Storia degli Italiani, vol. 08 (di 15)

Part 45

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[94] All’invito del papa, il doge parlò nel gran consiglio: — Signori. No se move foglia d’albero senza ’l voler de Dio. Considerè che, se questo Stato è vegnudo a tanta grandezza, questo è processo per volontà de Dio, più che per nostro senno e per le nostre forze. Chi crede che le cose contra ’l Turco fosse passade sì ben, se non fosse concorso la volontà de Dio? Voltemo la mente a Dio e alla so Madre, e ringraziamola dei benefizj che la ne fa ogni zorno; e sforzemose de far quello che la ne comanda, e posponemo li odj e la invidia. Se faremo così, Dio prospererà questo Stato da ben in meglio. Sora ’l tutto, no se partimo dalle elemosine, dalle orazion e dal far giustizia. El Cardinal Niceno ne ha presentà ona bolla del papa, che è stà letta a l’eccellenze vostre; la Signoria e i savj de colegio ne ha domandà l’anemo nostro su quello che ’l papa ne scrive. Avemo resposto, che dependemo dal voler della signoria vostra. Ve preghemo che considerè qual è ’l meglio della terra. Fè orazion, elemosine, lassè da banda le passion, e deliberè ’l vostro ben. Priego la bontà de Die umelment, perchè _humilitas vincit omnia_, che ne inspira a deliberar quel che è onor so e servizio vostro».

[95] Enea Silvio era stato per alcun tempo vescovo di Trieste; onde il dottor Rossetti di questa città raccolse quanto potè di scritti e memorie di quel pontefice, e ne fece dono alla pubblica biblioteca.

[96] Ap. RAYNALDI, al 1471, § 9.

[97] Sabellico, _Dec_. III. l. IX.

[98] «Tutto ciò che di male è stato nella benedetta Firenze, da nulla cosa è proceduto se non dal volere gli ufficj, e poi avuti, ciascuno volerli per sè tutti e cacciarne il compagno..... Sotto colori di guelfi e ghibellini, si sono ammoniti gli uomini non ad altro fine che per avere per sè gli ufficj: e per questo fu trovato l’ammonire ed il confinare e il porre a sedere e il divieto degli ufficj: e per ogni uomo che ha guadagnato d’ufficj, mille n’hanno perduto, senza l’anima e le inimicizie che per l’ufficio e nell’ufficio sono acquistate... E quand’uno s’è trovato ne’ luoghi, non ha pensato se non come disfare chi a diritto o a torto sentenza contro lui ha renduta... Tutti i discendenti s’accozzavano di voler essere capitano di parte per ammonire; e quando erano in ufficio, i capitani si ristringeano insieme, e diceano uno all’altro: _Non ha’ tu alcuno nemico, a cui tu vogli far noja?_ e così raccozzati, ciascuno mettea il suo o i suoi, e poi a una fava faceano il partito, e il guelfo come il ghibellino era ammonito». Questi lamenti del buon Coppo Stefani (_Rubrica_ 923) s’attagliano ad altri tirannelli del tempo nostro.

[99] Simbolo di questa varietà è il Palazzo vecchio, sotto i cui sporti merlati sono gli stemmi della repubblica e de’ sestieri; cioè, pe’ Ghibellini il giglio bianco in campo rosso, o piuttosto il giaggiòlo o _ireos_, il quale co’ suoi fiori incorona le mura di Firenze; pe’ Guelfi il giglio rosso in campo bianco; la croce rossa in campo bianco, adottata per la riforma di Giano della Bella; le chiavi d’oro incrociate su campo turchino, con cui la parte guelfa attestò la sua devozione a santa Chiesa. I sestieri ebbero per insegna, quello d’Oltrarno il ponte, San Pier Scheraggio il carroccio, Borgo Santi Apostoli l’ariete, San Pancrazio una branca di leone, porta del Duomo il duomo, San Piero le chiavi. Nei vani degli sporti della torre del Palazzo vecchio sono dipinti gli stemmi de’ quartieri; cioè, Oltrarno, colomba bianca con raggi d’oro; Santa Croce, croce d’oro; Santo Maria Novella, sole a raggi d’oro; San Giovanni, tempio ottagono; tutti in campo azzurro.

