Storia degli Italiani, vol. 08 (di 15)
Part 44
«Poniamo che abbiate ricevute grandissime ingiurie, avendovi fatto vituperio e toltovi il vostro; nondimeno, padre, io vi prego che non ragguardiate alle loro malizie, ma alla vostra benignità, e non lasciate però d’oprare la nostra salute. La salute loro sarà questa, che voi torniate a pace con loro, perocchè il figliuolo che è in guerra col padre, mentre che vi sta, egli il priva dell’eredità sua. Oimè, padre, pace per l’amore di Dio, acciocchè tanti figliuoli non perdano l’eredità di vita eterna; che voi sapete che Dio ha posto nelle vostre mani il dare, il togliere questa eredità, secondo che piace alla benignità vostra. Voi tenete le chiavi, ed a cui voi aprite si è aperto, ed a cui voi serrate è serrato; così disse il dolce e buono Gesù a Pietro, il cui loco voi tenete. Adunque imparate dal vero padre e pastore; perocchè vedete che ora è il tempo da dare la vita per le pecorelle che sono escite fuora del gregge. Convienvele dunque cercare e racquistare con la pazienza, e con la guerra andare sopra gl’infedeli, rizzando il gonfalone dell’ardentissima e dolcissima croce: al qual rizzare non si convien più dormire, ma destarsi e rizzarlo virilmente.
«Rizzate, babbo, tosto il gonfalone della santissima croce, e vedrete i lupi diventare agnelli. Pace, pace, pace, acciocchè non abbia la guerra a prolungare questo dolce tempo: ma se volete far vendetta e giustizia, pigliatela sopra di me miserabile, e datemi ogni pena e tormento che piace a voi insino alla morte. Credo che per la puzza delle mie iniquità sieno venuti molti difetti e molti inconvenienti e discordie: dunque sopra me, misera vostra figliuola, prendete ogni vendetta che volete. Ohimè, padre, io muojo di dolore e non posso morire. Venite, venite, e non fate più resistenza alla volontà di Dio che vi chiama; e l’affamate pecorelle v’aspettano, che veniate a tenere e possedere il luogo del vostro antecessore e campione apostolo Pietro; perocchè voi, come vicario di Cristo, dovete riposarvi nel luogo vostro proprio. Venite dunque, venite, e non più indugiate, e confortatevi e non temete di alcuna cosa che avvenire potesse, perocchè Dio sarà con voi».
[56] Brigida andò poi pellegrina in Terrasanta, e reduce morì a Roma il 1373. Le rivelazioni ch’essa ebbe e scrisse, furono riprovate dall’insigne Gerson, approvate dal cardinale Torquemada, tradotte in tutte le lingue, e le valsero d’essere canonizzata da Bonifazio IX, benchè siasi avventata gagliardissimamente contro la corte pontifizia fino a dire: — Il papa è l’assassino delle anime; disperde e strazia il gregge di Cristo; più crudele che Giuda, più ingiusto che Pilato, più abbominevole che gli Ebrei, peggiore dello stesso Lucifero. Convertì i dieci comandamenti in un solo, _Portate denaro_. Roma è un baratro d’inferno, e il diavolo presiede, e vende il bene che Cristo acquistò colla sua passione, onde passa il proverbio
_Curia romana non petit ovem sine lana;_ _Dantes exaudit, non dantibus ostia claudit;_
invece di convocar tutti, dicendo, _Venite e troverete il riposo delle anime_, il papa esclama: _Venite alla mia corte, vedetemi nella mia magnificenza maggior di Salomone; venite, vuotate le vostre borse, o troverete la perdita delle vostre anime_».
