Storia degli Italiani, vol. 08 (di 15)
Part 36
Quelle banche riceveano in deposito capitali di signori e principi. I figli d’Obizzo d’Este nel 1293 fecero intimare alle compagnie de’ Baccherelli, della Cella, dei Cerchi Bianchi e Neri, de’ Frescobaldi, de’ Nerli, de’ Bardi, degli Acciajuoli, ed altre di Firenze, nulla rendessero al marchese Aldobrandino di quel che il loro padre aveva ad essi affidato[287]. Giovanni Bodino disapprovava una banca a Lione, su cui metteano fondi non solo principi cristiani ma fino i bascià, e che a Francesco I fece patti onerosissimi, e ad Enrico II prestò a nome de’ Capponi e degli Albizzi, al dieci e dodici e fin sedici per cento. Borromeo de’ Borromei, di quel Samminiato donde uscirono fra poco i Buonaparte e gli Sforza, nel 1379 accomodava di ottantamila fiorini d’oro Gian Galeazzo Visconti. Nel 1321 i Peruzzi doveano avere cennovantunmila fiorini d’oro, e centrentatremila i Bardi dai cavalieri di San Giovanni. Fu considerato come pubblico disastro quando gli Scali nel 1339 fallirono di quattrocentomila fiorini; e i Peruzzi e Bardi di mille trecento settantatremila, che equivarrebbero a quaranta milioni di lira d’oggi.
Agli Ebrei attribuisce Giovan Villani le lettere di cambio, i quali, sbanditi di Francia sotto Dagoberto I nel 630, Filippo Augusto nel 1181, e Filippo il Lungo nel 1316, si ritirarono in Lombardia, e per trarre il denaro lasciato colà, a mercanti e viaggiatori davano lettere concise. Qual conto fare di un’indicazione di tempo così indeterminato? e quanto poco è probabile, allorchè il bando vietava ogni comunicazione ed assistenza agli Ebrei espulsi. Sa più ragionevole il lodarne i Guelfi di Firenze, che sbanditi dai Ghibellini, trassero somme, principalmente in Lione. I Ghibellini, cacciati alla lor volta, ricoverarono ad Amsterdam, ed usarono altrettanto[288].
Alcune cambiali non aveano particolare direzione, il che si praticava specialmente in Levante, e sembra indicarle il Fibonacci sin dal 1202: altre ordinavano di pagare a persona nominata; e il primo esempio sicuro è di papa Innocenzo IV, che nel 1246 trasmetteva venticinquemila marchi d’argento ad Enrico Raspon anticesare, facendoli pagare a Francoforte da una casa di Venezia. Nel 1253 Enrico III d’Inghilterra autorizzò alcuni italiani suoi creditori a rimborsarsi mediante tratte sopra vescovi del suo regno, il valor delle quali ammontava a 150,540 marchi; e il legato pontifizio ebbe cura di farle pagare puntualmente. I negozianti trovarono comodo il pareggiar le partite senza intervenzione dei banchieri per via di tratte; e la più antica che ci resti è d’una casa di Milano, che nel 1326 tirava sopra una di Lucca a cinque mesi dalla data[289]. Baldo giureconsulto adduce due cambiali, una del 1381 sotto nomi supposti, l’altra del 95 di Borromeo de’ Borromei da Milano sopra Alessandro Borromeo.
Un regolamento del 1394 ingiunge ai negozianti di Barcellona di pagar le cambiali entro ventiquattr’ore dalla presentazione, e di attergarne l’accettazione; e pare si conoscessero anche i protesti. Più tardi s’introdussero le girate, che ne formarono la vera comodità. Se dunque gli Ebrei inventarono le cambiali, la vera teorica loro è dovuta agl’Italiani, che le estesero per incassare i fondi, da ogni parte del mondo affluenti alla corte di Roma.
Alle fiere di Champagne, molto frequentate perchè medie fra l’Italia, la Francia meridionale e i Paesi Bassi, breve tempo s’indugiavano i negozianti; laonde i re di Francia statuirono che, contro chi lasciasse scadere una cambiale firmata nella fiera precedente, si procedesse in via sommaria. Di qui il diritto cambiario; e spesso obbligavansi i debitori ad enunziare ne’ recapiti che il debito era stato contratto in tempo di fiera per goderne il privilegio.
