Storia degli Italiani, vol. 08 (di 15)

Part 35

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Vi si lavorava pure attivamente di conciar pelli, e dorare cuoj per le tappezzerie e marocchini. Moltissimi orefici con eleganza pari all’abilità legavano gemme e facevano d’ogni maniera ornamenti fin dal secolo XII, gareggiando con Genova, Bologna, Parma, Cremona, Mantova, Perugia, Milano che n’era mercato ed emporio per l’Italia media. Fin dal 1123 appare indizio della catenella, che ogni Veneziana poi volle avere a più giri attorno al collo e ai polsi. I camini in forma di campana, i terrazzi di pietruzze e calcistruzzo battuti v’erano comodità antiche, e da Venezia si propagarono al resto d’Italia.

Disputarono agli Orientali la fabbrica de’ camelotti e delle rascie; la canapa convertivano in cordami, il filo in trine, migliaja di povere addestrandosi al rinomato punto in aria. Il borace, che traevano dall’Egitto e dalla Cina, soli i Veneziani sapeano preparare, come il cremor di tartaro, la biacca, la lacca, il cinabro, il sublimato, probabilmente imparati dagli Arabi. Molto si lavorava di cera, la cui imbiancatura non v’era pregiudicata dalla polvere; di zuccari prima della scoperta d’America, di liquori, di sapone. A Perasco faceansi le corde armoniche, nel Vicentino i panni, a Salò il refe. La zecca, oltre la moneta nazionale, ne lavorava pei paesi con cui trafficavano, ed anche coll’impronta dei re barbari. Le cartiere del Friuli e di Brescia diedero un altro capo di asportazione ai Veneziani, che presto la nuova arte de’ libri stampati aggiunsero alle antiche: una nave catalana nel 1380 aveva caricato a Genova per la Fiandra ventidue balle _paperi scrivabilis_[272].

Le varie arti v’erano unite in fraglie, regolate da matricole scritte (_mariegole_), dove pure si deponevano i secreti dell’arte, e la poteva esercitare solo chi vi fosse registrato o chi avesse educato un trovatello. Aveano particolare magistratura di conciliazione: con tenui contribuzioni si preparavano mutui soccorsi, ed ergevano chiese e scuole, la cui magnificenza desta ancora la meraviglia. Il magistrato dei sensali giudicava in prima istanza la propria corporazione, potendo condannare fino a tre anni di galera; i giudici della seta e la camera del purgo giudicavano de’ setajuoli e lanajuoli.

Di gran mistero avvolgevansi le manifatture, gli olj e sali medicinali; la teriaca, famoso polifarmaco, tenuto qual panacea universale, e di cui fin seicentomila libbre l’anno si asportavano; le tinture, massime lo scarlatto e il chermisi, non doveansi fare che al tempo determinato dalla legge, e con apparato d’incantesimo, e con baje di giganti col cappellone, di uccellacci o d’altro che portassero gl’ingredienti: meschini spedienti ma comuni, che, invece di cercare la superiorità nel migliorare, assonnavano nella fiducia della proibita concorrenza.

Il fiorentino Dei, che vergò violenti diatribe contro i Veneziani, e si vantava d’aver fatto gran male ad essi in tutti i paesi, e massimamente aizzando i Turchi a loro danno, li rimprovera perchè sui mercati, dove i Fiorentini comparivano con broccati e drappi di gran valuta, essi non portassero che aghi, seta da cucire e far frange, sonagli, arme, vetrame e bazzecole. Prova che i Veneziani eransi accorti come i piccoli guadagni moltiplicati equivalgono ai grossi, e quanto giovi lo speculare sovra oggetti minuti ma di gran consumo.

