò Pisani, a Lojera diedero una terribile rotta ai nemici (1353), prendendone trenta galee con tremilacinquecento prigionieri, che lasciarono consumar nelle carceri, oltre duemila che perirono combattendo.
Non per questo re Luigi desistette dal molestare i Veneziani in Dalmazia; e risolse attaccare Zara, Spalatro, Trau, Nona e al tempo stesso Treviso, unica città che Venezia tenesse in terraferma. Occupate Conegliano, Asolo, Céneda, que’ temuti cavalleggeri arrivarono sotto Treviso, ma prenderla non poteasi con scorridori; i quali, impazienti di lunghe fazioni, costrinsero il re a battere in ritirata, benchè forte di trentamila uomini. Meglio ordinatosi, ricomparve egli, e per tradimento ebbe la città (1354); e chiesto di pace, generosamente dichiarò bastargli il ricupero delle città spettanti alla sua corona, e che il doge rinunziasse al titolo che si arrogava su quelle, e gli provvedesse ventiquattro galee, di cui egli pagherebbe le spese.
Morto Luigi (1382), la nobiltà consentì che Maria sua figlia, da essi gridata regina, ne portasse i diritti a Sigismondo di Luxemburg, figlio dell’impotente Carlo IV. Altri nobili però gridarono Carlo III di Durazzo, che adottato da re Luigi, era cresciuto in quel reame e formatosi a quelle armi; e di fatto egli, per ambizione del nuovo non curando i disordini cui abbandonava il regno suo prisco, v’andò, ed ottenne la corona angelica; ma la regina lo fece assassinare. Giovanna era vendicata (1386). Allora va in estremo scompiglio l’Ungheria, dove i Croati accorreano a punire il delitto con altri delitti e brutalità. Côlta Maria, la mandavano a Margherita vedova di Carlo, se non si fossero opposti i Veneziani: intanto le ribellioni fiaccarono affatto l’Ungheria, e un nuovo re della Servia orientale ebbe Zara, Trau, Sebenico, Spalatro e le altre città per lo innanzi possedute dai Veneziani. Maria fu liberata da Sigismondo di Luxemburg suo marito, il quale alla morte di lei (1395) restò re del paese, che trasmise poi a Casa d’Austria.
Tra questo fare, il regno di Napoli, salito a tanta grandezza sotto i Normanni, gli Svevi e Roberto il Buono, sfasciavasi sotto i costui discendenti, e poco pesava sulla bilancia politica, mentre internamente era campo di sciagurate battaglie fra bande di ventura e stranieri semibarbari: le contribuzioni erano riscosse e consumate da costoro; non esercito nè flotta v’avea che obbedisse al re, non fortezze ben munite; esausto l’erario, effeminata suntuosità alla corte, la nazione disabituata dalla guerra, sicchè nè i padroni confidavano in essa, nè i nemici la temevano; e in conseguenza nè essa aveva a se medesima quel rispetto che salva da vergogna, nè dagli altri l’otteneva.
L’intempestiva morte di Carlo III aggiunse mali a mali; e mentre Ladislao, figliuolo di lui decenne, era proclamato re sotto la tutela di Margherita, la fazione francese dei Sanseverino salutava l’altro fanciullo Luigi, figlio di quel d’Angiò, due fanciulli in tutela di due donne meno abili che intriganti. Maria di Blois tolse a Ladislao quasi tutta la Provenza; i Napoletani, scontentati dall’avarizia di Margherita e dall’avidità de’ suoi favoriti, si sollevarono anch’essi a favore d’Ottone di Brunswick, vedovo di Giovanna e creato di Clemente VII, che a nome dell’Angioino prese Napoli. Così due papi, due re, due reggenti, fra le cui dispute i più negano obbedienza ad entrambi, entrambi li scomunica papa Urbano VI, e tutto va sossopra. Luigi II coronato in Avignone (1391), è in Napoli accolto fra gli applausi, ma presto ridotto a rassegnare ogni potere a Ladislao (1399), che riconosce il regno come benefizio della Sede apostolica[28].
