Storia degli Italiani, vol. 08 (di 15)
Part 47
[183] _Tachygraphia veterum exposita et illustrata ab_ ULRICO FRED. KNOPP. Manheim 1817, vol. II. Sì poco sperava nella riconoscenza de’ contemporanei, che vi antepose questa scoraggiata dedica_: Posteris hoc opusculum, æqualium meorum studiis forte alienum, do, dico atque dedico._
[184] Tripudiamo anche noi col bibliotecario Maj, allorchè, di sotto ai versi di Sedulio, gli apparve Cicerone: _O Deus immortalis! repente clamorem sustuli. Quid demum video? En Ciceronem, en lumen romanæ facundiæ, indignissimis tenebris circumscriptum! Agnosco deperditas Tullii orationes; sentio ejus eloquentiam ex his latebris divina quadam vi fluere, abundantem sonantibus verbis, uberibusque sententiis._
[185] Vedi SACCHETTI, _Nov_. 178; e le canzoni di esso pubblicate nel _Giornale arcadico_, febbrajo 1819. Della mania d’imitar le foggie e i parlari stranieri move lamenti anche il Petrarca. Vedi MURATORI, _Antiq. M. Æ._, diss. XXV.
[186] _Storia fiorentina_, IX.
[187] Historia di Conforto Pulice. _Rer. It. Script_., tom. XIII.
[188] Il gallo era lo stemma di Murano.
[189] _Cronaca veneziana_, § 266. A Venezia era un magistrato suntuario, i provveditori sopra le pompe.
[190] _Delizie degli eruditi_, XI. 162.
[191] V. DU CANGE _ad vocem_. Egli cavò questo cerimoniale da un manoscritto di Cambrai.
[192] _Paradiso_, canto XIV. 104.
[193] Lib. II. c. 36.
[194] Vedi PEZZANA, _Storia di Parma_, vol. III. doc. X. XV.
[195] Nelle _Antichità estensi_, vol. II, p, 376, può leggersi la distinta del ricchissimo corredo che Giulia della Rovere figlia del duca d’Urbino portò con ventimila scadi d’oro di dote sposando Alfonso II d’Este nel 1549.
[196] Del 1192, nel _Codice Eceliniano_ del Verci.
[197] _Conto de’ tesorieri generali di Savoja_.
[198] _Dummodo prædicta Lucia marito suo per carnalem copulam se non commisceat, sine speciali licentia in scriptis; nec cum alio viro rem habeat, nobis exceptis, si forte cum ea coire libuerit aliquando_. Manoscritto dell’archivio Trivulzio.
[199] GHIRARDACCI, _St. di Bologna_ al 1313.
[200] DI COSTANZO, _St. di Napoli_, lib. IX.
[201] Anche quando Carlo V volle nel 1536 salire all’apertura della cupola del Panteon a Roma, un tal Crescenzi, che ve l’accompagnò, disse a suo padre essergli venuto il pensiero di buttarlo giù, per vendetta del sacco di Roma. E il padre: — Figliuol mio, queste cose si fanno e non si dicono». _Relazione del sacco di Roma_, manoscritto nella Vaticana.
[202] BLANQUI, _Hist. de l’économie politique_, introd. — Vedi l’_Appendice_ IX.
[203] LANDINO, _Apologia de’ Fiorentini_; VARCHI, _Storia_, lib. IX. Secondo il Dati, _Cronaca_, p. 128, i Fiorentini nella guerra
col papa dal 1395 al 68 spesero fiorini d’oro 2,500,000 nella seconda contro il conte di Virtù dal 1375 al 98 » 1,800,000 nella terza dal 1401 al 4 » 2,500,000 nella guerra di Pisa del 1405 » 1,500,000
laonde in dieci anni di guerra avrebbero speso centrentotto milioni de’ nostri.
[204] _Elogio storico_, nella _Serie di uomini illustri toscani_.
[205] Presso MANNI, _Illustrazione del Decamerone_, pag. 431.
[206] _Archivio storico_, IV.