Con tutti quei regolamenti e con infinite minuzie e precauzioni, consonanti all’economia politica d’allora, il Governo voleva attirare ai Veneziani tutti i vantaggi del commercio europeo, nutrire l’industria per mezzo dell’industria, assicurare alle fabbriche del paese un’occupazione costante, non lasciando mai venir meno le materie prime. Siffatto sistema a lungo andare poteva cessar di produrre i vantaggi che si speravano nello stabilirlo; ma l’incertezza del futuro e la poca probabilità di cambiamenti possono giustificare la condotta del senato, mentre il paese vi va debitore di grandi lucri e ricchezze. Del resto noi, tuttora impigliati fra tante pastoje, potremmo apporre a que’ vecchi se non aveano ancora imparato che in ogni materia, ma più nel commercio, il meglio che possa farsi è il non governar troppo? Essi invece per favorire il commercio moltiplicarono leggi, alcune delle quali non poteano che pregiudicargli, come avviene delle vincolanti. Conviene però confessare che conoscevano il principale scopo del commercio, qual è di conguagliare la ricerca coll’offerta, la produzione col consumo, nè mai c’incontra di vedere quegl’ingombri di manifatture non ismaltite, che sono il disastro dell’odierna industria, comunque giganteggiata pel sussidio delle scienze, delle belle arti, dello spirito d’associazione, della suddivisione de’ lavori.

Procuravasi la buona fede coll’infamare chi fallisse al debito: e a Milano, a Firenze, altrove doveva acculacciare una pietra: la _pietra del vitupero_ stava nella sala della Ragione a Padova; a Monza, chi rassegnava i beni dovea presentarsi alla pubblica assemblea, e scalzo, nudo, in sole brache ascendere sopra la pietra, e starvi dal principio al fine dell’adunanza; a Lucca, siccome nell’antica Roma, l’oberato portava un berretto giallo, e se un creditore l’incontrasse senza questo, avea diritto di farlo arrestare. Con un rigore, di cui l’Inghilterra pur offre esempio, nel 1398 i Fiorentini stanziarono che i falliti potessero forzarsi a far da boja, quando altro non ce ne fosse[273].

Nel 1253 i Cremonesi stipularono coi Genovesi che, se qualche Genovese abbia fatto credito a un Cremonese nel distretto di Genova, il creditore deva richiedere per mezzo del Comune di Genova il Comune di Cremona, il quale sarà obbligato ottenergliene la soddisfazione. Se il debitore confessi il debito e nol paghi subito, venga arrestato e consegnato al creditore esso e i figli, per essere sostenuto nel carcere de’ malfattori, o condotto fuori del distretto di Cremona cinque miglia, dove il creditore vorrà. Se il debitore fuggisse di carcere, il Comune di Cremona pagherà. Se pagasse il debito, non si rilascerà finchè non dia una sicurezza di stare al giudizio. Del debitore confesso poi si avrà soddisfazione prima col mobile poi coll’immobile, a stima di arbitri giurati, in modo che il Comune lo riceva e paghi secondo tale stima. Se poi non abbia nè mobile nè immobile, sarà consegnato co’ suoi figli maschi al creditore e condotto come sopra. Se fuggissero, siano dichiarati forestieri (_forestetur_) al Comune di Cremona; e se mai vi tornino, tengansi obbligati a soddisfare al creditore[274].

Di buon’ora si cominciò a mettere in iscritto le convenzioni commerciali, e pur testè fu pubblicato il repertorio di Giovanni Scriba notajo di Genova, il quale pel solo anno 1161 contiene cenquarantacinque atti privati, di società, di proteste, di divisioni[275]. Pel più antico istrumento mercantile vi è dato un atto del 1155, ove un Aucello giura portare a trafficar in Sicilia e a Salerno lire sessantadue, ricevute da Oberto Usodimare. Una carta dell’anno stesso dice: «Io Ugero Lugaro confesso aver quattrocentosessantasette lire di roba tua, o Guglielmo Filardo, che devo portare ad Alessandria per trafficare a tuo conto: al ritorno deve esser tuo il capitale e il profitto, eccetto sette bisanti che mi vengono per la condotta. Di quelle lire devo far le spese del mio vitto e per quanto occorre. Del mio, porto lire venti». Ai 19 settembre Ribaldo da Sarafia e Ferro di Campo mettono in società quello lire cinquanta, questo trentacinque e il suo personale, e gli utili si divideranno a metà. Al 6 luglio 1156 Lanfranco Pepe commette il capitale di lire cinquanta a Bernardo Porcello che lo traffichi in Genova, e dei profitti si farà a metà. In quel curioso repertorio molte altre si hanno di queste associazioni del capitale coll’industria.