Fra pericoli e congiure e guerre intestine costui s’addestrò agl’intrighi, coll’età crescendo di coraggio; perfido politico quanto Gian Galeazzo, e più valoroso, formò buone truppe, ebbe di molti partigiani, tolse tutte le fortezze ai Francesi, punì i baroni che gli avevano favoriti. La nobiltà ungherese, disgustata di re Sigismondo, offrì la corona angelica a Ladislao, che v’accorse; ma poi trovandosela contesa, vendette ai Veneziani Zara e le altre piazze di Dalmazia, nè più dandosi un pensiero dell’Ungheria, pensò ingrandire in Italia, prefiggendosi rinnovare la gloria di Federico II imperatore, e solendo dire: — O Cesare o nulla». Per assodare la monarchia deprimeva i baroni, che odiava tutti o parteggiassero pei Durazzo o per gli Angioini; impedì tenessero più di venticinque lancie ciascuno, come faceano col pretesto di pubblico servizio, ed anche queste fossero stipendiate e alloggiate dallo Stato: intanto ammise chi che fosse ad ottenere feudi, uffizj, sin la cavalleria.
Era allora la cristianità straziata dal grande scisma, e l’Italia n’andava tutta in parti e in armi, sicchè non parea far guerra al papa chi assalisse lo Stato papale. Ladislao colse il buon punto; e quando (1404), dopo morto Bonifazio IX e ne’ primi tempi d’Innocenzo VII, Roma sbranavasi fra il popolo e i grandi, egli cercò entrarvi, favorito dai Colonna e dai Savelli. Il popolo s’impadronisce di Ponte Molle e respinge il re; ma dodici cittadini ch’erano andati per trattare un accordo con papa Innocenzo, vengono côlti dal nipote di questo e trucidati. Il popolo si leva allo stormo della campana di Campidoglio, caccia il papa, saccheggia. Ladislao teneva occhio a quella preda, e mentre mena a ciancie il pontefice e i Fiorentini, occupa trionfalmente Roma: Gregorio XII, bisognoso d’appoggio contro il papa emulo, dà a Ladislao l’investitura di Roma, del Patrimonio, della marca d’Ancona, di Bologna, Faenza, Forlì, Perugia e del ducato di Spoleto per venticinquemila fiorini l’anno (1408 25 aprile); e fu il primo che se ne intitolasse re, diventando padrone dello Stato di cui erano vassalli i suoi predecessori.
Allora parvegli toccare il cielo col dito, sprezzò ogni ostacolo, e in verità perchè non potea sperare di divenir re di tutta Italia? Morto Gian Galeazzo, i Visconti erano ristretti nella Lombardia: Venezia sentivasi ancora fiaccata dal duello con Genova: questa dalle fazioni era costretta ad appoggiarsi alla protezione di Francia. Solo i Fiorentini ostavano, e poichè nol vollero riconoscere, attenti che nessun potentato preponderasse in Italia, Ladislao staggì le robe di tutti i loro mercadanti in Roma (1409), e accumulato denaro, ne corse guastando il territorio, onde il popolo lo chiamava il re guastagrano, e i Fiorentini si videro nuovamente in procinto di perdere lo Stato. Contro di lui essi presero al soldo Braccio di Montone, e favorirono Luigi II, che venne cogli ajuti di papa Alessandro V e del suo successore Giovanni XXIII, e colle scomuniche da questo avventate a Ladislao. I gigli sventolavano a capo dell’esercito, e i Fiorentini uniti a’ Senesi dissipano una spedizione mossa a conquistare tutta Italia (1410); anzi prendono Roma, dove si stabilisce papa Giovanni. Luigi, ben fornito di Provenzali e di fuorusciti, e de’ capitani Paolo Orsini, Attendolo Sforza, Braccio di Montone, vince a Roccasecca Ladislao (1411 19 maggio), facendo prigionieri quasi tutti i baroni e lo stendardo reale; ma i soldati sperdonsi a saccheggiare, poi rivendono le armi e i prigionieri per otto o dieci ducati l’uno, e Ladislao li compra, compra i soldati stessi del suo nemico, il quale deve colla vergogna ricoverare di là dai monti, ove presto finisce la vita.
