Storia degli Italiani, vol. 08 (di 15)

Part 9

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Queste abjette condizioni lasciavano a sbaraglio Milano; onde i suoi nobili, che, secondo i vulgari raziocinj, consideravano proprio scorno il recedere il loro padrone da un’ingiusta guerra, mandarono supplicarlo a rescinder la pace, offerendo somministrargli diecimila cavalieri ed altrettanti pedoni, purchè lasciasse loro le gabelle e i tributi della città. Filippo non gradì che i cittadini rimetterser mano nelle pubbliche cose come ai tempi repubblicani; pur a rinnovare le ostilità si preparò col soldare le bande congedate dai Veneziani; e da settantamila uomini fra le due parti si trovarono a fronte nella valle padana[35]. Ben dovevano essere ancora di piccola importanza le artiglierie, se le navi venete osarono penetrare nel Po fino a Casalmaggiore, dove sconfissero la flotta milanese (1427 11 8bre); poi fra gli acquitrini di Macledio nelle vicinanze di Brescia l’esercito di Filippo fu sbaragliato dal Carmagnola. Allora si rannoda la pace; ma ecco tosto nuove rotture e nuovi accordi e nuove violazioni, secondo la versatilità di Filippo e la natura degli eserciti d’allora.

A tali termini era l’Italia, che nè per la guerra acquistavasi gloria, nè per la pace quiete. Città prese e riprese, terre sfasciate, assassinj e tradigioni alternate colle battaglie, patimenti di plebe innominata, che importano alla storia? essa parla dei capi, e de’ felici colpi di quel prezzolato combattere. Non erano più guerre per la difesa della patria, non per utile o gloria o grandi intenti, ma effetto d’intrighi, di perfidiosa politica, del bisogno di battaglie che aveano i capitani come del proprio mestiere e guadagno. Sole truppe mercenarie campeggiavano, non ispirate da amor di patria, di gloria, di libertà; le battaglie finivano con poco sangue, atteso che, al primo piegar della fortuna, i soccombenti rendevano le armi, persuasi di trovare ben tosto un nuovo impresario, ed essendo convenuto fra condottieri di danneggiarsi il meno possibile.

I vinti erano rilasciati in farsetto; i vincitori si sbandavano a godere le prede; i capitani se trionfanti dettavano legge a chi li pagava, se sconfitti esigevano compensi e ristori. Alla battaglia di Sagonara, ove Angelo della Pergola sconfisse ed ebbe prigioniero il Malatesta, se credessimo al Machiavelli, sole tre persone perirono, affogandosi nella mota. Così alla Molinella si combattè «mezzo un giorno... nondimeno non vi morì alcuno; solo vi furono alcuni cavalli feriti, e certi prigioni da ogni parte presi». Nella battaglia di Caravaggio, ove lo Sforza sbarattò affatto i Veneziani facendo diecimila cinquecento prigioni, diconsi morti soli sette soldati[36], due dei quali dalla stretta e dallo scalpitare de’ cavalli. Per tal modo un capitano, vinto oggi, al domani ricompariva in campagna con esercito non men numeroso; le guerre s’eternavano esaurendo l’erario, impoverendo lo Stato, e non assicurandolo dai nemici; paci fatte per necessità, rompevansi per capriccio; e tra i guerreggiati e i traditi, gl’Italiani doveano sentire quanto soffrano i paesi dove non sono tutt’uno la milizia e la nazione.

A Maclodio sul Bresciano ottomila corazzieri di Filippo con Carlo Malatesta suo generale, e gli equipaggi e le ricchezze erano caduti prigionieri de’ soldati del Carmagnola, i quali trattandoli da commilitoni, subito li prosciolsero, onde tornarono al duca senz’altro avere perduto che le armadure. Due soli artefici di Milano offersero al duca quante armi bastassero per quattromila cavalieri e duemila pedoni; tanto vi fioriva questa manifattura: e Venezia vincitrice si trovò a fronte quegli stessi che dianzi avea vinti.