Opportunissima al commercio venne l’istituzione dei consolati, cioè d’una speciale e compendiosa giurisdizione per le cause mercantili sia nell’interno, sia fuori[276]. Ne’ paesi lontani più frequentati si tenevano consoli, che e vigilassero sugli atti del commercio nazionale, e giudicassero i negozianti loro compatrioti secondo leggi scritte o le usanze o il buon senso. Tali sentenze costituirono un diritto consuetudinario; poi un Catalano o più probabilmente un Italiano, entrante il secolo xiii, pensò raccogliere le costumanze de’ porti del Mediterraneo, e ne nacque il _Consolato de’ fatti marittimi_, base anch’oggi di tale legislazione, e diritto comune ove manchino disposizioni particolari. Doveano essere avanzi delle leggi antiche, durate in pratica anche dopo periti i documenti; e vi si tratta, in ducento capitoli, dei doveri e diritti dei patroni di nave e socj, de’ marinaj, mercanti, passeggeri; delle merci occultate, bagnate, guaste, prese, gittate; degli attrezzi, delle armi, delle condizioni di nolo, de’ cambj, delle assicurazioni[277]. A questo esempio furono compilati il _Giudicato di Oleron_ per l’Oceano, e le _Ordinanze di Wisby_ pel Settentrione.

Se pure le assicurazioni erano conosciute ai Romani, sì poco erano consuete, che legislatori e giureconsulti non le credettero meritevoli di speciale attenzione. Nei nuovi tempi si estesero, e i primi esperimenti si restrinsero ad accomunare i rischi fra i padroni del vascello e quelli che caricavano. Tanto ne parve bene, che la compilazione Rodia, certo anteriore all’xi secolo, la legge di Trani che vorrebbesi del 1060, quella di Venezia del 1253, le imposero come obbligo. Però, non legando che persone cointeressate nella spedizione, stavano a troppo gran pezza da quelle zarose e insieme precise speculazioni, dove, calcolando i venti, le avarie, le stagioni, e insieme le politiche eventualità, la guerra, la pirateria, si offre l’intero rifacimento delle lor perdite, mediante una tenue anticipazione.

Non ha appoggio chi le asserisce conosciute a Bruges nel 1310; e poichè niuna legge marittima settentrionale ne parla, nè tampoco la grande _Ordinanza anseatica_ del 1364, ci si fa credibile cominciassero fra noi, dove gli statuti di Pisa del 1161 le ricordano[278]: nel 1300 il Pegolotti espone come ordinaria questa assicurazione di denari e mercanzie «a salvi in terra, a rischio di genti e di mare, a tutto periglio di mare, di gente, di fuoco, di corsali», con premio dal sei al quindici per cento: il breve poi del porto di Cagliari prevede i casi del _naulegar_ e del _sigurare_.

Ma grand’ala non poteva aprire il commercio quando sì scarso il contante; non avendosi oro che dalle miniere di Spagna e Ungheria, poca polvere dall’Africa, qualche paglia dai nostri fiumi; dell’argento non ancora lavorandosi le cave dell’Harz; e il commercio coll’India e la Cina dovendo saldarsi in moneta effettiva, perchè non avevano esse bisogno delle derrate o manifatture europee; finchè l’Inghilterra ai nostri giorni non riuscì a surrogarvi l’oppio e le cotonerie.

I Romani sentirono, ma non ripararono tale deficienza; la quale, cresciuta collo sperpero della migrazione, poi per le crociate, impacciava le transazioni. Gli è ben vero che queste nell’interno erano assai rade, quando la proprietà restava legata da feudi, livelli, diritti comunali, manimorte, e dall’attenzione di conservare l’avito possesso: pel consumo usuale poi molto adoperavasi il baratto. Però l’Italia ebbe sempre maggior correntezza di contante, sì perchè la sua industria ve ne chiamava, in tempo che le altre nazioni limitavansi a comprare e consumare, e tutto doveano procacciarsi a denaro, non avendo di che far baratti; sì per lo speso dai tanti che qui erano condotti dalla devozione o dall’ambizione o dagli affari; sì perchè la curia romana da tutto il mondo riceveva o tributi, o tasse per dispense, indulgenze, aspettative, brevetti, investiture e simili, o frutti di benefizj lontani, investiti a prelati qui dimoranti.