[100] Il famoso canonista ed erudito Lapo da Castiglionchio ebbe saccheggiata la casa in Firenze, donde riuscì a fuggire travestito da frate. Allora «fu mandato a confine a Barzellona; e chi l’uccidesse fuori di Barzellona, avesse dal Comune di Firenze fiorini mille d’oro; e chi ’l menasse preso, possa trarre di bando uno sbandito cui e’ vorrà, o rubello ch’egli vorrà nominare». (ap. MEHUS). Egli si fermò a Padova, dov’ebbe una cattedra di diritto ecclesiastico. Di lui si hanno a stampa le _Allegazioni_ (Firenze 1568), e un’epistola sulla nobiltà, e se sia più utile nascer nobile o plebeo (Bologna 1753). Continuò a mestare nelle cose della patria, ed anche i suoi figli; mal per loro, che n’ebbero punizioni severissime. Vedi AMMIRATO, _Storie fiorentine_, al 1391.

[101] Sono parole degli storici; pure consta dai registri che nel 1366 egli era podestà a Mantigno nel podere degli Ubaldini, e nel 77 a Firenzuola.

[102] «Quest’operazione (dell’escludere le due arti nuove) fu giustissima, giacchè in quell’ordine di persone non si poteano trovare, se non per un caso singolare, persone atte al governo: mancanti di educazione e di lumi, non si conciliavano con alcun mezzo la stima del pubblico, ond’era stato un grand’errore creare due nuove arti della più vile canaglia, e parificarle alle altre negli onori». AMMIRATO, lib. XIV. Eccede, poichè le due arti erano state create appunto per cernire dalla _canaglia_ quelli che per virtù e senno meritavano di non restar esclusi dalle magistrature.

[103] È narrato che il vescovo Tarlati d’Arezzo incaricò Buonamico Buffalmacco di dipingere un’aquila viva addosso a un leon morto, volendo inferire la superiorità de’ Ghibellini sopra Firenze. Buffalmacco fecesi fare un chiuso d’assi e tende, e dipinse tutto il contrario, il leone soprastante all’aquila; poi fingendo andare per colori, non tornò più. Apertosi e trovata la burla, il vescovo a smaniarne e bandirlo.

[104] Quando i Fiorentini tolsero i castelli degli Ubaldini, Franco Sacchetti applaudì con una canzone rimasta inedita fin al 1853:

Fiorenza mia, poi che disfatti hai Le cerbïatte corna (_loro stemma_) Della superba e crudele famiglia, Festa dèi far più che facessi mai... Però che molti fur, tardi o per tempo, Rubati a questi passi, Ed ancor morti antichi di ciascuno, Chè non si taglia bosco, selva o pruno Che non v’abbia cataste Di teste e membra guaste... Ed Alemagna sola Più ch’altri dee goder di lor ruina, Perchè gli suo’ romei sentian rapina... Così Inghilesi, Fiamminghi e Franceschi... Meglio è che vinto aver la Santa Terra Aver vinto costoro Tra cui viandanti convenian passare...

Dello stesso è pure una canzone contra il duca di Milano, ove dettogliene a gola, conchiude:

A tutti quei che voglion giusta fama E tengon libertà, ch’è tanto cara Come sa chi per lei vita rifiuta, Canzon, non istar muta, Che se tal biscia ora non si disface, Non pensi Italia mai posar in pace.

[105] Alla qual peste si riferisce il caso di Ginevra degli Almieri. Sposa da pochi mesi, ella morì e fu sepolta, ma rinvenne e uscì dalla tomba: andò dal marito, andò dai parenti, e nessuno la volle ricevere, credendola l’ombra di lei che domandasse suffragi; ond’ella ricoverò da Antonio Rondinelli che l’aveva amata, e che la ricevè e risanata sposò. Scopertosi il caso, la curia vescovile dichiarò che, essendo ella stata abbandonata per morta, il primo matrimonio era sciolto, teneva il secondo.

[106] L’Ammirato, il quale condanna i Pisani, deplora che «Pisa s’andava tuttodì vuotando dei proprj cittadini, non soffrendo il loro altiero animo, non ostanti tanti benefizj, di star sudditi a’ Fiorentini». Ci sono descritti dallo stesso Gino Capponi il tumulto de’ Ciompi, e l’acquisto di Lucca, che pajonmi delle più belle e nobili storie di nostra favella. Nell’archivio secreto Mediceo sta una lettera 14 gennajo 1431 dei dieci di balìa al commissario di Pisa, ove conchiusero: «Qui si tiene per tutti, che ’l principale e più vivo modo che dare si possa alla sicurtà di cotesta città, sia di vuotarla di cittadini pisani; e noi n’abbiamo tante volte scritto costì al capitano del popolo, che ne siamo stanchi; e rispondeci ora l’ultimo, essere impedito dalla gente dell’arme, e non avere il favore del capitano (Cotignola). Vogliamo che tu ne sia con lui, ed intenda bene ogni cosa, e diate modo _con usare ogni crudeltà ed asprezza_. Abbiamo fede in te, e confortiamti a darvi esecuzione prestissima, che cosa più grata a tutto questo popolo non si potrebbe fare»

Negli scrittori pisani recenti sono a vedere le incolpazioni atroci date al governo di Firenze, sin d’avere per decreto peggiorato l’aria di Pisa onde disabitarla.