[57] — Pregovi da parte di Cristo crocifisso, che piaccia alla santità vostra di spacciarvi tosto. Usate un santo inganno, cioè parendo di prolungare più dì, e farlo poi subito e tosto; che quanto più presto, meno starete in queste angustie e travagli. Anco mi pare che essi v’insegnino, dandovi l’esempio delle fiere, che quando campano dal lacciuolo, non vi ritornano più. Per infino a qui siete campato dal lacciuolo de’ consigli loro, nel quale una volta vi fecero cadere quando tardaste la venuta vostra; il quale lacciuolo fece tendere il demonio perchè ne seguitasse il danno e il male che ne seguitò: voi come savio, spirato dallo Spirito Santo, non vi cadrete più. Andianci tosto, babbo mio dolce, senza verun timore; se Dio è con voi, veruno sarà contra voi. Dio è quello che vi move, sicchè egli è con voi; andate tosto alla sposa vostra, che vi aspetta tutta impallidita, perchè li poniate il colore.
«Sia in voi un ardore di carità per sì fatto modo, che non vi lasci udir le voci dei demonj incarnati e non vi faccia temere il consiglio de’ perversi consiglieri fondati in amore proprio, che intendo vi vogliono metter paura per impedire l’avvenimento vostro dicendo, _Voi sarete morto_. E io vi dico da parte di Cristo crocifisso, dolcissimo e santissimo padre, che voi non temiate per veruna cosa che sia. Venite sicuramente, confidatevi in Cristo dolce Gesù; chè, facendo quello che voi dovete, Dio sarà sopra di voi, e non sarà veruno che sia contra voi. Su virilmente, padre, ch’io vi dico che non vi bisogna temere: se non faceste quello che doveste fare, avreste bisogno di temere. Voi dovete venire; venite dunque, venite dolcemente senza verun timore.
«Su dunque, padre, e non più negligenza; drizzate il gonfalone della santissima eroce, perocchè coll’odore della croce acquisterete la pace. Pregovi che coloro che vi sono ribelli voi gl’invitiate ad una santa pace, sicchè tutta la guerra caggia sopra gl’infedeli. Spero per l’infinita bontà di Dio, che tosto manderà l’ajutorio suo. Confortatevi, confortatevi, e venite, venite a consolare i poveri e servi di Dio e figliuoli vostri; aspettiamovi con affettuoso e amoroso desiderio...»
Di santa Caterina abbiamo tre lettere a Gregorio XI, nove a Urbano VI, otto a varj cardinali, due a Carlo V di Francia, quattro alla regina Giovanna, le altre a prelati, a religiosi, a laici.
[58] Vedi principalmente la parte II. cc. 16, 17, 21, 25 del _Defensor pacis_, stampato poi nel 1523. Al c. 28 è chiamata esecrabile la pienezza del potere invocato dai papi.
[59] Colla costituzione _Exiit qui seminat_, nel VI delle Decretali, tit. _De verb. signif._ — Vedi tom. VI, pag. 353.
[60] Quorum exigit, nelle _Estravaganti_, tit. _De verb. signif._
[61] Ap. CIBRARIO, _Economia_, 163.
[62] FEO BELCARI, _Vita del b. Colombino_.
[63] Possono aggiungersi Corrado d’Offida e Francesco Veninbene di Fabriano francescani; Gentile da Matelica che, dopo tante conversioni in patria, cercò più largo campo in Oriente, ove cadde assassinato; il beato Rigo di Treviso secolare; il beato Ugolino Zefirini di Cortona (-1370); il beato Giovanni da Rieti (-1347); Gregorio Celli da Verruchio; il beato Oddino Barotto curato di Fossano in Piemonte, tutto carità nella peste del 400. Angela da Foligno i disordini di gioventù pianse in severa penitenza e indefessa meditazione. Chiara da Rimini le dissipazioni di sua vedovanza espiò nell’austerità, nell’umiliazione, e nel soccorrere gli altrui bisogni spirituali e temporali per trent’anni (-1306). Chiara Gambacorti di Pisa volle mangiar il pane dell’assassino di sua famiglia. Angelina, figlia del conte di Corbara, malgrado il voto di castità, sposato per obbedienza il conte di Civitella, seppe indurre anche lui ad egual voto; poi vedova, si professò francescana e molt’altre indusse, e stabilì il terz’ordine di san Francesco a Foligno. Rita di Cascia ebbe ad esercitar la pazienza in diciott’anni d’infelice matrimonio, poi mortificando la carne e lo spirito. Nomineremo ancora la beata Michelina da Pesaro, vedova d’un Malatesta; e la beata Imelda de’ Lambertini di Bologna.