Se ne valsero i nostri per applicarsi alla banca o al prestito, e svilupparono le varie forme del credito. Quando ogni paese, ogni feudo aveva zecca propria, e spediente di finanza consideravasi il falsare o alterar le monete, nasceva un’inestricabile diversità di titolo, d’impronte, di valore. Per sottrarsi alla quale non di rado si stipulavano i pagamenti a peso, cioè a marco, diviso in otto once di ventiquattro carati[279]; onde i negozianti, prima di rimpatriare, col denaro avuto compravano oro e argento non coniato. Tanto più che molti paesi, considerando il denaro come vera ricchezza, non come solo stromento di cambio e misura del valore, impedivano gelosamente l’asportarlo. A questo disagio e alle frodi, troppo facili sopra monete non conosciute, ripararono Lombardi, Fiorentini, Senesi, nelle primarie città aprendo scanni, col nome di banchieri o _campsores_; e ricevute in deposito le somme, sborsavanle man mano che il depositante traesse su loro, o facevanle a questo pagare dai proprj corrispondenti ove egli si recasse. Tutte le operazioni che oggi si lodano come arte bancaria o si vituperano come aggiotaggio, le troviamo già in uso; e Firenze nel 1371 moderava i giuochi di borsa coll’imporre una tassa sopra la vendita de’ fondi pubblici[280].

Una scolastica distinzione fra le ricchezze fruttifere e le infruttifere, che poneva cioè il valore nelle cose medesime, non nel servizio che rendono all’uomo, fece a molti, fino a’ dì nostri, dichiarare illecito il guadagnar sul denaro; e fatto un precetto del consiglio evangelico _Date a mutuo senza nulla sperarne_, si giudicò peccato il lucrare un interesse. Ma poichè è troppo naturale e vantaggioso che il capitalista accomodi al lavoratore, bisognava illudere la coscienza co’ varj sotterfugi di cui gli usurieri sono maestri. I governi poi pensarono a porre un limite agl’interessi affinchè non se ne abusasse; quasi non dovessero, come in tutte le altre mercanzie, proporzionarsi al rischio, alla ricerca, al lucro del mutuante. Come avviene dei provvedimenti arbitrarj, anche questo dovette altalenare; e poichè probabilmente le variazioni si saranno legalizzate sol dopo che l’abuso era comune, non possiamo dal variare degli interessi argomentare la maggior o minore ricchezza pubblica, cioè il migliore impiego del denaro. Perocchè a volere che in paese industre gl’interessi si proporzionino al vantaggio che ne trae l’accattante, bisognerebbe che i divieti non perturbassero l’equivalenza de’ servigi; e molte volte gl’interessi sono alti in grazia non della prosperità, ma del rischio a cui il capitale si espone. Così oggi in Levante, perchè il Corano vieta il ricevere frutto, il prestatore non protetto dalla legge deve premunirsi dai rischi della contravvenzione.

Il codice romano stabiliva il merito del quattro per le persone illustri, dell’otto pei mercanti, del dodici per quelli di grado inferiore che prestassero grano o derrate, del sei per gli altri; tanto era mal compreso l’uffizio del denaro. Nel medio evo, il commercio trasse il denaro nelle città, sicchè i signori castellani e principi ne pativano disagio, e bisognava ne cercassero a usure trasmodate. Guido conte di Biandrate nel 1161 pattuiva quattro denari al mese, cioè il venti per cento. Nel 1201 Arduino vescovo torinese conveniva con Giacomo e Bartolomeo Sylo, se non restituisse fra due anni le dovute 152 lire susine, v’aggiungerebbe lire 13; se fra tre, lire 25; se fra quattro, lire 58; se fra cinque, lire 90; se fra sei, lire 113: il che era un modo di mascherare l’usura, maggiore del dodici per cento (Cibrario). Nei conti di Giuliano di Nannino de’ Bardi con Pietro di Francesco Piccioli nel 1427 al prestito di lire 2928 in un anno è computato l’interesse di lire 878: lo che scontra il trenta per cento (Pagnini). Il doge Mocenigo assegna il quaranta all’anno pei capitali messi nel commercio. Federico II in Sicilia lasciò solo agli Ebrei il prestare, e proibì di passare il dieci[281]; errore massiccio, emendato dalle violazioni. Uno statuto veronese nel 1228 prefiggeva il dodici e mezzo; uno di Modena del 70, il venti; uno di Cremona del 78 interdisse agli Ebrei di esigere sui pegni più di sei denari per lira al mese. Nel XIV secolo v’ha esempj del trentacinque. A Firenze erano ottanta banchi, e il monte pagava il merito del dodici o quindici e non mai più del venti: per moderare le usure, nel 1430 vi si chiamarono Ebrei, i quali obbligavansi a non riscuotere di là dal venti; e quando nel 95 furono espulsi, si trovò, o almeno si disse che in cinquant’anni aveano guadagnato 49,792,556 fiorini.