[107] TARGIONI, _Viaggi_, II. 221.

[108] Non è superfluo mostrare i patti con cui il Comune di Lucca si diede a Carlo di Boemia nel 1333. Esso manderebbe un buon vicario, assegnandogli un salario fisso, di là del quale non possa nulla pretendere per sè o sua famiglia, cavalli ed uffiziali suoi; de’ quali pure sia prefisso il numero. Il salario è fissato in quattromila fiorini d’oro, dei quali deve stipendiare due giudici rinomati, tre buoni compagni, dodici donzelli, sedici ragazzi, un cuoco e due guatteri, venti cavalli. Esso vicario osservi le leggi e gli statuti di Lucca, e solo per furto, omicidio, falso incendio, tradimento possa far mettere alla tortura; non introduca prestiti o imposte o mutui o dazj, nè gli accresca; non possa fare spesa alcuna se non col consenso degli anziani, nè cominciar guerra; le cause civili e criminali si giudichino dalle solite curie, senza ch’egli vi s’intrometta. Gl’impieghi si diano al modo antico e a soli cittadini. Egli prepari pedoni e cavalli stipendiarj, ma che contrattino col Comune: le rendite di questo vadano nella cassa civica. Possa il vicario assistere al consiglio degli anziani; ma ciò che ottiene sette voti, si ritenga stabilito. Il re non voglia dare la città a chi altri si sia. _Docum. per servire afta storia di Lucca_, I. 278.

[109] Morto Lionello duca di Modena nel 1440, Lucca occupò alcune terre della Garfagnana: Borso la respinse, anzi le tolse alcuni paesi: poi per interposizione di Firenze e ad arbitramento di Nicola V nel 1451 quelle rimasero al ducato, che ne formò la vicarìa di Frassalico, levando l’intralciatissima spartizione della Garfagnana bassa.

[110] Il discorso è riferito da Giovan Cavalcanti, di poco posteriore. Rousseau ebbe l’idea di scrivere la storia di Cosmo de’ Medici. «Era (diceva a Bernardino Saint-Pierre) un semplice privato, che divenne sovrano de’ suoi concittadini col renderli più felici; non si elevò e non si mantenne che per mezzo dei benefizj».

Esiste il catalogo delle preziosità appartenenti a Pietro de’ Medici nel 1464, che in medaglie, anelli, cammei, suggelli, tavole antiche di pietra o di metalli, sono stimati fiorini d’oro duemila seicentoventiquattro; i vasi preziosi e altre cose di valuta, ottomila centodieci; varie gioje, diciassettemila seicentottantanove; oltre gli argenti. _Appendice alla vita di Lorenzo il Magnifico_ del ROSCOE. Esso Lorenzo nei _Ricordi_ scrive: — Gran somma di denari trovo abbiamo speso dall’anno 1434 in qua, come appare per un quadernuccio in-quarto da detto anno fin a tutto il 1471: si vede somma incredibile, perchè ascende a fiorini seicentosessantatremila settecencinquantacinque, tra muraglie, limosine e gravezze, senza l’altre spese; di che non voglio dolermi, perchè, quantunque molti giudicassero averne una parte in borsa, io giudico essere gran lume allo Stato nostro, e pajonmi ben collocati, e ne sono molto ben contento».