Spedientissime trovate furono le banche pubbliche, le quali nelle transazioni di commercio surrogano al denaro sonante i viglietti, cioè raddoppiano i titoli legali del concambio. Fin dal 1171 pare Venezia possedesse un banco di credito; altre città ne istituirono, ma nessuna con tanta ampiezza e fortuna quanto Genova, del cui banco di San Giorgio abbiamo già parlato a disteso (tom. VII, pag. 111).
Affine poi che anche i privati trovassero comodità di prestiti senza cascare negli usurieri, si stabilirono i Monti di pietà. Il primo si vide a Perugia nel 1467[290], per opera di Bernabò medico di Terni, frate francescano, che non esigeva se non quanto bastasse alle spese d’amministrazione. San Bernardino da Feltre e frà Michele da Carcano diffusero quest’istituzione a Mantova[291], a Como e nella restante Lombardia; Sisto IV approvò quello eretto a Viterbo il 1479, e ne pose uno in Savona sua patria; tosto Cesena, Firenze, Bologna, Napoli, Milano, Roma seguirono l’esempio, imitato dalle città industri di Fiandra, e più tardi dai Francesi. A qualche rigoroso moralista odoravano di usura, e accanita disputa si allungò fra teologi e giureconsulti; ma l’utilità che ne derivava indusse a mettervi piuttosto ordine e misura.
Da quanto esponemmo siete chiari come le forze e i capitali si sapessero aumentare col formar compagnie di commercio. Fin dal 1188 è ricordata la società pisana degli Umilj, stabilita a Tiro, e che fra il negoziare non lasciava di soccorrere i Crociati[292]. I Bardi di Firenze aveano quasi il monopolio di tutto il regno di Napoli. Parrebbe anzi che le varie compagnie si abbracciassero in una generale, che costituiva una potenza mercantile, e che per ambasciadori trattava coi re e coi baroni, al modo dell’Ansa tedesca. Certamente un _capitano dell’università de’ mercadanti lombardi e toscani_ risedeva a Montpellier, donde il 1276 re Filippo l’Ardito consentì si trasportasse a Nîmes[293], nella carta stessa concedendo che nessun membro d’essa università potesse citarsi ad altro tribunale che al regio; morendo, i loro beni passino agli eredi; non soffrano del diritto di naufragio; vadano esenti dalle guardie, dalle taglie, dai servizj militari. Nel 1293 al Bourget in Savoja stipulavasi una salvaguardia tra Lodovico di Savoja signore di Vaud, e l’università dei mercanti di Lombardia, Toscana, Provenza, rappresentata da procuratori de’ mercanti di Milano, Firenze, Roma, Lucca, Siena, Pistoja, Bologna, Orvieto, Venezia, Genova, Alba, Asti, Provenza (Cibrario). Nè ignota era la società d’accomandita, per cui uno dà a trafficare una somma, partecipando agli utili interi, ma alle perdite soltanto fin all’ammontare del prestato[294]; e con decreto del 1315 Luigi X di Francia dichiarava non trovare usura in società siffatte, da Italiani istituite.
Le società stipulavano comunemente che le gabelle non fossero d’improvviso aumentate ne’ luoghi di passaggio; se qualche nazionale o i conduttori facessero ingiuria ai natìi, si punirebbe l’offensore senza concedere rappresaglie sopra i mercanti; si terrebbero netti i cammini da masnadieri; che se essi od altri danneggiassero, i mercanti ne verrebbero rifatti; non si sballerebbero le merci; le quistioni che insorgessero, sarebbero definite il giorno medesimo. Inoltre aveano chiesa, bagno, piazza, forno, macello, casa, giurisdizione propria, talvolta anche criminale. Nel 1189 Pietro re d’Arborea agli uomini di Genova assegna in Oristano _tantam terram, qua fabricari possunt centum botegas_; poi nel 92 privilegi amplissimi, fra cui promette, se alcun legno rompe, farà restituire quanto venisse tolto; se alcun uomo muoja, non ne terrà cosa alcuna benchè intestato.