[207] Vedi i _Ricordi storici_ di F. RINUCCINI. Firenze 1841. — Perchè queste cifre avessero significato positivo, bisognerebbe paragonarle con quelle d’altri paesi: ora nulla è più incerto nelle storie che le cifre, nè più difficile che il depurarle. In un’altra opera noi offrimmo de’ paragoni; qui diremo come un atto del parlamento inglese del 1496 regolasse il salario del contadino in scellini sedici, soldi otto all’anno, oltre quattro pel vestito. In quell’anno a lady Anna, sorella del re Edoardo IV, sposata al figlio del conte di Surrey, fu assegnato per suo «mantenimento, decoro e tavola conveniente; e per un gentiluomo, una dama, una donzella, una gentildonna, una guardia, tre mozzi, ottanta lire sterline l’anno, e ventisei pel mantenimento di sei cavalli»; sicchè a una famiglia così ben montata bastavano circa duemilaseicento franchi d’oggi.
Secondo Fortescue, a metà del 1400 i Francesi «non bevono che acqua; mangiano pomi e pane di riso, non carne, o al più un po’ di lardo o le interiora e la testa degli animali macellati pei nobili e pei mercanti; non vestono lana, o al più una ruvida giubba, e così i calzoni che arrivano appena alle ginocchia, lasciando nude le gambe. Donne e fanciulli vanno scalzi». Vedi F. M. EDEN, _Storia dei poveri_, vol. I. p. 70 e seg.
[208] GIOVANNI VILLANI, cap. X. p. 164.
[209] _Cronaca_ del GRAZIANI al 1448.
[210] _Antonii Astesani carmen_, cap. VIII. IX.
[211] _Archivio storico_, XIII. 316.
[212] _Archivio storico_, XIII. 53, Appendice IX. 234.
[213] _Cronaca_ del GRAZIANI.
[214] _Circulus Pisanus_, 25.
[215] La sentenza motivata, del 1327, porta ch’egli confessò che un uomo poteva nascere sotto una costellazione che necessariamente lo costringeva a peccare, ed altre eresie che toglievano a Dio la potenza e all’uomo il libero arbitrio. «E ciò reiterando ed affermando e credendo, disse di più che Firenze era fondata sotto il regno dell’ariete, e Lucca sotto quello del granchio; e che per ciò, se i Fiorentini andassero contro, sarebbe avverata la sua profezia ecc.».
[216]
_Quis tecum consulet astra_ _Fatorum secreta movens, aut ante notabit_ _Successus belli dubios, mundique tumultus,_ _Fortunasque ducum varias?_
[217] _Storie fiorentine_, X. 83.
[218] Vedi le sue prediche, edite dal Manni, pag. 99-105, e specialmente quella del 7 gennajo 1303. Sta nella biblioteca Estense un breviario manoscritto del 1480, d’elegantissima lettera e miniatura, cui precede un calendario dove sono notati i giorni infausti (_ægyptiaci_) e le ore, con versi a ciascun mese. Per esempio, al gennajo:
_Prima dies Jani timor est, et septima vanis,_ _Nona parit bellum, sed quinta dat hora flagellum._
[219] _Ex conjunctione saturni et jovis in principio arietis, quod quidem circa finem novemcentum et sexaginta contingit annorum,... totus mundus inferior commutatur, ita quod non solum regna, sed et leges et prophetæ consurgunt in mundo... sicut apparuit in adventu Nabuchodonosor, Moysis, Alexandri Magni, Nazarei, Machometi_. Conciliator controv., fasc. XV.
[220] Nell’_Istoria miscella di Bologna_. Rer. It. Script., XVIII, al 1422.
[221] FACIO, lib. IX; PANORMITA, lib. IV.
[222] TARGIONI TOZZETTI, _Relazione di viaggi_, XI. 266.
[223] VESPASIANO, _Vita di Pietro Pazzi_.
[224] TRISTANI CALCHI, _Nuptiæ Mediol. Ducum_, VI.