Che il Carmagnola avesse disposto dei prigionieri a suo talento, spiacque all’ombroso Governo, e sospettollo d’intelligenze coll’antico suo signore; e tanto più dacchè sul Po la flotta milanese, guidata da Pacino Eustachio e da Giovanni Grimaldi genovesi, sconquassò la veneziana (1431 22 maggio), ch’era costata seicentomila fiorini. Imputando il Carmagnola di quel disastro, stabilirono torlo di mezzo: e perchè arrestare un capitano fra un esercito a lui devoto non era agevol cosa, l’invitano a Venezia (1432) sotto finta d’interrogarne l’esperienza, l’onorano in ogni modo, poi i Dieci l’arrestano, il processano; «non volendo confessare, fu posto alla corda; e non potendo trarlo su per un braccio ch’egli aveva guasto, gli fu dato fuoco a’ piedi, per modo che subito confessò ogni cosa». Fu mandato al supplizio (5 maggio) col bavaglio in bocca; trattane al fisco la sostanza, che valutavasi a trecentomila ducati; provvisto alla moglie ed alle figliuole. Il popolo tremò ed applaudi: la posterità, anche dopo conosciuti gli atti di quel processo, rimane dubbia sulla reità di lui, e lo colloca fra quelle vittime delle procedure segrete, che dalla pubblica coscienza attirano compassione per sè, esecramento su chi le fa[37].

Genova sappiamo che erasi sottoposta a Filippo Visconti, sicchè quando essa nella battaglia di Ponza (pag. 84) fece prigioniero Alfonso re d’Aragona e di Sicilia, a lui lo mandò. Il re seppe cattivarsi Filippo in modo che ne fu lasciato andar libero. Tante iniquità, tanto egoismo non nocquero mai al Visconti, come questa insolita generosità; perocchè i Genovesi, indispettiti che egli disponesse a sua voglia del frutto di così insigne vittoria, si sottrassero all’obbedienza del duca (1453 27 xbre), scannarono a furor di popolo il suo governatore, rivollero la repubblica, e con essa lo strazio delle fazioni.

Nel calcolato favore di Filippo, al Carmagnola era sottentrato un altro prode. Quando Sforza Attendolo perì, l’esercito suo, unica assicurazione de’ privilegi e dei possessi che i principi gli aveano accordati per paura, sarebbesi sfasciato, se Francesco, uno de’ tanti figliuoli che esso aveva d’amore o di nozze, non avesse tenuto congiunte quelle masnade, obbedienti quegli uffiziali, dando già indizio di quella destra politica, che dovea poi alzarlo al più bel dominio italiano. Reso famoso in tutti i fatti d’arme d’Italia, e sentendo quanto valesse una buona spada, non s’accontentava ai dominj paterni; e battendo più alto la mira, e sempre crescendo d’importanza, giunse a ottenere che Filippo gli promettesse la mano di Bianca, unica sua figlia naturale. Appena uscito per lui di pericolo, il duca se ne pentì e ricusò; onde lo Sforza andossene, e nell’Anconitano si formò colla spada un marchesato sotto la supremazia del pontefice; poi non bastando a mantenere le proprie masnade, si acconciò a servizio de’ Fiorentini. Questi aveano condotto con varia fortuna e mirabile costanza la guerra; ma poi Nicolò Piccinino, il quale aveva assunto l’esercito di Braccio di Montone, si pose col Visconti e in riva al Cerchio sconfisse i Fiorentini, togliendone l’artiglieria, le munizioni e quattromila cavalli. Essi vidersi allora costretti a cedere Lucca ed accettar la pace; nella quale però anche Filippo rinunziava ai fatti acquisti e alle alleanze in Romagna e in Toscana, per non avere più titolo di brigarsi nelle vicende di questa.

L’astuto finse allora congedare il Piccinino, ma gli diede segreta istruzione di devastare la Toscana, la quale, vistasi ingannata, e costretta a far nuove armi, si chiamò felice di trarre sotto ai gigli suoi Francesco Sforza.

Ecco a fronte i due maggiori capitani del tempo, rappresentanti le due antiche scuole di Braccio e d’Attendolo. Il Piccinino, sebbene disavvenente di corpo e infelice parlatore, spingeva al sommo il merito di Braccio, vale a dire la celerità de’ movimenti, audace fin alla temerità, indomito dall’avversa fortuna. Francesco dalle diverse scuole sceglieva il meglio, e sapeva col genio avvivarlo; maschio di corpo e d’animo, il male non proponevasi, ma non ne rifuggiva se utile; entrambi caldi di odj, ma ricchi di quella bontà che non di rado si palesa pe’ soldati, ed è riparo o compenso alla facilità che hanno di far male.

