Storia degli Italiani, vol. 08 (di 15)

Part 48

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[261] Nel 1280 il conte Bertoldo, per indur pace fra’ Lambertazzi e Geremei, convocava i signori e il popolo, tra il quale i consoli delle compagnie del Leone, de’ Beccaj, de’ Lombardi, de’ Toscani, delle Stelle, della Branca, del Griffone, dell’Aquila, delle Spade, delle Sbarre, de’ Leopardi, delle Schife, delle Traverse, delle Ballerie, de’ Castelli, de’ Quartieri, delle Chiavi, dei Balzani, della Branchetta, de’ Vari, degli Stracciajuoli, comminando a ciascuna compagnia duemila marche se non comparissero. Quest’erano compagnie d’armi. Di arti erano quelle dei Cordovanieri, delle Stelle, de’ Cambiatori, de’ Mercanti, de’ Notari, de’ Caligari, de’ Calzolaj, de’ Pescatori, de’ Pellicciaj, vecchi e nuovi, de’ Linaruoli, de’ Conciatori e Cuojaj, de’ Drappieri, de’ Falegnami, de’ Muratori, de’ Fabbri, de’ Sarti, dei Bacilieri.

Le arti in Genova verso il 1250 erano albergatori e osti, arcadori, balestraj, bambagiaj, barbieri, barilaj, sellaj, calzajuoli, calzolaj, cappellieri, cambiatori, correggiaj, coltellinaj, drappieri, funajuoli e fabbricatori di vele, fornaj, giojellieri, minutieri, orefici, macellaj, maestri di ascia, calafati, muratori, legnajuoli, conciapelli, pescatori, remolaj, sartori, canovaj, incettatori di grasce, scudaj, spadaj, speziali, tavernaj, tintori, tornitorj, facitori di travi e puntelli, ciotolaj; in tutto trentatre maestranze, e non v’appare distinzione di maggiori e minori. V. SERRA, Annot. al lib. IV; ma discordiamo da lui sul senso di _callegarii_ e _zotolarii_.

Delle arti di Firenze si vedono gli stemmi scolpiti sul Magistrato della Mercatanzia, ora uffizio del Bollo; e sono per l’arte di Calimala aquila d’oro su balla bianca in campo rosso; pei cambiatori, fiori d’oro in campo vermiglio: pe’ giudici o notaj, stella d’oro in azzurro; pe’ medici e speziali, la Madonna col bambino in fondo rosso; pe’ lanajuoli, agnello bianco con bandiera vermiglia; setajuoli, porta rossa in campo bianco; per i pellicciaj e vajaj, vaj bianchi e celesti, e agnello con bandiera e croce. Delle arti minori portarono, i beccaj, montone nero in campo bianco; i calzolaj, tre traverse nere in campo bianco; cuojaj, scudo metà bianco e vermiglio; muratori e scarpellini, scure in campo rosso; oliandoli, leone rosso rampante con olivo; linajuoli, bandiera a metà bianca e nera; magnani, due chiavi legate in campo rosso; spadaj e corazzaj, corazza e stocco in fondo bianco; coreggiaj, un legno dimezzato per traverso; legnajuoli, palma verde con cassetta rossa al tronco; albergatori, stella rossa in bianco.

Mantova nel 1208 aveva le corporazioni de’ giudici, notaj, fabbricatori di pannilani, calzolaj e conciatori, beccaj, ferraj, _rioberj_, pellicciaj, speziali, tessitori di lana, sartori, pescatori, merciaj, barbieri, venditori di panni a ritaglio, tintori di lana, fabbricatori di pignolati, tintori e cimatori di pignolati, _corregatores_, linajuoli; e caduna aveva quattro capi e altrettanti consiglieri; tutti i membri erano notati; restava escluso chi non avesse dieci anni, e i garzoni; ogni socio doveva una tassa annuale, col che e con altri proventi formavasi una cassa per soccorrere gl’infermi e per altre beneficenze; ciascun corpo decideva sulle cose risguardanti il proprio traffico, sino a certe somme. _Statuti_, lib. IV, rub. 1.