[225] _Diario dell_’INFESSURA. _Rer. It. Script_., part. II. p. 1143.
[226]
_Heu nequam gens judaica,_ _Quam dira præsens vesania._ _Plebs execranda!_
[227] Per esempio, un _Giudizio di Vulcano, Clitennestra_, ecc. Vedi principalmente MAGNIN, _Origini del teatro_, 1839.
[228] _Antiq. M. Æ._, diss. XXIX.
[229] NOSTRADAMUS, _Vite de’ poeti provenzali_; CRESCIMBENI, _Storia della vulgare poesia_, tom. II. part. I. p. 44.
[230] Quali il don Pasquale e il Cassandrino de’ Romani, la Bonissima e il Sandrone di Modena, la Mariola di Ravenna, lo Stenterello e le Pasquelle de’ Fiorentini, i Travaglini de’ Siciliani, i Giovannelli de’ Messinesi, il Gianguigiolo de’ Calabresi, il Beltrame de’ Milanesi, cambiato poi nel Meneghino, il Girolamo e il Gianduja dei Piemontesi, ecc.
[231] Dai _Diarj_ mss. di Marin Sanuto, vol. XXXII, fol. 341, si vede il lotto usato a Venezia, e disapprovato. Sotto il 22 febbrajo 1522 egli scrive: — La mattina non fu nulla da conto nè lettera alcuna, solum si attende a serar un altro lotto di ducati seimila, posti per Zuane Manenti sanser con ducati dieci per uno, e a lui tre per cento di utile. Li mazor precj sono ducati cinquecento l’uno, et sono precj... et fo serato; posto uno di cinquemila, et do di quattromila l’uno: et domenica poi disnar si caverà nel monastero di san Zuan e Polo... Et nota, il predicator di san Zuan e Polo, ozi a la predica, qual è di grandissimo onor e nome, fece assai parole su questi lotti, parlando non è lecito, et si dovria proveder che non vadi drio. Ed io Marin Sanuto _palam locutus sum omnibus_, che se fossi in loco che potesse, provederia a questi lotti, e fin al serenissimo principe mandai dir ecc. ecc.».
Tonti, banchiere italiano stabilitosi in Francia il 1650, immaginò una lotteria, alimentata dal ricavo del pedaggio che pagavasi sul ponte reale di Parigi, costruito da azionisti, e il cui ricavo distribuivasi fra i sopravviventi di essi, fino alla morte dell’ultimo. Erano cinquantamila viglietti da quarantotto lire ciascuno, e da ciò cominciarono quelle assicurazioni fortuite sulla vita, che si dissero _tontine_. Con combinazioni del modo stesso si fabbricarono San Luigi, San Rocco, San Nicola, la cupola del Panteon ed altre chiese.
[232] San Pier Damiani, lib. I. ep. 10, rimprovera agli ecclesiastici la caccia, la furia di fare a dadi e a scacchi, che mutano un sacerdote in mimo. Il Cortusio (_Rer. It. Script_., XII. 73) dice che il nobil uomo signor Rizardo di Camino, _alla foggia de’ nobili_, giocava per sollazzo agli scacchi. Galvano Fiamma scrive che i nobili si tratteneano giocando a dadi e scacchi. Nello _Statuto dell’arte di Calimala_, al lib. II. § 6: — Niuno tintore, affettatore o riveditore lasci giucare di dì nè di notte ad alcuno giuoco di dado o d’altro, dove alcuna cosa si possa perdere, in sua bottega; salvo che di dì si possa giucare a tavole o a scacchi palesemente; o a pena di lire dieci per ogni volta». Anche lo statuto di Pisa del 1284 proibisce ogni giuoco, eccetto che in pubblico le tavole, gli scacchi e il trucciare (_ad pistellandum ova_) in quaresima. Pascasio Giudico, medico viaggiatore del XVI secolo, passando da Pavia vi scrisse un trattato _De’ giuochi di rischio e della malattia di giocar danaro_; opera ove tentava guarir se stesso, ma invano. Riferisce molti aneddoti, fra cui d’un Veneziano che giocò la propria moglie; d’un altro che, giocato tutta la sua vita, volle continuare anche dopo morto, ordinando che della sua pelle si rivestisse un tavolino da giuoco, e delle sue ossa si facessero dadi.