[64] BARTOLOMEO FAZIO. Il quaresimale di san Bernardino da Siena fu raccolto da Benedetto di mastro Bartolomeo, cimatore di panni senese, che sarebbe uno de’ più antichi stenografi ricordati. Vedi _Sopra un codice cartaceo del secolo XV... osservazioni critiche dell’abate_ LUIGI DEANGELIS. Colle 1820.
[65] _Ed. Moreni,_ 1831, I. 187, 252. Declamò novamente contro l’andare al perdono di Roma e altri santi luoghi, predicando sotto la loggia d’Or San Michele nel 21 settembre 1309, cioè parecchi anni appresso (II. 50). Forse questi luoghi delle prediche di frà Giordano furono presenti al beato Giovanni Delle Celle quando dissuase Domitilla dal pellegrinaggio di Terrasanta, nella IXª delle sue lettere.
[66] «Dicetemi, dicetemi un poco o signori; donde nascono tante e diverse infermitade in gli corpi umani, gotte, doglie di fianchi, febre, catarri? non d’altro se non da troppo cibo et esser molto delicato. Tu hai pane, vino, carne, pesce, e non te basta; ma cerchi a’ toi conviti vino bianco, vino negro, malvagie, vino de tiro, rosto, lesso, zeladia, fritto, frittole, capari, mandole, fichi, uva passa, confetione, et empi questo tuo sacco di fecce. Émpite, sgònfiate, allàrgate la bottinatura, et dopo el mangiare va et bottati a dormire come un porco». _Predica_ I. Venezia 1530.
[67] BURLAMACHI, _Vita di frà Savonarola._
[68] È a vedere anche il BARBERINO, _Documenti d’amore_, part. VIII. d. 2.
[69] Nel 1379 Urbano VI sollecitava Rainero de’ Grimaldi, consignore di Mentone, per mezzo di Giovanni Serra giureconsulto genovese, a tenersi fedele a lui, e correr sopra i seguaci del suo competitore, facendogli dono di quanto avesse sorpreso, eccetto reliquie, libri, vasi, gioje o altro appartenenti alla camera apostolica. Dicesi ch’ei v’ascoltasse, e molta preda facesse sovra prelati aderenti a Clemente VII; e che fra il resto trovasse la verga di Mosè e altre sacre reliquie, ch’ei restituì a Urbano. GIOFFREDO, _St. delle Alpi Marittime_, II. 869.
[70] Sant’Antonino di Firenze dice: — Benchè siam tenuti a credere che, come una sola Chiesa, così v’ha un solo pastore, però, qualora accada scisma, non pare necessario il credere che l’eletto canonicamente sia piuttosto l’uno che l’altro: basta sapere che un solo potè esserlo, senza arrogarsene la decisione».
[71] Gian Galeazzo domandò che il giubileo potesse acquistarsi da’ suoi sudditi senza andare a Roma, ma visitando quattro basiliche di Milano. Con ciò voleva ed evitare i pericoli causati dalla guerra coi Fiorentini, e tener in paese il denaro, e fare che le obbligazioni fruttassero per la fabbrica del duomo. Bonifazio IX gli assentì la supplica, e il Corio dice che «se anche non fosse contrito nè confesso, fosse assoluto da ogni peccato in questa città dimorando dieci giorni continui». Menzogna, poichè la bolla data il 12 febbrajo 1391 vuole che sieno _vere pœnitentes et confessi_.