[262] Non qui solo i monaci adopravano il loro ozio alle manifatture, ma stavano in mano loro, a tacere altrove, quasi tutte quelle d’Inghilterra e di Scozia. Balducci Pegolotti ricorda tutte le magioni de’ Premontresi, dell’ordine di Promuxione ecc., che faceano traffico.

[263] G. VILLANI, _Storie_, XI, 93; _Della mercatura de’ Fiorentini_, II. 102. I prezzi del Villani sono da ragguagliare oggi al quintuplo.

[264] Pag. 295. Nella _Tariffa milanese_ del 1216 son notati come capi d’importanza i panni comaschi; e il loro transito è pure indicato in una di Modena del 1306.

[265] TARGIONI TOZZETTI. _Viaggi_. Nello statuto di Pescia 1340 è ordinato di piantar mori gelsi e otto pedali di fico ogni coltra di terra. Un bando del 3 aprile 1435 ordina in ciascun podere per lo meno cinque pedali di mori gelsi _bianchi_; e sotto l’effigie del pesciatino Francesco Buonvicini nel palazzo del Comune in quell’anno gli è dato lode d’aver portato

alla sua patria questa pianta, Dalla qual nacque poi ricchezza tanta Che in ogni luogo si noma il Delfino.

Negli statuti dell’arte di Por Santa Maria a Firenze è registrato che «nel 1423 per l’arte si cominciò a fare i filugelli in Firenze, e furono eletti sei cittadini a farci fare l’esercizio dei filugelli bigatti, e trarne la seta». Vincenzo Chiarugi nel _Saggio delle malattie cutanee sordide_, 1798, all’art. _Lebbra_, pag. 174, dice che fin dal 1186 in Toscana era istituito uno spedale per la cura de’ lebbrosi lavoranti di lana e seta.

[266] MORBIO, _Codice Visconteo Sforzesco._

[267] _Antiq. M. Æ._, II. 332.

[268] GIANNONE, _Storia civile_, XXVII. 3.

[269] _Documenti al_ TOMMASI, _Sommario della storia di Lucca_, pag. 63.

[270] MANNI, _De Florentinis inventis commentarius_; e PAGNINI, tom. II. p. 100. I tintori da antico ebbero uno spedale proprio, fondato con spontanee elargizioni. Le tintorie fiorentine conservano ancora l’antico credito, co’ perfezionamenti che vi recò il raffinarsi de’ preparati minerali. Il gallato di ferro dà il famoso nero; l’azzurro di Raymond, introdotto da questo nel 1811, fu perfezionato dal professore Andrea Cozzi, avvivando la seta tinta dell’azzurro di Prussia con un bagno di campeggio sostenuto da idroclorato di deutossido di stagno. L’arsenico solforato e il cromato di piombo furono applicati dal dottore Calamandrei alla tintura; oltre che vi si adoprarono vegetali comuni, come le bacche di ginepro ancora acerbe per far giallastra la lana, la pula di castagne pel color ceciato delle tele cotone, ecc.

[271] Dal 1812 al 25 fu il maggior fiore di questa manifattura, che introduceva fin dodici in quattordici milioni all’anno; e v’ebbe qualche cappello che fu pagato sin mille lire.

[272] ANDERSON, _Hist. commerc_., pag. 371.