[233] _Fabulas scriptas in libris, qui Romanzi vocantur, vitare debeant, quos semper odio habui_. Rer. It. Script., XI.
[234] Lib. VIII. ep. 2, 3, 5 ecc.
[235] Leonardo Bruno scrive che Nicolò Niccoli _nunquam verba duo latina, ob inscitiam linguæ stuporemque cordis ac enervatam adulteriis mentem, conjungere potuit_. La prima e più solita ingiuria che usavano tra loro, era il chiamarsi bastardi e figli di preti.
[236] Vedasi DU CANGE alle voci _Avaria, Anchoragium, Carratura, Exclusaticum, Foraticum, Gabella, Teranium, Hansa, Haulla, Mensuraticum, Modiaticum, Nautaticum, Passagium, Pedagium, Plateaticum, Palifictura, Ponderagium, Pontaticum, Portaticum, Portulaticum, Pulveraticum, Ripaticum, Rotaticum, Teloneum, Transitura, Viaticum_. — MURATORI, _Antiq. M.Æ.,_ tom. II. col. 4. e seg. e 866. — WERDENHAGEN, _De rebus publicis Hanseaticis_, part. III. c. 20. — MARQUARD, _De jure mercatorum_, lib. II. c. 6. — FISCHER, _Geschichte des deutschen Handels_, tom. I. p. 526 e seg. — PEGOLOTTI ap. Pagnini, _Della decima_, tom. III. p. 301.
[237] Nel 1233 i frati Minori di Spagna aveano scomunicato i mercanti genovesi perchè portavano merci agli infedeli. Gregorio IX ne li rimprovera, _cum non sit precipitanda excommunicationis sententia, sed preambula discretione ferenda_; e vuole non s’abbiano a considerare scomunicati se non quelli che portano ai Saracini ferro, legnami ed altre munizioni contro i Cristiani; solo in tempo di guerra s’ha a negar ad essi ogni cosa. _Liber jurium_, I. 930.
[238] _Storia fiorentina_, lib. III. c. 80.
[239] CIBRARIO, _Economia politica del medioevo_, pag. 82. — Fin ai tempi di Giovanni da Uzzano, cioè del 1440, un corriere di commercio impiegava
da Genova ad Avignone 7 in 8 giornate » a Parigi 18 in 22 » da Firenze a Milano 10 in 12 » » a Roma 5 in 6 » » a Napoli 11 in 12 » » a Parigi 20 in 23 » » a Genova 5 in 6 » » a Londra 25 in 30 »
[240] L’albinaggio durò fin a jeri, e in qualche paese non è tolto interamente. Al 2 agosto 1817 l’abolirono fra loro la Toscana e Parma; al 5 gennajo 1818 e 12 gennajo 1836 essa Toscana colla Sardegna; al 3 maggio 1816 colle Due Sicilie, colla Svezia e Norvegia; poi nel luglio 1821 con Lucca, nell’aprile 1829 colla Prussia, nell’aprile 1848 col Belgio; ecc.; al 10 luglio e 5 agosto 1854 la Sardegna col granducato di Baden.
[241] _Nova consuetudo de statutis et consuetudinibus contra Ecclesiæ libertatem editis, tollendis._
Le costituzioni di Sicilia del 1231 comminavano pene contro chi togliesse le robe dei naufraghi, e condannavano a restituire: pure Carlo d’Angiò confiscò le navi de’ Crociati naufragate nel 1270. Corradino suo competitore, in un trattato del 1268 con Siena, rinunziava al diritto di naufragio. Uno statuto a Venezia del 1232 proibiva di porre le mani sui naufraghi di qualunque nazione fossero, e puniva chi non restituisse entro tre giorni: ciò non pertanto questa medesima repubblica fece un trattato con san Luigi nel 1268 per abolire il diritto di naufragio nei due Stati; e nel 1454 i magistrati di Barcellona erano ancora costretti a negoziare con quei di Venezia per ottenere lo stesso favore.
