Storia degli Italiani, vol. 08 (di 15)
Part 43
[10] Corio. — Quella solennità è spiegata estesamente in una lettera, scritta li 10 settembre dell’anno stesso, da Giorgio Azzanello ad Andreolo Aresi cancelliere ducale. Furono invitati da quasi tutte le parti del mondo principi, signori e comunità per condecorare la coronazione del nuovo duca, onore dell’Italia. Appena spuntato il giorno di domenica, dal castello di porta Giovia accompagnarono il futuro duca fino a Sant’Ambrogio, preceduti da istrioni e musici. Sopra quella piazza verso la cittadella era alzato un palco quadro, difeso da steccato, coperto ne’ ripari e nei gradini di panno scarlatto, e sopra di broccato d’oro su rosso. Quivi il magnifico cavaliere Benesio Cumsinich, luogotenente cesareo, aspettava il futuro duca per intronizzarlo. Gli altri prelati, signori ed ambasciatori sedettero sopra lo stesso palco. Stavano vicino a questo a sinistra Paolo de’ Savelli principe romano ed il cavaliere Ugolotto de’ Biancardi, con schiera di cinquecento cavalli per custodire la piazza affollatissima. Arrivato il futuro duca e gli altri con lui, Benesio benignamente lo accolse, e collocosselo alla mano sinistra al più eminente luogo del soglio. La bandiera imperiale era tenuta a destra da un cavaliere boemo, compagno di Benesio: alla sinistra un’altra bandiera inquartata coll’arme del duca, era tenuta dal cavaliere Ottone da Mandello. Lettosi il privilegio, che costituiva Gian Galeazzo duca di Milano, concesso dall’imperatore Venceslao in Praga al 1º maggio 1395, il duca inginocchiatosi giurò fedeltà a Cesare nelle mani del luogotenente, il quale gli pose su le spalle il manto ducale foderato di vajo da cima a fondo; quindi presolo pel braccio lo intronizzò, ponendogli in capo una corona gemmata, stimata ducentomila fiorini. Stando seduti il duca e il luogotenente, i prelati cantarono inni di ringraziamento a Dio fra ’l concerto degl’istromenti musicali; poi Pietro Filargo recitò una orazione panegirica in lode del duca. Finita questa, si celebrarono gli uffizj divini; poi il luogotenente e il duca montarono a cavallo, e serviti da magnifico baldacchino portato da otto cavalieri e otto scudieri, andarono col seguito di tutti i prelati, signori ed ambasciatori sino all’antico palazzo, alle cui porte furono affisse le due bandiere imperiale e ducale. Erano in corte apparecchiate le tavole, servite con ricchissima argenteria, e di sopra padiglionate da arazzi tessuti a oro. Al capo della mensa sedè il duca avendo ai due lati i cesarei luogotenenti, e dietro per ordine di dignità gli altri signori. Al lunedì passarono mostra nel palazzo ducale i disposti giostratori. Al martedì, trecento di questi, divisi in due schiere, l’una rossa e l’altra bianca, colle loro bandiere entrarono nello steccato, essendo proposto premio della vittoria mille fiorini. Al mercoledì si giostrò di nuovo, e premio era un fermaglio del valore di mille fiorini, e lo vinse il marchese di Monferrato. Al giovedì terminarono le giostre, nelle quali Bartolomeo fratello di Domenico da Bologna acquistò un cavallo del prezzo di cento fiorini; e Giovanni Rubello scudiere del detto marchese, un altro di ducento».
[11] Valtellina, Valcamonica, Varese, Legnago, Castello, Arquà, Salò, Bassano, Castelnuovo di Tortona, Riviera di Trento, Soresina, Lecco, Vigevano, Pontremoli, Voghera, Borgo Sandonnino, Casal Sant’Evasio, Valenza, Crema, Monza, Grosseto, Massa Lunigiana, Assisi, Bobbio, Feltre, Belluno, Reggio, Tortona, Alessandria, Lodi, Vercelli, Novara, Vicenza, Bergamo, Como, Cremona, Piacenza, Parma, Brescia che nell’epitafio di lui è detta _civili nondum enervata duello_, Verona, Perugia, Siena, Pisa, Bologna, Pavia, Milano.
[12] _Mémoires_, cap. VII.