[111] Giovanni di ser Cambi reca la lista delle case grandi fiorentine al 1494 e assegna agli Altoviti sessantasei uomini, sessanta ai Rucellaj, cinquantatrè agli Strozzi, sessantacinque agli Albizzi, trentacinque ai Ridolfi, e così ai Capponi, ventisei ai Cavalcanti, e via là. Tra le antiche famiglie vanno ricordati i Bardi, che spesso ebbero nimistà coi Frescobaldi, massime nel 1340, allorchè li calmò il venerabile vecchione Matteo dei Marradi podestà. Cacciato il duca d’Atene, anche i Bardi furono espulsi a furor di popolo e bruciate ventidue loro case. Dianora de’ Bardi fu amata da Ippolito de’ Buondelmonti; ma, attesa l’inimicizia delle due famiglie, non potè che sposarla in segreto. Andava da lei la notte per una scala a corda; nel qual atto sorpreso dal bargello, fu arrestato per ladro, ed egli, anzichè mettere a repentaglio l’onore della fanciulla, lasciasi condannare a morte. Sol chiese che, nel condurlo al supplizio, si passasse davanti la casa de’ Bardi, volendo, diceva, in quell’estremo punto riconciliarsi colla famiglia sempre odiata. Ma ecco Dianora sbucarne scarmigliata, confessando: — Egli è mio sposo, e unica colpa di lui l’esser venuto a trovarmi». Si sospende il supplizio, si ripiglia la causa davanti al podestà, ove perorando Dianora stessa, facilmente si convinsero giudici e popolo, e si finì colle nozze pubbliche de’ due amanti e la pace fra le loro famiglie.

[112]

Cerchi chi vuol le pompe e gli alti onori, Le piazze, i templi e gli edifizj magni, Le delizie, i tesor, _qual accompagni_ Mille duri pensier, mille dolori. Un verde praticel pien di bei fiori, Un rivolo che l’erba intorno bagni, Un augelletto che d’amor si lagni, Acqueta molto meglio i nostri ardori; L’ombrose selve, i sassi e gli alti monti, Gli antri oscuri e le belve fuggitive, Qualche leggiadra ninfa paurosa. Quivi vegg’io con pensier vaghi e pronti Le belle luci come fosser vive; Là me le toglie or questa or quella cosa.

[113] SCHROECK, _Allgem. Geschichte_, vol. XXXII, p. 90.

[114] «Nel 1424 fu ucciso Braccio de Montone;... e per questa cagione ne fu fatto gran festa e letitia in Roma de fuochi e de ballare; et ogni Romano giva con la torcia a cavallo ad accompagnare M. Jordano Colonna fratello di papa Martino, perchè era morto l’inimico del papa; e morti che furono questi, rimase papa Martino senz’alcun altro impaccio, e mantenea nel suo tempo pace e divitia, e venne lo grano a soldi quaranta lo rubbio». INFESSURA, _Diario_.

[115] VESPASIANO, _Comment_., p. 279.

[116] Et a dì 19 de jennaro de martedì, fu impiccato uno Stefano Porcaro in castello, in quello torrione che sta quando vai in là a mano destra; e viddelo io vestito di nero, in gipetto e calze nere. Se perdette quell’huomo da bene et amatore dello bene e libertà di Roma, lo quale, perchè si vide senza cascione esser stato sbannito da Roma, volse, per liberar la patria soa da servitute, metter la vita sua, come fece lo corpo suo... Et in quel dì furono impiccati nelle forche di Campitolio senza confessione e comunione gl’infrascritti... Item con essi fu impiccato Sao e molti altri... Et in quel tempo furono ancora pigliati Mr Joanni... Adì 28 gennajo fu impiccato Francesco Gabadio et uno dottore, perchè accompagnarono Mr Stefano Porcari, e dissesi che avevano notitia dello detto trattato. E dopo andò uno bando, che chi sapesse dove sta... lo dovessino rivelare, e guadagnavano mille ducati, e chi li dava morti cinquecento. E lo papa fece cercare per tutta Italia per questi delinquenti... furon pigliati chi a Padua, chi in Venetia... et a molti fu tagliata la testa alla città di Castello. A dì 30 di jennaro fu impiccato Battista de Persona ». INFESSURA.