Lo Sforza erasi mostrato propenso alle repubbliche, massime a Firenze, non perchè sentisse in quel senso, ma per tenere in ombra Filippo, o per far contrario al Piccinino che a questo conservava fede. Non volendo però scontentare in tutto il duca, nè sfasciare uno Stato sul quale spingeva i desiderj, lasciò alquanto in tentenno la guerra: ma quando si vide zimbello alla peritanza e finteria di Filippo, calò la buffa, e parve decidere delle sorti d’Italia coll’accettare dai federati il bastone, con novemila zecchini al mese dai Veneti, ottomila quattrocento da’ Fiorentini.

I due emuli capitani fecero gara di valore e d’abilità, sul Veneto, in Toscana, nella marca d’Ancona portando a vicenda la devastazione. Novamente famoso venne per durata e fierezza l’assedio di Brescia, invano sostenuto dal Gattamelata, e dove Brigida Avogadro menò le donne a respingere il Piccinino. «Tutto il popolo notte e giorno lavorava a far riparo di dentro a’ muri; vi lavoravano femmine, putti, donne, preti, frati, giudici, tali e quali. Il Piccinino solariò il fondo della fossa di graticci, e fece la via per venire in cima del terraglio. Dirai, _Che facevi voi che nol vietavate?_ dico che come noi ci facevamo sul terraglio, egli tirava con quelle bombarde. Oh quanti ve ne furono morti di noi cittadini!» E quando salirono all’attacco «si cominciò una riotta con noi di dentro, per modo che, colla grazia di Dio, furono urtati giù. Avreste veduto quelli uomini d’armi traboccar giù per quel terraglio con que’ suoi pennacci a volta voltone che era una consolazione. Di bombarde, di schioppetti, di verrettoni, di sassi che si tiravano, parea che l’aria si oscurasse: parea che tutto il mondo si aprisse di tamburi, di trombette, di gridori, di campane a martello..... Avreste veduto il popolo, femmine, zerlotti, piccoli e grandi, che correvano giù ai luoghi dove si davano le battaglie, chi con pane, chi con formaggio, chi con vino, chi con confetto per reficiare que’ cittadini combattenti, e que’ soldati ch’erano con noi. Voi avreste veduto la gente d’arme de’ nemici in belle battaglie che tenevano dal brolo del vescovo fino a San Pietro Oliviero, tutti quanti a cavallo: e quando si davano le battaglie, si scambiavano sotto di squadra in squadra, smontavano da cavallo, e venivano alla battaglia: ma tosto loro veniva talento di ritornare a dietro»[38].

Brescia sempre eguale a se stessa! I Veneziani, per la nimicizia del marchese di Mantova non potendo mandar navi pel Po nel Mincio, e da questo nel lago di Garda, divisarono un fatto arditissimo, suggerito da un Sorbolo candioto. Avviarono su per l’Adige due galere grandi, tre mezzane e venticinque barche, poi strascinandole a forza di cavalli e di bovi traverso al frapposto Monte Baldo spianando e sgombrando, le gettarono in esso lago a Tórbole: meraviglia e terrore, che il Piccinino dissipò bruciandole.

Ma alfine Brescia fu salvata, sebbene da fame e peste ridotta a metà abitanti. Francesco Barbaro provveditore e famoso grecista, fu chiamato a Venezia coi cento gentiluomini che più aveano contribuito a quella difesa, accolti dalla Signoria, abbracciati dal doge che li proponeva quali modelli ai sudditi della Repubblica, ed essi e la loro posterità esimeva da ogni imposta; al Comune poi rilasciaronsi ventimila ducati, che il fisco ritraeva annualmente dai mulini[39].