[13] Andrea Biglia, allora vivente, racconta che Antonio Bosso, intrinseco di Facino, l’avvertì restargli poche ore di vita, e però provvedesse all’anima sua. Facino rabbujato gli intima: — Va tu a cercarti un confessore, che fra un’ora ti manderò al supplizio». Il Bosso, che lo sapea uomo da mantener la parola, sbigottì tutto, e quasi venne meno; ma Facino rasserenatosi gli soggiunse: — Da quel che provasti tu, argomenta quel che hai fatto soffrire a me col tuo pronostico». Davvero non era momento da burle.
[14] Una casa comprata dalla Signoria per regalare a Luigi Gonzaga signore di Mantova, costò seimila cinquecento ducati; tremila un’altra donata al vaivoda dell’Albania. Le prove sono in DARU, _Storia di Venezia_, lib. XIII.
[15] Alle tante prediche di pace si potrebbe opporre una di guerra, riferita da Franco Sacchetti, come udita da lui allora appunto da un romitano in San Lorenzo di Genova. E’ diceva: — Io sono genovese; e se io non vi dicessi l’animo mio, e’ mi parrebbe forte errare; e non abbiate a male che io vi dirò il vero. Voi siete appropiati agli asini: la natura dell’asino è questa, che quando molti ne sono insieme, dando d’uno bastone a uno, tutti si disserrano, e qual fugge qua, e qual fugge là, tanta è la lor viltà; e questa è proprio la natura vostra. E i Viniziani sono appropiati a’ porci, e sono chiamati Viniziani porci, e veramente eglino hanno la natura del porco; perocchè essendo una moltitudine di porci stretta insieme, ed uno ne sia o percosso o bastonato, tutti si serrano a una, e corrono addosso a chi li percuote; e questa è veramente la natura loro; e se mai queste figure mi parvono proprie, mi pajono al presente. Voi percoteste l’altro dì li Viniziani, e’ si sono serrati verso voi a lor difesa ed a vostra offesa; ed hanno cotante galee in mare, con le quali v’hanno fatto e sì e sì; e voi fuggite chi qua e chi là, e non intendete l’uno l’altro, e non avete se non cotante galee armate; egli n’hanno presso a due tanti. Non dormite, destatevi, armatene voi tante, che possiate, se bisogna, non che correre il mare, ma entrare in Vinegia. — Poi fe fine a queste parole, dicendo — Non l’abbiate a male, che io sarei crepato, s’io non mi fusse sfogato. — Ora questa cotanta predica udii io, e tornàmi a casa; l’avanzo lasciai udire agli altri».
[16] ANDREA GATTARO, pag. 280.
[17] Ecco l’esempio d’una dichiarazione offerta per parte del Caresini, che continuò la cronaca del Dandolo: — Raffaello Caresini, cancellier grande, offerisce lui con due buoni compagni al suo salario e spese e un famiglio d’andare sull’armata, e di pagare la spesa di tutti gli uomini da remo al mese ducati quattro e a’ balestrieri ducati otto al mese per uno. Item dona tutti i prò de’ suoi imprestiti e imposizioni, ch’egli ha e che farà nella presente guerra; e di prestare ducati cinquecento d’oro a renderseli due mesi dopo finita la guerra». Ap. SANUTO, pag. 736.
... _Concernentes anxio mentis intuitu magnificus dux, consilium atque cives januensem patriam, quæ, inter alias catholicas nationes, oris præsertim maritimis, triumphales sui roboris vires expandit comerciorum, negociacionibus etiam quam maxime frequentata, et portus et janua navigationibus et lucrorum agendis, quibus humanum alitur genus abundans magistra, nunc aliquot jam exactis annis, aut justa Dei ira ex ingentibus mortalium noxis, aut acerbæ sortis sinistris auspiciis ferali civilium parcialitatum contagiatam morbo, sic solitis debilitatam viribus, quod januensis reipublicæ corpus suis artubus plurimis peste lesis, nisi salubri succurrerentur remedio, flebilis excidii pernicie damnaretur ipsius equidem remedii medelam ab intimis anhelantes, diurnis cogitationum curis hinc inde versarunt, tandem prudentissimis consiliis advertentes serenissimi ac invictissimi principis domini Francorum regis laudabilem justitiam, qua sua regio felix floret, incomparabilem potentiam qua quicumque terentur iniqui, scelesti domitantur raptores, et barbarica reprimitur feritas, ad suam amplissimam clemenciam suarum deliberationum aciem direxerunt. Ita demum quod miseranda januensis nationis cimba, quæ jamdiu horrendis fluctuationum turbinibus agitata, nimia confusione ambitus et odiorum lacerata dissidiis, seu cautibus non parum allidens formidabile submersionis periculum vix evasit. Ecce tetris observata nubibus longe titubans pelago, clarum pietate cœlesti clementiæ regiæ jubar perspectans etc._
Dopo queste frasi retoriche, vengono i lunghi e chiari patti, che meritano esser letti nel _Liber juris_: vol. II. p. 1237, per più di 13 colonne.