D’ugual passo andavano le cose in Oriente: la stessa inutile protezione delle leggi, la stessa usanza degli abitanti delle rive, la stessa necessità di esenzioni imperiali. Il capo 46 dell’Assisa dei cittadini del regno di Gerusalemme, attribuita al re Amalrico II montato in trono nel 1197, non apportò che incompiuto rimedio all’abuso, circoscrivendo la confisca ad una parte della nave naufragata. Se i Musulmani lo praticavano contro i Cristiani, e questi contro loro, era una conseguenza delle reciproche ostilità. Trattati del 1265, 82, 83, 85, 90... contengono scambievoli rinunzie.
[242] Rodoano Papanticola di Genova riceve da Otton Bono fiorini quindici, pei quali dà in ipoteca una casa in Garignano: _Locum de Galignano pignori; intrare, estimare facias, et nomine vendicionis possidere sine decreto et cetera; et si ibi defuerit, in aliis bonis meis adimpleatur._ 16 giugno 1158, cartulario del notajo Giovanni Scriba, dov’è accennato un altro modo sommario, qual è l’andare in possesso senza formole giuridiche e sentenza: che trovasi pure altre volte. Ciò è più chiaro in un atto del 1º agosto anno stesso, ove Baldo Pulpo e sua moglie danno a Guglielmo Vento _locum Vulturis_ (Voltri) _pignori; et si ibi defuerit, alia bona nostra; et nisi sic observaverimus, tua auctoritate et sine decreto consulum et nostra contradictione in eis pro duplo intrare posse..._; e la moglie rinunzia al senato-consulto Vellejano, al diritto d’ipoteca, alla legge Giulia dei poderi inestimati. Altrettanto si stipula il 7 novembre 1158. Vedi esso cartulario nei _Monum. Hist. patriæ_.
[243] Buonaccorso Pitti fiorentino, dovendo avere mille fiorini dal conte di Savoja nel 1409, fece arrestare in Firenze Giovanni Marchiandi figlio del cancelliere di Savoja, nè lo rilasciò se non dopo ch’ebbe dato mallevadori. Nel 1393 Amedeo VIII di Savoja pagava milleottocento fiorini di un debito, pel quale si erano offerti di star prigionieri i tre più grandi baroni di Savoja; nel 1409 pagava un’indennità a Pietro Colombet, ch’era stato prigione per lui. Ap. CIBRARIO, pag. 403. Perciò gli uomini di Racconigi stipulavano con Manfredo marchese di Saluzzo al 12 dicembre 1198: _Si ipse marchio aliquem hominem Racunisii in fidejussione ponere voluerit, et ipse intrare noluerit, non inde eum causare debeat_. Monum. Hist. patriæ. _Chart_. II.
[244] _Et si civitas, communitas, castrum vel villa, post dictam requisitionem non fecerint satisfieri... dummodo de valore rerum habitatorum faciat plenam fidem, vel saltem per unum testem de visu et scientia, et duos de publica fama, senator vel ejus judices debeant dare et concedere eis represaliam et licentiam et potestatem liberam capiendi de bonis et rebus civitatis et hominum illius terræ. Et teneatur senator ad petitionem illius qui privilegium represaliarum habere meruit, facere stagiri et sequestrari personas et bona illorum qui sunt de terris et locis._ Senatus populique romani statuta, lib. I. c. 143.
[245] CALVI, _Efemer_., tom. II. p. 613.
[246] _Monum. Hist. patriæ_, Leges municipales, pag. 206.
[247] _Una cum hospitibus, qui per colles Alpium siti sunt pro peregrinorum susceptione_. Ep. 39ª di papa Adriano a Carlo Magno ap. BOUQUET.
[248] _Antiq. M. Æ._, dias XXX. — Qui i mercanti sono considerati come un corpo, e di fatto a Lucca fondavano nel 1262 l’ospedale della Misericordia.