[117] Delle lettere tengo l’edizione preziosa, fatta in Milano per maestro Ulderico Scinzenzeler il 1496. In queste è la troppo famosa storia degli amori della Lucrezia senese con Eurialo tedesco al seguito dell’imperatore Sigismondo, dipinti coi colori del Boccaccio. Delle altre lettere, molte illustrano assai i tempi. _Æneæ Silvii Piccolominei senensis, qui post adeptum pontificatum Pius, ejus nominis secundus, appellatus est, opera quæ extant omnia_. Basilea 1551. Opere capitali sono: _De gestis concilii Basiliensis commentarium; De ortu et historia Bohemorum; Europa, in qua sui temporis varias historias cumplectitur_. Scrive bene, quantunque con troppa frequenza di frasi o d’emistichi. Nella prefazione al Concilio di Basilea dice: — Non so quale sciagura o qual destino mi spinga così, che non valgo a distrarmi dalla storia, nè il tempo più utilmente consumare. Soventi mi proposi togliermi a questi allettamenti de’ poeti ed oratori, ed altro esercizio seguire, donde cavar alcuna cosa che mi renda men grave la vecchiezza, per non dover vivere alla giornata come gli uccelli e le fiere. Nè studj mancavano, nei quali se avessi voluto concentrar le forze, avrei potuto e danari e amici procacciare. Nè a ciò mi persuadeva da me solo, ma m’erano intorno gli amici, dicendomi di continuo: _Orsù, che fai Enea? Ti occuperà la letteratura finchè campi? A quest’età non ti vergogni di non aver poderi, non danaro? Non sai che a vent’anni bisogna esser grande, a trenta prudente, a quaranta ricco, e chi passa questi confini indarno poi s’affatica?_ Mi consigliavano dunque che, instando già il quarantesimo anno, cercassi posseder qualche cosa, prima che quello entrasse. Spesso vi posi mano, e promisi fare secondo il consiglio; buttai via i libri oratorj, buttai le storie e tutte siffatte letture, nemiche alla mia salute. Ma come certi volanti non sanno fuggire il fuoco della candela finchè non v’abbrucino l’ali, così io torno al mio male, dov’è forza ch’io pera; nè, a quanto vedo, altri che la morte non mi torrà questo studio. Ma giacchè il destino mi trascina, nè quel che voglio posso, bisogna congiungere la volontà al potere. Mi si rinfaccia la povertà; ma e povero e ricco devono vivere fin alla morte. Se è misera la povertà ai vecchi, è miserrima agli illetterati. Aver corpo sano e integra mente è dato al povero non men che al ricco; se questo ottengo, null’altro chiedo. Goder quello che ho in buona salute mi conceda Dio, e prego di poter condurre una vecchiaja con mente sana e non indecorosa nè senza cetra. E giacchè così sta fitto nell’animo, torniamo ai commentarj nostri».

[118] La distinzione stessa faceva in quel suo motto famoso: _Quand’ero Enea, nessun mi conoscea; or che son Pio, ciascun mi chiama zio_.

[119]

Il nome che d’apostolo ti denno O d’alcun minor santo i padri, quando Cristiano d’acqua, non d’altro ti fenno, In Cosmico, in Pomponio vai mutando; Altri Pietro in Pierio, altri Giovanni In Jano e in Giovian van racconciando ARIOSTO, _Satira_ VI.

[120] È caratteristico l’elogio che gli fa Gaspare Veronese: _Novi ego quod suorum codicum largissimus semper fuit, alienorum vero verecundissimus postulator, nec non suorum aliis commodatorum lentissimus repetitor_. Ap. MARINI, _Degli archiatri pontifizj_, tom. II. p. 179.

[121] _Cronaca di Gubbio_, Rer. It. Script., XXI. f. 994.

[122] Che ciò fosse con intelligenza di Francesco Sforza suo suocero è asserito da Machiavelli e da quasi tutti i contemporanei, i quali diceano averlo lo Sforza menato alla beccheria, e Ferdinando esserne stato il boja: ma vittoriosamente li confutano i documenti che pubblicò il Rosmini nella _Storia di Milano_.

[123] Racconta Gioviano Pontano, _Belli neapolitani, lib_. V, che, mentre Ferdinando di Napoli assediava una rôcca sotto Mondragone aderente agli Angioini, e per difetto d’acqua l’avea ridotta all’estremo, alcuni empj sacerdoti procurarono le pioggie con arti magiche. Trovarono alquanti giovani arditissimi, che di notte per difficilissime vie uscirono fin al lido, e quivi bestemmiarono un crocifisso con ogni peggior maledizione, quivi gettaronlo in mare, imprecando tempesta al cielo, al mare, alle terre. Al tempo stesso i sacerdoti presero un asino, e come a moribondo gli dissero le preghiere degli agonizzanti, lo comunicarono, e fattegli le esequie, il sepellirono vivo davanti alla porta della chiesa. Ed ecco subito annuvolarsi, tempestar il mare, farsi bujo il cielo, e tuoni e folgori e nembi e diluvio di pioggie, sicchè abbondantemente provvista la rôcca, Ferdinando se ne dovette levare.

In tali estremi, la sapiente Roma antica sepelliva un uomo e una donna.