[273] MANNI, _Veglie piacevoli in Dino di Tura_. In Francia i falliti portavano berretto verde, messo loro dal boja dopo espostili alla gogna. Gli statuti di Casale Sant’Evasio pongono: _Quicumque captus et detentus, volens cedere bonis suis, admittatur ad bonorum cessionem... probet coram judice Casalis se stetisse in carcere comunis per dies sexaginta die noctuque, et ista probacione facta, voce preconis premissa, per servitores comunis in publica concione publice et alta voce super lapidem comunis cridet et protestetur, quod ipse talis captus cedit bonis, et omnia bona sua et presentia et futura, exceptis vestibus de dosso ipsius cedentis, libere dimittit, et relaxat creditoribus suis liberam licentiam accipiendi et auferendi ejus bona quocumque et ubicumque ea invenerint, eorum propria auctoritate, usque ad solutionem integram ejus quod habere debent... Et ille qui amodo cedet bonis, non possit habere aliquem honorem vel aliquod officium, qui vel quod descendat a comune Casalis. — Monum. Hist. patriæ,_ Leges 987.

Nello statuto antico di Civitavecchia, tradotto nel 1451 e stampato nel 1853. il c. XXXVI del lib. I. porta: _Come se renunzia a li beni suoi dando le natiche al pietrone_.

«Statuimo che qualunque renunzierà o vorrà renunziare li suoi beni, questi non usi quello beneficio nè lo possa usare salvo non renunziasse con le solennità et modo infrascritto. Cioè, tale volente renunziare a li beni deve uscire de la sala del palazzo del Comune et ire sino a la piaza del peso, e debanli andare nante li tubatori sonando colle trombe, intanto che, con nude le natiche, dica tre fiate _Cedo bonis_, che vuol dire renunzio et do luogo a li miei beni, percotendo le decte natiche così nude fortemente ne la pietra. Et poi questo deve stare un mese fora de Civitavecchia et suo distretto. Et questo non abbia luogo nelle femine, le quali possano renuntiare a li beni secundo la ragione comune, senza le predecte solennità».

[274] _Liber jurium_, vol. I. p. 1180.

[275] _Monum. Hist. patriæ_, Chart. II.

[276] Lo statuto di Pisa del 1161, rubr. V. _De modo cognoscendi et judicandi_, già stabilisce la procedura mercantile sommaria: _Statuimus ut quæstio de marinaratici, et nauli, et mercibus amissis seu deterioratis in navi vel ligno, a consulibus maris summatim et extra ordinem dirimatur._

[277] Possediamo siffatti statuti di molte città italiane, e nominatamente di Trani e Amalfi, la cui _Tavola_ fu edita a Napoli nel 1844 dal principe d’Ardore, copiandola dai manoscritti del Foscarini: _Capitula et ordinationes curiæ maritimæ nobilis civitatis Amalphæ, quæ in vulgari sermone dicuntur la Tabula de Amalphu, nec non consuetudines civitatis Amalphæ._

Al testo del _Consolato de’ fatti marittimi_ suol precedere una nota, che indica i paesi dove quello fu accettato; per esempio, Roma nel 1075, Genova nel 1186; ma non ha aspetto d’autenticità. Carlo Targa e Giuseppe Maria Casaregi, giureconsulti genovesi, illustrarono il _Consolato_ in modo che i loro commenti divennero regola della navigazione del Mediterraneo.

Il _Consolato_ sanciva che, in tempo di guerra, le merci neutre caricate dal nemico sono libere, e non possono sequestrarsi, mentre invece la bandiera neutra non protegge merce nemica. Al contrario, le città del Baltico sosteneano il mare libero, non per generosità e giustizia, ma perchè soli navigando quel mare, vi trovavano il proprio conto, senza concedere reciprocanza alle potenze belligeranti. Sono divergenze che furono dibattute nei libri, nei congressi e colle armi.

[278] _Excipimus præstantias de mari, quas marinarii inter se facere consueverunt, et credentias quas socii tractores facere consueverunt: verbigratia quas faciunt in Sicilia ad moccobellum vocatus, vel alias similes._ Rubr. XLII.

[279] Il marco d’oro che oggi vale lire 848, nel 1300 valeva lire 55.10; e quello d’argento lire 2.10: sicchè la proporzione fra i due metalli era: 22 : 1.

[280] _De usurariis puniendis_, lib. I. tit. 6. «Questo iniquo e scandaloso traffico (del prestare) era il più favorito mestiere dei Lombardi... Di così pestilente costume ho io trattato altrove». Sono parole del buon Muratori, _Annali_ al 1226.