Ladislao invade Roma e lo Stato, rapinando malgrado de’ Fiorentini: costringe Giovanni a disdire Luigi d’Angiò, e riconoscere Ladislao ne’ regni di Napoli e Sicilia; obbligarsi a ricondurre alla obbedienza di lui quest’isola, allora in mano degli Aragonesi; nominarlo gonfaloniere della Chiesa con quattrocentomila ducati, e perdonargli un arretrato di ducati quarantamila dell’annuo tributo, tuttociò a patto che Ladislao riconoscesse lui papa. E papa e re violarono ben presto gli accordi: il primo raccoglieva bande, flagello de’ popoli, che non impedirono a Ladislao di assalir Roma (1413) ed entrarvi saccheggiando, mentre il papa fuggiva tra pericoli e patimenti infiniti, e chiunque del suo seguito fosse preso, veniva spogliato nudo, spesso ucciso. Giustamente si dolse Giovanni a tutto il mondo di tanta perfidia, e — Chi avrebbe potuto credere alcuno audace e perverso a segno, di venirci a giurar fedeltà, domandarci l’investitura in solenne adunanza, e all’ombra di tali dimostrazioni ottener quello che non avrebbe pur eseguito in guerra aperta? Ci rifugge l’animo dal dipingere il furore con cui trattò Roma, i sacri tempj, le venerabili reliquie de’ santi»[29].
Ladislao non vi badò, e si spingea contro Bologna, sola rimasta al pontefice, ma una terribile malattia, attribuita a veleni o a filtri, e più credibilmente a lussuria, lo gettava tratto tratto in accessi di rabbia, durante i quali trascorreva alle peggiori crudeltà; sinchè frenetico morì a trentasei anni (1414 6 agosto). Maltrattò le proprie mogli, e la repudiata Costanza obbligò a sposare un altro; provvedeasi di concubine d’ogni stato; matto di superbia, non curante che de’ soldati, prodigò i beni della corona a guerrieri, vendendo uffizj e cavalierati, assodò l’aristocrazia che prima voleva deprimere; e lasciò la solita eredità di questi re soldateschi, confusione e indisciplina.
In mancanza di figliuoli, Giovanna II sua sorella gli successe, rinnovando gli scandali e i disordini della prima Giovanna; deforme e voluttuosa, perduta in licenziose feste a voglia d’indegni favoriti. Vedova di Guglielmo d’Austria, e sperando ne’ reali di Francia appoggio contro le pretensioni degli Angioini, sposò Giacomo di Borbone conte della Marcia. Ben ella s’era riservato tutto il potere; ma Giacomo volendo esser re anche di fatto, mise in prigione lei, al tormento poi a morte ignominiosa Pandolfello Alopo, che essa avea fatto gran siniscalco, conte, camerlingo, tutto. Indignò baroni e popolo quel vedere Francesi collocati in tutti gl’impieghi, e trattata da schiava la loro regina. Giulio di Capua dei conti d’Altavilla, condottiero napoletano che aveva infellonito re Giacomo contro i favoriti, allora congiurò d’ucciderlo, e ne informò Giovanna, che credette acquistar grazia col darne spia al re. I congiurati furon messi a morte; essa ebbe qualche larghezza, della quale profittando, i sudditi la liberarono e rimisero al potere; e Giacomo ridotto ad umile condizione, e fin prigioniero, poi sottrattosi, andò a morir frate.
Qui, cacciati i Francesi, vennero attribuite le dignità ad Italiani; Giovanna riconobbe Martino V, gli fece omaggio, e gli restituì Roma e tutte le conquiste di Ladislao; così suggerendole i suoi amanti, e principalmente quel che era sotterrato all’Alopo nella confidenza e nell’amore di lei, ser Gianni Caracciolo. Uomo d’intelletto e di preveggenza rara, ed amato dal popolo, al cui sostentamento aveva provveduto, avrebbe costui dominato dispoticamente se non l’avesse contrariato Attendolo Sforza.