[18] Ad Enrico VII, a Roberto di Napoli, all’arcivescovo di Milano, e ora a Carlo.
[19] STELLA, pag. 1176, 1193. _Rer. It. Script_., XVII.
[20] _Rivoluzioni d’Italia_, lib. XIV. c. 8. Egli stesso si contraddice al cap. 4 del lib. XV.
[21] Spesso egli recitò, o almeno compose sermoni per lauree, per capitoli di frati, per funzioni ecclesiastiche; e si trovano manoscritti.
[22] _Suscipe Robertum regem virtute refertum_.
[23] _Rerum memorabilium_, lib. I. c. 1.
[24] Un anello con cinque perle; una trecciuola con ottantasei perle minute; una ghirlanda d’argento, su cui perle novantasei; una cintola con perle minute; una coppa di cristallo con coperchio fornito d’argento, che valse lire cinquantuna; un orcioletto di cristallo fornito d’argento e perle; una coppa di nacchera (madreperla) fornita d’argento e perle, furono dati in pegno per fiorini censettantasei a un mercante fiorentino.
[25] _Fragm. Hist. romanæ_, lib. I. c. 10. — DOM. DE GRAVINA, _Rer. It. Script_., XII. 572.
[26] Parole di Matteo Villani, lib. II. c. 61, e soggiunge questo fatto: — Un Catalano, il quale teneva una rôcca, fece a’ suoi compagni tenere trattato col conte di Ventimiglia, il quale, avendo voglia d’aver quella rôcca, con troppa baldanzosa fidanza sotto il trattato entrò nel castello con centoquattro compagni, benchè più ve ne credesse mettere; ma come con questi fu dentro, per l’ordine preso pe’ traditori furono chiuse le porte, il conte e i compagni presi; e avendovi uomini, i quali si volevano ricomperare a grande moneta, ed erano da riserbare per i casi fortunevoli della guerra, tanto incrudelì l’animo feroce de’ Catalani, che senza arresto spogliati ignudi i miseri prigioni, e legati colle mani di dietro, l’un dopo l’altro posto a’ merli della maggior torre della rôcca, sopra un dirupinato grandissimo furono dirupinati senza niuna misericordia, lacerando i miseri corpi con l’impeto della loro caduta ai crudeli sassi. Il conte solo fu riserbato, non per movimento d’alcuna umanità, ma per cupidigia di avere per la sua testa alcuno suo castello vicino ai crudi nemici».
[27] Il Giannone, colle sue frasi grossolane insieme e gonfie, chiama «Giovanna la più savia reina che sedesse mai in sede reale», lib. XXIII. c. 3; e lo ripete nel cap. 5; poco poi scrive che la regina, «ancora che ella fosse in età di anni quarantasei, era sì fresca che dimostrava molta attitudine di far figli».