[281] _Delizie degli eruditi toscani_, XIX. 97. L’aggiotaggio all’alto e basso è perfettamente descritto da Marchione di Coppo: «Molti incantavano del Monte (del debito), e diceano: _Lo Monte vale trenta per centinajo; io voglio poterti dare da oggi a un anno, ovvero tu dare a me a trentuno per cento; che vuoi ti doni a far questo?_ e cadeano in patto, poi stava in sè. Se rinvigliavano, li comprava; se rincaravano, li vendeva, e ne permutava qua e là il patto, venti volte l’anno. Si pose su gabella fiorini due per cento a ogni permutatore». _Rubr_. 727.

[282] Quella bolla, riferita dal Pezzana, _St. di Parma_, vol. III. dec. VII. 9, merita esser vista nella sua integrità pel patronato ivi estesissimamente professato.

Quando Napoleone nel 1807 raccolse l’assemblea israelitica a Parigi, fu proposta e votata a grandi applausi questa deliberazione: — I deputati israeliti dell’impero francese e del regno d’Italia, penetrati di riconoscenza pe’ continui benefizj resi dal clero cristiano agli Israeliti ne’ passati secoli, e per l’accoglienza che i pontefici e molti altri ecclesiastici hanno usata agli Israeliti quando la barbarie, i pregiudizj e l’ignoranza li perseguitavano ed espellevano dalla società, stabiliscono che l’espressione di questi sentimenti sarà consegnata nel processo verbale affinchè rimanga eterna testimonianza autentica della gratitudine degli Israeliti di quest’assemblea pei benefizj che le generazioni precedenti hanno ricevuto dagli ecclesiastici».

Nel 1436 il duca di Milano permetteva a una famiglia d’Ebrei di Mantova di stabilirsi in Como per dieci anni, co’ suoi fattori, socj ecc. L’uffizio di provvisione, cioè la municipalità di Como vi si oppose; ma il duca sostenne la concessione, dando la facoltà di tener banco, prestare a sei denari per lira al mese, aver esenzione da tutti i carichi reali e personali, coll’obbligo di pagare fiorini venticinque ogni anno al Comune. I Comaschi non potendo impedire, stanziarono però che gli Ebrei portassero un distintivo.

[283] G. VILLANI, VII. 53.

[284] PAGNINI, II. 54.

[285] _Mémoires des Antiquaires de France; nouvelle série_, XVIII. 467.

[286] MONTFALCON, _Hist. de Lyon_, pag. 735.

[287] _Antichità estensi_, II. 48.

[288] L’esempio di Cicerone, che incarica Attico di pagare in Grecia una somma, di cui esso gli farà i fondi a Roma, è l’unico di cambio fra gli antichi: ma trattavasi di un migrato da Roma, che quivi avea lasciato e beni e congiunti; sicchè era piuttosto un cambio d’amicizia che bancario.

[289] Il Targioni (_Viaggi_, vol. II. p. 62) tolse da un copialettere del 1372 di un mercante di lana fiorentino questo: — Mandovi una lettera com quele di cambio di fiorini ducencinquanta avete a ricevere costà... Con questa vi mando una lettera di cambio di fiorini cencinquanta, avete a ricevere costà da Vieri di cambio per fiorini cencinquanta, n’avei qua a capo da me; quando gli avete, ponete a nostra ragione ecc.».

Emiliani Giudici pubblicò due lettere di negozio del 1290 e 91, della ditta Consiglio de’ Cerchi e Compagni in Firenze, ove, tra altre belle cose, si legge: — Avemmo una lettera che ne mandaste per lo procuratore dell’abbate di Nostra Dama de’ Verucchi; ove ne scriveste che gli facessimo pagare a la corte del papa f. cento di sterlini per altrettanti che ne riceveste costà; onde avemgliele fatti ben pagare, e ancora avemo mandato che gli siano prestate altre f. cento se n’abbisognasse, sì come ne mandaste a dire; onde le procuragioni ch’avete, guardate; e noi per altra lettera vi scriveremo quello che gli prestassimo, e lettere che n’avremo vi manderemo».