I caporali, che andavano in volta per la Romagna col piffero e il tamburino ad ingaggiare venturieri, esibirono il soldo a un terriero da Cotignola, di nome Muzio Attendolo, che stava zappando un suo podere. Egli tentenna fra il sì e il no, e non sapendosi risolvere, lancia sopra una pianta la zappa, risoluto di restarsene al suo mestiero se ricaschi a terra. Rimase implicata fra i rami, ed egli accettò le armi, tolse un cavallo dalla paterna stalla, e colla bravura e l’arrischiatezza acquistò nome; e Alberico da Barbiano vedendoselo in un diverbio saltar contro con violenza, gli disse: — Che? vorrai tu far forza anche a me come agli altri? Ti chiameremo lo Sforza. Questo soprannome gli restò, ed egli come capo di bande eccitò ammirazione, invidie, nimicizie. Nel campo voleva severa disciplina; un uom d’arme toglie il vestone pavonazzo d’un medico, e Attendolo, messoglielo in dosso, lo manda in giro pel campo, sicchè quegli dalla vergogna s’ammazza: uno scozzone di cavalli che sottraeva biada per venderla, fa legare alla coda di cavalli e strascinare a furia: un ferrarese che teneva seco una donna in figura di ragazzo, fece vestire da femmina e girar così negli accampamenti. Corpo abituato ad ogni fatica e stento, piacevasi solo a giuochi di forza; tutt’armato, poteva montare a cavallo senza ajuto che delle staffe, e per molte miglia viaggiare sotto quello scoglio ferrato; pronto a deliberare, prontissimo ad eseguire, ardito ne’ pericoli, franco in gioventù, simulatore dopo provati i tradimenti, spregiator delle ricchezze, valoroso ma senza veruno de’ nobili concetti che fregiano il valore, soldato sempre di causa altrui.
Col famoso condottiero Tartaglia avendo contribuito alla presa di Pisa, fu da Firenze provvisto di cinquecento fiorini annui. Riuscito ad uccidere per tradimento il traditore Ottobon Terzo, dal marchese d’Este, cui rendeva Parma e Reggio, ottenne la terra di Montecchio. Roberto imperatore gli concesse per arma un leon d’oro rampante che tiene nella zampa destra un pomo cotogno. Luigi II d’Angiò e il papa lo assoldarono nell’impresa contro Napoli; ma Ladislao riuscì a tirarlo a sè, donandogli quattro castelli nell’Abruzzo; onde il papa, che pur l’aveva investito della natìa terra di Cotignola, e creato gonfaloniere della Chiesa, lo fece dipingere in più luoghi appiccato pel piede destro con un cartello che cominciava _Io son Sforza villan di Cotignola_, e ne enumerava dodici tradimenti. Che contavano i tradimenti ove unica lode era il valore? Ladislao, avutone utile servizio, lo eleva gran connestabile del Regno, e gli assegna sette castelli del Patrimonio di san Pietro; altri ne acquista egli come vassallo della repubblica di Siena; e chiamasi attorno i parenti suoi, affidando loro i comandi nell’esercito, gente tutta allevata in faticosa sobrietà, avvezza al ferire in paesane contese, e interessata a sostener lui, unico appoggio di tutti.
Alla morte di Ladislao, l’Alopo, ingelosito del favore mostratogli da Giovanna, lo sorprende e lo caccia in un fondo di torre; ma ben tosto riconosciutolo necessario, gli offre in moglie una sorella e nuovi dominj se metta a favor suo e della minacciata regina la sua banda. Re Giacomo, riuscito superiore, insusurrato da Giulio di Capua suddetto, alla sua volta lo chiude prigione, e così il gran venturiero alterna fra le catene e il comando, fra gli amori della regina e l’odio dei rivali.