[124] Di quelli della sua patria fa l’enumerazione il Malipiero negli _Annali veneti_ sotto il 1483: — È stà tolto cenventottomila ducati all’una per cento, deputati a pagar el pro del Monte Nuovo: è stà cresciuto un terzo tutti i dazj; è stà impegnato tutte le volte de Rialto a rason de ventotto per cento all’anno; e stà pagato in zeca i argenti de particulari, sie ducati la marca; è stà tolto le cadenelle d’oro che le donne portava al collo, e messe in comun. Se fa li officj e regimenti con la metà e un terzo manco de salario. Oltre tante decime, è stà messo tanse a la terra; le entrate de la terra e quelle de la terraferma è calade; se ha perso molte nave e galìe; se ha tolti homeni de la guerra nudi e rotti, perchè no se ha possuto far altro; se ha evacuato l’arsenal che altre volte ha fatto tremar el mondo; avemo fame e peste; mendicheremo la pace e ghe restituiremo el tolto; se ha speso un milion e dusentomila ducati; ed è morti tanti homeni da ben».

[125] INFESSURA, _Diario_, pag. 1226.

[126] Pietro Aretino scriveva al Franciotto nell’aprile 1548, cioè mezzo secolo prima di quell’Enrico IV di Francia, a cui il fatto viene attribuito: — Se bene jeri l’altro, per esserci il numero delle persone che si stavano a casa mia, meco ragionando, non feci motto alcuno circa il vostro ridere nel vedermi in mezzo di Adria e di Austria le figlie mie; nel vedermi, dico, dalle braccia dell’una d’anni undici stretto nel collo, e dalle mani dell’altra di otto mesi preso nella barba; non è che io non me ne accorgessi, e me lo tacqui allora per dirvi adesso una bella cosa in comparazione di quella mia tenera sofferenza. Lorenzo e Giuliano, quello padre di Leone, questo di Clemente, standosi trapassando il tempo del caldo al Poggio, accadde un giorno, poco dopo il desinare, ch’eglino per fuggire il sonno essendosi ritirati in camera, venutegli alle mani due canne, se ne fecero cavalli, e salendo l’uno sopra l’una, e l’altro sopra l’altra, volse Giuliano che gli montasse in groppa Giulio, e Lorenzo che il simile facesse Giovanni; e così spronando ciascuno senza i sproni pareano proprio ispronargli daddovero; talchè i bambini tutti ridenti, quel piacere nella loro innocenzia provavano, che prova in la sua tenerezza ogni genitore che la di lui prole trastulla. Videgli in cotal atto quel Mariando, che poi ebbe il titolo di Frate dal piombo; e ridendosene da senno, fu chiamato dentro dai personaggi sì grandi; i quai pregarono il faceto e leale uomo, che non prima facesse motto dello avere i due fratelli (i quali poi furon padre di cotale coppia di pontefici) trovati in tal materia di scherzo, non prima, dico, ch’egli avesse figliuoli; inferendo in sì prudente voce di parole, che la minore dimostrazione di semplicità che si faccin coloro che ne hanno, è lo impazzirgli drieto».

Il fatto però non è esatto, poichè Giulio nacque postumo.

[127]

_Atque aliud nigris missum, quis credat? ab Indis,_ _Ruminat insuetas armentum discolor herbas._ POLIZIANO, _Rusticus_.

[128] Angelo Poliziano a Lorenzo de’ Medici: — Magnifice Patrone. Da Ferrara vi scripsi l’ultima. A Padova poi trovai alcuni buoni libri, cioè Simplicio sopra al Cielo. Alexandro sopra la Topica, Giovan Grammatico sopra le Posteriora et li Elenchi, uno David sopra alcune cose de Aristotele, li quali non habbiamo in Firenze. Ho trovato anchora uno scriptore greco in Padova, et facto el patto a tre quinterni di foglio per ducato. Maestro Pier Leone mi mostrò i libri suoi, tra i quali trovai un M. Manilio astronomo et poeta antiquo, el quale ho recato meco a Vinegia, et riscontrolo con uno in forma che io ho comprato. È libro, che io per me non ne viddi mai più antiqui. Similiter ha certi quinterni di Galieno _De dogmate Aristotelis et Hippocratis_ in greco, del quale ci darà la copia a Padova, che si è facto pur frutto. In Vinegia ho trovato alcuni libri di Archimede et di Herone mathematici che ad noi mancano, et uno Phornuto _De deis_, e altre cose buone. Tanto che papa Yanni ha che scrivere per un pezzo.