[249] _Apud_ CARLI, _Zecche d’Italia_, tom. II, p. 173. — Nel 1308, i Fiorentini al Comune di Lucca scriveano: _Quia desideramus quod comune nostrum desiderium, quod inest nobis et vobis, felicem sortiatur effectum, tractatum est sæpe sæpius de concordia cum nostris mercatoribus per vos faciendo, circa spectantia ad passagia et gabellas etc_. Archivio storico, tom. VI, p. 16. Di là (p. 20) appare che in quell’anno gli Ugolotti e i Nerli fiorentini aveano fatto una società a Ala di Svevia per batter la moneta di quel paese.
L’anno stesso, venendo da Venezia a Reggio cinque balle di panni dorati, e una di perle, anelli, panni, _libri_ ed altre preziosità, spettanti a mercanti fiorentini, furono prese da Ilo di Cannela e Nicolò da Luni e complici. Laonde il Comune di Firenze interessava il Comune di Reggio a procurarne la restituzione, riflettendo quanto onore e vantaggio traesse dal passaggio delle merci fiorentine (p. 24) Altre querele simili sono a leggervi.
[250] _Monum. Hist. patriæ_, Chart. I.
[251] Ivi, 1501.
[252] _Monum. Hist. patriæ_, Chart. II. 1378. Vi sono pure le promesse che altri feudatarj fanno al marchese, di tener essa strada in buon essere.
I Tortonesi e Genovesi nel 1233 stipulano di conservar la strada da Gavi a Serravalle, _ita quod non rumpetur, nec in ea offendetur per homines jurisdictionis Terdone... et si contrafieret, comune Terdone faciet damnum emendari, vel illud emendabit, et hoc donec contraria voluntas comunis Terdone appareret per denuntiationem factam comuni Janue per dies xv antea. Quod si strata rumpetur infra dicta loca Gavii et Serravallis per extraneos homines, qui non essent in jurisdictione Terdone, nec de habitantibus vel reductum habentibus in terra Janue, comune Terdone damnum illud pro dimidia emendabit. Et comune Terdone salvabit et assecurabit dictam stractam a Serravalle usque Terdonam, et a Terdona usque in districtum Papiæ etc_. Liber juris, tom. I. 955.
Manfredo, marchese di Saluzzo, aveva preso le merci dei mercanti di Alba, col pretesto di salvarla dalle insidie degli Astigiani: onde quelli il supplicarono a restituirle, ed esauditi pagarono trecento lire e trecento soldi d’Asti, promettendo far che l’arcivescovo ritirasse la scomunica lanciata per questo eccesso, e ajutarlo nelle guerre contro gli Astigiani. 1181.
[253] SCIPIONE AMMIRATO, _St. fiorentina._ I.
[254] Valuto il tarì a franchi 2.20; la salma, a ettolitri 2.76. Vedasi il _Regestum Friderici_ nell’archivio di Napoli, pag. 309-356; CIBRARIO, _Economia_; BIANCHINI, _Storia delle finanze del regno di Napoli_.
[255] L’importanza di questo vegetale è attestata dai regolamenti di tutti i paesi mercantili. Lo _Statuto di Lucca_, rub. CXXI (ap. TOMMASI, _Sommario_), proibisce di venderne, se non sia stato riconosciuto dai deputati sopra ciò. In Genova al falsatore di zafferano la prima volta si taglia la sinistra, la seconda è bruciato vivo con esso zafferano.