Nel 1169 Boemondo III principe d’Antiochia dona ai Genovesi tutto ciò ch’essi tengono in Antiochia e Laodicea e nel porto di Seleucia: cioè in Antiochia una ruga colla chiesa di San Giovanni; in Laodicea il fondaco e la strada che lo cinge, e terza parte delle rendite del porto; come anche in Seleucia. E se farà altri acquisti, concederà quello stesso che hanno in Laodicea; se qualche ingiuria ricevano, e’ ne vorrà accomodamento e giustizia fra quaranta giorni; sieno licenziati a negoziare in qualunque terra egli acquisti col loro soccorso: il che tutto fa per consiglio de’ baroni suoi, perchè molto ama i Genovesi, e desidera frequentino al possibile la terra di lui e vi dimorino. Pel qual privilegio Lanfranco Alberico, uomo nobilissimo, e legato del senato e de’ consoli, per sè e pel Comune della famosissima città di Genova gli promettono ajutarlo, crescere le sue possessioni e difenderle[295].
In qualche luogo, come a Tiro, i Genovesi partecipavano del diritto di catena che pagavasi da ogni nave entrando o uscendo. Secondo lo spirito d’esclusione d’allora, ciascuna compagnia affaticavasi non meno a vantaggiare se stessa che a deprimere le altre, e col monopolio assicurarsi ingenti guadagni[296]. Di simili trattati una gran quantità troviamo sia delle città fra loro, sia de’ principi, che vi s’affrettavano perchè assicuravano ai loro paesi un lucroso passaggio: ma spesso più che le grida e i tribunali valeva l’opera del papa, che con interdetti e scomuniche puniva i violatori.
La quantità de’ pirati, massimamente barbareschi, cagionava che il commercio non procedesse senz’armi, anzi ogni nave era obbligata uscire ben munita. A Genova per legge del 1291 era multato in dieci lire il mercante che navigasse oltre Portovenere senza buone armi per sè e pei servi, e cinquanta verrettoni nel turcasso. A Venezia ogni marinajo dovea recarsi elmo di cuojo e di ferro, scudo, giaco, coltello, spada e tre lancie; se ricevesse più di quaranta lire di stipendio, vi doveva aggiungere la panciera; ed anche balestra e cento saette il nocchiero[297]. Pertanto vedemmo i nostri negozianti prendere tanta parte alle crociate e far conquiste, od esercitare in mari lontani le ire fratricide della patria.
Anche le compagnie di commercio terrestre provvedeano colle armi alla propria sicurezza, e talora le adopravano in guerra. Alberto Scotto, famoso tiranno di Piacenza, era alla testa di una grossa _compagnia degli Scotti_, che nel 1299 ottenne di negoziare cogli agenti del re di Francia sulle fiere della Brie e della Sciampagna; la qual compagnia, composta di quattrocento cavalli e millecinquecento pedoni, poco poi guerreggiava a’ servizj d’esso re[298].
La maggiore importanza consistette sempre nel commercio di mare. Lo scadimento di Roma crebbe vita a Costantinopoli, la quale stendendo la destra verso l’Arcipelago, la sinistra al Ponto Eusino e alla palude Meotide, coll’Asia Minore in faccia e l’Europa alle spalle, pare destinata centro ai negozj di tutto il nostro emisfero. Le merci d’Oriente vi erano condotte dall’Egitto, o i Bisantini medesimi andavano cercarle nell’India, nella Persia, fors’anche nella Cina. Il primo irrompere degli Arabi divenuti maomettani non potea che rovinare il commercio: ma poi essi medesimi vi si applicarono dovunque estesero la conquista; fondarono Bàssora, che tolse il vanto ad Alessandria; coll’occupare l’Egitto, interclusero ai Bisantini il mar Rosso, obbligandoli a provvedere da loro le ormai indispensabili derrate dell’India, o a questa rivolgersi per una traccia lunghissima, salendo fino a Kiof in Russia.