Il Piccinino, smaniato d’acquistare il dominio che era stato di Braccio, si fa mandare dal Visconti nell’Umbria, guasta la Toscana, e ad Anghiari (1440 29 giugno) a’ piè de’ monti che separano la val del Tevere da quella di Chiana assale le truppe pontificie di tremila corazzieri e cinquecento pedoni, e le fiorentine di otto in nove mila cavalli, comandate da Gian Paolo Orsini, e rimane sconfitto e prigioniero: se non che i vincitori sbandatisi non proseguirono la vittoria e la resero inutile, perchè il Piccinino ebbe raggomitolati ben tosto tutti quelli che avea perduti, e tornò in Lombardia a rifarsi col saccheggiare terre di amici. Tuttochè guelfo, disprezza le scomuniche paragonandole al solletico, che lo sente chi lo teme; s’insignorisce di Pontremoli e di Bologna; ed è adottato nelle case dei Visconti di Milano e d’Aragona di Napoli. Anche gli altri capitani a stipendio di Filippo Maria chiedevano sovranità: Alberico da Barbiano voleva Belgiojoso; Lodovico Sanseverino, Novara; Lodovico del Verme, Tortona; Talian Friulano, Bosco e Frugarolo; altri altro. Il duca, che aveva rimosso lo Sforza onde non farlo sovrano, credette allora minor male il richiamarlo, e gli concesse la mano di Bianca (1441), e in pegno della dote il contado di Pontremoli e Cremona. La pace di Cavriana, fatta sotto la mediazione dello Sforza e a malgrado del Piccinino cui essa strappava un’immancabile vittoria, rintegrò nei primieri confini il duca, le repubbliche di Venezia, Genova e Firenze, il papa e il marchese di Mantova.

Che valevano le paci generali, quando duravano le particolari animadversioni de’ capitani? Francesco mosse per vendicarsi d’Alfonso il Magnanimo, che gli aveva occupati i feudi paterni nel Reame: ma Filippo Maria tornatone geloso, s’accordò con Eugenio IV per torgli la marca d’Ancona, ridiede il suo favore al Piccinino, che dichiarato gonfaloniere della Chiesa, noceva il più possibile all’irreconciliabile suo emulo, e d’ordine di Filippo assediò Pontremoli e Cremona.

Il gran capitano, a cui la generosità non impediva di levarsi d’attorno coi supplizj e col ferro gli emuli, vedeasi tolta pezzi a pezzi la sovranità militare ch’egli erasi formata nel cuore dell’Italia, e soccombeva alle tergiversazioni del suocero e alle infedeltà di papa Eugenio; quando i Veneziani, guardando come lesa la pace di Cavriana, si allearono coi Fiorentini, presero al soldo varj condottieri, e sotto Michele Attendolo mandarono l’esercito a’ danni del duca, e dopo la vittoria di Mezzano sopra Casalmaggiore si spinsero fino a Monza e Milano. Il Visconti, sbigottito dal vedere Venezia ostinarsi al conquisto della Lombardia, si rappattumò col genero, il quale comprendeva che se la Lombardia toccasse ai Veneziani, più nulla avrebb’egli a sperarne, mentre invece la disputabile successione di Filippo aprivagli ambiziose eventualità. Accettò dunque il comando supremo sulle armi e le fortezze; dugentomila fiorini d’oro l’anno per mantenere l’esercito suo e quello lasciato dal Piccinino, il quale, dopo essere stato uno degli arbitri di questa sbranata Italia, era morto (1444 15 8bre) col dispiacere di non avere nè ingrandito se stesso, nè ottenuto gratitudine da quelli cui aveva servito.

Poco poi Filippo Maria, sempre passionato per l’intrigo, si lasciò di nuovo menare dai Bracceschi e dagli altri che invidiavano l’incremento dello Sforza; e rompea seco di nuovo, allorchè morte lo colse (1447 15 agosto), e con lui terminava la stirpe de’ Visconti.

La quale fu con lode ripagata della protezione che concesse ai dotti d’allora, e il Filelfo, il Barziza, il Panormita, l’Offredi, il Decembrio ne tesserono la storia e la falsarono. Del resto già vedemmo come la Lombardia fosse una monarchia militare, non temperata se non dalle arti che ad un governo intelligente sono insegnate dal desiderio di conservarsi; i Milanesi la sopportavano anzi rassegnati che contenti; e il desiderio della libertà erasi illanguidito a segno, che al più si aspirava a cambiare tiranni: la pace e la guerra, la ricchezza e la felicità del paese, la tolleranza o punizione dei delitti dipendevano dal principe.