Amico, poi emulo suo fu Braccio dei conti di Montone, perugino. Da una fazione espulso di patria ferito e nudo, si pose sotto al Barbiano, e ne meritò la stima, poi l’invidia, tanto che si cercò torgli la vita. Scampato, e sofferti tutti i disagi della povertà non ladra, accettò soldo di qua di là, e alfine dai Fiorentini contro Ladislao. Rôcca Contratta fu la prima terra che a lui si sottomise, donde altre soggiogò nel Piceno. Giovanni XXIII andando al concilio di Costanza, lo lasciò incaricato di tenergli in fede Bologna e la Romagna, ed esso in fatti costrinse all’obbedienza i signori e le città che se ne voleano sottrarre. Ma quando Giovanni fu deposto di papa, Bologna diede su, e Braccio patteggiò, vendendole per ottantaduemila fiorini i castelli regalatigli dal pontefice. Trovandosi un buon esercito, impinguato dalle prede di Romagna, Braccio voltò sopra Perugia sua che l’aveva esigliato, e che era difesa dal Tartaglia; trasse a sè costui con promettere d’investirlo di tutti i feudi che si torrebbero allo Sforza, comune avversario; ma i cittadini lo respingeano intrepidamente, e quantunque i magistrati avessero fin murato le porte acciocchè nessuno uscisse a scaramucciare, saltavano o calavansi dalle mura per provarsi con que’ nemici. Venivano intanto altri capitani, chi per soccorrere, chi per combattere Braccio; e sulla via d’Assisi fu mischiata una battaglia (1416), rinomata ne’ fasti di quelle bande, ove comandavano da una parte Braccio con Tartaglia, con Niccolò Piccinino e con altri; dall’opposta Carlo Malatesta con Agnolo della Pergola, Ceccolino de’ Michelotti, Paolo Orsini. Sette ore durò la mischia sotto il sole di luglio, finchè Braccio vinse; onde Perugia schiuse le porte e diede la sovranità al suo esule, cui si sottomisero Rieti, Narni e tutta l’Umbria.
Egli stabilì un governo robusto, abbellì la città, dedusse acque dal lago ad irrigare la campagna. Soleva a Perugia farsi ogni domenica di primavera un’abbaruffata tra gli abitanti della città alta e quei della piana, lanciando sassi e parandoli con un largo mantello avvolto al braccio sinistro; poi succedeano persone armate in tutto punto, ma con cuscinetti che ammortissero i colpi; infine anche i fanciulli venivano alle mani: giuoco che non passava mai senza la morte e il guasto di più d’uno. Braccio vi diede grande splendidezza, e volle che ciascuna delle città a lui sottoposte vi mandasse una bandiera. Il duca di Camerino gli sposò una sorella; i Fiorentini lo tennero sempre amico ed alleato, ed egli prometteva ad ogni loro appello andare a comandarne l’esercito; e qualora capitasse a Firenze, eravi accolto con tutto l’entusiasmo che il corrotto giudizio umano tributa alla forza soldatesca, e più quand’essa è rara.
Mentre lo Sforza stava in ceppi, Braccio procurò torgli i feudi, secondo avea pattuito col Tartaglia; di che nacque odio implacabile fra i due campioni. L’uno più arrischiato, l’altro di valore più educato ed accorto, furono capi di due scuole, emule non solo allora, ma sotto que’ grandi guerrieri che ne uscirono (dicevasi allora) come dal cavallo di Troja. Gli Sforzeschi valeano di più nella milizia, i Bracceschi nelle subitanee fazioni; questi nella disciplina e nelle particolarità, quelli nel concetto, negli appresti generali e nell’artifizio di tenersi delle riserve: nè gli uni nè gli altri utili alla patria e all’umanità, la quale non del valore ha bisogno, ma d’un valore adoprato a buona causa.