Le crociate, cominciando a far guardare l’Europa come una sola nazione, unirono gli uomini a concordi imprese, gli avvicinarono ai paesi delle derrate preziose, guadagni e privilegi e occasioni accrebbero alle città marittime, che collo stendardo della croce protessero le speculazioni. Poi le frazioni feudali agglomeravansi in nazioni; e i Comuni sorgevano a quella libertà, che dà coraggio a cercare i miglioramenti; e Amalfitani e Pisani in prima, poi Genovesi e Veneziani si resero i principali, se non gli unici fattori del traffico europeo[299]. Dal settentrione per la Piccola Tartaria vettureggiavano canapa, legname, gòmene, pece, sego, cera, pelli, molti trattati conchiudendo coi Mongoli successori di Gengis-kan e di Oktai, che aveano conquistato la Russia, la Polonia, l’Ungheria e la Moldavia, e da cui compravano il bottino e schiavi. Impediti d’andare nell’India per l’Egitto, vi si spingeano pel mar Maggiore, come chiamavano il Nero, nel quale il Tanai, il Boristene, il Dniester, il Danubio portano le variatissime produzioni di estesissime contrade, mal accessibili per terra. Ivi principale posatojo era la Tana, cioè Azof, all’imboccatura del Don, ove da un lato si aveva la Moscovia, dall’altro l’Armenia, l’Arabia, la Persia, per cui poteasi arrivare al Mogol e alla Cina; e vi teneano cànove Genova, Venezia, Firenze e altre città. I Veneziani per giungere dalla Tana a Catai doveano lasciarsi crescere le barbe, e avere un buon interprete e servigiali che sapessero di tartaro; ordinariamente un mercante portava seco in denari e merci per venticinquemila ducati d’oro; e trecento a trecencinquanta bastavano al viaggio fino a Peking, compresi i salarj degl’inservienti (Pegolotti).
Costantinopoli, oziosa e corrotta capitale d’uno Stato senza industria, considerava il commercio men tosto come elemento di pubblica prosperità, che come rendita fiscale; onde le speculazioni di quell’immenso mercato rimanevano a stranieri. Perciò Veneziani e Genovesi, dapprima tollerati, presto furono trovati utili, infine necessarj; e i deboli imperatori, per mantenersene la vacillante amicizia, non conoscevano altro spediente che rinnovare e spesso estendere i loro privilegi. Ne rampollarono calde rivalità fra Genova e Venezia, che vedemmo combattute nei mari nostri e negli orientali. La conquista di Costantinopoli pei Crociati dava la prevalenza ai Veneziani? i Genovesi favorivano Michele Paleologo a distruggere l’impero latino; ed esso in compenso privilegiò la loro colonia di Galata, che spesso giovò, spesso incusse timore all’impero greco.
Genova, posta quasi nel mezzo della costa che archeggia dalla Sicilia allo stretto Gaditano, avendosi dinanzi il Mediterraneo, da un lato la Provenza e la Francia, dall’altro l’Italia meridionale, a spalle la pingue Lombardia, a fronte Corsica e Sardegna, Spagna ed Africa, con poco ed ingrato terreno, con mare scarso di pesci, mostrasi predisposta al commercio, che di fatto vi è antico quanto lei. Le emulazioni con Pisa, con Venezia, coi Catalani ne svilupparono la marittima abilità ed il caratteristico coraggio: marinaj più intraprendenti de’ suoi dove trovare? molti per proprio conto assumevano spedizioni e conquiste, talora approvati dal Governo, talaltra abbandonati alle forze particolari, secondo portava il pubblico interesse o la fazione dominante. I dossi erano ancora vestiti di pini e d’abeti, e nel 1822 dal solo bosco di Bajardo presso Triora bastò legname per trentotto galee; da quello di mont’Ursale a Pareto per dieci ogni anno (Serra). E preti e nobili negoziavano; molteplici le società, ove i ricchi mettevano denari, i poveri l’opera: se non che l’infellonire delle fazioni tolse a quella repubblica di cogliere tutti i vantaggi che le avrebbero procurato tanta abilità degli ammiragli, tanta intrepidezza delle ciurme, tanto spirito intraprendente, tanti capitali.