In Piemonte, morendo uno in fama d’avere guadagnato di usura, ogni aver suo ricadeva nel fisco: al qual uopo con rigore si suggellava la casa, s’imprigionavano la vedova e i figli acciocchè dichiarassero se nulla tenessero nascosto: istituivasi l’indagine, dalla quale raramente l’accusato usciva netto quando importava al fisco di trovarlo in colpa; anche purgandosi, non veniva reintegrato della roba e dell’onore: lo perchè tutti procuravano accordarsi col fisco, colpevoli o no (Cibrario).

Il pregiudizio contro gli Ebrei impedì acquistassero proprietà sode; onde si gettarono sulle arti e sul commercio, e non legati da restrizioni clericali, e nell’obbrobrio loro poco adombrandosi di nuova infamia, davano a prestito. Quei che doveano accattar denari da loro, gli accusavano di esorbitanti usure; i rovinati, gl’infingardi riversavano sopra di loro ogni colpa, pretesto a fraudarli del dovuto: e così odiati e necessarj, menavano quella esistenza eccezionale, che è una singolarità in mezzo alle singolarità del medioevo. Ma quel continuo cacciarli per continuo restituirli attesta la cresciuta importanza delle ricchezze commerciali, per cui l’opifizio ormai equivaleva al castello. Che se in Francia e in Inghilterra gli Ebrei erano esposti alle brutalità della plebe, alle persecuzioni de’ preti, all’insaziabiltà dei re, che li chiamavano per ottenerne denari a prestito, poi li sbandivano per farsi pagare la tolleranza, da noi poteano trafficare, se non senza odio, almeno senza pericolo; e se per l’opinione dello scannar figliuoli alla pasqua, la quale vedemmo ridesta perfino ai giorni nostri, erano avversati non meno dalla fanatica Napoli che dalla colta Firenze, spesso gli statuti li riconoscevano, se non altro, per moderarli. Venezia nel 1400 a due Ebrei concesse di fondare una banca di prestito; e quando s’impadronì di Ravenna, prese obbligo di spedirvi banchieri ebrei; i quali aveano case a Roma, a Firenze, a Pavia, a Parma, a Mantova, anzi in tutte le principali città.

A Roma l’università degli Ebrei doveva pagare 1130 fiorini d’oro (come da istromento inserito nella bolla di Bonifazio IX del 1399) che servissero alle feste carnovalesche di piazza Navona e a Testacio. Inoltre, al principio del carnovale, alcuni loro deputati doveano presentarsi ai conservatori di Roma, implorando continuasse a loro la protezione del popolo romano, e offrendo un mazzo di fiori e una cedola di 20 scudi, da spendere in addobbare i palchi della magistratura romana. Il primo conservatore rispondeva, che, se rimanessero quieti e fedeli, non verrebbe lor meno la protezione del popolo e del papa. Eguale omaggio faceano al senatore, che rispondeva in simili sensi.