[72] Così il dipinge l’anonimo romano. Antonio Flaminio forocorneliense dice che aveano veste bianca, sopra cui una cerulea tirante al nero, una croce bianca, e una rossa di panno; a sinistra la colomba coll’ulivo, in fronte il tau, in mano bastone senza puntale a modo dei pellegrini; e funi con sette nodi.
[73] Su quelli di Firenze abbiamo un capitolo di Franco Sacchetti. Nei _Ricordi storici_ del Rinuccini, al luglio e agosto 1399 leggo: «Di verso Piemonte venendo, per tutta Lombardia e per Toscana e quasi per tutta Italia uomini e donne in grandissima quantità, grandi e piccoli e fanciulli, si vestirono di pannilini bianchi sopra gli altri vestimenti, con croce rossa in capo e nel petto, e andavano scalzi con grande divozione e grandissime discipline e digiuni senza mangiare carne, col crocifisso innanzi della loro parrocchia a grandissime brigate. Tutti i popoli andavano gridando in voci di laudi in versi, così in grammatica come in vulgare, _Misericordia e pace al nostro Signore e a nostra Donna_, per lo spazio di nove giorni continovi, senza mai dormire in letto, andando quegli da Firenze a Arezzo e a Cortona e per molte altre terre; e così le altre terre veniano a Firenze, e così intervenne per tutta Italia. È mirabil cosa che per detto viaggio non facevano danno a nessuno di frutti nè di niuna altra cosa, che tutti comperavano, e molte paci e accordi tra molte signorie, ed eziandio paci di morte d’uomini tra private persone si feciono: cosa mirabile fu per certo e degna di perpetua memoria, e fu annunziazione della moria che venne, e fu detto quell’anno l’anno dei Bianchi».
[74] _Chron. patav._ ad an. 1399; ap. MURATORI, _Antiq. M. Æ._ IV.
[75] Gregorio XI nel 1372 ordina _inquisitoribus, ut faciant comburi quosdam libros sermonum haereticorum, pro majori parte in vulgari scriptos_.
[76] RAYNALDI al 1375, II. 26.
[77] Enea Silvio descrive a lungo quella di Giovanni de Merlo spagnuolo con Erminio di Ramstein tedesco, per un colpo di lancia, tre di scure, quaranta di spada.
[78] _Articulos omnia peccata mortalia, nec non infinita, abominabilia continentes_. TEODORICO DA NIEM.
[79] Alquanti anni di poi si riscattò, e fu posto cardinale di Frascati. Il suo sepolcro nel battistero di Firenze è opera di Donatello.
[80] Nel concilio di Costanza seguì un rumore fra l’arcivescovo di Milano e quello di Pisa, e dalle parole ne vennero alle mani, volendosi strangolare l’un l’altro perchè non avevano armi. Onde molti si gittarono giù per le finestre del concilio. SANUTO in _T. Mocenigo_. A quel concilio figurò grandemente il b. Enrico Scarampo de’ signori di Cortemiglia, vescovo di Acqui, poi di Feltre e Belluno 1404-1440, deputato anche al processo di Huss.
[81] Così è generalmente asserito; pure si ha una lettera di Huss che dice: _Exeo_ (da Praga) _sine salvoconductu_; Ap. ROHRBACHER, Hist. eccles., tom. XXI. p. 191.
[82] ENEA SILVIO, _Oratio de morte Eugenii papæ_.
[83] Sono parole di Enea Silvio, _Comment._, lib. I princ. — Il Poggio ne sparla sbrigliatamente.
[84] K. WALCHNER, _Politische Geschichte der grossen Kirchensynode zu Florenz_. 1825.