L’acquisto più famoso di Genova in Levante fu la Gazarìa. Sulla penisola della Tauride, bagnata dal Ponto Eusino e dalla palude Meotide o mare delle Zabacche, nel giro di ben settecencinquanta miglia, e per l’istmo di Perekop, largo un miglio, unita ai paesi del Boristene e del Bog e alle steppe della Tartaria Nogaja, già per l’opportunità gli antichi Greci aveano piantato colonie, vinte da Mitradate, poi dai Romani. Fu occupata da successive genti barbare, e massime dagli Slavi Cazari, dai quali il nome di Gazarìa. Soggiogata dai Tartari nel 1237, un loro principe la vendette ai Genovesi nel 61, che vi assisero colonie per tutto, e principalmente a Caffa. Questa, situata sul lembo orientale della penisola, a piè de’ monti che fanno cintura alla medesima, già era colonia greca, poi illustre col nome di Teodosia, finchè non cadde in ruine, fu ristorata e munita dai nuovi padroni, i quali con titolo di magazzini fecero case basse, poi le fortificarono senza far mostra, siccome gl’Inglesi a Bengala. Ivi preso buon avvio, le alture vicine roncarono a viti, insegnarono a depurare la soda dalle ceneri dell’atrepice laciniato, ivi abbondantissimo, ed estesero i vantaggi del commercio. Il vecchio Crim, che sedeva sull’opposto pendìo, e dove i Tartari recavano le loro prede, salì per questi vicini in tale aumento, che a tutta la penisola venne il nome di Crimea, e da trecentomila abitanti arrivò ad un milione.
A Caffa i Genovesi trovavansi in casa propria, esenti dai capricciosi dazj de’ Barbari cui erano esposti alla Tana, e a milletrecencinquanta miglia dalla patria aveano un porto nazionale ove deporre le merci e raddobbarsi, mentre desse luogo la stagione malvagia. Coi soliti vantaggi de’ popoli colti fra i Barbari, annodarono relazioni di commercio e di politica, ai cittadini diedero magistrati proprj e statuti e moneta, e piantarono una missione. Il console Donadeo Giusti la fe cingere di mura; nel 1383 Leonardo Montaldo doge vi faceva una seconda cinta; e tanto ingrandì, che i Turchi la denominavano Costantinopoli di Crimea (_Krim Stamboul_); vent’anni appena dopo fondata, spediva tre galee a soccorrere Tripoli di Soria; nel 1318 vi era insediato un vescovo, con giurisdizione dalla Bulgaria al Volga, dalla Russia al mar Nero.
A mezzodì e a settentrione del seno di Caffa due altri se n’addentrano. Nel primo è Sodagh o Soldaja, con poggi a viti preziose, e terebinto, e pietre da macine. I Genovesi vi fabbricarono una torre di difficilissimo accesso, e attorno a quella le proprie case e mura. Avanzando ancora a meriggio si volta il capo d’Ariete (_Kriu-metopon_), oggi Ajù; poi piegando a ponente è il Portus Symbolorum, detto Cimbalo dai nostri, ed oggi Balaklava, dove i Genovesi posero colonia, opportuno ricovero alle navi del ponente. Dietro a Cimbalo, tra Lusen e la Lombarda, la Gozia ricordava col nome i Goti, e quivi, dove le strade vengono a incrociarsi, i Genovesi eressero l’inespugnabile Mankup. A settentrione si scende in un piano irrigato dall’Alma, ove i kan della Crimea fabbricarono Bakciserai; e tutt’intorno vi rimangono vestigia di case e villaggi genovesi.
Da Caffa volgendo a settentrione, si trova Cerco alle falde del monte ove stava Panticapea, camera dei re del Bosforo, sporgendosi fra l’Europa e l’Asia; e i Genovesi non trascurarono di fortificarlo, chiudendo quel varco tra il mar Nero e quello delle Zabacche. Di colà si spinsero entro le foci del Danubio, presso Chiliavecchia posero un castello, e profittavano della pesca dello storione; alle foci del Dniester aveano in Ackerman stabilimenti pel sale e la pesca, e per ricevere grani dalla Polonia; sul lido opposto, a Sinope pescavano il palamide, che seccato fa vece di baccalare. Giunsero poi anche a farsi padroni della Tana, in fondo alla palude Meotide[300]; ma nessuno storico accenna il quando e il come di sì importante acquisto. Forse quella città posseduta dai Tartari fu, nelle sconfitte di questi, distrutta da Tamerlano, e i coloni genovesi da Caffa vi accorsero e la rialzarono verso il 1400.