Sovratutto mancava quel che ai popoli più è necessario, pace, e pronta ed eguale giustizia; anzi le prepotenze pareano favorite dai dominanti. Giovanni Gámbara, signorotto del Bresciano, faceva cogliere da due bravi una tal Bartolomea che avea detto male di sua moglie Subrana, e mozzarle la lingua; il podestà condannò al taglione il Gámbara e la moglie, ma essi interposero un fratello della mutilata, che li riconciliò con questa; e Gian Galeazzo Visconti concedette perdono. È scritto che Giovanni Palazzo ottenesse da Gian Maria che Guelfi e Ghibellini del Bresciano potessero combattersi sei mesi, salva la fedeltà al principe, e commettere qualsivoglia misfatto tra loro. Esso Gian Maria nel 1401 mandava podestà ad Asola Giovanni Visconti e capitano Giorgio Carcano, i quali spinsero tant’oltre l’audacia, che niuna fanciulla poteva andare a marito senza avere passato tre giorni nel loro palazzo: gli Asolani stancati li trucidarono, e i Bresciani in punizione distrussero Asola[40]. Quando manchi la giustizia, più non rimane garanzia di sorta, nè altro si può che abbattere il dominante per mettersi al posto di lui e divenire oppressori.

Pure costoro erano principi nostrali, e i Lombardi compiacevansi della loro grandezza, giacchè nol poteano della propria felicità; compiacevansi alla splendidezza della Corte, alle regie parentele, alle frequenti comparse, ai clamorosi pranzi, ai clamorosissimi funerali, a quel lusso di sfarzo e spesa più che di gusto, alle feste che frequenti si rinnovavano per nozze, per paci, per venuta di principi. Fu volta in cui Filippo Maria ebbe ospiti papa Martino V e l’imperatore Sigismondo, e prigionieri il re di Napoli e quel di Navarra; in un mazzo di carte (giuoco allora nuovo) dipinto da Marzian di Tortona spese millecinquecento monete d’oro.

Le sevizie di que’ principi possono paragonarsi al morso di un cane rabbioso, che nuoce solo a chi lo avvicina; mentre una pacata signoria può indurre gli effetti della malaria, generale spossamento e tabe irremediabile. Perocchè del resto essi cercavano il prosperamento del paese, sia per trarne di più, sia per non iscapitare al confronto de’ vicini. L’agricoltura procedea di meglio in meglio, sull’esempio de’ monaci, principalmente de’ Cistercensi, che verso il Lodigiano e il Pavese aveano introdotto i prati stabili e le cascine; si miglioravano le razze de’ bovi; de’ cavalli, celebri per grossezza e forza, molto spaccio faceasi in Francia. I lavori di seta crebbero principalmente dacchè nel 1314 molti fabbricanti di Lucca, fuggendo la tirannia di Castruccio, ricoverarono a Milano. I Lombardi andavano in Francia, in Fiandra, in Inghilterra a raccattar lana, che poi tinta e tessuta mandavano colà donde ora ci vengono i panni fini; e per tutta Europa correvano le monete d’oro colla biscia. I nobili non prendeano vergogna del mercatare, e sulle matricole figurano i Litta, i Dadda, i Bossi, i Crivelli, i Gusani, i Dugnani, i Medici, i Melzi, i Porro, i Bescapè, i Castiglioni, i Pozzobonelli. I Borromei da San Miniato si trasferirono qui vendendo panni grossolani, e stabilendone una fabbrica; e subito Filippo Maria prese un Borromeo per direttore della finanza, e poco dopo Luigi XII di Francia levava al battesimo un figliuolo di quella casa[41].

Le arti, divise in venticinque _paratici_ o consorzj, con bandiera, statuti, assemblee distinte, esercitavano ogni sorta mestieri, e all’uopo prendeano le armi. Singolarmente i Lombardi guadagnavano in operazioni di banco, avendone stabiliti in tutte le città d’Europa. Milano era sì ricca, che diceasi in proverbio bisognerebbe distrugger lei chi volesse rifare l’Italia; e udimmo i nobili esibire a Filippo di mantenergli stabilmente diecimila cavalieri ed altrettanti pedoni se lasciasse loro le entrate della città. L’estimo del 1406 dà ai beni mobili e stabili della città e dei corpi santi il capitale valore di tredici milioni dugencinquantamila zecchini. La popolazione cresceva, benchè guasta da pesti ricorrenti; e i primi provvedimenti di polizia sanitaria menzionati sono i milanesi.

Il servaggio principesco alterava la semplicità de’ costumi, e senza credere alle declamazioni, è a supporre s’imparasse a chinar la fronte a quello in cui mano erano il denaro, la forza, la legge, ed a quella serie di bassi che comandano agli altri; catena di soggezione, che cominciata non finisce più. Nondimeno durava un vivere patriarcale, nè la Corte era distinta dalla città quanto nei tempi posteriori; e benchè i nobili godessero molti privilegi, pure le condizioni si trovavano spesso mescolate nei pubblici convegni ed alle feste ecclesiastiche o civili.