I. LENFANT, _Histoire du concile de Constance_. 1727.
[85] «Vennero il pontefice con tutta la corte di Roma, e collo imperatore de’ Greci e tutti i vescovi e prelati latini, in Santa Maria del Fiore, dove era fatto un degno apparato, ed ordinato il modo ch’avevano a istare a sedere i prelati dell’una chiesa e dell’altra. Istava il papa dal luogo dove si diceva il Vangelo, e’ cardinali e prelati della chiesa romana; dall’altro lato istava lo ’mperatore di Costantinopoli con tutti i vescovi e arcivescovi greci: il papa era parato in pontificale, e tutti i cardinali co’ piviali, e i vescovi cardinali colle mitere di damaschino bianco, e tutti i vescovi così greci come latini co’ piviali, i greci con abiti di seta al modo greco molto ricchi; e la maniera degli abiti greci pareva assai più grave e più degna che quella de’ prelati latini... Il luogo dello ’mperadore era in questa solennità dove si canta la Epistola all’altare maggiore; ed in quello medesimo luogo, com’è detto, erano tutti i prelati greci. Era concorso tutto il mondo in Firenze per vedere quell’atto sì degno. Era una sedia al dirimpetto a quella del papa dall’altro lato, ornata di drappo di seta, e lo ’mperadore con una veste alla greca di broccato damaschino molto ricca con uno cappelletto alla greca, che v’era in sulla punta una bellissima gioja: era uno bellissimo uomo, colla barba al modo greco. E d’intorno alla sedia sua erano molti gentili uomini che aveva in sua compagnia, vestiti pure alla greca molto riccamente, sendo gli abiti loro pieni di gravità, così quegli de’ prelati, come de’ seculari. Mirabile cosa era a vedere ben molte degne cerimonie, e i vangeli che si dicevano in tutte e due le lingue greca e latina, come si usa la notte di Pasqua di Natale in corte di Roma. Non passerò che io non dica qui una singulare loda de’ Greci. I Greci, in anni millecinquecento o più, non hanno mai mutato abito: quello medesimo abito avevano in quello tempo, ch’eglino avevano avuto nel tempo detto; come si vede ancora in Grecia nel luogo che si chiama i campi Filippi, dove sono molte storie di marmo, dentrovi uomini vestiti alla greca nel modo che erano allora». VESPASIANO FIORENTINO, _Vita di Eugenio IV._
Il decreto d’unione incomincia: Eugenio ecc. _Consentiente carissimo filio nostro Johanne Paleologo Romanorum imperatore illustri et... orientalem ecclesiam representantibus. Letentur celi et exultet terra: sublatus est enim de medio paries qui occidentalem orientalemque dividebat Ecclesiam, et pax atque concordia rediit; illo angulari lapide Christo, qui fuit utraque unum vinculo fortissimo caritatis et pacis utrumque jungente parietem; et perpetue unitatis federe copulante ac continente; postque longam meroris nebulam, et dissidii diuturni atram ingratamque caliginem, serenum omnibus unionis optate jubar illuxit. Gaudeat et mater Ecclesia, qui filios suos hactenus invicem dissidentes jam videt in unitatem pacemque rediisse: et que antea in eorum separatione amarissime flebat, ex ipsorum modo mira concordia cum ineffabili gaudio omnipotenti Deo gratias referat. Cuncti gratulentur fideles ubique per orbem, et qui christiano censentur nomine, matri catholice Ecclesie colletentur. Ecce enim occidentales orientalesque Patres, post longissimum dissensionis atque discordie tempus, se maris ac terre periculis exponentes, omnibusque superatis laboribus, ad hoc sacrum ycumenicum concilium desiderio sacratissime unionis, et antique caritatis reintegrande gratia, leti alacresque convenerunt, et intentione sua nequaquam frustrati sunt. Post longam enim laboriosamque indaginem, tandem Spiritus Sancti clementia ipsam optatissimam sanctissimamque unionem consecuti sunt. Quis igitur dignas omnipotentis Dei benificiis gratias referre sufficiat? quis tante divine miserationis divitias non obstupescat? cujus vel ferreum pectus tanta superne pietatis magnitudo non molliat? sunt ista prorsus divina opera, non humane fragilitatis inventa; atque ideo eximia cum veneratione suscipienda, et divinis laudibus prosequenda. Tibi laus, tibi gloria, tibi gratiarum actio, Christe, fons misericordiarum, qui tantum boni sponse tue catholice Ecclesie contulisti, atque in generatione nostra tue pietatis miracula demonstrasti, ut enarrent omnes mirabilia tua. Magnum siquidem divinumque munus nobis Deus largitus est: oculisque vidimus quod ante nos multi, cum valde cupierint, adspicere nequiverunt. Convenientes enim Latini ac Greci in hac sacrosancta Synodo ycumenica, magno studio invicem usi sunt, ut inter alia etiam articulus ille de divina Spiritus Sancti processione summa cum diligentia et assidua inquisitione discuteretur...