[256] Il riso proviene dall’India e dalla Cina, ma è incertissimo il quando fu introdotto in Italia. Da un documento del _Codice diplomatico arabo-siculo_ di monsignor Airoldi, tom. II. part. II. p. 94, risulta che nell’880 in Sicilia si fece tal raccolto di riso, che bisognò stabilire un magazzino apposito. Il trattato di agricoltura di Pier Crescenzi non ne fa cenno; bensì ve lo introdusse il traduttore, che però fu di poco posteriore, cioè del 1300 cominciante. Le tariffe di Giovanni e Luchino Visconti mettono ancora il riso fra le spezierie; e lo importavano dall’Egitto e dalla Spagna i Veneziani nel secolo XV. Nel reame di Napoli pare introdotto dagli Aragonesi; e singolarmente abbiamo notizia che i duchi d’Atri ne fecero coltivare nel piano tra gli sbocchi del Tronto e del Pescara. Vogliono che Lodovico II di Saluzzo recasse da Napoli il riso nel Saluzzese, dove molto produceva nel 1525. Nel Novarese vuolsi introdotto nel 1521 dai soldati di Carlo V. Nel Vercellese accennano la sua coltivazione al 1552: quando anche nel basso Veronese Teodoro Trivulzio l’introdusse nelle terre di Zevio e Palu. Nella seconda metà del xvi secolo Lobelio vedeva vegetare il riso nella campagna milanese mediante le acque del lago Maggiore; ma già prima il Mattioli lo diceva «famigliarissimo nelle mense di tutta Italia». Vedi CAPSONI, _Della influenza delle risaje sulla salute umana,_ Milano 1851.
[257] Pazientissimi computi fece il Pagnini, poi dietro ad esso il Cibrario nell’opera citata; pure vacilla anch’esso, nè sempre si appone, massime ne’ ragguagli; basti vedere la pag. 528. E tutti gli economisti versano in somma incertezza sul valore delle merci, perchè non si conosce bene la moneta di conto su cui valutavano i prezzi.
Nel _Liber jurium_ di Genova, vol. I. p. 1170, è un inventario delle rendite di Andora, venduta dai marchesi di Clavesana al comune di Genova nel 1252; e vi sono specificati i frutti che i differenti villani devono in natura; i servizj di corpo, col valore approssimativo. Meriterebbe un commento, donde sarebbe illustrata la condizione de’ campagnuoli, al tempo stesso che il valore delle derrate.
[258] Cioè Santhià. _Monum. Hist. patriæ_. Chart. I. 341.
Amedeo V di Savoja, cadente il secolo xiii, affidava a cavatori fiorentini o lucchesi la ricerca de’ minerali del suo Stato; ed oro traevasi, nel 1279, da Champorcher in val d’Aosta; nel secolo seguente lavavansi le sabbie aurifere dell’Orco e dell’Amalone; argento si cavava a Groscavallo e ad Ala in val di Lanzo; argento e rame a Usseglio e Lemie. Nel 1496 Giovanni Swerstab di Norimberga pagava al duca Filippo III trecento fiorini d’oro l’anno per usar le miniere di val di Lanzo, e quelle di Montjouet in val d’Aosta, e di Macot e Aime in Tarantasia per un quinto dell’oro, un decimo degli altri metalli. Nel 1508 Carlo III consentiva ai signori d’Aviso le miniere di Beaufort e Montjoye nel Fossignì per un quinto dell’oro e dell’azzurro, cioè il cobalto; un decimo dell’argento, un quindicesimo dell’acciajo e dello stagno, un ventesimo del piombo, ferro, rame. Nel 1530 deputava gran mastro delle miniere il tedesco Lodovico Jung, perchè le facesse lavorare a conto dello Stato. Dappoi si trovarono altre miniere a Vinadio, Pesey, Alagna, Olomont, Usseglio e altrove, ma il ricavo ne fu sempre scarso. CIBRARIO, _Monumenti di Savoja_, pag. 283.
[259] La più antica menzione delle Arti fiorentine è in un trattato del 1204 tra i Fiorentini e quelli della Capraja. _Hæc sunt sacramenta, quæ potestas et consules communis, consules militum, priores artium etc. fecerunt_. Ap. TARGIONI, tom. I. p. 66. _Viaggi_.
[260] _Statuto dell’arte di Calimala_. Merita d’esser visto pei molti savj regolamenti, frapposti ad altri superflui, e attestanti una civiltà molto sviluppata. Vi sono sempre determinate le elemosine da dare alle famiglie e alle vedove degli associati.