Se si pensi che non v’avea truppe stanziali, primario rinfianco della tirannia; che il duca vivea tra gente nostra, con nostri consiglieri, fra tante corporazioni organizzate e armate, fra privilegi di arti, di corpo, di stato, si vedrà che il despotismo non poteva sbizzarrire senza contrasto; le memorie della prisca libertà non erano perite, non poteasi a voglia gravar le imposte, gli statuti frenavano anche il principe, le fazioni di Guelfi e Ghibellini opponeano potente contrasto, sicchè la tirannia non era sistematica ma di eccezione. Que’ principi pesavano più volentieri sui nobili per torsene l’ostacolo e rapirne le ricchezze; non per questo si rendeano popolari, comunque talora grossolani: e la plebe anch’essa sapeva resistere, e piegando non dimenticava d’avere dei diritti.

Tutti questi avvenimenti potemmo divisare senza tampoco far motto d’un altro imperatore calato in Italia. La Casa di Luxemburg, così meschina sotto il cavalleresco Enrico VII, era giunta a possedere tanti dominj, quanti mai quella di Hohenstaufen; in un secolo avea dato quattro imperatori, Enrico VII, Carlo IV, il vituperevole Venceslao che fu deposto, e suo fratello Sigismondo, che al tempo stesso era elettore di Brandeburgo, re di Boemia e d’Ungheria. Bello d’aspetto (tal ce lo descrive Leonardo Aretino che lo conobbe), alto della persona, nobile, vigoroso, magnanimo in pace e in guerra, eloquente, amante le lettere, liberale oltre le sue scarsissime entrate, trovavasi sempre bisognoso di denaro, e perciò costretto a vendere la propria alleanza e protezione, interrompere le imprese, mancare ai propositi; e più che all’impero badava a crescere i suoi Stati ereditarj, dai quali derivò poi la grandezza di Casa d’Austria.

Talmente Venezia spingeva la gelosia per l’eguaglianza delle sue famiglie patrizie, che, avendo il re di Ungheria chiesto per moglie una Morosini, la Signoria obbligò il padre a rinunziare ogni diritto paterno, e l’adottò come figlia della Repubblica. Quando, durante lo scisma, fu eletto papa Angelo Corrér (1406) col nome di Gregorio XII, benchè egli cercasse cattivarsi i Barbarigo, i Morosini, i Condulmer con cappelli cardinalizj, fu sempre guardato di mal occhio, giudicandosi pericoloso un pontefice legato coi senatori; e appena il concilio di Pisa lo dichiarò scaduto (1409), la Signoria non solo s’affrettò a riconoscere il surrogatogli Alessandro V, ma a lui profugo negò stanza ne’ suoi dominj[42]. Ito nel Friuli, papa Gregorio venne a rissa con quel patriarca che era tedesco, e lo cassò surrogandogli Anton da Ponte nobile veneto. L’imperatore Sigismondo, dichiaratosi protettore dell’espulso, menò le cose di modo, che venne a rottura con Venezia. Questa repubblica da Ladislao, competitore di Sigismondo al trono d’Ungheria, aveva comprato per centomila fiorini la città di Zara; ridomandando la quale e le antiche città imperiali, Sigismondo entrò sul Veneziano (1413) guastandolo e ribellando: ma Venezia strinse lega difensiva con Nicolò III d’Este, i conti Porcia e Collalto, i Malatesti, i Polenta, i signori d’Arco e Castelnuovo, Castelbarco, Caldonazzo, Savorgnano; e questi, e la rigidezza dei vicarj di Sigismondo, la poca costanza degli Ungheri ch’egli versava di qua dell’Alpi, il valore del condottiere Filippo d’Arcoli, fecero trionfare il leone veneto per tutto il Friuli.

Dalla Marca Trevisana Sigismondo pensò fare una corsa in Lombardia senz’armi. Liete accoglienze gli profusero i tirannelli: a Cremona col papa vagheggiò dal torrazzo la pianura lombarda; a Cantù ricevette omaggio da Filippo, il quale però nol volle accogliere in Milano; istituì de’ vicarj imperiali, cui faceano capo i Ghibellini per onestare la loro tirannide: ma nessuna efficienza ebbe sulle vicende italiane.