A Martino V gli Ebrei d’Italia portarono lagnanze pei mali trattamenti che soffrivano; ed egli, inerendo all’operato da’ suoi predecessori, promulgò privilegi, e proibì agl’inquisitori e ad ogni altra persona laica od ecclesiastica di predicar contro di loro e inviperire la plebe, nè recare ad essi molestie, salvo se fossero fautori dell’eresia, non obbligarli ai divini uffizj, non battezzarne alcuno prima dei dodici anni. Nondimeno alcuni predicatori, massime de’ Mendicanti, persuadevano i Cristiani ad evitare ogni contatto cogli Ebrei, non cuocer loro il pane, non prestar fuoco o servizj, non riceverne prestanze, minacciandoli di ecclesiastiche censure; a tacer quelli che, eccitati da ciò, ne sturbavano i possessi, li battevano, ingiuriavano, uccidevano; col che «li rendeano più ostinati nella loro perfidia, mentre colla carità potrebbero cattivarli». Laonde Pio II, nella bolla 27 luglio 1459, toglie in protezione gli Ebrei; abbiano sinagoghe e sepolture senza impaccio; nè vogliasi costringerli a vivere a modo nostro, o lavorare il sabato; nè siano esclusi dal conversare coi nostri, nè dal comprare o appigionar case e beni da Cristiani, e far contratti, mercatare, tenere scuole delle scienze giudaiche[282].

Cogli Ebrei presto vennero a concorrenza Lombardi, Astigiani, Toscani, Caorsini, aprendo banche in ogni canto d’Europa, e accomodando di denaro non solo i privati, ma anche il pubblico, e massime in Inghilterra, cautelandosi sopra i dazj. Gli statuti di Susa fin dal xii secolo parlano di _casane_ stabilite in varie città d’Italia, cioè banchi di prestanza e di cambio. Nel 1277 Filippo III re di Francia catturò tutti i prestatori italiani sotto imputazione d’usuraj, ma in fatto per ismungerli; e si lasciò calmare solo da sessantamila libbre di parisj, che varrebbero oggi ventiquattro milioni[283]; poi nel 94 stipulava col capitano e col corpo de’ cambisti italiani, che gli dovessero un tanto per gli affari di cambio. Metz ne avea fin dal 1260, e nel 1370 restaurò le sue mura colla taglia percetta su questi Lombardi; nel 1404 appaltava per dodici anni la sua banca a Giovanni Frassinale di Vercelli per duemila e quattrocentotto fiorini di Firenze.

Al pari degli Ebrei erano favoriti e odiati i Lombardi; tassate al doppio delle altre le _lettere lombarde_, con cui la cancelleria francese gli autorizzava al commercio; relegati in quartieri distinti e chiusi, simili ai ghetti; e a volta a volta spogliati violentemente od espulsi. Un’ordinanza del 6 gennajo 1477 invitava gli abitanti di Amsterdam a ritirare i loro pegni dai Lombardi avanti il martedì grasso, assolvendoli dagli interessi.

I Fiorentini principalmente applicarono a quest’industria; e Frescobaldi, Bardi e Peruzzi, Capponi, Acciajuoli, Corsini, Ammannati erano le più famose banche cantanti in Inghilterra e ne’ Paesi Bassi. La casa dei figli di Caroccio degli Alberti dal 1348 al 57 aveva filiali ad Avignone, Bruges, Napoli, Barletta, Venezia e altrove, le quali pagavano o riscotevano le somme da rimettersi in Avignone alla corte pontifizia o ad altre piazze di Francia, Fiandra, Germania, Italia: contemporaneamente negoziava in grosso di panni, che da Brusselles, Gand e altre terre di Fiandra, Francia, Inghilterra, per la lor casa di Bruges erano spediti al fondaco di panni in Firenze, per la via di Parigi, Marsiglia, Nizza, Pisa[284].

Destri com’erano, qual meraviglia se i nostri venivano adoprati per consiglieri e ministri di finanza da principi? tanto più che non poteano questi assumere veruna impresa se dal banchiere non ne avessero assicurati i mezzi. Molti _siniscalcati_ della Francia meridionale erano appaltati a compagnie di Lombardi, che si assumevano queste imprese finanziarie[285]: a Lione case fiorentine, lucchesi, genovesi faceano in grande il commercio d’asportazione e importazione de’ tessuti di lana e seta[286], e vi serba nome la via de’ Guadagni ove questi teneano banca: ne’ libri mastri di Genova, di Pisa, di Messina, in mancanza di altri documenti, vengono a cercar prove di nobiltà le famiglie francesi che ambiscono di poter inserire la croce nel loro stemma.