[290] Lodovico Luzi con documenti provò (Orvieto 1868) che in Orvieto fu eretto un Monte di pietà nel 1463; e Ariodante Fabretti che in Perugia nel 1462.

[291] Nel 1483, 29 dicembre, Lodovico Gonzaga scriveva a frate Angelo Clavasio: — Questo devotissimo populo mantuano, mosso ed inducto de la predicatione, persuasione et efficacissime ragioni del venerabile padre frate Bernardino de Feltro, ha divisato lo laudabilissimo Monte de pietà; e a tanto bene è concorso lo signor marchese principalmente, e successive cittadini, plebei ed io». D’Arco, Nuovi studj sul Comune di Mantova. In Russia devono essere stati introdotti dai nostri quei monti che chiamavano i _Lombardi_, e sono una delle istituzioni più importanti dell’impero, prestando al sei per cento, mentre l’ordinario canone è dell’otto, dieci e fin dodici.

[292] Un diploma di Corrado di Monferrato, dato da Tiro nel 1188, dice: _Donavi et concessi pisanis viris de societate Umiliorum quia mecum in Tyri defensionem pro honore nominis unigeniti filii Dei, totiusque christianitatis fideliter atque constanter permansere, furnum unum_ etc.

[293] DU CANGE, _Glossarium_, tom. II. p. 43. _A Fulcone Cacio, cive placentino, capitaneo universitatis mercatorum lombardorum et tuscanorum, habente etiam potestatem et speciale mandatum a consulibus mercatorum romanorum, Januæ, Venetiarum, Placentiæ, Lucæ, Bononiæ, Pistorii, Astensium, Albæ, Florentiæ, Senarum et Mediolanensium_.

[294] Se ne trovano stipulate alcune nel repertorio di Giovanni Scriba, ove anche il nome incontriamo in un documento del 24 aprile 1156: _Ego Bonusvassallus accepi in_ comendacionem _a te Wilielmo Filardo libras quinquaginta in panis etc._; e in un altro del 3 maggio seguente.

[295] UGHELLI, _Italia sacra_, tom. IV. col. 871, che erra attribuendolo a Boemondo II.

[296] Chi amasse minutissime particolarità di trattati di commercio, fondati sempre sulla gelosia e l’esclusiva, cerchi nel _Liber jurium,_ tom. I. p. 851, quello del 1229 de’ Genovesi coi Marsiglioti; e l’altro degli stessi del 9 novembre 1251, che riempie sedici colonne dei _Monumenta Historiæ patriæ_.

[297] _Impositio officii Gazariæ_, pag. 326; _Capitulare nauticum_, cap. XXXV.

[298] POGGIALI, _St. di Piacenza_, tom. VI. 31; TIGRIMI, _Vita di Castruccio_. Buonaccorso Pitti trafficava in Picardia, quando, essendovi sbarcati gl’Inglesi nel 1388, «feci compagnia con un Lucchese e con un Senese, e a nostre spese, con trentasei cavalli e bene armati andammo nel detto esercito, sotto il segno e condotta del duca di Borgogna». _Cronaca_, pag. 34.

[299] MARSIGLI, _Ricerche sul commercio veneto_; FANUCCI, _Storia de’ tre celebri popoli marittimi dell’Italia_, vol. IV; PAGNINI, _Della decima della moneta e della mercatura de’ Fiorentini fino al secolo_ XVI. Lucca 1765; SERRA. _Discorso sopra il commercio, la navigazione e le arti dei Genovesi_; CARLO PAGANO, _Delle imprese e del dominio de’ Genovesi nella Grecia._ Genova 1852.