[28] Ap. LÜNIG, tom. I. p. 210. 1215. Alla coronazione di Luigi II d’Angiò si presentarono in Napoli molti baroni, conducendo più di millecento cavalli; poi i Sanseverino ne condussero milleottocento tutti ben in arnese. Al che Angelo di Costanzo, che scriveva ai tempi di Filippo II, riflette: — Io, vedendo in questi tempi nostri, d’ogni altra cosa felicissimi, nella patria nostra, tanto abbondante di cavalieri illustri ed atti all’armi, la difficoltà che saria il porre in ordine una giostra, per la qual difficoltà si vede che ha più di trent’anni che non n’è fatta una, e l’impossibilità di poter fare in tutto il Regno mille uomini d’armi di corsieri grossi, simile a quelli di quei tempi, sto quasi per non creder a me stesso questo ch’io scrivo di tanto numero di cavalli, ancorchè sappia che è verissimo; ed oltre che l’abbia trovato scritto da persone in ogni altra cosa veridiche, l’ho anco visto nei registri di quelli re che gli pagavano. Ma questo è da attribuirsi al variar de’ tempi, che fanno ancor variare i costumi. Allora per le guerre ogni piccolo barone stava in ordine di cavalli e di genti armigere per timore di non esser affatto cacciato di casa d’alcun vicino più potente; ed in Napoli i nobili, vivendo con gran parsimonia, non attendendo ad altro che a star bene a cavallo e bene in arme, si astenevano da ogni altra comodità; non si edificava, non si spendeva in paramenti, nelle tavole dei principi non erano cibi di prezzo, non si vestiva, tutte le entrate andavano a pagar valent’uomini ed a nutrir cavalli. Or per la lunga pace s’è voltato ognuno alla magnificenza nell’edificare ed alla splendidezza e comodità del vivere, e si vede ai tempi nostri la casa che fu del gran siniscalco Caracciolo, che fu assoluto del Regno, a’ tempi di Giovanna II regina, ch’è venuta in mano di persone senza comparazione di stato e di condizione inferiore; vi hanno aggiunte nuove fabbriche, non bastando a loro quell’ospizio, ove con tanta invidia abitava colui che a sua volontà dava e toglieva le signorie e gli stati. Delle tappezzerie e paramenti non parlo, poichè già è noto che molti signori a paramenti di un par di camere hanno speso quel che avria bastato per lo soldo di dugento cavalli per un anno; ed avendo parlato della magnificenza de’ principi, con questo esempio non lascerò di dire dei privati che si vede di cinque case di cavalieri nobilissimi fatta una casa di un cittadino artista. Tal che credo certo, che, se fosse noto agli antichi nostri questo modo di vivere, si maraviglierebbono, non meno di quel che facciamo noi di loro».
[29] RYMER, _Acta_, tom. IV. part. II. pag. 45. A tutti questi fatti era presente Teodorico da Niem, che scrisse la vita di Giovanni XXIII.
[30] Questa vittoria, che il Sismondi chiama _la plus importante, la plus glorieuse, qui de tout le siècle eût été remportée sur la Méditerranée_, secondo i _Giornali napolitani_ fu dovuta ad uno stratagemma, che sembra pueril cosa quando già si conoscevano le artiglierie. «Fu combattuto con sapone, olio, pignatelli artificiali, pietre di calce, le quali buttando sopra le navi nemiche dalle gabbie loro, le redussero che l’uno non vedeva l’altro, et alcuna volta offendevano li loro medesimi credendoli nemici». E più distesamente Giovanni Cavalcanti: «L’arte dei Genovesi che usarono, fu di maraviglioso scaltrimento: conciossiacosachè portarono infinito numero di vasi di terra, come pignatte e orciuoli, e quelli di calcina viva e di cenere di vagello empierono; e nel cominciare della battaglia, i Genovesi si cercarono che a loro nelle reni ferisse il vento, e a’ nemici nella faccia soffiasse. I Genovesi non meno alle vasa correvano che all’armi, e i nemici erano nella faccia percossi dalle cocenti e ardenti ceneri dal vento soffiate; per il sudore e per l’affaticare della battaglia, i pori erano aperti: la qual calcina dava tanta passione, che l’arme abbandonavano, e a stropicciarsi gli occhi ciascuno attendeva». _Rer. It. Script._, XXI. 1101.
[31] VESPASIANO BISTICCI.
[32] S. ANTONINI _Chron_., part. III. tit. 22. not. _b_.
[33] L’arringa del doge è riferita dal Sanuto, che dice averla tratta dal manoscritto proprio d’esso principe: noi la compendiammo; alcune partite, imbarazzate nell’edizione del Muratori, si sono racconcie alla meglio. Si sarà avvertito che il doge mette un eccesso di attivo veneto, giacchè bisogna dedurne un milione per l’importo dei panni e frustagni.
[34] ANDREA BILLII, _Historia Mediol_., pag. 78.
[35] Secondo un conto prodotto da ser Cambi, i Veneziani teneano in campo ottomila ottocentrenta cavalli, e ottomila fanti, quelli a fiorini quattro il mese ciascuno, questi a fiorini tre; e i Fiorentini seimila cavalli e seimila fanti; sicchè fra essi e i Veneziani spendeano al mese centoduemila fiorini. Il duca di Milano area ottomila cinquecentocinquanta cavalli del costo di venticinquemila fiorini il mese, e ottomila fanti e balestrieri di fiorini ventiquattromila. Nel conto sono divisati tutti i condottieri e gli uomini di ciascuno. Vedi _Delizie degli eruditi_, XX. 170.