Chi vide testè (1855) tutta Europa combattersi pel possesso di quel mare e per voler aperto il passo dei Dardanelli, comprenderà l’importanza che allora v’annetteano i Genovesi; tanto più che allora ignoravasi la via più diretta alle Indie.
La repubblica genovese, fiaccata dal continuo traspeggio, cedette la Gazarìa al banco di San Giorgio, del cui senno restano bel monumento gli _statuti_ che le diede. Ordinata a sembianza della metropoli, presedeva all’amministrazione un console annuo con un cancelliere, nominati a Genova, e che prestavano cauzione. Rappresentava la colonia un consiglio di ventiquattro, rinnovato ogni anno dai membri uscenti, e che sceglieva un piccolo consiglio di sei, fuori del suo grembo; non più di quattro borghesi di Caffa potevano aver parte nel primo, due nel secondo; alcuni posti pei nobili, altri per i plebei. Il console arrivando dava ai ventiquattro il giuramento, e tosto facea procedere alla loro rinnovazione; governava col piccolo consiglio, senza cui non poteva imporre taglie nè fare spese straordinarie; non avere traffici per proprio conto, nè ricever doni. Il cancelliere, scelto dal Governo fra i notari di Genova, rogava gli atti e apponeva il suggello. L’uffizio della campagna rendeva giustizia ne’ contratti de’ coloni coi liberi confinanti.
Così da Costantinopoli, da Caffa, dalla Tana, Genova esercitava il commercio col Levante mediante una sequela di scali, che giungevano fino alla Cina da una parte, dall’altra all’India lungo il golfo Arabico, sul quale sembra le fosse interdetto veleggiare. Altri n’aveva in tutta la Romania, la Macedonia e l’Arcipelago; e nominatamente a Scio, una delle isole Sporadi, che perduta, fu recuperata da Simon Vignoso con galee fornite da nove famiglie, unitesi poi nella _maona_ o ditta de’ Giustiniani, dal nome della famiglia ch’era creditrice di trecentomila scudi d’oro; la repubblica ne lasciò loro il dominio, che conservarono fino al 1556. Scio avea ben centomila abitanti; e il mastice che geme dai lentischi, e che si masticava per tener belli i denti e grato l’alito, dava esercizio a ventidue villaggi, se ne vendeva un milione e mezzo di libbre l’anno, e il decimo che toccava all’erario era valutato dall’imperatore Cantacuzeno ventimila bisanti, o vogliam dire zecchini. Da esso e dalle gabelle provenivano annui cenventimila scudi d’oro (sei milioni d’oggi), che si ripartivano fra le famiglie compadrone a misura del capitale impiegato; al quale si proporzionavano pure i voti nel governo. In un trattato del 1431 i Genovesi assentirono al soldano di trarre da Caffa schiavi; e La Brouquière ne’ suoi viaggi in Asia incontrò un Genovese che trafficava di quest’esecrabile merce.
Nell’Anatolia possedevano Smirne, produttrice di sete, cotoni, ciambellotti, olj, scamonea; e Focea nuova e la vecchia, donde veniva l’allume. Da Cipro traevano legname, canape, ferro, grano, zuccaro, cotone, olj, oltre le derivazioni dall’Oriente. In Italia due magazzini a Mutrone erano stati donati a Genova dai Lucchesi, per deporvi il sale e le lane; cave d’allume attivò presso a Portercole; dall’alta Italia richiedeva produzioni e manifatture da barattare; dominava anche in Corsica, Sardegna, Malta, Sicilia; e la prima le dava eccellente legname, cacio, vini, pescagione, soldati; l’altra grani, sardoniche, tonni, sardine, oro e argento; Malta frumento, agrumi, cotoni; la Sicilia sale, seta, cotone, oro, e ogni ben di Dio[301]: dalle Baleari toglieva sale; e di due borse che avea Majorca, l’una era comune a tutte le nazioni, l’altra speciale de’ Genovesi.