[300] Sulla destra del ramo settentrionale del Don, a quattro miglia dal suo sbocco, fra i due villaggi che oggi si dicono Simarka e Nedvigovka.

[301] Federico I nel 1162 concedeva un amplissimo privilegio a’ Genovesi, dove fra altre cose gli abilita a cacciare i Provenzali e i Francesi che vanno o tornano per mare da negoziare colla Sicilia, la Calabria, la Puglia e il Veneto; nelle terre dove vanno a mercatare, abbiano due o più Genovesi che rendano la giustizia fra loro; i loro mercanti possano valersi de’ pesi e delle misure proprie. _Liber jurium_.

[302] E non vino, e così nella Borgogna; mentre a Parigi si spacciava vino di Napoli. _Pratica della mercatura_, cap. XLII. LIV.

[303] Il vulgo genovese conserva ancora molte voci arabe: _Ramadan, camallo, tara, lalla, mandillo, marabotto, roboien, corba_...

[304] Abbiamo l’inventario d’una nave, che andando all’Ecluse, fu spinta alla cala di Dunster. Portava due grosse botti di gengiovo verde, un barile di gengiovo in acqua di limone, una balla di arquinetta, tredici barili d’uve passe, nove di solfo, censettantadue balle di guado, ventidue di carta da scrivere, una cassa di zuccaro candito, sei balle di scatole vuote, un barile di prugne secche, trentotto balle di riso, cinque botti di cannella, un barile di polvere salmistra, e cinque balle di legno di bosso».

[305] GIUSTINIANI, _Annali_, VI.

[306] Se ne conoscono del 1302, 10, 19, 24, 32, 35, 42, 50, 62, 82.

[307] Negli anni 1306, 17 e 20 Venezia fece trattati con Tunisi, nel 56 con Tripoli. Quattro trattati conchiusi fra la repubblica e i re di Tunisi della stirpe degli Afidi, ignoti agli storici di Venezia, sono dati dal barone de Hammer, _St. degli Osmanli_, tom. IV. p. 691.

[308] Mille sono detti nei _Rer. It. Script_., XXII. 959. Il libro _Venezia e sue lagune_, al tom. I. p. 176, li farebbe diciannovemila; al tom. II. p. 151 dice che talvolta arrivarono sino a quattromila; a p. 253 accenna come il sommo tremila cinquecento. Tali discrepanze sono meno scusabili nelle monografie.

[309] La galea grande, lunga di alto passi ventitre, piedi tre e mezzo, di piano piedi dieci, di bocca diciassette e mezzo, alta in coperta piedi otto, non ha opere morte; il timone a poggio movesi con una zanca per fianco. La galea di Levante era lunga di alto passi ventitre, piedi tre, di piano passi dieci con quattro vele. La sottile, passi sette e mezzo con tre vele, cioè come le nostre. La latina era lunga in colomba passi dodici, di piano piedi nove, piedi sedici in trepiè, ventiquattro in bocca, nove e mezzo in coverta, sedici in coverta lunga, il timone passi quattro, due battelli da piedi trentaquattro, una gondola da ventiquattro. La nave quadra era tredici passi in colomba, di piano piedi nove e un quarto, diciassette e mezzo in trepiè, ventisei e mezzo in bocca, e caricava trecento botti. Le descrive uno che vi serviva nel secolo XV; manoscritto della Magliabechiana, classe XIX. cod. 7. Le carrache erano i legni più grossi dopo i vascelli propriamente detti, e portavano fin millequattrocento barili, aveano tre ponti, e più tardi n’ebbero fin sette. Le galeazze aveano anch’esse un castello di prua e uno di poppa, tre alberi, vele latine e trentadue banchi di rematori.

È quasi inesplicabile la rapidità delle costruzioni navali. Jacopo da Varagine (_Rer. It. Script._, IX. 17) attesta che dal 15 luglio al 15 agosto 1297 la Repubblica genovese allestì ducento galee da ducenventi uomini almeno ciascuna: nel 1284 ne allestirono settanta in tre giorni. Venezia in men di cento giorni preparò una flotta: presente Enrico III, in due ore fu posta insieme una galea e varata: nel 1569 distrutto l’arsenale dall’incendio, nel seguente uscivane la flotta che disfece la turca a Lépanto.