[36] Da un dialogo manoscritto di Paolo Giovio; dove pure leggo che, pel terrore causato dalle prime armi a fuoco, si troncava la destra a quanti fucilieri si coglievano; e che Bartolomeo Coleone generale dei Veneziani, e Federico d’Urbino, nella zuffa della Riccardina sul Bolognese, essendo tra il combattere discesa la notte, fecero ai donzelli apparecchiar fiaccole, al cui chiarore continuarono la pugna.
[37] SANUTO, pag. 1029. Frà Paolo Sarpi, lodatore di tutto ciò che è tirannico, scrive «esser antico vanto della circospezione veneziana l’aver tenuta celata scrupolosamente per otto mesi la risoluzione della morte del conte Carmagnola».
[38] CRISTOFORO DA SOLDO.
[39] SABELLICO, _Deca_ III, lib. 5.
[40] ROSSI, _Elogi storici_, pag. 150; CAPRIOLO, _Storie bresciane_; RIZZARDI, _Storia Asolana_ manoscritta.
[41] Filippo Borromeo di Lazzaro, coll’ajuto de’ Milanesi cacciò da San Miniato sua patria i Fiorentini; ma poi da un capitano tradito a questi, fu ucciso il 1350. La Talda, sorella di Beatrice Tenda, ebbe quattro maschi. Andrea, dottorato in Padova e cavaliere aurato; Borromeo tesoriere di Padova al tempo de’ Carraresi, i quali temendolo ed invidiandolo gli cercarono cagione addosso e lo arrestarono, nè potè uscire di carcere che pagando ventiduemila scudi d’oro: egli per vendicarsene istigò Visconti e Veneziani finchè abbatterono il Carrarese. Borromeo coi fratelli Alessandro e Giovanni si piantò a Milano, e v’ebbero la cittadinanza il 1394, e tennero casa a Santa Maria Podone. Borromeo nel 1400 stette mallevadore per dodicimila scudi del marchese di Monferrato, in un accordo di questi coi Visconti. Giovanni fu consigliere e capitano di Gian Galeazzo; da Gian Maria nel 1403 ebbe in feudo Castell’Arquato e tutta la val di Taro col titolo di conte; e fu principale autore del matrimonio di Filippo Maria con Beatrice Tenda. Esso Filippo diè pure la cittadinanza milanese a Vitaliano Vitelliani, nipote per sorella di Giovanni, e diritto di conseguirne l’eredità e il cognome; lo fe tesoriere generale e consigliere nel 1439; nel 42 l’investì della rôcca d’Arona, come conte di Canobbio e sua valle; nel 46 di Ugogna e Margozzo: ed è lo stipite de’ Borromei di Milano, Galeazzo, Antonio, Giovanni, figlio del Giovanni suddetto, si mutarono a Venezia, dove sono ricordati nella chiesa di Santa Elena, da essi eretta ed arricchita. V. CORONELLI, _Bibl. universale_, tom. VI. p. 790.
[42] Anche nel 1689 Pietro Ottobon dal prozio Alessandro VIII fu fatto cardinale, e prestò molti servizj alla Serenissima; e ottenne da questa fosse rimesso in grazia il proprio padre Antonio, disgradato perchè era divenuto generale di Santa Chiesa. Ma essendo stato eletto protettore della corona di Francia alla Corte pontifizia, il senato si oppose; e avendo egli non ostante spiegato le insegne di Francia, fu abraso dal libro d’oro, confiscatogli il patrimonio, sospesa ogni rendita de’ suoi beni ecclesiastici nel dominio veneto.
[43] _Mutilasti Imperium Mediolano et provincia Longobardiæ, quæ juris S. B. Imperii fuerant, redeuntibus inde ad imperium amplissimis emolumentis; in qua ditione mediolanensi veluti minister S. B. Imperii partibus fungebatur, cum tu contra, accepta pecunia, Mediolani ducem et comitem papiensem creasti._ Così gli elettori nel deporre Venceslao.
[44] _Jus, quod ex dictis concessionibus et citationibus in feudo dictorum ducatuum et comitatum habemus, nobis et nostris successoribus in Imperio salvum maneat et illesum._ LÜNIG, Italia dipl., I. 480.