Braccio era entrato in Roma (1417), egli capitano di ventura nella capitale del mondo cattolico, intitolandosene difensore finchè un nuovo papa giungesse. Lo Sforza mosse, per ordine di Giovanna, a snidarnelo; e quegli, molestato dalle febbri, si ritirò, covando vendetta, mentre lo Sforza rodevasi di non avere sfogato la sua. Questo fu incaricato da Martino V di togliere a Braccio il principato che s’era costituito, ma nulla profittò contro quel valore esercitatissimo. Invano egli e il papa sollecitavano da Giovanna altri ajuti per fortunare l’impresa; a ser Gianni Caracciolo piaceva che fallisse, acciocchè se n’eclissasse la gloria dello Sforza: il quale vedendosi soccombere alla costui rivalità, non esitò a risuscitare le antiche parzialità dei Durazzo e degli Angioini, le quali doveano portare al paese tanti strazj e lunghissima servitù forestiera.
Respinto il bastone di gran connestabile e disdetto il giuramento, quasi con ciò disobbligasse la propria fede, lo Sforza mandò a Luigi III, succeduto al II d’Angiò, invitandolo a rivendicare i suoi diritti, fondati sull’adozione di Giovanna I; e nominato vicerè, raccolse un esercito ed investì Napoli (1420). Luigi medesimo comparve colla flotta: ma gli si opposero per mare Alfonso re d’Aragona e Sicilia, che era stato chiesto da Giovanna II e adottato; e per terra Braccio, che riconciliato col papa, n’avea avuto in feudo Perugia e le vicinanze, e l’aveva soccorso a sottomettere Bologna, e che creato conte di Foggia, principe di Capua, gran connestabile, adoprò il valore e più gl’intrighi e la seduzione contro l’esercito oppostogli. Luigi, a cui il destro nemico avea sottratto l’amicizia del pontefice e il venale coraggio dello Sforza, se ne andò in rotta; ma questa non era che la prima scena del lungo conflitto tra Francesi e Spagnuoli.
Intanto in Sicilia Federico II moriva (1377) di trentacinque anni, sempre inetto, lasciando una sola figlia Maria: e sebbene Federico di Svevia avesse determinata la successione per agnati, escludendo le femmine, il papa autorizzò Maria a succedere. S’oppose Pietro d’Aragona, finchè s’accordò di maritarla con don Martino suo nipote (1392). Ai baroni ne rincresceva, temendo non il signore forestiero li mettesse al freno: ma egli comparve con buone forze, e accolto volonterissimo dalle città, domò gli Alagona e i Chiaramonti che gli si opponevano. Ma morì improle, onde gli succedette il padre suo (1409), Martino il Vecchio, già re d’Aragona; lo perchè la Sicilia cadde nella deplorabile condizione di provincia, e vi durò tre secoli. Per giunta, il papa e i re napoletani fomentavano le discordie, già inevitabili in quella costruttura di regno, e che continuavano l’agitazione anche dopo perita la libertà.
Primeggiavano fra i baroni le famiglie de’ Chiaramonti e degli Alagona; la prima, tanto sublimata che diede una figlia in isposa a re Ladislao, propendeva agli Italiani ed era meglio popolare; l’altra agli Spagnuoli: ma e la _parzialità latina_ e la _catalana_ tiranneggiavano, strappando a sè le rendite, l’amministrazione, la guerra, la giustizia: le città, invece di maturare l’ordinamento municipale, erano predominate dai nobili, i quali eleggevano i magistrati, e cacciandone il capitano regio, vi mettevano qualche barone di loro parte, e infine le convertirono in rettorie di loro proprietà. Quando Martino II tentò dar polso alla podestà monarchica, essi baroni, sopendo le nimicizie, si collegarono a Castronovo per sorreggersi a vicenda, sorretti anch’essi dal papa; e Martino, obbligato a calare a patti, s’ingegnò di rimettere l’assetto antico, revocare alla camera le rendite alienate, munire il paese con un esercito stabile di trecento bacinetti o barbute, che cento erano di Siciliani, gli altri di forestieri.