[310] _Ep. seniles_, lib. II. ep. 3.

[310a] Nell’Appendice XXIX dell’_Archivio storico italiano_ si pubblicarono documenti che rischiarano il commercio de’ Veneziani coll’Armenia e con Trebisonda. In questa città i Veneziani ebbero privilegi amplissimi fin dal 1201, più volte confermati, e quartiere fortificato, al par de’ Genovesi; colle conquiste russe perì la prosperità di Trebisonda, ma in questi ultimi anni tornò importantissimo scalo per l’estremo Oriente.

[311] Tali sono, fra gli altri, due trattati del 1327 con Como e Brescia.

[312] MALIPIERO, _Annali_, 666, 715, 717.

[313] Ragusa anticamente area trattati di commercio con Fermo, Recanati, Rimini, Ravenna, Ferrara (APPENDINI, _Notizie storiche della città di Ragusa_); e prima ancora con Napoli, Siracusa, Messina, Barletta ecc.; dappoi si ridusse in dipendenza di Venezia, che vi teneva un conte a governarla con patti stabiliti.

[314] _Rer. It. Script_., XI. 142.

[315] _Libri di divisamenti di paesi, di misure di mercatanzie, ed altre cose bisognevoli di sapere a mercatanti di diverse parti del mondo_; edito dal Pagnini.

[316] Fin dal 1422 entrò in trattative col soldano d’Egitto pel commercio d’Alessandria e della Siria, e col signore di Corinto in Romania, e conchiuse con loro vantaggiosi trattati; uno del pari nel 1425 coll’Inghilterra, che rinnovò nel 1490; coll’imperatore greco nel 1438; col re d’Aragona nel 1450. Nel 1487 e 88 rinnovò le trattative coll’Egitto per favorire la propria navigazione ad esclusione degli stranieri.

Fra i canti per mascherate n’è uno di mercanti fiorentini, che tornati arricchiti, esaltano il girare il mondo e guadagnare, poi rimpatriati ajutare chi n’ha bisognò; ed esortano ad avviare a ciò i figli, anzichè lasciarli perdersi nell’ozio e ne’ vizj.

[317] «Il sintraco (come a dire sindaco) deve aver tre mine di sale da ogni legno che vien di Sardegna con sale; se venisse di Corsica e avesse fatto cambio, n’avrà tre mine di grano; una mina da ogni legno che venga dalla Marittima e da Romania. Da ogni legno che va in Corsica, abbia una mina di grano; da ogni legno di sale di Provenza, tre quartini di sale; da ogni galea che va in corso oltre Sardegna o in Ispagna, un marabotico; da ogni legno che vien di Sicilia, due mine. Nelle principali feste pranzerà coll’arcivescovo. Tocca a lui ordinare le guardie delle città, e riconoscere se furono fatte; convocare il popolo, battere i ladri e malfattori secondo l’ordine de’ consoli, e fare i bandi per la città e per tutto il vescovado; entrar nelle case a ricevere i pegni, e quando spira vento d’aquilone andare per la città, pel castello e pel borgo ad avvertire che badino bene al fuoco. Il sabato santo custodirà le porte di San Giovanni finchè l’arcivescovo e i canonici vengano a benedir le fonti». Liber jurium, pag. 79.

[318] _Lettera di_ Benedetto Dei _per difesa della mercatura dei Fiorentini contro le ingiurie sparse da alcuni mercadanti veneziani_. Vedi nel vol. II del Pagnini.

[319] Nel 1505 per la prima volta Firenze tirò grano dall’Inghilterra per cinquantamila scudi d’oro, e duemila moggia da Linguadoca. NARDI, _Storie fiorentine_, lib. IV.