Item diffinimus sanctam apostolicam sedem, et romanum pontificem in universum orbem tenere primatum, et ipsum pontificem romanum successorem esse beati Petri principis Apostolorum et verum Christi vicarium totiusque Ecclesie caput, et omnium christianorum patrem et doctorem existere; et ipsi in beato Petro pascendi, regendi, ac gubernandi universalem Ecclesiam a Domino nostro Jesu Christo plenam potestatem traditam esse; quemadmodum etiam in gestis ycumenicorum conciliorum, et in sacris canonibus continetur. Renovantes insuper ordinem traditum in canonibus ceterorum venerabilium Patriarcharum: ut Patriarcha constantinopotitanus secundus sit post sanctissimum romanum pontificem, tertius vero alexandrinus, quartus autem antiochenus, et quintus hierosolymitanus, salvis videlicet privilegiis omnibus et juribus eorum_.
Vedasi CECCONI EUGENIO, _Studj storici sul concilio di Firenze con documenti inediti_. Firenze 1869.
[86] _Neque unquam Januenses dimittent hanc conventionem, vel facient contra eam, neque pro ecclesiastica excommunicatione, neque pro præcepto alicujus hominis coronati vel non coronati._ Vedi _Codinus_, _De officiis_, cap. XIV; CANTACUZENO, _Hist_., lib. I. c. 12.
[87] Dice il Sauli (_Della colonia di Galata_, I. 229) dietro Francesco Testa.
[88] FOGLIETTA, _Hist. januensis_, lib. VIII.
[89] Dei capitani latini sette erano genovesi, Maurizio Cattaneo, Giovanni del Carretto, Paolo Bocchiardi, Giovanni de Fornari, Francesco de Salvatichi, Leonardo da Langosco, Lodisio Gattilussi. LEON. CHIENSIS, pag. 95. Però il giornale dell’assedio di Costantinopoli di Nicolò Barbaro accagiona di tutti i tradimenti i Genovesi.
[90] La primitiva colonia di Greci Albanesi in Puglia si divise in tre. Una si stabilì presso il Gargàno, e v’ebbe i villaggi di Cannone, Greci, Ururi ed altri. Una si stanziò nella provincia d’Otranto, fondandovi Faggiano, Colonia imperiale; San Crispiero, Monteparano, San Marzano. Una in Melfi, formando il comune di Ciuciari. Mal visti dagli indigeni, si sparsero alle falde del Vulture, fondandovi Maschito e Barile, che contenevano cinquemila abitanti prima de’ tremuoti del 1851 e nella Basilicata, fondandovi popolazioni a Brindisi e San Ciriaco nuovo.
In Sicilia ebbero quattro tribù, di cui le principali sono la Piana de’ Greci e Adriano Palazzo, simili a città.