[45] Quella Repubblica fu censurata dal Corio per blandire i duchi, e dal Verri per stizzosa allusione alla Cisalpina; ma più che alle ironiche declamazioni di questo, credo ai documenti del Rosmini. Il Leo, tra gli errori onde ribocca la sua _Storia d’Italia_, dice che il Rosmini, «per biasimare la repubblica, produce molte ordinanze sulla religione, le scienze, la politica». Lo fa pel preciso contrario. Nell’archivio del duomo è un’ordinanza de’ capitani del 14 agosto, nella quale, poichè _Altissimi clementia ineffabili.... antiquissimam auream et sanctam libertatem urbs hæc feliciter reassumpsit_, stabiliscono un’oblazione annua; e sotto l’11 agosto, in riconoscenza a Dio _quod ad dulcissimum reipublicæ et libertatis statum nos reduxit_, ordinano una processione a Sant’Ambrogio.
[46] Nella battaglia di Morat servivano al duca di Borgogna quindicimila Lombardi, il cui capitano Antonio Corradi di Lignana vercellese vi perì.
[47] _Arch. storico_, XIII. 311.
[48] _Historia desponsationis et coronationis Friderici III et conjugis ipsius, auctore_ NICOLAO LANKMANO DE FALKENSTEIN. Ap. PEZ, II. 569-602.
[49] SPINO, _Vita di Bartolomeo Coleone_, pag. 255. La costui biografia fu scritta in latino da Antonio da Cornazzano, che con altri letterati e artisti vivea nel castello di lui; onde il ritrasse con colori lusinghieri che la storia smentisce.
Del Cornazzano abbiamo pure manoscritta la vita di Francesco Sforza in terzine, e un trattato _De la integrità de la militare arte_, oltre un poema più volte stampato sul soggetto stesso: _Opera nuova de Mr. Ant. Cornazzano, la quale tratta de modo regendi, de motu fortunæ, de integritate, rei militaris, et qui in re militari imperatores excelluerint_. D’altri due condottieri, Attendolo Sforza e Braccio di Montone, scrissero le gesta Lodrisio Crivelli e Gianantonio Campano, rozzi ma interessanti.
[50] Del 1467 fu pubblicata a Milano la seguente grida di guerra: — Si fa poto e manifesto a caduna persona de quale grado e conditione se sia, per parte del nostro M. signor duca di Milano ecc. in tutte le terre del dominio suo, che qualunche soldato, o che sia pratico al soldo, così de cavallo come de pede, tanto terriero quanto forastero, che al presente se trovasse habitare nel dominio ducale, che voglia venire in campo dove el prelibato ill. signor duca nostro se ritrovarà; venga in ordine ed armato, che averà buona e grossa guerra in lo parti de Piemonte, presentandose, subito che sia in campo, ad Petro, Francesco Visconte, conductero et marescallo del campo, et ulterius che porteno la banda bianca, come fanno gli altri».
[51] Paolo Santini, che, sulla metà del secolo XV, scrisse un trattato di cose militari rimasto manoscritto, e pare fosse al servizio dei Veneziani, dice: _Qui in Italiam vincere desiderat, ista instruet: primo, cum summo pontifice semper sit; secundo, dominetur Mediolanum; tertio, quod habeat astronomos bonos; quarto, habeat ingegnerios qui sciant plurima; quinto, quod tot navigia conducantur plena lapidibus in canalibus.... impleantur canalia multitudine navium, navigiorum, barcarumque suffundatarum, etc._
[52] La sentenza si esprime: _Videtur, propter obstinatam mentem suam, non esse possibile extraere ab ipso illam veritatem, quæ clara est per scripturas et per testificationes, quoniam in fune aliquam nec vocem nec gemitum, sed solum intra dentes voces ipse videtur et auditur infra se loqui.... tandem non est standum in istis terminis, propter honorem status nostri..._
[53] Del discorso recitato da Nicola Oremme in concistoro porge l’estratto De Sade, _Vie du Pétrarque_, tom. II. I. 692. È nota la risposta che il Petrarca vi fece.
[54] Ella stessa nel _Tratt. della Provvidenza._ E vedi BOLLAND, ad 30 apr.; HAGEN, _Die Wunder der h. Catharina von Siena_. Lipsia 1840.
[55] «Pregovi per l’amore di Cristo crocifisso, che, più tosto che potete, voi n’andiate al luogo vostro dei gloriosi Pietro e Paolo; e sempre dalla parte vostra cercate d’andare sicuramente, e Dio dalla parte sua vi provvederà di tutte quelle cose che saranno necessarie a voi.