Nella Calabria meridionale posero i villaggi di Zangarona, Vena, Carafa, Andali, Marcedusa, San Nicolò dell’Alto, Carfito. Nella Calabria occidentale ebbero fin venticinque villaggi, tra cui Longro con cinquemila abitanti, Spezzano con tremila, San Donato, San Benedetto con duemila. Quivi allettavagli Irene Castriota pronipote dello Scanderbeg, che portò que’ vasti dominj a Pietrantonio Sanseverino principe di Bisignano. Alcuni piantaronsi nelle sterile falde dell’Appennino verso la Basilicata; e una sola colonia negli Abruzzi, fondando Abbadessa. Pagavano un canone ai feudatarj o al Governo, col che restavano immuni d’ogni altra gravezza, fin alla conquista napoleonica. Cessato dall’armi e datisi all’agricoltura, preferivano i luoghi alti e vistosi e abbondanti d’acque: e poichè impedivasi di ingrossare in città, teneano i villaggi vicini, per soccorrersi facilmente fra popolazioni che li disamavano. Le varie famiglie conservansi in casali distinti; come i Bafa a Santa Sofia, gli Scura e Toci in Vacarizzo, i Busa in San Giorgio, i Toci e gli Strigarò in San Cosma, gli Stratigò, i Demarco, i Samangò in Lungro. E Lungro, paese sì grosso, conserva puro il dialetto antico, mentre occorrono interpreti per farsi intendere dalle terre confinanti: locchè avviene dappertutto. Molti si educano, e acquistarono nome principalmente come legali, professori e vescovi: e il collegio italo-greco è dovuto a Samuele Rodotà di San Benedetto, primo vescovo della Chiesa greca in Calabria.
Oggi si hanno 89,000 Albanesi e 1800 Greci nel regno, con una colonia nella Corsica; oltre i molti che servono nei porti di Venezia, Trieste e Livorno.
[91] Anna Paleologo, vedova dell’ultimo imperatore di Costantinopoli, sfuggita allo sterminio della patria, approdò con molti signori greci nella maremma toscana, e chiese a Siena il diroccato castello di Montacuto col suo distretto, promettendo rifabbricarlo fra cinque anni e starvi con almeno cento famiglie. Si pattuì dunque che il nuovo castello e ’l distretto s’intendessero del comune di Siena, il quale custodisce la rôcca, eccetto una porta, per la quale l’imperatrice potesse ad un bisogno rifuggirvi; questa e i suoi giurerebbero fedeltà alla Repubblica senese, e alla cattedrale offrirebbero ogn’anno un cero di otto libbre, e per dieci anni un tributo di cinque lire alla camera di Bicherna; il seguito di lei potesse levare in Orbitello il sale per proprio uso, a soldi dieci lo stajo: le si concedevano due bandite, una da ridurre a vigneti, l’altra per pascoli, bastante almeno a cento paja di bovi. Ella nominerebbe due uffiziali greci che per trent’anni renderebbero ragione a quella colonia nel civile e nel criminale secondo le leggi degli imperatori greci, solo nelle pene uniformandosi agli statuti di Siena, come pure nei pesi e nelle misure. Avrebbero per tutto il contado esenzione di gabelle; e se alcuno abbandonasse il suo domicilio dì Montacuto, la Repubblica li rifarebbe delle spese di fabbrica e degli utensili che vi lasciasse. La cosa fu approvata il 28 aprile 1474; ma la carta che riferisce questo fatto, taciuto dagli storici e inquinato da altri dubbj, non dice per quali cagioni non ebbe seguito una combinazione che avrebbe risanato que’ deserti paludigni.
[92] La prima, di Menze, stampata a Venezia il 1500; il secondo, dal ragioniere Gottugli, pure pubblicato in Venezia.
[93] Nelle missioni in Germania, in Baviera, in Ungheria gli era stato compagno, per destinazione dei papi, san Giacomo di Montebrandone nella Marca, acclamatissimo per miracoli, austera vita e conversioni. All’impresa di Belgrado andò pure Luigi Scarampa, patriarca di Aquileja e commendatario di Montecassino.